Paolo Ceri
Il popolo di Lady Diana
Analisi di un'emozione collettiva

"La settimana culminata nei funerali della principessa Diana è stata qualcosa di molto diverso da una cerimonia rituale [...] si è trattato di un periodo di lutto di cui l'Inghilterra non ha mai visto l'uguale, tanto da considerare la morte di Diana come l'inizio di un processo di rinnovamento della monarchia e della stessa Inghilterra."


È passato ormai un anno da quando l'incidente automobilistico di Parigi nel tunnel dell'Alma ha chiuso tragicamente l'esistenza di Diana Spencer. Eppure la polemica sulla dinamica dell'incidente, la memoria della sua sofferenza, la mitizzazione del personaggio sono tutt'altro che in declino, dimostrando che la vicenda della "Principessa triste" ha coinvolto in maniera eccezionale l'opinione pubblica inglese e non solo. Ma da cosa è nato il processo di identificazione collettiva nell'immagine della principessa Diana, perché si è tanto pianto per lei, quanta parte hanno avuto i mass media in questo fenomeno così generalizzato? E quale rapporto può sussistere tra una storia individuale e le trasformazioni culturali che involontariamente implica? Nell'Inghilterra thatcheriana di quindici anni prima questo lutto avrebbe avuto la medesima partecipazione collettiva, lo stesso impatto dirompente? A queste domande cerca di rispondere nel suo saggio Paolo Ceri. Il fenomeno è molto interessante dal punto di vista di un sociologo. L'analisi dell'evento, infatti, è più complessa di quanto ci si possa immaginare. Ci troviamo di fronte a un "movimento popolare" che ha travisato notizie, fatti, indicazioni, creando un personaggio inesistente, attribuendo a Lady Di una personalità non sua, un'intelligenza non comune, una sensibilità esagerata...
Sono dunque diversi i livelli di lettura dell'evento che l'autore fa nel saggio, superando tutti quelli precedenti che si limitavano alla biografia, alla celebrazione, al semplice ricordo della principessa. La tragedia e ciò che ne è scaturito diventano caso emblematico di sociologia applicata a un singolo fatto, sebbene eccezionale. La forza del collettivo, la società rapidamente mutata in un gruppo unito dal dolore, la sentimentalizzazione della società stessa, la trasformazione nell'opinione collettiva di una persona (prima non immune alle critiche) in un mito intoccabile, sino alla sua "santificazione", sono aspetti della vicenda interessanti per un'analisi non superficiale, non banale.


Il popolo di Lady Diana. Analisi di un'emozione collettiva di Paolo Ceri
146 pag., Lit. 20.000 - Edizioni Marsilio (i grilli)
ISBN 88-317-6980-4


Le prime righe

I. È irrazionale piangere per Lady Diana?

Molte, moltissime persone - decine, centinaia di milioni, a quanto pare - sono rimaste sconvolte dalla tragica fine di Diana Spencer. Di rimbalzo, molte altre sono state sconvolte, o almeno sconcertate, dallo sconvolgimento delle prime. Sconcertate, in primo luogo, per la sproporzione tra la statura pubblica della persona e la misura inimmaginabile della reazione della gente. In secondo luogo, per il contrasto tra la manifestazione sentimentale del dolore e quelle che, in situazioni comparabili, esse considerano reazioni normali: la severa compostezza della maggioranza silenziosa e l'orgoglio militante delle masse popolari. Quel che ha costituito una novità non è soltanto la scala senza precedenti della partecipazione pubblica. È il fatto che questa abbia assunto contenuti e forme del tutto insoliti. Tanto insoliti da apparire anomali e aberranti a molti osservatori convenzionali. Per il conservatore, infatti, è inaccettabile un simile tributo per una figura tanto chiacchierata e irregolare; ancor più lo è il cedimento plateale alla debolezza dei sentimenti, così estraneo alle virtù aristocratiche dello spirito britannico. Per il rivoluzionario, impenitente o nostalgico che sia, le masse possono essere mobilitate unicamente per finalità alte e provare soltanto una sana rabbia liberatrice. Altro che regina mancata e compassionevoli lamenti!
Per cercare di determinare la natura del fenomeno - la reazione pubblica alla morte della principessa Diana - occorre tradurre tali giudizi e reazioni, positivi o negativi, in domande utili per interrogare i fatti, che, come si sa, non parlano da soli. È quel che andiamo a fare, fidando che i fatti, se ben sondati e rispettati, resistano alle nostre idiosincrasie.
Da principessa del Galles a principessa del popolo. A indicare quanto la tragica fine di Diana Spencer abbia dato origine a un fenomeno sociale fuori dall'ordinario - d'ora innanzi: il fenomeno Lady Di - bastano pochi dati.

