Enrico Deaglio
Lontano e a zonzo

"Raccontare storie, mettere insieme fatti, cercare di trasmettere emozioni che luoghi e persone comunicano, è un po' l'essenza del mestiere di giornalista."


Sono tante storie, stralci di vita qualunque, eventi piccoli che si trasformano nel corso della narrazione in altre storie e in altre ancora. Dalla sua esperienza di giornalista Deaglio ha tratto il piglio rapido ed efficace nel narrare, il gusto di certi particolari che sfuggono all'osservatore meno attento e l'arguta capacità di suscitare l'interesse del lettore anche intorno a fatti e persone assolutamente sconosciuti. Tra le tante storie raccontate alcune mi paiono gustose in modo particolare per il tema o per il personaggio che vi viene tratteggiato. Apre il libro una vicenda "assurda" per la mentalità di un europeo: il lungo itinerario attraverso il Texas di un cadavere imbalsamato sul sedile posteriore di una Cadillac guidata dal figlio amorevole, impegnato a rispettare il desiderio paterno di un lungo viaggio a bordo di questa mitica automobile. Dal racconto della vita di questo uomo e della sua famiglia emerge un quadro molto vivo di certa provincia americana e delle ferite, che ancora non si sono cicatrizzate, provocate dalla guerra del Vietnam. Estremamente stimolante è invece la descrizione della realtà catalana, di Barcellona in particolare, in un quadro di nuova "emigrazione": il piccolo imprenditore del Nordest che decide di trasferirsi in Catalogna e che fa venire a Deaglio, e sicuramente anche ai lettori, la gran voglia di seguirne l'esempio. Chiunque abbia recentemente visitato Barcellona ne ha infatti ricavata l'idea che quella città sia riuscita a compiere la metamorfosi in moderna ed efficiente metropoli senza dimenticare il piacere del bello e del divertimento, cosa sicuramente non riuscita in Italia.
L'Hôtel des Invalides a Parigi, vero "monumento del cameratismo crudele", ospita i reduci colpiti e feriti nelle varie guerre, dalle più antiche (ci sono ancora due ospiti che hanno preso parte alla Prima guerra mondiale) alle più recenti, come quella nella ex Jugoslavia. Il fotografo iraniano che è al centro della storia, ferito durante un tragico attentato in Israele, ospite da più di un anno dell'Hôtel des Invalides per la ricostruzione di una gamba, civile fra tanti militari, è riuscito durante il suo soggiorno a fotografare la Guerra, attraverso le mutilazioni e le sofferenze, il coraggio e la disperazione di chi ha combattuto, ha colpito e ne è stato colpito in modo irreversibile.
Deaglio poi parla di vicende italiane, risvolti dimenticati dalle cronache, assassini e vittime la cui notorietà è durata pochissimi giorni, soppiantata da più clamorosi intrighi ed eventi. Gli "eroici" lavoratori dell'obitorio di Napoli, eroici perché devono accogliere non solo l'ammazzato (la camorra in questi ultimi anni ha ripreso in modo intensissimo la sua attività criminale), ma anche i parenti del morto, in stato emotivo altissimo. Il racconto di questa "storia" ha fatto sì che il sindaco Bassolino e il Consiglio comunale di Napoli intervenissero per migliorare le condizioni di lavoro di questi straordinari necrofori a testimonianza di quanto sia importante far emergere tanto disagio esistente e difficile da sopportare anche se non denunciato in modo clamoroso.
Dalla Napoli più povera e disperata Deaglio sposta la sua attenzione al produttivo e ricco Nordest, ricco economicamente ma poverissimo di cultura e con una gran voglia di rivalsa nei confronti dei "terroni". L'indagine viene fatta soprattutto tra i bambini di una scuola elementare che, come indica il loro maestro, dai padri sono visti soprattutto come "morboso investimento" economico. Gli ideali per questi piccoli sono la casa, la Ferrari (alcuni parlano anche di "Ferrari con piscina"), ma soprattutto tanti amici, in quanto l'individualismo dominante ha impedito loro di tessere una rete di rapporti: non si invita nessuno a casa, perché potrebbe sporcare.
Dal Veneto a Palermo, su e giù per l'Italia e "a zonzo" per il mondo: tanti i personaggi, gli uomini e le donne con le loro storie quotidiane, le sofferenze e i turbamenti del loro tempo, interpreti di quei mali e di quelle grandezze che in genere finiscono in un trafiletto inosservato del quotidiano.


