Paul Ginsborg
L'Italia del tempo presente
Famiglia, società civile, Stato
1980-1996

"La forza della democrazia in un Paese non dipende solo dalla capacità e dalla integrità della sua classe politica, ma anche dalla cultura delle sue famiglie, e dall'energia dei suoi cittadini."


I famigerati anni Ottanta, il craxismo e la corruzione, la mano della mafia sul potere politico e sull'economia, il sussulto dei primi anni Novanta, la lunga transizione e la fatica per raggiungere un obiettivo fondamentale, l'ingresso nell'Europa monetaria, le trasformazioni della cultura familiare e del mondo del lavoro: tutto ciò in questo importante saggio di Ginsborg che, nato per concludere la Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi, ha via via raggiunto una sua assoluta autonomia e la compiutezza di un volume a sé stante.
Inconsueto filo conduttore è l'osservazione della trasformazione della famiglia in questi ultimi anni, dei consumi e delle mentalità. "La futilità, la ripetizione e l'ostentazione" connota gran parte della cultura materiale a disposizione della popolazione, anche se viaggi e corsi di lingue straniere hanno notevoli incrementi. Aumenta sicuramente anche la libertà e l'autonomia dei componenti delle singole famiglie, delle donne soprattutto. Se la famiglia si basa ormai su "una varietà di contratti informali tra i componenti" permangono peraltro ancora forme di "controllo", "dipendenza" e "conformismo" che incoraggiano "non tanto la fuga dalla famiglia quanto comportamenti evasivi entro la famiglia". Dalla famiglia alla più ampia società e a quella che oggi abitualmente viene definita società civile, termine usato e abusato in Europa occidentale, l'analisi di Ginsborg si sofferma poi sulle trasformazioni dei mezzi di comunicazione di massa, in particolare sui nuovi assetti proprietari delle televisioni private e sul tipo di cultura da queste diffuso.
Gli anni Novanta vedranno poi l'affermarsi del terzo settore dell'economia, vero trionfo della "società civile", un pullulare di organizzazioni senza scopo di lucro, cooperative, gruppi di volontariato che entrano in modo autorevole nell'offerta di servizi alternativi a quelli pubblici: sicuramente minoranza, ma minoranza significativa questa che si spende in attività di volontariato e di non profit.
Grande spazio nel saggio viene dato allo studio dell'evoluzione del fenomeno mafioso, e della criminalità organizzata in generale, in questi ultimi vent'anni. Anni di feroci stragi, assassinii eccellenti e prese di coscienza; nasce una Sicilia diversa, una ribellione e una nuova cultura civile che porta alla rottura del maledetto rapporto mafia-politica che per tanto tempo aveva creato pericolose impunità.
Gli ultimi anni vedono l'intera Italia scossa da un vero e proprio terremoto. Vengono evidenziati cinque volti di questa crisi: la lotta contro la corruzione condotta prevalentemente dal palazzo di Giustizia di Milano, la crisi di indebitamento con la conseguente sfiducia internazionale nei confronti dell'Italia, la rivolta neolocalistica di Lombardia e Veneto contro Roma, la dissoluzione delle vecchie élites politiche, la nuova lotta in Sicilia contro il potere mafioso. Dice l'autore: "Questi cinque volti della crisi la resero quasi impenetrabile allo sguardo dei contemporanei, a partire dai politici che ne furono le vittime più illustri. Allo storico, essi pongono complicati problemi di individuazione delle cause e di interrelazione tra i diversi piani". La conclusione del libro mette tutti noi di fronte a un impegnativo bivio: o si procede sulla strada indicata in quei primi anni Novanta o l'Italia rischia di andare incontro a una "storica e ignominiosa sconfitta"; è chiaro che Ginsborg affida la responsabilità di quello che potrà essere il futuro non alle sole classi dominanti, ma a tutti, singoli e famiglie che popolano questa che è pur sempre una delle più importanti nazioni europee.

L'Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato. 1980-1996 di Paul Ginsborg
Traduzione di Bernardo Draghi
Pag. 625, Lire 36.000 - Edizioni Einaudi (Gli struzzi n. 499)
ISBN 88-06-14595-9

le prime pagine
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Capitolo primo

