Dorothy Dunnett
Scaglie d'oro

"Il giorno seguente, il grido Tier-ra! si levò dalla testa dell'albero, e Nicholas, già sul ponte, stette a guardare mentre la linea che divideva il mare e il cielo si oscurava."


Scrittrice di successo e personaggio interessante Dorothy Dunnett. Ricercando in Internet, su un qualsiasi motore di ricerca (AltaVista, ad esempio) risultano circa 400 siti che in qualche modo nominino la sua figura o la sua opera. E non è certo poco per un singolo autore! Ma è normale per lei: la Dunnett è internazionalmente conosciuta come uno dei maggiori scrittori di romanzi storici, conta gruppi di fan in tutto il mondo, con tanto di fanzine, e lettori affezionati che non mancano mai l'appuntamento del nuovo romanzo. E questi fan scambiano opinioni tra loro anche attraverso la rete, nella quale si può trovare addirittura un itinerario dettagliato sulle località scozzesi citate nei suoi romanzi per organizzare un tour originale.
75 anni, due figli, ha l'aspetto della nonna tradizionale, della signora d'età che cucina marmellate per rifornire le dispense della famiglia, degli amici e dei vicini. Ma l'apparenza inganna. In realtà la signora è membro del consiglio di amministrazione della Biblioteca Nazionale di Scozia, direttrice dell'Edinburgh Book Festival, direttrice non esecutiva della Scottish Television, socia della Royal Society of Arts, ecc. Inoltre, per i suoi meriti letterari è stata insignita del titolo di Ufficiale dell'ordine dell'Impero britannico. A partire dal 1961, la Dunnett ha scritto in totale 20 romanzi, riconducibili in gran parte a due saghe principali: quella di Lymond, romantica, destinata a un pubblico femminile, e quella di Niccolò, di cui Scaglie d'oro costituisce il quarto capitolo, che si rivolge prevalentemente a un pubblico maschile, con guerre e incendi, vite di mercanti e accenni alla storia economica del Rinascimento.
Al suo ritorno a Venezia da Cipro, Niccolò (Nicholas van der Poele), mercante e avventuriero, viene quasi subito attaccato da uno dei suoi numerosi nemici. Per salvarsi dal pericolo e proteggere la sua compagnia dalla bancarotta, Nicholas si imbarca alla volta dell'Africa, alla ricerca di una fortuna leggendaria: il fiume dell'oro. Lungo il cammino incontrerà nuovi nemici e vecchi avversari, come il sinistro Raffaello Doria e Gelis van Borselen. I rischi saranno moltissimi, ma i guadagni superiori a ogni immaginazione.


Scaglie d'oro di Dorothy Dunnett
Titolo originale dell'opera: Scales of Gold

Traduzione dall'inglese di Manuela Frassi
693 pag., Lit. 32.000 - Edizioni Corbaccio (Scrittori di tutto il mondo)
ISBN 88-7972-284-0

Le prime righe

Capitolo 1

Per coloro che se lo ricordavano bene, era normale che Nicola entrasse in Venezia nello stesso istante in cui le ultime nuove raggiungevano Rialto, provocando la caduta del ducato sotto i cinquanta soldi e facendogli perdere terreno rispetto allo scudo. Invece di guidare egli stesso il drappello di accoglienza, Gregorio preferì inviare al bacino di San Marco Cristoffels, insieme a un gruppo di funzionari di rango che non conoscevano Nicola: sperava che Cristoffels si ricordasse la faccia del suo padrone.
Naturalmente alla Borsa era giunta voce che la nave di van-der Poele aveva oltrepassato la barriera e stava dirigendosi all'ancoraggio. Nel mezzo del frenetico avvicendarsi di contratti stipulati e corrieri spediti con cambiali e rimesse, Gregorio dovette assoggettarsi a qualche bonaria canzonatura. Per oltre due anni aveva guidato la Banca di Niccolò facendo le veci del suo fondatore e adesso i legali suoi colleghi e gli agenti si divertivano a insinuare che vivesse nel terrore dell'imminente resa dei conti. E d'altronde sarebbe parso ancor più strano se non fosse stato proprio così.
Aveva fatto appostare un paio di messi tra San Marco e Rialto. Allorché dal Ponte giunse il richiamo convenuto, egli si trovò acconciamente pronto a partire. A dire il vero questo significava soltanto che la lancia dell'Adorno aveva raggiunto la volta dei Foscari, e perciò gli era ancora possibile arrivare per primo al palazzo della Banca. Il Canal Grande era lungo e affollato, tutto fiancheggiato da edifici; e l'equipaggio della lancia, reduce da una lunga navigazione sul mare, non ce l'avrebbe fatta ad aumentare la velocità di un naviglio tanto pesante e carico di bagagli.
Comunque Gregorio si recò immediatamente al Ponte, lanciando istruzioni a un valletto frettoloso. Faceva troppo caldo per essere vestiti in quel modo, con tunica e farsetto, malgrado l'importanza dell'occasione e quello che pensava Margot. Lasciò che il servo, sempre correndo, gli allacciasse il farsetto imbottito e, giunto agli scalini, congedò il suo impiegato, ma voltandosi subito a gridargli: "E ricordati... acquista a scadenza!" Poi si fece largo fino alla ringhiera in cima al ponte mobile e si fermò a rimirare il Canal Grande che si distendeva davanti a lui.