© 1998, Marsilio Editori S.p.A.


L'autore
Paolo Ceri, capo redattore dei "Quaderni di sociologia", è professore ordinario di sociologia all'Università di Roma "La Sapienza". Tra le sue pubblicazioni recenti: Asimmetrie sociali. Potere, disuguaglianza, scambio; Politica e sondaggi; La tecnologia per il XXI secolo.



Caterina Davinio
Còlor Còlor

"Altro che se avrei imparato a leggere! Da quel giorno le avrei lette tutte, infine, le odiate parole! perché solo nelle parole potevo stare con Martino per sempre; noi due, nelle parole, saremmo vissuti più degli uomini, gomito a gomito fra le righe, tra i minuti caratteri dove si sarebbe consumato il nostro desiderio, la nostra esistenza, il nostro tempo."


Un romanzo che si struttura in cinque capitoli, quasi cinque lunghi racconti che mantengono una loro autonomia, ma si rincorrono e riprendono la narrazione, componendosi infine in un quadro unitario. Il tema conduttore è la "diversità", di razza, sociale o culturale, e la difficoltà dell'integrazione e del dialogo tra chi ha preso, per scelta o per necessità, una strada anomala di vita, non integrata se non addirittura marginale. All'interno però di questo universo esistono differenze sostanziali (il docente universitario che sceglie prima l'isolamento e poi il vagabondaggio è altra cosa dalla prostituta o dal tossicodipendente) che non escludono momentanei contatti e solidarietà.
Tema interessante del romanzo, trattato dall'autrice in modo estremamente limpido, è quello dell'innamoramento della ragazzina dodicenne per il maturo professore di fisica, temuto dall'intero villaggio per la sua stranezza di vita, la solitudine e l'isolamento in cui si è relegato. Anche l'uomo avverte che in quella bambina c'è un coraggio e una tenerezza preziosi, ma la rettitudine morale gli impedisce di approfittare della sua disponibilità dichiarata e il suo comportamento sarà sempre paterno e corretto. Eppure, nel mondo dei "normali", degli integrati e dei vincenti c'è chi utilizzerà questa vicenda per rovinarlo definitivamente: una moglie avida e un avvocato di successo saranno i responsabili della totale esclusione dal mondo di Martino, Martinaccio per gli abitanti del paesino di montagna in cui si era rifugiato in un primo momento, e del suo ridursi a povero vagabondo.
Un dizionario (la magia delle parole) rappresenta il filo conduttore del romanzo: passato di mano in mano, preziosa reliquia e quasi pegno d'amore, condurrà la bambina dodicenne, voce narrante di molti parti del racconto, ad amare la lettura, lei considerata handicappata per la sua incapacità, anzi il suo rifiuto, di imparare a leggere. La bambina cresce, diventa una ragazza, prende un diploma di maturità, ma non cessa di cercare quell'uomo misterioso, dolce e solitario che le ha fatto capire che le parole sono magiche amiche per gli uomini.
Un giornalista fallito è l'altro personaggio-narratore del romanzo, grazie a lui entriamo in contatto con un mondo di marginali e di diseredati, una malavita spicciola e casereccia fatta di prostitute, piccoli delinquenti e spacciatori che mostrano più umanità e calore ad esempio della citata, ma mai presente, moglie-arpia del giornalista.
Un romanzo semplice e limpido di una scrittrice che si occupa di scrittura e nuovi media.


