Gabriella Cella Al-Chamali
Yoga-Ratna. Il gioiello dello yoga

"Quell'India che mi ha fatto il grande dono di poter attingere direttamente alla sua fonte lo yoga, una disciplina tanto forte e affascinante da essere, dopo millenni, ancora attuale e seguita da migliaia di persone nel mondo intero: lo yoga, che ha completamente trasformato la mia vita e che vorrei tutti potessero conoscere."


Nei mesi estivi, per vari motivi, si ha generalmente più tempo per dedicarsi alla cura del proprio fisico e dell'anima. Per farlo in maniera non superficiale, per gettare le basi di un benessere psico-fisico destinato a durare, di un'abitudine di vita che può essere mantenuta nel tempo, vi suggeriamo la lettura di un libriccino, piccolo, leggero, ma "intenso". La materia che si affronta è lo yoga, ma non come semplice elenco di esercizi fisici, non nella sua veste di "ginnastica alternativa", ma nella sua visione più complessa di cammino dell'individuo verso un equilibrio generale e verso una nuova consapevolezza. L'autrice è maestra yoga e questo lavoro è, come afferma lei stessa nella Premessa, "il frutto di ventisette anni di ricerca, attuata prima di tutto su me stessa, continuata poi su centinaia di allievi e coadiuvata da numerosi viaggi e lunghi soggiorni in India".
Il saggio è diviso in tre grandi capitoli. Nel primo vengono analizzati i simboli nella pratica dello yoga (i cakra, i mantra e i bija-mantra), premessa fondamentale per comprendere la concezione filosofica che ha dato vita a questa disciplina. Nel secondo si analizza il passaggio dal corpo fisico (sthula-sarira) al corpo sottile (linga-sarira). Dopo queste due premesse generali si arriva al vero cuore del volume, con La ghirlanda delle posizioni yoga. Delle posizioni vengono descritte l'esecuzione, le proprietà, i benefici, le controindicazioni e le implicazioni simboliche, al fine di accostarsi a questa disciplina con maggiore consapevolezza.
Dal testo emerge l'immagine complessiva di una disciplina non rigida, ma mutevole, in cui "la scelta migliore sarà sempre affidata alla vostra sensibilità", sia per ciò che riguarda le posizioni da assumere che i tempi e gli orari in cui dedicarsi allo yoga. "Non prendere ogni parola rigidamente, e non chiudersi in una forma fissa, fa parte dello yoga, in quanto disciplina che tende all'espansione della mente".


Yoga-ratna. Il gioiello dello yoga di Gabriella Cella Al-Chamali
191 pag., Lit. 13.000 - Edizioni Feltrinelli (Universale Economica Feltrinelli n. 1504)
ISBN 88-07-81504-4


Le prime righe

Introduzione

Lo yoga è una disciplina di vita, che si basa sul concetto fondamentale di "unione"; la parola stessa "yoga", ha il significato di "unificazione", "congiunzione", "soggiogamento".
Nell'essere umano, questa unione deve avvenire fra tre componenti:
corpo - mente - anima
sarira - manas - atman

e attraverso sei organi di percezione, jñanendriya:
olfatto - gusto - vista - tatto - udito - sensazione
gandha - rasa - rupa - sparsa - sabda - atman

Con "sensazione" si intende ciò che si riesce a percepire nel profondo, e che permette di "sentire" gli altri e di provare le loro stesse sensazioni, così da entrare in comunione con l'"anima". È un concetto non facile da tradurre in parole, ma che può essere ben compreso da chi abbia percorso un sincero cammino di ricerca verso la conoscenza.

Le tre componenti e i sei organi di percezione costituiscono le nove "vie di comunicazione" tra il microcosmo donna/uomo e il macrocosmo che li circonda:
il naso, nasa, veicola gli odori ed è relato alla terra, bhumi; la lingua, jihva, veicola i sapori ed è relata all'acqua, jala; l'occhio, caksus, veicola i colori ed è relato al fuoco, agni; la pelle, tvac, veicola le sensazioni fisiche ed è relata all'aria, vata; l'orecchio, sruti, veicola i suoi ed è relato all'etere, akasa; lo spirito, atman, veicola le sensazioni profonde ed è relato allo spazio, akasa (spazio ed etere possono infatti indicarsi, in sanscrito, con il medesimo termine).

