D'Alema
Parole a vista
a cura di Enrico Ghezzi

"Ci sono delle forze della natura che non possono essere vinte: il mare ci insegna a tenerne conto e a cercare di sfruttarle nella misura del possibile. Quando il vento ti viene contro, non gli puoi andare contro, però sai che, se sei bravo, puoi risalirlo piegandoti fino a trenta gradi. Questo è un prezioso insegnamento di vita."


Ecco un piccolo libro che ci propone in modo vivace il "d'alemapensiero": una lunga intervista condotta da Enrico Ghezzi, a cui seguono numerose citazioni, estrapolate da trasmissioni televisive che avevano visto la partecipazione del leader diessino, divise per tema e in ordine alfabetico.
Nell'intervista il tema dominante è quello dei mezzi di comunicazione. Le polemiche, a cui certe affermazioni di D'Alema avevano dato adito, vedono i giornalisti della carta stampata sotto accusa: deformano i pensieri degli intervistati, in realtà partono già con una tesi e ciò che vanno cercando è solo la conferma delle loro opinioni. La televisione permette invece di spiegare, senza paura di fraintendimenti, quello che si pensa: crea un rapporto diretto con i cittadini e per questo è preferibile, più sicura, la comunicazione televisiva, a cui un moderno politico non può né deve sottrarsi.
La seconda parte del libro invece propone argomenti più prettamente politici: il pensiero di D'Alema su tutti i grandi temi della società contemporanea italiana e sulle modalità di governarla. Sono battute, brevi e incisive, estrapolate dal contesto, alle quali perciò non si può richiedere una capacità di approfondimento o una elaborazione intellettuale; ma di sicuro sono d'effetto, colpiscono il lettore, così come è avvenuto con lo spettatore. D'altronde D'Alema stesso, nella prima parte, dichiara che quando vuole approfondire un concetto, offrire una tesi compiuta o "rivolgersi a un'élite", preferisce ricorrere alla "comunicazione colta" e affidare il suo messaggio a un libro, a un saggio, scritto con quell'intento, o al limite ad un giornalista della carta stampata (che sia fidato, però!).
Certamente ne emerge un moderno leader di partito, che sa e vuole usare i nuovi mezzi di comunicazione, e che non rifiuta il rinnovamento anche all'interno delle sue posizioni politiche. Che cosa si può obiettare? Forse all'interno del suo partito, il dibattito politico è stato un po' spento dall'uso così individualista del mezzo di comunicazione. Forse, come dice Nanni Moretti, se un po' più spesso si sentisse D'Alema dire "qualcosa di sinistra", la militanza politica e la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica non sarebbe così in crisi come oggi tutti denunciano.
Personaggio mediatico, freddo e calcolatore? Moderno leader politico, in sintonia con i tempi e con la società telematica? Al lettore il giudizio: questo agile libro ci dà buoni motivi di riflessione.


D'Alema. Parole a vista, a cura di Enrico Ghezzi
Pag. 219, Lire 14.000 - Edizioni Bompiani (pasSaggi)
ISBN 88-452-3777-X


Le prime righe

Incontro a parole


e.g. - Lessi, tempo fa, in una intervista, una posizione abbastanza precisa, anche se occasionalmente espressa, su una sua preferenza verso l'esibire il proprio discorso in televisione, rispetto alla normale discussione o furto giornalistico. Intendo furto in senso lato, nel senso di uno che passa, di uno che sta in un crocchio e da questo, anche legittimamente, inventa o ricostruisce o deduce un percorso, un discorso. Mi sembrava che in questa intervista fosse espressa una maggior fiducia verso una sorta di apertura, di evidenza democratica - io la chiamerei così - dell'essere in televisione e dire qualcosa.