Còlor Còlor di Caterina Davinio
Pag. 228, Lire 25.000 - Edizioni Campanotto (Zeta narrativa n. 107)
ISBN 88-456-0072-6


Le prime righe

La casa di Martinaccio era proprio sulla collina, a un paio di chilometri dal paese. Se è vero che in ogni nome c'è già la storia di chi lo porta, non so. Ma nel caso di Martinaccio forse era così; comunque, giudicate voi.
Lui era un tipo strano, questo sì. Perché, in verità, ce l'aveva, un po' lo sguardo da matto... C'era chi, la maggior parte dei compaesani, se non lo evitava apertamente, di sicuro non andava con lui oltre una diffidente gentilezza. E, del resto, Martinaccio scendeva di rado in paese, tanto che, a furia di star lontano dalla gente perché si sentiva diverso, aveva finito per diventare diverso sul serio...
- Che intenderesti... con "diverso"? - chiedevano spaventate le mie compagne di scuola. - Eh... - rispondevo io con fare misterioso.
- Che ne sai tu di Martinaccio? - domandavano, curiose, quelle bambinette di paese, che a nove anni erano già perfette comari.
- Che vorrei dire? Diverso dagli altri, e basta... - rispondevo così. Ma loro non capivano.
Prima di parlare di Martinaccio, però, forse dovrei dirvi qualcosa di me.
Sono nata e cresciuta a ***, un paesettino dei monti ***, dove la gente è scontrosa, come sono i montanari, e guarda sempre con sospetto e curiosità i forestieri. Avevo dodici anni all'epoca dei fatti, l'età in cui in genere le ragazzine già cominciavano a guardarsi intorno, maliziose, alla ricerca di fidanzatini - qui si invecchia presto - ma io non smettevo, invece, di scorrazzare per i prati, di nascondermi, di sporcarmi i vestiti di fango e di rotolarmi nella neve, con grande disperazione di mia madre, che giurava di non aver mai visto veramente niente e nessuno selvatico come me.

Non c'erano alberi sulla collina dove sorgeva la casa di Martinaccio; stranamente, dato che i monti intorno a questa valle, invece, sono coperti di boschi. I ragazzi avevano timore di salire su quell'altura perché si raccontavano inquietanti storie sul suo proprietario; ad esempio, che non aveva la testa in ordine, ecco; ma non era questo a spaventarli.
- Macché testa in ordine! - esclamavo, ascoltando quegli strani discorsi. - Testa in disordine! - proclamavo, ridendo, e poi correvo via.
Finirono per dire addirittura che i cani di Martinaccio, le notti di plenilunio, diventavano vampiri, e che Martino li aveva addestrati perfettamente allo scopo di succhiare il sangue e di rubare l'anima alla gente, perché pure lui...

© 1998, Campanotto Editore


L'autrice
Caterina Davinio cura rassegne di scrittura e nuovi media e ha collaborato negli anni Novanta ai maggiori festival italiani di videoarte e di avanguardie letterarie. Ha realizzato partiture digitali di poesia, immagini e animazioni di computer art, esposte in numerose mostre internazionali. Promuove in Internet un progetto di net-art performativa (http://www.geocities.com/Soho/Cafe/6677).



David Linch e Barry Gifford
Strade perdute

"È una storia che parla di controllo, ovvero dell'incapacità di un uomo di mantenere il controllo sulla propria moglie e sulla propria vita."