© 1998, Giangiacomo Feltrinelli


L'autrice
Gabriella Cella Al-Chamali, maestra yoga, ha studiato presso lo Yoga Vedanta Forest Academy Himalayas di Swami Sivananda, in India, perfezionandosi annualmente con diverse scuole. Nel 1991 ha fondato la Scuola Insegnanti Yoga Ratna e nel 1997 ha ottenuto il titolo onorifico di Yoga Chudamani (gemma dello yoga) dallo Vivekananda Yogasana Kentra di Kalady nel Kerala. Attualmente, vive sulle colline piacentine. Ha pubblicato tra l'altro: Yoga e salute; Yoga; Respirazione, distacco, concentrazione, meditazione; Ayurveda e salute; Yoga e maternità; I suoni dei chakra.



Jim Crace
Il diavolo nel deserto

"Questo viaggiatore si chiamava Gesù, veniva dalle valli a nord, fresche e fertili, era un galileo, e per niente avvezzo a privazioni di quel genere."


Giudea, circa duemila anni orsono.
Inizia con l'attesa di una morte, tragica, vissuta come momento di rinascita per chi sopravvive, questo romanzo originale di Jim Crace, autore sinora quasi sconosciuto in Italia. Lei, Miri, attende la morte del marito, violento e non amato, da sola, abbandonata dai compagni della carovana di mercanti di cui lei e il consorte, Musa, facevano parte. Miri attende anche una vita nuova, un bambino che nascerà tra pochi mesi. Nel deserto sembra non vi sia nulla tranne la tenda dove giace il moribondo; invece silenziosamente appaiono alcuni personaggi, giunti sino lì per pregare, digiunare quaranta giorni e rifugiarsi in meditazione nelle caverne. Tra questi viaggiatori pellegrini compaiono Shim, alla ricerca dell'illuminazione, Aphas, malato di cancro che chiede perdono e salvezza e Marta, donna sterile in un mondo in cui la fertilità è l'unica dote che una moglie debba avere. Arriva anche Gesù, entra nella tenda, si abbevera approfittando del mutismo dell'ammalato (che, da sano, non gli avrebbe certo permesso di bere la sua acqua) e, per ringraziarlo, quasi involontariamente lo guarisce toccandolo. Ma Musa è l'incarnazione del male, è un'anima persa e velenosa, che appena si sente meglio ricomincia le sue violenze, mentre Gesù è poco più di un adolescente, abituato a una vita tranquilla e quasi impreparato alle difficoltà del deserto, della sete e della fame e alla malvagità umana. Musa cercherà di fargli interrompere il digiuno, tentandolo come il demonio.
Una narrazione delle tentazioni del deserto in chiave del tutto nuova, molto moderna, quasi una metafora dell'odierna condizione umana e delle difficoltà di vivere nel rispetto di Dio e del prossimo, quando il prossimo è l'incarnazione del diavolo, prepotente, avido e feroce.
Con questo romanzo l'autore è stato finalista al Booker prize for fiction 1997 e ha vinto il Whitebread Prize.


Il diavolo nel deserto di Jim Crace
Titolo originale dell'opera: Quarantine

Traduzione di Laura Noulian
269 pag., Lit. 28.000 - Edizioni Ugo Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-072-X