M.D'A. - Diciamo che la comunicazione politica richiede l'uso di mezzi diversi, perché evidentemente a questo corrisponde anche una complessità del messaggio politico. Io sono convinto che ci sono delle idee che per essere esposte hanno bisogno dei saggi, addirittura dei libri; e ci sono dei messaggi semplici per i quali è assolutamente essenziale la televisione o anche l'intervista... Purtroppo il problema è che la tendenza del sistema mediatico a deviare il messaggio rende sempre più difficile il giornale come mezzo per comunicare le proprie idee. Infatti il sistema giornalistico non è interessato a capire che cosa penso io: è interessato a mettermi in bocca determinate opinioni che possano suscitare determinate polemiche. C'è una deviazione nel sistema, che non ha più un reale interesse a capire: ha interesse semplicemente a produrre l'evento, a metterlo in scena, a costruirlo secondo disegni, strategie, logiche. Questa consapevolezza, o almeno questo timore, mi mette sulla difensiva. Naturalmente anche la televisione si presta alla manipolazione, ma in modo particolare... A parte forme di manipolazione più volgari, quelle che si possono fare su una registrazione, che può essere tagliata o montata e che non è difficile smascherare, possono esservi forme di manipolazione più sottili, quelle che si possono fare anche in diretta da una regia televisiva: per esempio, un modo di riprenderti che toglie significato a quello che stai dicendo, non so, uno sbuffo... Insomma, figuriamoci, ci sono mille modi. Però, tutto sommato, se c'è un dialogo, si capisce che una risposta è una risposta e non è una dichiarazione, e che una battuta è una battuta.

e.g. - La situazione è più chiara.

M.D'A. - E se una battuta è una battuta, non è una cosa seria, no?

© 1998, RCS Libri S.p.A.






Luigi Filippo d'Amico
Il cappellino

"Andrea non se ne rese conto, ma ragazze con un vero cappello non ne aveva mai viste."


Un titolo non recentissimo del catalogo Sellerio ha attirato la nostra attenzione: un po' per la grande notorietà (in altro campo artistico) dell'autore, un po' per la breve ma invogliante recensione scritta da Mirella Appiotti e apparsa non molto tempo fa sull'inserto Tuttolibri de "La Stampa". Così abbiamo preso in mano questo libro, "piccola gemma splendente del montaliano ciò che non siamo, ciò che non vogliamo", come afferma appunto la Appiotti, scoprendo effettivamente un piacevolissimo racconto ambientato all'inizio della Seconda guerra mondiale in un'Italia elitaria, al di sopra delle banali preoccupazioni del quotidiano che assillano le giornate della "massa", dove un gruppo di adolescenti si affaccia alla vita.
L'autore (al suo primo romanzo) arriva dall'universo cinematografico, nel quale ha rivestito numerosi ruoli: da aiuto-regista e sceneggiatore (in film come Altri tempi di Blasetti e Processo alla città di Zampa), a regista egli stesso. Indimenticabile l'episodio Guglielmo il dentone, con protagonista Alberto Sordi (nel film a episodi I complessi del 1966) in cui una commissione d'esame Rai composta tra l'altro da Nanni Loy e Romolo Valli, che dovrebbe selezionare il nuovo lettore del Telegiornale, si imbatte in un eccellente candidato, privo di pecche se non una dentatura troppo evidente per apparire in video... Ma chi si accollerà l'onere di comunicargli la bocciatura per motivi estetici? Rimbalzando la patata bollente dall'uno all'altro, alla fine "dentone" comparirà nelle case degli italiani. E questo finale rende evidente come la vena di ironia dell'autore sia forte, decisa, ma garbata, non aggressiva. Conferma ulteriore si ha nel non notissimo Amore e ginnastica, di cui d'Amico firma la regia nel 1973, ambientato in una scuola in evoluzione in cui la ginnastica può essere materia insegnata anche da donne. Delizioso quadro di una società italiana particolare che, in parte, si ritrova nelle pagine de Il cappellino. E in questa società un'attrazione antica tra due giovani, Andrea e Lavinia (la donna col cappellino) riprende le fila quarant'anni più tardi, ma con la medesima allure dei tempi della guerra e dell'immediato dopo-guerra in un racconto fatto di raffinatezze, ironia, leggerezza narrativa.