È la sceneggiatura originale del film Strade perdute, scritta a quattro mani dal regista David Lynch e dallo scrittore Barry Gifford. Ma non corrisponde esattamente alla versione che si vede realizzata sullo schermo in quanto l'unico responsabile di quest'ultima è il regista. Ne verranno tagliati alcuni elementi polifonici e più prettamente narrativi, sottolineando maggiormente l'aspetto da "incubo" e il formalismo estetico. Ciò mostra sia la completa autonomia del film, creatura libera e originale, dalla sceneggiatura e soprattutto dall'elemento letterario che la caratterizza, sia il modo in cui il regista (e massimamente un regista come Lynch) segni con la sua estetica il prodotto filmico attraverso la recitazione degli attori e sperimentando personali tecniche di ripresa. Una soggettiva (così si apre il film) è ben di più ed altro che un discorso indiretto libero, così come le dissolvenze-assolvenze, così frequenti in Strade perdute, creano un'angoscia non verbalizzabile. Quindi la sceneggiatura qui pubblicata è per il lettore forse più un'opera di Gifford destinata a Lynch che un testo davvero steso a quattro mani.
L'andamento narrativo è quello di una fuga musicale: un intreccio che inizia in un punto, se ne allontana, e poi ritorna da dove aveva preso avvio. Due identità parallele che entrano nello stesso corpo, alternandosi in un diabolico e angosciante gioco di doppi, due visi diversi, due personalità che si trovano però emblematicamente sempre a contatto con la morte e con il sesso. Perennemente spiati o dalla istituzione (la polizia) o da misteriosi individui, nessuno dei due è mai veramente libero. La donna è una presenza di potere, sia nella forza di una sessualità che domina il maschio, sia nella coscienza dell'impossibilità di controllo da parte dell'uomo, ragazzo o adulto che sia. L'elemento davvero perturbante di questo thriller è il continuo alternarsi di situazioni incontrollabili che rompono ogni norma spazio-temporale e che permeano ogni scena di orrore per ciò che, ignoto, è sempre pericoloso e minaccioso.


Strade perdute di David Lynch e Barry Gifford, a cura di Roberto Di Vanni
Titolo originale: Lost Highway
Traduzione di Giulio Lupieri e Fabio Paracchini
Pag. 184, Lire 25.000 - Edizioni Bompiani
ISBN 88-452-3090-2


Le prime righe

I - MENTRE SCORRONO I TITOLI DI TESTA
ESTERNO NOTTE - STRADA A DUE CORSIE

Una fluida soggettiva illuminata dai fari di un'automobile. Stiamo viaggiando lungo una vecchia strada a due corsie che attraversa un desolato paesaggio desertico. Questa inquietante soggettiva continua per tutta la durata dei titoli di testa. Poi, quando i titoli sono finiti, i fari dell'auto sembrano diventare più deboli e in breve ci troviamo a viaggiare nel buio.

Dissolvenza.
Assolvenza:

2 - INTERNO GIORNO - CASA DEI MADISON - CAMERA DA LETTO

Nell'oscurità, un uomo, Fred, è seduto su un letto e fuma una sigaretta. È di schiena, ma ogni volta che aspira una boccata la brace illumina la sua faccia, che si riflette nello specchio sulla parete di fronte. Nel buio, sentiamo il ronzio del motore che aziona la tenda di un'ampia finestra fuori campo. Via via che la tenda si apre, una luce tagliente invade la stanza e tutto diventa chiaro. Fred indossa pigiama e vestaglia, è mattino presto.

PRIMO PIANO: il riflesso allo specchio della faccia di Fred - espressione assente; i lineamenti oscurati o distorti dal fumo della sigaretta.

PRIMO PIANO: la faccia di Fred - tirata, con la barba lunga, gli occhi inespressivi, appannati. Fred ha trentadue anni e i capelli scuri.

Qualcuno suona alla porta, Fred solleva lo sguardo, il rumore del campanello lo ha fatto trasalire. Guarda l'orologio digitale: sono le 5.30 del mattino.

Fred si alza e si dirige verso un citofono, sulla parete accanto allo specchio. Preme un bottone.

VOCE AL CITOFONO: Dick Laurent è morto.

Fred esce dalla camera e sale al piano di sopra. Si affaccia a una stretta finestra, ma non riesce a vedere la porta d'ingresso. Si avvicina allora a un'ampia finestra che dà sulla strada. Alla porta non c'è nessuno.