Le prime righe

1

Il marito di Miri stava gridando nel sonno: non parole che lei potesse intendere ma sussultanti fanfare di dolore. Quando, alla fine, lei accese una lampada per capire cosa lo tormentasse, vide che aveva la lingua nera, asciutta e fuligginosa. Sentì l'odore d'uovo del pranzo del diavolo che gli infocava il fiato; udì il crepitio delle fascine del diavolo nella sua tosse. Miri mise una mano sul torace del marito; era molle, umido e bollente, come il pane fresco. Musa, suo marito, stava bruciando vivo. Una buona notizia.
Per quanto le era possibile, cercò di essere ligia ai suoi doveri. Si sedette a gambe incrociate, lì, nella loro tenda, con la nuca di Musa posata sulle proprie caviglie gonfie come su un cuscino, la testa di lui sollevata dal nuovo gonfiore del suo ventre, e cercò di fargli uscire la febbre dal petto allettandola con l'incenso e coi canti. Musa ricevette le cure che lei - incinta di cinque mesi, e sofferente di alcuni disturbi - avrebbe meritato per sé. Gli deterse la fronte con un panno umido. Gli massaggiò le palpebre e le labbra con acqua e miele. Tenne lontane le mosche. Cantò le litanie per tutta la notte. Ma la febbre fu sorda. O, forse, la febbre aveva l'orecchio fino: forse aveva origliato le preghiere più segrete di Miri e sapeva che la morte di Musa non le sarebbe stata intollerabile. La morte di Musa per lei sarebbe stata una liberazione.
Al mattino Musa era rigido e secco come cuoio, ma - cocciuto fino all'ultimo - ancora fievolmente aggrappato alla vita. I suoi familiari e gli altri, gli uomini più anziani della carovana, vennero a baciargli la fronte e a biascicare il loro rimorso per non averlo trattato con maggior pazienza quando era in buona salute. Appena odorarono e assaporarono l'amarezza della sua pelle e videro la cinerea nerezza della sua bocca, scossero la testa, sbatterono leggermente le palpebre e cominciarono a calcolare i profitti extra che avrebbero ricavato vendendo sottobanco la mercanzia di Musa. Musa stava pagando caro, dissero i suoi zii, l'avere dormito sulla schiena senza un panno sulla faccia. Che modo idiota di morire. Durante la notte un diavolo gli era entrato dentro la bocca aperta e aveva acceso un fuoco sotto le sue costole. I diavoli erano come chiunque altro; o riuscivano a scaldarsi o perivano nel gelo del deserto. Ecco che Musa aveva offerto alloggio alla febbre del diavolo. Non poteva campare più di un giorno o due: se poi se la cavava, sarebbe stato un prodigio. E non di quelli auspicati.

© 1998, Ugo Guanda Editore


L'autore
Jim Crace è nato nel 1946 e vive a Birmingham. Ha collaborato al "Sunday Times" e al "Telegraph Magazine". Continent, il suo primo romanzo, è uscito in Inghilterra nel 1986. Il diavolo nel deserto è il quinto libro da lui pubblicato.



Germano Squinzi
Una carezza incondizionata (salverà il mondo)

"L'Analisi transazionale ha scelto il termine 'Carezza' per indicare, oltre alle coccole fisiche, tutte le attenzioni che rivolgiamo a un'altra persona."


Il libro di Squinzi descrive con un linguaggio vivace e semplice quanto sia importante nella vita di ognuno di noi la relazione che fin dai primi giorni instauriamo con le persone che ci circondano. Prima bambini, poi adolescenti, quindi adulti, tutto si gioca sul rapporto, tutto si determina dalla capacità di chi si mette in relazione con noi di distruggere o di sollecitare le energie positive che abbiamo. Un genitore repressivo o eccessivamente "normativo" sicuramente renderà "adattato" il bambino che sta educando, e questo farà sì che apparentemente il livello di scontro sociale o personale dell'"educando" sia bassissimo, ma, nello stesso tempo, che anche la sua autostima sia del tutto scarsa. Se poi la reattività dell'individuo verrà stimolata, se cioè si insegna a qualcuno che l'unico modo per affermarsi è vincere a braccio di ferro, soprattutto con un avversario molto forte, allora l'aggressività aumenta e le relazioni saranno solo di competizione. Tutt'altra cosa è invece la pratica della "carezza"... Dentro di noi, anche una volta adulti, continuano a sopravvivere "il bambino adattato", "il genitore normativo", quello che l'autore definisce "ti ho beccato, figlio di puttana!", o "il mio è meglio del tuo", tutti modi di essere che di certo ci complicano la vita e ci rendono molto più soli sulla terra.
La difficile prova di vita che Squinzi ha affrontato (lunghi anni nel penitenziario di Porto Azzurro per aver tentato di uccidere una persona, dopo una vita da affermato imprenditore), la sua capacità di reagire all'ambiente circostante, infine l'elaborazione intellettuale da lui compiuta gli hanno permesso di arrivare alla conclusione che la vita può essere "una festa" e che è possibile far trionfare il "Bambino meraviglioso" che ognuno ha dentro di sé conquistandoci nello stesso tempo anche l'amore e la stima degli altri.
La citazione di Dale Carnegie ("Si prendono più mosche con una goccia di miele che con un litro di fiele") è indicativa di come si potrebbe vivere: una carezza salverà il mondo, e forse più semplicemente salverà il nostro benessere e la nostra serenità.