Il cappellino di Luigi Filippo d'Amico
138 pag., Lit. 12.000 - Edizioni Sellerio (La memoria n. 404)
ISBN 88-389-1389-7


Le prime righe

"Permesso? Posso entrare?".
Andrea volse il capo: Lavinia dalla porta socchiusa aveva già fatto due o tre passi nel breve spazio antistante il bagno, e lo sguardo di lui la trovò ferma sulla soglia della stanza, con un sorriso che non riusciva a nascondere una certa apprensione. Poté notarlo perché dalla 'veneziana' filtravano nella penombra due raggi di sole; ed uno, crudele, andava a colpire il volto assai segnato di Lavinia rivelando anche che i capelli, seppur in gran parte nascosti dal cappello, erano di quel mogano fasullo che dà la tintura.
Andrea aspettò un attimo a rispondere, recitando a meraviglia la parte di chi era stato appena risvegliato: voleva prendere tempo. Ma subito pensò che forse non l'avrebbe riconosciuta, se non fosse stato per la voce inconfondibile anche dopo... dopo quanti anni?



"Robbi ha vinto!" annunciò Lavinia con il tono trionfante della tifosa, raggiungendo Giovanna che con Andrea guardava il tennis su un altro campo, e abbracciandola alle spalle; un gesto che suscitò in Andrea un immediato desiderio. Sorrideva, aveva un po' d'affanno - quasi che l'incontro l'avesse disputato lei - e cercando di non dargli importanza guardò fuggevolmente Andrea; il ragazzo notò subito che Lavinia emanava un raffinato profumo. Era diversa dalle altre ragazze, anche perché aveva l'accento milanese; sì, come Giorgina.
Giovanna aveva capelli biondi, lisci, e dei grandi occhi chiari, liquidi: tutto il Liceo diceva che erano identici a quelli di Michele Morgan. Per il resto non era male, ma 'standard': scarpe ortopediche con il sughero, borsa con cinghia alla spalla, giacca corta color fucsia, in testa una sorta di bustina scozzese. Lavinia invece aveva una gonna pantalone e una giacca di tweed: perfette per l'occasione, ma che certo non la smagrivano; e scarponcini di un marrone rossiccio, lucidi. In testa, un cappello, un vero cappello da signora, anche se sportivo, che aveva dovuto disinvoltamente trattenere con una mano mentre per raggiungere i due aveva fatto qualche passo di corsa sulla ghiaia del vialetto; una corsa un po' pesante, sgraziata.
Andrea non se ne rese conto, ma ragazze con un vero cappello non ne aveva mai viste. Forse ce n'era qualcuna con il cappellino primaverile, a Piazza di Siena; ma lui al Concorso Ippico badava solo ai cavalli.

© 1998, Sellerio editore


L'autore
Luigi Filippo d'Amico, nato a Roma nel 1924, è pittore e cineasta. Ha preso parte in qualità di sceneggiatore e aiuto-regista alla stagione del neorealismo cinematografico e, in seguito, è stato lui stesso regista. Questo è il suo primo romanzo.



Massimo De Simoni
Maremosso

"Sono Maremosso, mi senti? Se mi senti pensami le vertebre, immagina il mio interno fino ad addormentarti."