© 1998, RCS Libri S.p.A.


Gli autori
David Lynch (Missoula, Montana, 1946), regista di culto, ha raggiunto un clamoroso successo di critica e di pubblico realizzando capolavori come The Elephant Man, Velluto Blu, Cuore selvaggio, con cui ha vinto la Palma d'Oro al Festival di Cannes. È inoltre l'ideatore di Twin Peaks, il serial che negli anni '90 ha rivoluzionato il modo di fare televisione.

Barry Gifford (Chicago, 1946) è uno dei nomi di punta della letteratura americana contemporanea, autore del romanzo Cuore selvaggio da cui Lynch ha tratto il film omonimo. Sono stati pubblicati da Bompiani, Gente di notte e il racconto La passione di Hypolite Cortez, la raccolta di racconti Storie selvagge, i romanzi Baby Cat-Face e Alzati e cammina e il libretto per opera Madrugada.



Cristina Morozzi
Oggetti risorti
Quando i rifiuti prendono forma

"Il riuso di cui vogliamo parlare non deriva dalla penuria, ma dall'eccesso. Quell'eccesso che diventa rifiuto e che rischia di sommergerci, se non troviamo una via creativa allo smaltimento."


Il nostro rapporto con la natura è spesso mistificatorio, anche gli ecologisti tendono a concepire un'idea astratta di ripristino di ciò che l'uomo ha corrotto che non ha alcuna attinenza con la realtà: nulla in natura è immutabile, quindi nulla può ritornare come prima. I rifiuti, nei paesi opulenti, sono diventati un grosso affare economico, il riciclaggio ormai rende più che lo spaccio della droga e non a caso la mafia sta entrando prepotentemente in questo giro d'affari. Ma i rifiuti possono offrire una fonte anche sorprendente per l'arte contemporanea: il design, la moda, la scultura traggono da materiale riciclato una nuova creatività. I rifiuti quindi come "origine di vita, metodo per sopravvivere" e non ricerca di oggetti trash da esporre in salotti postmoderni.
Negli ultimissimi anni si sono già potute osservare delle creazioni artistiche derivanti da questa cultura e la parte iconografica del libro ce ne dà interessanti esempi. La capacità di trasformazione della natura e la natura stessa perennemente dinamica e "mutante" è ben presente nella mostra Mutans materials, ideata da una giovane architetto italiano , Paola Antonelli, curatrice del settore design del museo al Moma di New York . Nella mostra sono evidenziate le trasformazioni che materiali tradizionali hanno avuto, anche grazie ai processi di ingegneria genetica, e le nuove e inimmaginate prospettive del design.
Nascono nuovi artisti, nuove avanguardie, un nuovo gusto e una nuova estetica e tutto ciò anche come conseguenza di una sensibilità diversa e collettiva che vede nella sostenibilità dello sviluppo e nel concetto di "cura" dell'ambiente i suoi capisaldi. L'uomo non può più essere predatore, se non vuole autodistruggersi, non può più giudicarsi superiore e padrone delle altre realtà esistenti, pena la propria scomparsa. Da ciò deriva l'estetica trash, o il riuso di materiali poveri, ormai però da considerarsi preziosi, come il cartone o la plastica. La creatività umana saprà ben esprimersi dando una seconda vita agli oggetti, la rinascita di ciò che si credeva morto è in sé una prerogativa divina e a questa forma di divinità può oggi aspirare l'artista.