Lontano e a zonzo di Enrico Deaglio
Pag. 189, Lire 25.000 - Edizioni Il Saggiatore (Nuovi Saggi)
ISBN 88-428-0631-5


Le prime righe

PROVA AD ANDARE
I FATTI TI VENGONO DIETRO

Noi giornalisti andiamo sui posti quando "succede qualcosa". O meglio, subito dopo che è successo qualcosa. I più fortunati, o più bravi, sono invece già sul posto quando succede qualcosa: a me non è mai successo.
Ma ammetto di essere un privilegiato, perché ho avuto la possibilità di star dietro, abbastanza a lungo, a storie veramente minuscole: comparse in piccoli trafiletti in cronaca, oppure sentite raccontare di sfuggita. A me sembra che valga la pena dedicare del tempo alle piccole storie, perché, poi, si scopre che sono diverse da quello che si pensava e, soprattutto, si scopre che ognuna si porta dietro altre storie. Detto in breve, secondo me, se uno va, poi i fatti gli vengono dietro.
Qui troverete delle storie che ho inseguito, con un po' di ostinazione: in un paesino del Texas (un macabro, ma allegro viaggio in Cadillac); in una cittadina della Macedonia, i cui abitanti si considerano più furbi delle scimmie; nell'ultimo angolo di Hong Kong dove nel 1941 morì l'ironico soldato inglese J. C. Dunne; all'Hotel des Invalides di Parigi, dove per legge si celebra la guerra; in Martinica, cercando i camaleonti di Truman Capote e a Barcellona, pensando che l'idea di emigrare forse non è così pazzesca.


Texas, in viaggio con papà

Come e perché il signor Victor Browning jr. esaudì
il desiderio finale del padre Victor Browning sr.

Wimberley, Texas

Negli ultimi tempi, Victor Ajax senior insisteva: voleva un ultimo viaggio sulla Baby Blue Cadillac. Victor Ajax junior lo accontentò e lo portò dal Texas alla California sul sedile posteriore della Baby Blue. Morto stecchito, imbalsamato, vestito con una tuta da jogging e un berretto Cadillac, ben stretto dalla cintura di sicurezza. Milletrecento miglia di autostrada. Poi ne riportò indietro le ceneri in una piccola piramide di marmo nero.
Questa storia era comparsa, su una colonna in pagine interne, il 6 gennaio 1996, sull'Unità. Ventiquattro righe in neretto, di quelle che i capi servizio scelgono per tappare i buchi in pagina. Un'americanata.

© 1998, il Saggiatore


L'autore
Enrico Deaglio è nato a Torino nel 1947. Ha diretto i quotidiani "Lotta Continua" e "Reporter". Conduttore dell'ultimo ciclo del talk show televisivo Milano Italia, attualmente dirige il settimanale "Diario della settimana". Ha scritto le opere di narrativa Cinque storie quasi vere e Il figlio della professoressa Colomba, i libri-inchiesta La banalità del bene e Raccolto rosso, i "diari giornalistici" Besame mucho e Bella ciao.



Claudio Diaz
Kapovolti

"Stavo scrivendo un libro che parlava di giovani, di alcolismo, di droga, insomma di disagio. Ma io cosa stavo realmente facendo?"