Un inizio stravagante, leggero, molto personale, intimo, basato sul piacere e il divertimento infantile di "fare le puzze", per il primo racconto di una serie, rimasto drammaticamente incompiuto. L'autore è infatti morto prima di portare a termine la sua ultima opera, a soli 35 anni. Ed è drammatico davvero che la letteratura debba scoprire postumo un giovane autore brillante e ironico, così vitale. Nel primo racconto si legge quasi un'epigrafe, una precognizione, la constatazione di predestinazione nel dialogo tra due personaggi: "la morte fotte chi è innocente" dice uno dei protagonisti creati dalla fantasia di De Simoni, e la realtà entra nella narrazione.
Dialoghi a ruota libera tra amici, tra amanti su argomenti quanto mai disparati si tramutano in riflessioni pseudo-filosofiche ed esistenziali, in descrizioni di genere, in affreschi della quotidianità vissuta da una categoria umana viscerale e istintiva, ma anche cerebrale e fredda. Birra e Roipnol (e morte) accompagnano difficili rapporti interpersonali, in cui "scoprirsi" è pericoloso, e non nel senso fisico del termine ma in quello psicologico, mentale. E non manca un'accusa ai falsi maestri, a quei guru spirituali che affermano che tutte le peggiori esperienze della vita sono normali, ma che per superarle creano dipendenze psicologiche "che forse ne sostituiscono altre, caratteri di ferro pronti per la ruggine e strarotture di coglioni per gente sana come me che viene assediata da questi esseri che sorridono sempre che vogliono farmi diventare felice. Come se questa potesse essere una condizione costante". Sebbene questi stessi maestri possano avere in serbo qualche sorpresa anche per gli scettici.
Scritti in periodi diversi, tra l'adolescenza e l'età adulta (mentre infatti alcuni si fanno risalire agli anni 1979-1982, Venerea e Il mito di Serrai sono datati tra il 1986 e il 1989 e Maremosso è dell'autunno 1996) questi racconti testimoniano anche l'evoluzione personale dell'autore, costituendo una forma di testamento morale.


Maremosso di Massimo De Simoni
146 pag. - Edizioni Marsilio (Farfalle)
ISBN 88-317-6996-0


Le prime righe

MAREMOSSO

Prr... prrut... Prrrrruaammtrartat. Il piacere delle puzze fatte sotto le lenzuola nel dormiveglia che precede la consapevolezza dopo una notte di sonno dà il buongiorno a Mario, il padrone del culo.
Subito dopo cerca una nuova posizione per godere fino in fondo degli ultimi minuti prima di doversi alzare per andare al lavoro.
"Ma quale lavoro" pensa mollando un'ultima festosa "sgaralenzòla", come lui e il cuginetto chiamavano quel particolare suono, che ricorda uno strappo netto e improvviso in un pezzo di stoffa, quando, da piccoli, dormivano insieme e gli capitava di dar vita a un simile fuoco incrociato, "oggi è dome" e il cuore gli si tuffa e gli occhi gli si aprono, nella posizione casuale in cui si trovava, su un mucchio di vestiti poco lontani dal letto. Rimane immobile per qualche secondo poi, fingendo di dormire ancora, si gira mollemente verso l'altra metà del letto. Affonda la faccia nel cuscino lasciando esposta solo una palpebra e rimane in silenzio: non sente niente. Improvvisamente si ricorda che per essersi girato ha mosso le lenzuola e che quindi le puzze, forse non ancora dissolte, sono arrivate al naso di Carla, conosciuta la sera prima a una festa, e chissà, svegliata dalle sue cascate di breccia su una lastra di vetro - ché ora le immaginava così le sue puzze di poco fa, rumorose come un processo industriale - pronta a sentirne anche l'odore.
Comincia ad aprire piano la palpebra e gli sembra di vederla girata su un fianco che gli dà la schiena. Si sente più sollevato e si accorge del sudore che gli ha lucidato la fronte.
E subito ancora: "Forse non dorme, fa soltanto finta per evitarmi l'imbarazzo... SINCERAMENTE TUA... Ecco, mi parte la brocca." Nelle situazioni più spinose gli fioriscono nel cervello finali di lettere che sembrano prestampati (con osservanza, distinti saluti ecc.), estratti di canzoni pragmatiche (se tu il mio cuore vuoi / slaccia i tuoi jeans e poi) e insomma tutti quei sottoprodotti della sua mente che impegnata a risolvere questioni delicate reagisce così per scaricare la tensione. O farlo sentire più deficiente.