Oggetti risorti. Quando i rifiuti prendono forma di Cristina Morozzi
Pag. 169, Lire 22.000 - Edizioni Costa & Nolan (I turbamenti dell'arte)
ISBN 88-7648-322-5


Le prime righe

Chiudere il cerchio

Uso e riuso

"Chiudere il cerchio. Progetto, prodotto, ambiente" era il titolo di un convegno tenutosi al Politecnico di Milano nel 1990. L'attualità delle tematiche proposte in quell'occasione l'hanno fatto diventare parola d'ordine. "Chiudere il cerchio" da titolo azzeccato si è tramutato in imperativo etico per quanti, sempre più numerosi, iniziavano a prendere coscienza dei limiti dello sviluppo.
E il limite, con tutte le sue angosce, si è insinuato in una condizione proiettata verso un progresso che appariva illimitato, quasi una fuga all'infinito verso situazioni espansive. È stato un campanello d'allarme che suonava stonato, perché rappresentava una brusca frenata; un richiamo che sapeva di reazione per quanti consideravano come unica e democratica la politica dello sviluppo.
Fermarsi, smettere di produrre, di consumare, di rapinare e imparare a conservare con la saggezza dei tempi poveri, quando le cose non erano troppe, ma troppo poche, era un avvertimento che pareva insensato alla fine degli anni Ottanta, epoca di ogni boom.
Ma lo stato di crisi dell'ambiente, prima ignorato come affare che non riguardava direttamente ciascuno di noi, ma l'Umano nella sua genericità, poi patito personalmente per via dei fumi malsani, dei cumuli di spazzatura, delle acque inquinate, eccetera, ha aperto una breccia nella levigata fiducia nel progresso, ormai medaglia a due facce.
Ogni trasformazione consentita dalle nuove tecnologie produce un arricchimento, ma parallelamente genera un impoverimento; lo sviluppo dell'artificiale comporta la corruzione del naturale. Alla progressiva smaterializzazione consentita dalla tecnologia avanzata corrisponde la materialità non voluta, ma subita, prodotta dalla densità di persone, cose, rifiuti.
"Chiudere il cerchio" significa farsi carico di quanto si disperde; prendere coscienza del fatto che ogni creazione comporta una dissipazione; che le cose materiali muoiono lasciando il loro carico di scorie e che queste potrebbero diventare nuova materia se il progetto, sinora impegnato solo nella produzione di nuovi prodotti, mediante il sistematico depauperamento delle risorse, si facesse carico del riuso, cercando non solo di far nascere oggetti, ma anche di farli risorgere.

© 1998, Costa & Nolan srl


L'autrice
Cristina Morozzi è nata a Firenze nel 1943, è titolare della rubrica Design nel mensile di arredamento "Casaviva" e collabora con molte riviste internazionali.



Francesco Varanini
Viaggio letterario in America Latina

"Viaggi immaginari e veri viaggi compiuti da capitani coraggiosi; luoghi sognati da lontano, terre conquistate e saccheggiate, paraggi meravigliosi e luoghi inospitali; un continuo andirivieni dall'Europa all'America e viceversa: le tracce dei passi di infiniti viaggiatori come invito a scegliere un proprio percorso."


Un ampio testo di critica letteraria che può essere letto quasi come un romanzo. Il fascino che per i lettori italiani ha sempre avuto la letteratura latino-americana può essere interpretato, dice l'autore nell'Introduzione, come amore verso un luogo tipico del "viaggio"; il bisogno di lontananza, di altro, trova infatti una adeguata risposta in tanti romanzi di autori latino-americani. Ma chi davvero ha fatto presa sulle nostre sensibilità di europei, ha sconfitto la nostra malinconica razionalità ed è diventato non solo uno straordinario successo editoriale, ma il simbolo di una intera cultura e di una terra è Gabo, cioè Gabriel García Márquez, con Cent'anni di solitudine. L'analisi piuttosto dissacrante che viene fatta del successo di un autore e di uno stile può colpire il lettore, soprattutto il più ingenuo, ma è un utile modo per crearsi degli strumenti di comprensione un po' più sofisticati. Altro invece è l'approccio all'opera e alla personalità di Borges, infatti verranno analizzati soprattutto i critici che lo hanno studiato e i testi o gli articoli su un autore che (Varanini si chiede però chi oggi lo sappia) è stato fonte di tante tematiche di Eco o di Calvino. Se il messaggio peculiare di Borges sta "nell'organizzazione dei frammenti; organizzazione attraverso la quale i frammenti acquistano significato. Se infatti i materiali sono tendenzialmente irrilevanti (e illusori, e infiniti), ciò che conta è come i materiali vengono articolati in sistema", proprio le forme editoriali delle sue opere assumono estrema rilevanza critica.
Nell'ultima parte del saggio l'autore approfondisce l'analisi delle motivazioni del successo europeo delle opere latino-americane. Se autori come Conrad o Conan Doyle avevano già scritto romanzi in cui era possibile trovare "l'esotico", perché mai tanta sorpresa e tanta passione davanti ai testi di Márquez o di Fuentes? Ancora una volta è il viaggio che affascina, è lo sguardo del conquistatore su di un mondo vergine, è l'estremo a portata di pagina che dà ebbrezza e incanta, è una tappa verso la purezza originaria, "l'infinita biblioteca" e il "repertorio inesauribile" di luoghi sognati che viene ritrovato parola dopo parola, romanzo dopo romanzo nei più letti scrittori caraibici o andini.