L'ingenuità e la freschezza di un ragazzo che guarda al bello e al brutto della vita, raccontandone episodi immaginari ma possibili, irreali ma con una certa dose di verità al tempo stesso. Claudio Diaz è giovanissimo, non ha ancora vent'anni, ma già ha affrontato temi molto "adulti", molto difficili anche per un autore ben più maturo. E li ha affrontati con quel tanto di spregiudicata naturalezza che accompagna uno scrittore esordiente, e così giovane. Se talvolta le soluzioni narrative sono ancora un po' "ingenue", mai lo è la ricerca del significato, la scoperta del valore aggiunto che un racconto acquisisce se intensamente voluto, pensato, realizzato, allo scopo di denunciare una situazione, cercandone anche vie d'uscita.
Il vero significato dei racconti, al di là del loro raccontare una storia, è in questo caso il raccontare lo scrittore e, come lui, i tanti ventenni che oggi guardano il mondo, che si accingono, con paura, ad affrontare questa società così dura, spietata e priva di quegli sbocchi predeterminati forniti in precedenza, molto banalmente, dalla religione, dalle ideologie, dalla voglia di "arrivare". Alcuni dei protagonisti muoiono: di droga, di alcol o per altre cause, in fondo non importa, altri vivono con difficoltà, altri ancora riescono a sopravvivere meglio grazie alla superficialità e all'ignoranza. Ma per tutti il "male di vivere" è in agguato, pronto ad affondare speranze e desideri, a cancellare il futuro. E con loro affonda la società che li circonda. Ma cosa può fare uno scrittore? Testimoniare questo disagio, trasmetterlo a quelli che non lo sentono, far capire sentimenti e disperazioni di una generazione davvero penalizzata rispetto a molte altre. Ed è ciò che si ripromette di fare Diaz, domandandosi anche il valore di questo suo lavoro. Iniziate il libro leggendo il racconto Gabbiani, per capire.


Kapovolti di Claudio Diaz
134 pag., Lit. 22.000 - Edizioni Marsilio (Farfalle)
ISBN 88-317-6986-3


Le prime righe

IL SUO AMORE, CHI ERA?

Quel pomeriggio sua madre era partita per un viaggio d'affari e aveva promesso che al ritorno gli avrebbe comprato la maglia che desiderava. Però, quando sarebbe tornata? E chi lo sapeva, i suoi viaggi duravano sempre molto e anche suo padre era spesso fuori per lavoro, il massimo di tempo che concedeva era la sera a cena e la notte, durante la quale però, ovviamente, non era molto disponibile...
Uscita sua madre, aveva scritto su un bigliettino:

Vado a dormire da Alessandro.
Ci vediamo domani a cena.
Luca.


Sapeva che tanto suo padre non lo avrebbe nemmeno visto, ma in questo modo non avrebbe potuto rimproverarlo; lui aveva avvertito.
Quindi era uscito e si era incamminato verso il parco dove solitamente si trovava con gli altri ragazzi. Ma quel giorno non c'era nessuno e Luca si era seduto su una panchina pensando fra quanti anni avrebbe potuto guidare la macchina. Gliene mancavano quattro, sarebbero passati anche quelli, come d'altronde erano passati i primi quattordici. Li aveva vissuti tra l'indifferenza del padre e la scarsa presenza della madre che credeva di comprare il suo affetto con una maglia o un CD. Non aveva capito niente, ma lui si era adattato, o meglio lo trovava normale. Era nato in quell'ambiente.
Quando gli altri ragazzi gli raccontavano delle passeggiate, delle feste, delle vacanze coi propri genitori rimaneva allibito, quasi divertito. "In quali strane famiglie vivono questi" si domandava, "i loro genitori devono essere dei disoccupati, dei nullafacenti."
Poi la noia lo aveva fatto assopire. Aveva dormito fino alle nove e aveva sognato quella maglia che tanto desiderava: era una felpa leggera col collo a v con delle striscioline bianche intorno ai polsi, doveva costare al massimo quarantamila lire, cifra esorbitante per Luca...

© 1998, Marsilio Editori


L'autore
Claudio Diaz è nato a Treviso nel 1979 e vive a Venezia. Ama Bukowski, la letteratura on the road e le discussioni con gli amici intorno ai problemi della vita. Questa raccolta di racconti è il suo libro d'esordio.



James Hillman, Michael Ventura
Cento anni di psico-terapia e il mondo va sempre peggio

"Non stiamo attaccando la terapia, quanto cercando di allargarla, di metterne in evidenza i punti deboli, e di iniziare l'enorme compito di ridefinirne le premesse."