© 1998, Marsilio Editori


L'autore
Massimo De Simoni è nato a Roma nel 1962, dove ha frequentato la facoltà di lettere manifestando un interesse particolare per l'antropologia culturale. Ha cominciato a scrivere poesie e racconti al liceo. Ha trascorso gli ultimi anni di vita nella campagna toscana ed è morto a Roma nel 1997.



Michael Marshall Smith
Uno di noi

"Se fossi stato induista, o buddhista, o ancora un indiano hopi, forse avrei fornito un resoconto diverso, cambiando alcuni nomi, ma la storia sarebbe stata la stessa. "


Un libro di fantascienza del tutto particolare, forse più che di fantascienza si può parlare di un romanzo dalla forte tensione simbolica. La vicenda si svolge in un prossimo futuro (viene rievocato anche il ricordo della notte di capodanno del Duemila), il protagonista è un "duro" che però sa amare, il dialogo è crudo e incisivo, molto "americano". Insomma un classico libro d'azione se non fosse per la trama insolita. All'inizio il protagonista, Hap Thompson, per professione smista incubi e sogni, trovandosi lui stesso, talvolta, in preda a incubi altrui non certo desiderati, ma in un secondo tempo il suo lavoro diventa più pericoloso, e anche pieno di sofferenza. In che cosa consiste? Nell'immagazzinare ricordi che spariranno dalla mente del loro proprietario. Quali ricordi però si vogliono regalare ad altri? Di sicuro i più dolorosi. Questa attività è del tutto illegale e così il romanzo si colora anche di giallo: sparatorie e inseguimenti, poliziotti e gangster, rapine e omicidi.
Emergono nella mente del protagonista ricordi lontani, dell'infanzia, che mai erano tornati alla coscienza: ma anche il ricordo personale può essere pericoloso e sgradito, può riportare ad una dimensione e a rapporti che devono essere interrotti perché il nostro precario equilibrio quotidiano sia salvaguardato.
Una forte tensione spirituale comunque è sottesa al romanzo, soprattutto nella seconda parte, e non solo per la presenza di angeli o per la conclusione che afferma il peso che i morti che abbiamo amato possono avere nella nostra vita, quanto per una sensazione di bisogno della presenza di Dio, bisogno di un mondo che lo possa e lo sappia accogliere, rimpianto per un'epoca in cui questo era stato possibile, tristezza per la vittoriosa laicità della vita.


Uno di noi di Michael Marshall Smith
Titolo originale: One of Us

Traduzione di Gianni Pannofino
Pag. 366, Lire 32.000 - Edizioni Garzanti (Narratori moderni)
ISBN 88-11-66252-4


Le prime righe

PROLOGO


Notte. Un incrocio, nella zona morta di Los Angeles. Non conosco il quartiere, ma è certo che non vi ci vorreste trovare. Due strade e nient'altro, larghe e diritte, srotolate nel mondo in quattro direzioni, faticosamente arrancanti verso posti non certo migliori, passando per luoghi probabilmente peggiori.
Edifici deserti acquattati nella bruma a ogni angolo, pieni di sonno e di silenzio. Sembrano pronti ad avventarsi su di noi come una specie di villaggio spettrale da cartone animato, ma l'impressione è sbagliata. I cubi di cemento armato a due piani non possono muoversi. Non è nella loro natura. La città pare un fitto reticolo di assenze, come se le strutture in essa introdotte risultassero ridimensionate dagli spazi rimasti intatti; come se quello che non c'è fosse di gran lunga più reale di ciò che si vede.
Nel frattempo un cane esala gli ultimi respiri, accucciato sulla soglia di un negozio di alcolici aperto 24 ore su 24. La luce all'interno è così gialla che il vecchio addormentato dietro il bancone sembra galleggiare in formalina. Quando era più giovane, forse lei avrebbe fatto qualcosa per quel cane. Ma ora si rende conto che in realtà non gliene importa nulla. L'emozione è cosa troppo antica, sepolta troppo in profondità - eppoi, il cane morirà comunque.
Non so quanto aspettiamo, in piedi su quella soglia poco illuminata, sprofondati nel suo costoso cappotto. Lei si fuma mezzo pacchetto di Kim, ma lo fa velocemente e non ha orologio. Pare un'eternità, come se quest'angolo di deserto fosse l'unico luogo da me conosciuto, il solo che io abbia mai visto; come se il tempo si fosse fermato e, giunto a un punto morto, non vedesse alcuna particolare ragione per riprendere a scorrere.
Alla fine, il suono di un'auto si stacca dal distante rumore di sottofondo e fa il suo ingresso in questo microcosmo. Lei si volta e vede provenire dalla strada una sventagliata di abbaglianti, sente lo sfrigolare dei pneumatici sull'asfalto, il rombo di un motore contento di fare il proprio mestiere. Il suo cuore rallenta un poco, mentre osserviamo l'auto che si avvicina; la sua mente è fredda e impassibile. Non è neppure odio quello che prova, stanotte, né potrà più provarne. Quando il cancro della sofferenza supera per dimensioni il corpo che lo ospita, è il tumore che comanda. Lei ha smesso di combattere, ormai. Cerca soltanto un po' di pace.