Viaggio letterario in America Latina di Francesco Varanini
Pag. 501, Lire 64.000 - Edizioni Marsilio (Saggi)
ISBN 88-317-6705-4


Le prime righe

I
GABO E LA GENERAZIONE DEL BOOM

Non è una regola infallibile, ma per principio
diffido dei libri che piacciono a tutti
JOSÉ LEZAMA LIMA


LA CARRIERA DI UN "PATÁN"
O delle debolezze di Gabriel García Márquez intese come ragione del suo successo


I. FUGGIRE A MACONDO


Come dall'America Latina era venuta la nuova via castrista alla rivoluzione, poteva ben venire una nuova narrativa. Così si affermò nei primi anni sessanta una generazione di scrittori latinoamericani - la cosiddetta "generazione del boom".
Di fronte a questo fenomeno l'industria editoriale europea seppe mostrarsi attenta: non mancarono né le rapide traduzioni né il battage pubblicitario. Ma mancava ancora il romanzo-segno-dell'epoca, il romanzo in grado di coniugare l'esotismo con l'impegno politico, il romanzo che avrebbe strappato i lettori dal grigiore della saggistica marxista.
Un romanzo così, Fuentes - il caposcuola di quella generazione, ipercolto, aristocratico - non sarebbe mai arrivato a scriverlo. Anche La muerte di Artemio Cruz, la sua opera forse più felice, certo quella di maggior successo in Europa, dove pure non mancano né gli sfondi esotici né l'impegno politico, resta troppo ostica. Appesantita da artifici letterari raffinati, ma eccessivamente compiaciuti; di difficile lettura in particolare per il lettore straniero, al quale sfuggono i riferimenti storici, e il senso vero di troppe parole e troppe locuzioni, quasi intraducibili.
A scrivere quel grande romanzo non era riuscito il giovanissimo Vargas Llosa. La ciudad y los perros, romanzo di formazione ambientato in un collegio militare alla periferia di Lima, subito premiato in Europa, è ammirato dalla critica per la perfetta costruzione. Ma è del tutto privo di connotazione esotica, di rinvii ai nuovi orizzonti latinoamericani - il romanzo, in fondo, avrebbe potuto essere ambientato in Europa.
Non c'era riuscito nemmeno Cabrera Infante. Come La ciudad y los perros, Tres tristes tigres racconta della formazione di un giovane di origini modeste. Il luogo è l'Avana negli anni cinquanta, alberghi di lusso e vita notturna per gringos in vacanza, mentre la guerriglia castrista cresce sulla Sierra Maestra.

© 1998, Marsilio Editore S.p.a.


L'autore
Francesco Varanini ha lavorato come antropologo in Ecuador. Consulente strategico di importanti aziende, giornalista, è soprattutto studioso appassionato di narrativa latinoamericana, cui ha dedicato incisivi interventi.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




28 agosto 1998