Un libro "sopra le righe" per fare il punto della situazione psicoterapia nel modo meno convenzionale e meno formale possibile. Un messaggio rivolto a tutti, ma in particolare agli psicoterapeuti e ai pazienti che devono allargare il proprio campo d'indagine, uscendo dalla concezione che tutto vada ricondotto all'interno dell'individuo, ma aprendo anche agli agenti esterni, così numerosi e fondamentali nel mondo contemporaneo.
Una lotta contro il "monoteismo del pensiero" che condiziona e determina la cultura occidentale. Nulla è da considerare intoccabile, tutto può essere criticato e migliorato. La psicoanalisi non può venire meno a questa regola. Come afferma Hillman all'inizio del volume, "Abbiamo avuto cento anni di analisi, la gente diventa sempre più sensibile, e il mondo peggiora sempre più. Forse è arrivato il momento di guardare in faccia questa realtà". E per fare questo lo psicoanalista dialoga con lo scrittore-giornalista Ventura, a ruota libera, in un botta e risposta divertente e ironico che raggiunge i punti focali del problema. Perché la psicoterapia non ha portato quei risultati che si era prefissi? Forse, sempre secondo Hillman, perché ha rimosso l'anima dal mondo, lavorando esclusivamente su ciò che sta dentro l'anima. Ma "l'anima è anche nel mondo" e se la psicoterapia non lo accetterà non potrà più svolgere il proprio lavoro. "Gli edifici sono malati, le istituzioni sono malate, il sistema bancario è malato, e così la scuola, il traffico - la malattia è fuori". Forse sono proprio quell'insieme di fattori che definiamo "progresso" e quei miti irrealizzabili che ci prefiggiamo (come dare vita a una famiglia ideale e perfetta alla Norman Rockwell) a condizionarci talmente da farci ammalare. "La terapia continua ciecamente a credere di curare il mondo esterno rendendo migliore la gente. Per anni, si è pensato che se tutti andassero in analisi avremmo edifici migliori, gente migliore, migliore consapevolezza. Ma le cose non stanno così [...] questo non vuol dire negare che uno abbia bisogno di andare all'interno - ma dobbiamo vedere cosa si fa quando si va all'interno."
A ben vedere questo lavoro di smantellamento delle certezze psicoterapeutiche non è così distruttivo come potrebbe apparire, ma è quanto di più costruttivo, in una visione ovviamente più vasta e in un discorso a lungo termine. "A essere sbagliata non è l'idea di far terapia (terapia introspettiva del profondo, terapia dei sistemi familiari, e così via) - asserisce ancora Hillman - hanno bisogno in molti di questa terapia, magari ne hanno un disperato bisogno, e senza di essa non potrebbero mai conoscersi veramente. Tuttavia [...] la base teorica della terapia non è andata abbastanza avanti, non si è messa in contatto con il mondo, e senza questo contatto è incapace di curare l'individuo nel suo complesso." Se si arriverà a questa apertura al mondo si potrà ricostruire anche la struttura sociale e politica, migliorandola, e raccogliere in maniera nuova ed efficace le conoscenze acquisite durante questi cento anni di psicoterapia, "cento anni di solitudine".


Cento anni di psico-terapia e il mondo va sempre peggio di James Hillman e Michael Ventura
Titolo originale dell'opera: We've Had a Hundred Years of Psychotherapy - And the World's Getting Worse

Traduzione di Paola Donfrancesco
288 pag., Lit. 36.000 - Edizioni Raffaello Cortina (Le conchiglie)
ISBN 88-7078-507-6


Le prime righe

PARTE PRIMA
PRIMO DIALOGO:
UNA CELLULA RIVOLUZIONARIA


Due uomini passeggiano, un pomeriggio, sulle Pacific Palisades a Santa Monica. Camminano in quella direzione che i californiani chiamano sempre Nord, perché sulla carta geografica segue la linea costiera "in alto"; in realtà in questo punto la costa piega nettamente verso sinistra, e quindi i due si stanno dirigendo verso ovest. Vale la pena parlarne, perché è proprio questo il genere di particolare che interessa i nostri due uomini; e quando per caso un particolare del genere attira la loro attenzione, cominciano a parlarne, divagando rispetto a quello che stavano dicendo, e gli attribuiscono perfino molto significato - in parte per gioco, e in parte perché sono fatti così.
I due avevano iniziato la loro passeggiata sul molo di Santa Monica, con la sua aria di cadente luna park, dove ricchi e barboni passano gli uni accanto agli altri - e accanto ai latini della zona orientale di Los Angeles e dei nuovi ghetti centroamericani; ai neri del centro-sud; agli asiatici di Chinatown, di Koreatown e dell'enclave giapponese; ai pallidi bianchi di Culver City e di North Hollywood; ai bianchi abbronzati e snelli della zona occidentale della città; ai vecchi di ogni tipo e dagli accenti più vari; ai turisti provenienti da ogni parte. I poveri pescano dal molo in cerca di cibo, nonostante alcuni cartelli in inglese e in spagnolo li avvertano che è pericoloso mangiare quello che pescano. Spesso la spiaggia è chiusa, a causa degli scarichi delle acque luride.
Eppure l'oceano non lascia vedere la sua sporcizia, appare bello come sempre, e la temperatura qui è da dieci a trenta gradi inferiore che all'interno - così tutti vengono su questa spiaggia.
I due hanno risalito il pendio regolare che porta alle Palisades, lungo le scogliere che si affacciano sulla Pacific Coast Highway e sul mare; e alla fine del parco, là dove gli scogli si fanno più alti e non c'è più troppa gente, si sono seduti su una panchina. I due sono James Hillman e Michael Ventura.