Una Carezza Incondizionata (salverà il mondo) di Germano Squinzi
Pag. 240, Lire 22.000 - Edizioni Bompiani (Le Chiavi)
ISBN 88-452-3091-0


Le prime righe



"Si è soli con tutto ciò che si ama."
Novalis

Mi è sempre piaciuta la storia dei due porcospini che si incontrano mentre stanno vagando sotto una tormenta di neve. I porcospini si scrutano, quasi congelati, e capiscono che se non vogliono morire per il freddo hanno bisogno l'uno dell'altro. E così, per scaldarsi, si uniscono schiena contro schiena. E si pungono.
Allora si allontanano, però fa troppo freddo, e così tornano ad accostarsi. E si pungono.
Dopo molti tentativi riescono a trovare la distanza giusta, quella che permette loro di scambiarsi un po' di calore: abbastanza per sopravvivere senza ferirsi. Ma lamentandosi per il freddo. Perché la distanza ideale non esiste o, ancor meglio, basta la minima distanza per sentirsi soli. E quando si è soli, si ha freddo anche d'estate. Avrebbero fatto meglio, i due porcospini, ad avvicinare i pancini morbidi e caldi senza paura di farsi male.
È quello che vorremmo tutti noi: avvicinarci agli altri senza essere costretti a scrutarli per decidere se comportarci in modo ostile o cordiale perché, comunque, potremo contare sulla loro comprensione. E invece, quasi sempre, non riusciamo a comunicare con gli altri come vorremmo. Così il mondo si trasforma nel regno del malinteso e dell'incomunicabilità, in cui ci sentiamo soli, incompresi, abbandonati al nostro destino. E per non subire i comportamenti imprevedibili e spesso ostili delle persone che ci circondano, ci siamo costruiti un sommergibile personale nel quale vivere.
Quasi sempre in immersione. Perché ogni volta che siamo emersi, che ci siamo lasciati andare, che ci siamo fidati di qualcuno, siamo stati bersagliati con missili prima e bombe di profondità poi.
Mentre ripariamo le avarie, arriviamo perfino a chiederci quanto siamo affezionati alle persone che dovrebbero essere vicine o vicinissime a noi. Perché troppe volte ci sentiamo incompresi anche da loro.
Torniamo da un viaggio meraviglioso - due settimane a Las Vegas - e vogliamo dividere la nostra gioia con un amico. Ma, appena cominciamo a raccontare, il nostro entusiasmo viene mortificato: "Come, hai dormito al Mirage... e non al Luxor? Non sai cosa ti sei perso." E il nostro amico, senza neppure accorgersene, seppellisce la nostra gioia spiegandoci cos'era giusto fare a Las Vegas. O ci spiega che d'estate la gente "in" va ad Atlantic City. Come ha fatto lui.

© 1998, RCS Libri S.p.A.


L'autore
Germano Squinzi è nato a Limbiate (Milano) nel 1943. Ha riscoperto l'Analisi Transazionale reinterpretandola in chiave nuova e originale. La stesura di Una carezza incondizionata (salverà il mondo) gli ha richiesto tre anni e mezzo di lavoro e uno studio che lo ha portato a leggere più di ottomila volumi.



Tiziano Terzani
In Asia

"Bisogna capire i cambogiani: sono buddhisti, non si ribellano. Se una bomba brucia loro la casa, si gettano le ceneri sul capo e si chiedono che cosa hanno fatto di male nella loro vita precedente per meritarsi ora questa sventura."