© 1998, Garzanti editore s.p.a.


L'autore
Michael Marshall Smith vive a Londra, è autore di testi per la BBC, ha vinto quattro British Fantasy Award. E' autore della raccolta di racconti The man who drew cats e dei romanzi Only forward e Ricambi.



Manuel Vázquez Montalbán
O Cesare o nulla
I Borgia: delitti e amori di una famiglia alle origini della modernità

"Che la tua gloria sia la gloria della cristianità e il bottino dei Borgia."


Un romanzo storico, quest'ultimo di Manuel Vázquez Montalbán, ambientato nell'Italia dei Borgia, quando la politica si va assolutamente separando dalla morale: e non a caso è proprio Machiavelli, il primo a vedere nella laicità della politica una forma tipica della modernità, ad aprire il romanzo.
La notizia della morte di Cesare Borgia giunge improvvisa e inaspettata alle orecchie del Segretario fiorentino: quel giovane vissuto tra armi e amori poteva rappresentare, col sostegno del padre, una speranza per la liberazione di gran parte d'Italia dall'invadenza straniera. Il romanzo ci permette poi di ripercorrere alcuni momenti cruciali della sua vita e di vedere l'ascesa del giovane Borgia, così strettamente legata a quella del padre, la sua spregiudicatezza, la sua fiducia nel potere che deriva dall'unione di forza e intelligenza. La Chiesa è ormai diventata, in modo esplicito, uno strumento del potere. L'influenza che la predicazione di Savonarola ha sui giovani del tempo viene evidenziata dall'autore per indicare uno scollamento tra i bisogni di maggiore spiritualità della popolazione e invece la Chiesa ufficiale corrotta e corruttrice. L'esecuzione pubblica di Savonarola suscita sentimenti opposti di liberazione e di preoccupazione, con la sua fine comunque termina qualcosa di irrecuperabile e inizia davvero l'epoca moderna. Finisce cioè il predominio dell'etica sulla politica e dell'influenza che la religione ha sulla popolazione.
Ma un tema domina il romanzo: il predominio dell'importanza della famiglia su tutto e su tutti. Ogni membro, uomo o donna, della famiglia Borgia deve saper subordinare tutto, sentimenti e passioni, al potere e all'interesse familiare, ed è proprio Alessandro VI, il papa, a ricordarlo con durezza, innervosito dalle lacrime della figlia Lucrezia per la morte del secondo marito a cui, peraltro, aveva lei stessa contribuito. Quella figlia è sempre stata ambiguamente amata e considerata, per altro anche dal fratello, come importante merce di scambio.
Il concetto di "ragion di Stato" entra prepotentemente nella Storia, gli uomini, le loro vite, sono subordinate agli interessi generali, e gli interessi generali in questo caso coincidono con quelli della famiglia Borgia.
Un romanzo storico, ambientato nel Rinascimento, può sembrare non così consono alla produzione letteraria di Montalbán. Ma l'attenzione sempre dimostrata dallo scrittore catalano all'evoluzione della società e ai movimenti culturali e politici che hanno portato alla contemporaneità gli permette di ritrovare anche in epoche lontane i germi di certi mali che denuncia nell'attualità. Così come gli uomini, nelle loro grandezze e nelle loro brutture, appaiono essere una ricca fonte di ispirazione a qualsiasi epoca appartengano.