© 1998, Raffaello Cortina Editore


Gli autori
James Hillman è nato ad Atlantic City nel 1926. Ha diretto lo "Jung Institut" di Zurigo e fondato il "Dallas Institute of Humanities and Culture". Dal 1970 dirige la rivista "Spring". Tra le sue opere tradotte in italiano Le storie che curano, Trame perdute, Saggi sul Puer, Animali del sogno, Il mito dell'analisi, Il sogno e il mondo infero.

Michael Ventura, giornalista e romanziere, è autore di Shadow Dancing in the USA e Night Time, Losing Time. Vive a Los Angeles.



Joshua Miller
Mao Game

"È più semplice essere un oggetto; così scivoli negli interstizi e ascolti l'altro lato del silenzio."


Un romanzo scritto in prima persona, una specie di diario in cui il protagonista-narratore osserva e ricorda la sua iniziazione alla vita, ma soprattutto alla solitudine e alla sofferenza attraverso i rapporti parentali. Strana famiglia la sua, fuori da regole e norme, una non-famiglia in cui l'iniziazione al sesso viene compiuta dal padre con violenze ripetute, mascherate da giochi, che segneranno in modo irreversibile il ragazzo. Appena adolescente è stato gettato dalla madre nella stritolante macchina hollywoodiana, gli viene richiesto il successo, il farsi oggetto pubblico rispettandone tutte le regole. L'unico rapporto autentico d'amore il ragazzo lo ha con la nonna materna, fotografa dei più grandi attori della storia del cinema americano. Malata di cancro, ormai allo stadio terminale, decide di prendere il nipote a vivere con sé: lo vince ad un gioco, il Mao, le cui regole vengono fissate dai giocatori durante la partita. Tenta in questo modo sia di affermare il suo bisogno di avere qualcuno da amare e da accudire, sia il suo sogno di "soggetto perfetto" per la sua arte. La nonna è anche la fonte più importante di cultura, una cultura fuori dagli schemi scolastici, che però riempie di turbamenti e stimoli il ragazzo.
Il gioco del Mao (ci si gioca la vita) è all'origine del racconto e lo accompagna nel suo evolversi. Ma non c'è nulla di ludico in tutto quello che viene descritto, anzi solitudine e amarezza accompagnano i giorni e le notti di questo ragazzo e di tutti i personaggi che al di là delle luci dei riflettori sempre puntate sulle loro disperazioni, al di là della continua maschera che indossano (il trucco delle donne, madre e nonna, ne è un esplicito simbolo), scoprono sempre più la loro fragilità, la loro disperazione e i segni delle violenze subite. La malattia precipita, così anche la volontà autodistruttiva del ragazzo: un tentato suicidio, l'eroina, la morte come compagna, l'uccisione interiore della figura del padre. La nonna muore, intorno a questa morte e al funerale una scenografia degna della miglior Hollywood. Questa morte segna anche la fine di ogni spinta vitale nel ragazzo, per lui che non accetta e non sa farsi oggetto, unico modo per sopravvivere, la morte rappresenta l'unica via d'uscita.