È una raccolta di articoli scritti da Terzani in inglese, tedesco o italiano e pubblicati sui giornali di tutta Europa, in un lasso di tempo che va dal 1965 al 1997. Ne emerge un ricco quadro dell'Asia, della sua storia spesso così drammatica e della sua popolazione di cui la cultura e la mentalità rimangono, per noi occidentali, ancora ben poco conosciute.
Dalla guerra del Vietnam alla memoria di Hiroshima, dai Khmer rossi della Cambogia al modernissimo Giappone con la sua pulsione alla morte, via via fino alle Filippine, alla gioiosa cacciata di Marcos e le danze nei palazzi del dittatore, a quel posto incredibile che è Macao, "un viaggio nel tempo che finisce".
Bellissime sono le pagine dedicate alla Cina e intensissime nella loro drammaticità quelle che descrivono all'Occidente la strage di piazza Tienanmen. "Nemmeno il lutto è possibile. Pechino, città occupata, ha perso anche il diritto di piangere." Nella città in cui si è compiuta la strage di giovani inermi, che avevano osato, con le armi della democrazia, opporsi a un regime oppressivo, il silenzio e la paura dominano: neppure le madri osano portare i segni del lutto. E la propaganda poi schiaccia non più i corpi dei dissidenti, ma le anime dei cittadini; la televisione trasmette per ore le scene della cattura dei giovani ribelli, scherniti e denigrati; e gli abitanti abbassano la testa, si piegano, impauriti, convinti che le "grandi riforme" richiedano delle vittime.
Altre dittature, altre vittime, che magari non sono state piante dall'intera umanità come invece è avvenuto per gli studenti cinesi, ad esempio i massacri perpetrati in Birmania dalla feroce dittatura sono passati quasi del tutto inosservati in Occidente.
Il Giappone, comunque resta il Paese preso in considerazione più spesso da questo giornalista straordinario: il Giappone dall'economia rigogliosa e preoccupante e dalla popolazione che, ubbidiente e attivissima, cede all'organizzazione anche la propria fantasia, il proprio piacere e tutto il proprio tempo libero. Dice lo scrittore Shuichi Kato: "La scuola è efficientissima: riesce a trasformare piccoli esseri umani in tante foche ammaestrate", e così nascono questi "servi fedeli dello Stato e dell'industria" che garantiscono sia la pace sociale che una produzione industriale che non ha confronti.
Tutta l'ultima parte del volume è dedicata all'area che abbraccia l'India (dove Terzani vive dal 1994), il Pakistan, lo Sri Lanka. "L'India assale, prende alla gola, allo stomaco. L'unica cosa che non permette è di restarle indifferente", e questo è ciò che capita anche al lettore scorrendo le pagine che descrivono o la peste e la volontà pubblica di minimizzarne il pericolo, il terrore per le quotidiane stragi che avvengono in Pakistan, la morte così facile, quasi un gioco, a Batticaloa.


In Asia di Tiziano Terzani
Pag. 440, Lire 30.000 - Edizioni Longanesi (Il Cammeo n. 335)
ISBN 88-304-1482-4


Le prime righe


Dal 1958 al 1961 fui allievo del Collegio Giuridico della Scuola Normale a Pisa. Dopo la laurea passai sei mesi in Inghilterra e nel 1962 entrai all'Olivetti. Per un po' vendetti macchine per scrivere, per un po' stetti in fabbrica, poi fui messo a lavorare nell'Ufficio del personale estero. Nel 1965, avevo 27 anni, venni mandato in Giappone per tenere corsi nell'azienda laggiù. Sulla via di Tokyo, mi fermai un giorno a Bangkok. Fu la prima volta che misi piede in Asia. Mi colpì lo splendore delle bouganville. A Tokyo usai ogni momento libero per esplorare la città e per scrivere ad Angela le mie prime impressioni.
La prima volta