O Cesare o nulla di Manuel Vázquez Montalbán
Titolo originale: O César o nada
Traduzione di Hado Lyria
Pag. 368, Lire 28.500 - Edizioni Frassinelli (Noche oscura. Narrativa)
ISBN 88-7684-537-2


Le prime righe

1
Il signor Machiavelli
riceve tristi notizie

Se si potesse applicare la ragione al gioco, sia alle carte, la cricca, sia ai dadi, il tric-trac. Se si potesse. Sicuramente studiando le combinazioni si arriverebbe a sapere perché si vince, perché si perde, perché il barbiere di Sant'Andrea è capace di battere Niccolò Machiavelli, anche se il signor segretario persino quando mangia fette di finocchiona o beve vino Trebbiano allungato con l'acqua lo fa come se stesse pensando all'origine e alla finalità della finocchiona nel mondo e per quali ragioni oggettive preferisce i vini Trebbiani a quelli delle Cinque Terre, a dispetto dei genovesi. Perché? Perché questo cretino mi batte? Pensa e si irrita davanti alla prepotenza, all'impunità e alla spensieratezza con cui il barbiere muove le carte, le palpa, le seleziona, le ordina, buttando finalmente quella scelta sul tavolo della vittoria e della sconfitta. E a Machiavelli va di traverso la fetta di salame che sta masticando quando getta la carta perdente sul tavolo e grida: "Che sia tu a battermi è peggio che perdere! E, peggio di tutto, perdere a casa mia. La prossima volta, torneremo a giocare nella locanda".
Barbo Mulino fa un gesto invitando i compagni di partita a scandalizzarsi di fronte all'aggressione di quell'uomo sempre intento a leggere, anche quando percorre i sentieri che collegano la sua casa a Sant'Andrea di Percussina con il villaggio e che si veste da cerimonia , con un mantello da vecchio sapiente per leggere i classici in casa, come se stesse per leggere un pontificale. Il sarto Guidotto cuce due tipi di abiti di gala per il "magnifico signore" Machiavelli, quelli che mette per negoziare in nome del governo fiorentino e quelli che indossa per leggere.
"Lei legge troppo."
Machiavelli cerca di ritirare il gesto adirato e la smorfia acida diventa complicità ironica.
"Mi terrorizza l'esistenza della sorte."
Gli altri non hanno capito l'intenzione esatta delle sue parole, ma si rilassano e Barbo osa vantarsi.
"Giocare a carte non si impara sui libri. Leggere non fa bene alla strategia del giocatore."
"Io quando leggevo giocavo peggio."
Le parole del medico sono ormai una sfida burlesca, e Machiavelli non gliela consente.
"Dottore, se leggesse di più ucciderebbe di meno."

© 1998, Edizioni Frassinelli


L'autore
Manuel Vázquez Montalbán è nato a Barcellona nel 1939. E' autore di testi di poesia e narrativa, espressioni artistiche che ha scandagliato con maestria e di un fortunato ciclo di polizieschi. Saggista e giornalista, gastronomo, sfegatato tifoso del Barça, è tra i più acuti osservatori dell'evoluzione morale e civile della società spagnola. E' stato insignito di numerosi riconoscimenti tra cui il Premio Racalmare, assegnatogli nel 1989 da una giuria presieduta da Leonardo Sciascia; nel 1996 è stato insignito del Premio Nacional de las Letras per l'insieme delle sue opere.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




11 settembre 1998