Mao Game di Joshua Miller
Titolo originale: The Mao Game

Traduzione di Alberto Pezzotta
Pag. 229, Lire 26.000 - Edizioni Bompiani
ISBN 88-452-3626-9


Le prime righe


Mia madre gioca a Mao.
È un gioco che si fa con le carte ed è stato inventato dai cinesi nei campi di prigionia.
Chi perdeva veniva ammazzato.
Mamma mi passa il libretto delle regole. In copertina un ritratto di Mao e la scritta: LE REGOLE DEL MAO. Dentro, una pagina bianca.
I giocatori devono indovinare le regole nel corso della partita. Il mazziere è il signore del gioco, e annuncia man mano le sue regole segrete. Se ti viene servito un asso, non puoi sapere che punizione ti tocca. Magari sparare a tua madre. Dipende tutto dalle regole create lì per lì. È molto difficile vincere. Finora il mazziere è sempre stato mia madre.

Guardo mia nonna e mamma che giocano a Mao.
"Che cosa scommetti?" domanda mamma.
"Che Jordan viene a vivere con me," dice nonna.
"Se vinco io, non morirai," annuncia mamma.
"Non c'entra niente il cancro," le dice nonna.
"È una nuova regola," dice mamma in tono disperato.
"Il mazziere sono io."
"Che ne dici dell'anello col rubino?" chiede mamma.
"Se vinci due partite su tre."
"Nient'altro?"
Nonna comincia a mescolare. "Due carte, se si parla quando non è il proprio turno," dice.
Mia madre comincia a piangere.
"Due carte se si piange," aggiunge nonna.
Mamma si è esercitata per settimane, inventandosi ogni regola possibile per quando sarebbe stata lei a dare le carte. Mamma crede di poter salvare nonna con un gioco d'azzardo.
Nonna non deve sprecare molte parole durante la partita; tiene il mento alto, gioca con le perle della sua collana, un calice di champagne nella mano sinistra. La sua interpretazione della faccia da giocatore di poker in versione Montecarlo. Anche se nonna non ne ha mai avuto bisogno. È il glamour che la fa vincere.
"Voglio fare un giro nel deserto," dice nonna.
"Adesso vuoi giocare sul serio?" chiede mamma.
Nonna non risponde.
"Dovrebbero ricoverarti," le dice mamma, mentre comincia a mangiarsi le unghie.
"Va' all'inferno."
"Sai dire solo questo a tua figlia: 'Non giocare forte. Rischia poco. Scordati le regole.'"
"Sposa uno ricco e diventa una star," aggiunge nonna.
"Cosa pensi di fare con Jordan?" chiede mamma. La regina di picche finisce sul mazzo che sta in mezzo.
"Faremo un viaggetto," dice nonna. "Finché non morirò, sarà mio."

"Chi è che ha inventato questo gioco?" domando con un filo di voce. "Dei cinesi che scommettevano la loro libertà," dice nonna.

© 1998, RCS Libri S.p.A.


L'autore
Joshua Miller ha ventitré anni. Ha recitato nei film Il buio si avvicina e I ragazzi del fiume. È il figlio di Jason Miller, attore e vincitore di un Premio Pulitzer, e della scrittrice Susan Bernard. Suo nonno è il famoso Bernard of Hollywood, fotografo delle dive. I suoi racconti sono stati pubblicati su "Harper's Bazaar" e "Playboy".



Sandra Scoppettone
Tutto quel che è tuo è mio

"Alcolizzati, tossici, matterelli, ornano i marciapiedi come festoni. Chiedono soldi, parlano da soli, imprecano contro la società. Alcune delle loro invettive mi trovano consenziente, chissà che cosa vorrà dire."