Tokyo, 4 gennaio 1965

MOGLIE mia carissima,
dopo la serena incoscienza dell'addio eccomi qua: in Giappone... Il moderno rende tutto piatto e la civiltà tutto civile. Sono sceso a Tokyo come sarei sceso a Milano. L'albergo può essere come uno a Stoccolma e l'accoglienza Olivetti standard come a Lisbona o all'Aja. Dalla finestra su cui ticchetta una pioggia leggera e insistente vedo una distesa di case basse e una strada ancora deserta. Vorrei solo scappare da questa assopente tranquillità degli alberghi per manager, che possono lavarsi qui con lo stesso sapone che a Toronto, per scorrazzare a piedi per questa grigia pianura di case. Vorrei liberarmi di questa corazza protettiva che rende tutto attorno a me facile e sorridente.

Tokyo, 6 gennaio 1965

... Ho mangiato per la prima volta in un ristorante giapponese divertendo tutti i miei vicini con la mia ostinazione a usare i bastoncini. Non fosse stato per una famigliola che mi sedeva davanti e di cui ho cercato d'imitare ogni gesto, avrei finito per pagare il conto senza aver toccato che qualche chicco di riso. Qui non solo gli strumenti e gli oggetti del mangiare sono diversi, ma anche il modo in cui questi vengono disposti sulla tavola: non ci sono piatti, ma ciotole in cui galleggia qualcosa... La fine e l'inizio dell'anno si celebrano qui con una sorta di grande saturnale che dura due settimane: le strade sono coronate di paglia di riso, le donne portano kimono da festa, le macchine fanno sventolare bandierine cariche di affascinanti iscrizioni che non capisco. Negli uffici si beve birra e si mangia da scatole di legno ben confezionate e decorate con fiori e ideogrammi.

© 1998, Longanesi & C.


L'autore
Tiziano Terzani è nato a Firenze nel 1938 e dal 1971 è corrispondente dall'Asia per il settimanale tedesco "Der Spiegel". È vissuto a Singapore, Hong Kong, Pechino, Tokyo e Bangkok. È inoltre collaboratore del "Corriere della Sera". Nel 1994 si è stabilito in India con la moglie Angela Staude, scrittrice e i due figli. Ha pubblicato: Pelle di leopardo, dedicato alla guerra in Vietnam; Giai Phong! La liberazione di Saigon; Holocaust in Kambodscha; La porta proibita; Buonanotte, Signor Lenin; Un indovino mi disse. Nel 1997 a Tiziano Terzani è stato attribuito il "Premio Luigi Barzini all'inviato speciale".



Nicoletta Vallorani
Cuore meticcio

"Senti Zoe: tua sorella sta negli Stati Uniti dopo che quasi quasi si sposava un maniaco omicida, la tua nipote più grande studia da Einstein, naviga su Internet e al gabinetto legge i filosofi greci, quella più piccola cattura scarafaggi e li dipinge con lo smalto rosa fucsia e tua nonna si è appena fatta i colpi di sole e ha scoperto gli abitini strech."


La frase che precede descrive in modo molto chiaro il mondo della protagonista del romanzo e lo stile divertente e divertito della Vallorani. Un giallo che prevede un serial killer, un'investigatrice, un ambiente (quello ospedaliero) perfettamente consono al clima del delitto, eppure questo è un romanzo prevalentemente divertente, in cui ironia, intelligenza e buon gusto si alternano in perfette combinazioni, in cui la morte è onnipresente, ma è una specie di compagna fastidiosa e irriverente a cui contrapporre la vitalità di nonne completamente matte, gravide indomabili e fanciulle scatenate. La scelta di aprire il romanzo con il capitolo finale è poi davvero curiosa.
Interessante è anche la fotografia di una città che sta diventando, suo malgrado, multietnica, in cui l'arabo si alterna all'italiano ormai senza che crei stupore, in cui le culture si giustappongono e si sommano in modo del tutto spontaneo. Milano, la città della moda, nel romanzo vede ragazze sovrappeso e giubbotti di pelle nera con borchie, ma anche ginecologhe in abiti frivolissimi, calze a rete e gonne stretch, così sexy e perturbanti da far dimenticare che chi le indossa è un ispettore.
"La vita è un contagio linguistico" e infatti non sempre i dialoghi chiarificano i rapporti tra i personaggi; per le nipotine di Zoe, Angelica e Paula, poi, le parole diventano delle vere armi. Il linguaggio giovanile e il gergo metropolitano trovano in questo romanzo un uso non forzato e stucchevole, ma sono il reale strumento di comunicazione di chi vive dentro il clima di questa città, spesso così diversa da quella che le cronache o l'ufficialità tendono a descrivere.
La pancia che continua a crescere di Lupin, amica di Zoe fin dai tempi di La fidanzata di Zorro, e che certo non ne frena l'energia, il dialogo che ogni tanto si crea con la bimba inquilina di quella pancia, fanno da motivi conduttori al libro, fino all'inevitabile conclusione della gravidanza, in situazioni sicuramente particolari e rocambolesche.