L'economia italiana tra vincoli e sviluppo


1. Il ruolo dell'Italia nell'economia mondiale

Quando a Rambouillet, in Francia, nel novembre 1975, ebbero inizio gli incontri al vertice tra i leader delle maggiori potenze del mondo capitalista, l'Italia venne invitata solo all'ultimo momento. Il presidente francese allora in carica, Valery Giscard d'Estaing, avrebbe preferito escluderla insieme al Canada. Alla fine tuttavia dovette cedere su entrambi i fronti, e dal giugno 1976 il G7 assunse la sua forma attuale.
In occasione delle riunioni del club più esclusivo del mondo, i primi ministri italiani sono sempre apparsi grati dell'opportunità loro concessa, ben felici, insieme ai canadesi e ai giapponesi, di collocarsi ai lati o in seconda fila nella rituale fotografia di gruppo. Negli anni '80 e '90, al centro dell'inquadratura si trovavano immancabilmente il presidente degli Stait Uniti e il cancelliere Helmut Kohl, in apparenza unico socio permanente del club, la cui figura imponente (a differenza di quella dei suoi colleghi giapponesi) corrispondeva da vicino al peso del suo Paese nell'economia mondiale. Inglesi e francesi, come sempre nella seconda metà del XX secolo, avrebbero voluto contare più di quanto la realtà di fatto potesse giustificare.
Fino a che punto le esitazioni sull'Italia erano giustificate? Aveva diritto o no di appartenere al club? Gli economisti si sono sempre mostrati incerti nel rispondere a questa domanda, talvolta sottolineando l'instabilità economica del Paese, talaltra esaltandone la vitalità, talaltra ancora relegandolo alla semiperiferia anziché al centro del capitalismo mondiale.
Tenendo presenti tali dubbi, il mio principale intento in questo primo capitolo è quello di condurre il lettore in un lungo viaggio attraverso i molteplici aspetti dell'economia italiana. Mi sono soffermato in particolare sul settore terziario, non soltanto perché i servizi sono giunti a dominare l'economia italiana, ma anche perché essi raramente ricevono quella specifica attenzione che meriterebbero.
Il primo passo di questo viaggio consiste nel considerare il volume e la qualità del contributo italiano al commercio mondiale. Nel periodo che ci interessa, caratterizzato dalla tumultuosa crescita delle economie del Sudest asiatico, ma anche dalla crescente consapevolezza dei limiti e dei pericoli di uno sviluppo incontrollato, la presenza italiana sui mercati mondiali ha superato con onore la prova del tempo. Mentre nel 1951 la quota percentuale dell'Italia sul complesso delle esportazioni mondiali era appena del 2,2 per cento, nel 1994 aveva raggiunto il 4,5 per cento. Nel 1987, anno intermedio del periodo che stiamo considerando, la quota dell'Italia ammontava al 5 per cento, a fronte del 5,7 per cento della Gran Bretagna, del 6,2 per cento della Francia, del 9,9 per cento del Giappone, del 10,5 per cento degli Usa e del 12,7 per cento della Germania Occidentale.

a) Il commercio mondiale di manufatti. Al di là di queste cifre complessive, è necessario tracciare una distinzione tra il commercio dei manufatti e quello dei servizi. Se prendiamo in considerazione i primi, scopriamo che la prestazione dell'Italia su scala mondiale fu senz'altro ammirevole, giacché nel 1996 ammontava al 4,8 per cento delle esportazioni mondiali del settore, e al 3,8 per cento delle importazioni. Il suo commercio era pienamente integrato con quello delle altre economie avanzate e decisamente orientato verso queste ultime. Nel 1987, il commercio italiano di manufatti si svolgeva per tre quarti con gli altri Paesi dell'Ocse, e per più del 50 per cento con i suoi partner della Comunità Europea. L'Italia esportava con particolare vigore verso la Germania Occidentale, la Francia, l'Inghilterra e l'Europa meridionale; più debolmente verso l'Olanda, il Belgio , la Danimarca e l'Irlanda. Un robusto 10 per cento delle sue esportazioni prendeva la via degli Stati Uniti. I prodotti italiani erano poi attivamente presenti sia in Medio Oriente e in Africa settentrionale, sia, per quanto in misura minore, nell'Europa orientale.
A differenza della Gran Bretagna, dove negli anni '80 si è assistito a una drammatica crescita del deficit della bilancia commerciale dei manufatti, e della Francia, il cui deficit nei confronti dell'Europa era solo parzialmente compensato dalle esportazioni verso i Paesi in viadi sviluppo, l'Italia beneficiava di un costante surplus negli scambi di prodotti manufatti con i Paesi dell'Ocse. Nel 1990 Michael Porter della Harvard Business School pubblicò un significativo studio comparativo della competitività economica nazionale. Gran parte di ciò che disse riguardo all'industria italiana era estremamente lusinghiero.


© 1998, Giulio Einaudi editore s.p.a.

biografia dell'autore
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Paul Ginsborg è nato a Londra nel 1945; già professore all'Università di Cambridge, dal 1992 insegna Storia dell'Europa contemporanea nella Facoltà di Lettere di Firenze.

bibliografia
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I titoli sono tratti da
Alice CD,
il catalogo su CD-ROM
dei libri italiani
pubblicato da
Informazioni Editoriali.


Foa Vittorio - Ginsborg Paul, Le virtù della Repubblica, 1997, 96 p., Lit. 11000, "Est" n. 47, Il Saggiatore (ISBN: 88-428-0431-2)

Foa Vittorio - Ginsborg Paul, Le virtù della Repubblica, 1994, 96 p., Lit. 12000, "Biblioteca delle Silerchie" n. 142, Il Saggiatore (ISBN: 88-428-0209-3)

Ginsborg Paul, L'Italia del tempo presente : famiglia, economia, consumi, politica: 1980-1996, 500 p., Lit. 32000, "Gli struzzi", Einaudi (ISBN: 88-06-14595-9) (data di pubblicazione prevista: Maggio 1998)

Ginsborg Paul, Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi, Lit. 44000, "Gli struzzi" n. 370, Einaudi (ISBN: 88-06-11879-X)


A cura di Grazia Casagrande


24 luglio 1998