Un romanzo giallo perfetto per l'estate. Una lettura avvincente, nella migliore tradizione del genere, che vede protagonista una giovane donna detective, Lauren Laurano, che condivide una bella casa nel cuore del Greenwich Village con la sua compagna Kip, psicoterapeuta. Si tratta infatti di un esempio di quello che si può definire un "genere nel genere", il Gay and Lesbian Detective, che ormai conta tantissimi tasselli in un quadro generale di notevoli vendite, specie nel mercato americano. Francesca Lazzarato ("La Talpa Libri" del "Manifesto") ricorda come questo filone abbia un capostipite del romanzo A Queer Kind of Love, di George Baxt (1966). Da allora innumerevoli personaggi analoghi si sono affiancati al protagonista, detective privato nero e gay. Talvolta si tratta di romanzi "chiusi", destinati a un pubblico abbastanza selezionato composto in prevalenza da omosessuali. Non è questo il caso. Lauren Laurano non è una lesbica "d'assalto", ma vive con discrezione la sua scelta sessuale. E non è un detective sempre pronto a sparare, ma una donna che usa il cervello più della forza e l'intuizione più dell'aggressività per dipanare l'aggrovigliata matassa dei suoi casi. È una donna con un passato non sempre sereno, ma che dimostra equilibrio anche nell'affrontare i ricordi più bui.
L'indagine che le viene affidata questa volta si trasforma in breve da stupro a omicidio e la vicenda si complica ulteriormente per l'inafferrabilità degli elementi, per le poche tracce reali che possano portare all'assassino, per la difficoltà di cercare uno sfuggente colpevole tra restii testimoni e criptici file di computer. Il tutto ambientato nella difficile società metropolitana americana, in una città piena di insidie e di pericoli, ma anche ricca di personaggi interessanti, descritta dalla Scoppettone con evidente amore per il particolare curioso e con l'affetto di chi vive quotidianamente in quel mondo: dalle librerie ai banchetti abusivi, dai ristoranti alle drogherie ai marciapiedi e alle case del Greenwich, alla fine del libro ci aspetta un colpo di scena nella storia e la sorpresa di conoscere un po' meglio New York.


Tutto quel che è tuo è mio di Sandra Scoppettone
Titolo originale dell'opera: Everything You Have Is Mine

Traduzione dall'inglese di Silvia Nono
311 pag., Lit.25.000 - Edizioni e/o (Dal mondo)
ISBN 88-7641-351-0


Le prime righe

Capitolo primo


Lo sfregiatore è tornato nella notte. È l'unica spiegazione: quando mi sono coricata c'erano soltanto tre linee che si ramificavano dal mio occhio destro e ora sono quattro.
Stamattina, guardandomi allo specchio di casa, non me ne sono accorta, ma qui, nel mio ufficio, la luce è crudele e impietosa. Non me li aspettavo, questi solchi a quarantadue anni. Ero convinta di poter contare almeno su altri dieci anni prima di dover accettare l'idea di invecchiare.
Non che io mi ritenga vecchia; è solo che sono più vicina alla fine che all'inizio, e a volte questo pensiero mi spaventa. Comunque, è sempre meglio invecchiare che crepare.
E poi, Dio buono, la mia vita è stupenda: un lavoro indipendente, una lunga relazione felice (undici anni) con Kip Adams, e una brownstone nel Greenwich Village a New York, proprietà di tutte e due. E allora piantala di lagnarti per un'altra ruga, Lauren. E poi a volte mi danno trentacinque anni, anche se le persone che svengono al sentire la mia vera età sono in costante diminuzione. Sono ancora attraente, a detta di Kip. I lisci capelli castani, striati di grigio, mi arrivano alle spalle, e da almeno vent'anni porto la riga a sinistra. Gli occhi sono marroni con lunghe ciglia scure e a quanto si dice ho un naso classico. Ma la cosa migliore è che non devo preoccuparmi per il peso. Tuttavia, un problema resta.
Sono bassa. 1,57. Lo so che non dovrebbe importarmi ma m'importa, un po' per vanità e un po' perché sono un'investigatrice privata. A volte mi capita di ficcarmi in situazioni pericolose e perciò è ovvio che porto un'arma - e certo non una delle vostre Smith38 da signorina tacchi alti. La mia è una Smith & Wesson Chief's Special con una canna di dieci centimetri. Quando fa caldo, infilo l'automatica calibro 25 nella fondina legata alla caviglia: è un sistema particolarmente ingegnoso, perché la pistola non si nota. Ho anche una Magnum 44, ma la porto raramente.

© 1998, Edizioni e/o


L'autrice
Sandra Scoppettone è un'autrice newyorkese di origine italo-americana. Tra le sue opere tradotte in Italia: Camilla e i suoi amici, Capelli viola, Il gioco dell'assassino, tutti per ragazzi. Questo è il primo romanzo di una serie, destinata a un pubblico adulto, che ha per protagonista la detective Lauren Laurano.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




24 luglio 1998