Cuore meticcio di Nicoletta Vallorani
Pag. 194, Lire 20.000 - Edizioni Marcos y Marcos (Gli Alianti n. 52)
ISBN 88-7168-187-8


Le prime righe

Fine


Nonostante le mie insistenze, Scarafaggi se ne andò un mattino di ottobre alle cinque.
Il suo amico Iosonomagicjohnson morì un mese dopo, con Agata in braccio e un sorriso da cestista all'apice della fama sulle labbra. Bingo rotolò giù dal letto parecchie volte mentre cercava di dimostrarci che poteva farcela da solo e Almudena, che di nome vero si chiamava Pablo Ramundo, era già tutta fredda, tranne le mani, un'ora prima di tirare le cuoia. Alice aveva paura e perciò cantava canzoni di chiesa sperando di farsi coraggio. E Ahab, che come si chiamava davvero non l'ho mai saputo, cercava di arpionare qualunque medico gli venisse vicino con una specie di uncino casereccio che si era costruito da solo, dopo che stare male lo aveva mandato fuori di testa.
In tutto questo navigava Scarafaggi quando decise di buttare l'ancora, una volta per tutte. Fu molto dignitoso. Disse: "'fanculo la flebo. Be', io vado. Ciao, Zo'". Poi chiuse gli occhi.
Gli facemmo un bel funerale, io e Lupin. Agata urlò per tutto il tempo, come non aveva mai fatto nei suoi primi tre mesi di vita. Lupin raccontò a chiunque gli capitasse a tiro che io ero la vedova, e Dio sa quanto mi sarebbe piaciuto. Parilù, invece, rimase in fondo alla chiesa a intrecciare le dita alle bambine e a occuparsi della psychononna, in costume iperbolico, come al solito. Intanto Glenda voce di fumo cantava da far piangere gli angeli; era piuttosto commovente anche per noi mortali, sicché il parroco, uomo di raro buonsenso, evitò di commentare la scollatura del suo vestito nero, che le arrivava più o meno sopra il bordo delle mutande e lasciava in bella vista l'altra sua caratteristica degna d'ammirazione, oltre alla voce.
In coda alla funzione, Mestizo disse: "Brauchen sie Mestizo clamàr si pouvez one or two pelotas?" nessuno capì niente e nessuno commentò. Senza sorridere, perché non c'era motivo di farlo, Mestizo se ne tornò al suq.
Insomma, ogni cosa andò come doveva andare.
Forse l'unica che non s'immaginava che sarebbe finita così ero io. Del resto, in questa faccenda ero tutt'altro che obiettiva.
Quell'inverno ingrassai sette chili, mi feci tagliare i capelli quattro volte e andai al lavoro scordando la divisa da netturbino per due settimane di fila, ma mi perdonarono.

© 1998, Marcos y Marcos


L'autrice
Nicoletta Vallorani è nata nel 1959 a San Benedetto del Tronto, e vive a Milano, dove insegna e traduce. Nel 1992 ha vinto il premio Mondadori-Urania con Il cuore finto di Dr, e successivamente ha pubblicato Dentro la notte e ciao, La fidanzata di Zorro e vari testi per bambini. I suoi testi sono pubblicati in Francia da Gallimard.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




31 luglio 1998