© 1998, Casa Editrice Corbaccio

L'autrice
Dorothy Dunnett (1923), scozzese, definita "la migliore scrittrice di romanzi storici dopo Walter Scott", vive e lavora come regista televisiva ad Edimburgo. I primi tre volumi della saga di Niccolò sono L'Apprendista delle Fiandre, La primavera dell'Ariete e Stirpe di Scorpioni.



Tilde Giani Gallino
A, come Abuso, Anoressia, Attaccamento...
Rappresentazioni mentali nell'infanzia e nell'adolescenza

"Spesso accade che le mani sappiano svelare un segreto intorno a cui l'intelletto si affanna inutilmente."

Jung, La funzione trascendente


La citazione di Jung è il sicuro riferimento della ricerca che il volume documenta su tre specifiche situazioni traumatiche di cui i bambini sono vittime: l'abuso sessuale, l'anoressia mentale, l'attaccamento eccessivo a una figura parentale.
Infatti i disegni dei bambini vittime di incesto, o le raffigurazioni fatte dalle anoressiche nel cosiddetto "gioco della sabbia" durante la psicoterapia, o il disegno cinetico come strumento per la ricerca su nuclei familiari particolari, sono preziosissimi elementi di indagine per chi si occupa professionalmente della psiche dei bambini e dei ragazzi. Ciò che non è facile dichiarare a parole, può invece essere nascosto in un disegno, in una rappresentazione a cui si affida, inconsciamente, la propria verità e la propria sofferenza. Il vuoto, il nulla, la mancanza di figure positive, l'uso dello spazio assolutamente particolare, il colore o l'assenza di questo: sono tutti elementi che uno psicologo sa interpretare e che in questo libro vengono descritti in modo illuminante anche al profano.
Uno dei temi assolutamente nuovi e interessanti che il volume propone è quello relativo a ciò che qui viene definito "il cespuglio genealogico", cioè le nuove situazioni familiari che si sono venute costituendo da divorzi, nuove nozze, nuovi rapporti parentali. Sicuramente sono realtà recenti che pongono problemi nell'evoluzione psicologica di un bambino e che non hanno ancora una letteratura in proposito. Una nuova figura, entrata solo negli ultimi anni nell'immaginario e nel mondo affettivo dei bambini, è quello della baby-sitter, e dall'indagine appare, in fondo, il rapporto più sereno e rassicurante che il bambino possa instaurare.
Nuove famiglie, nuove realtà affettive, nuove difficoltà. Certo l'atteggiamento dei genitori negli ultimi anni si è fatto più consapevole, più diffusa la coscienza di quanto incidano i primi anni di vita di un figlio su tutto il suo futuro.
Così l'ultimo capitolo, che analizza le paure dei bambini e dei ragazzi, spiega anche il successo di tanti giocattoli "mostruosi" o di alcuni cartoni animati che rappresentano esseri terrificanti e che tanto successo hanno avuto in questi anni: quale genitore non si è chiesto come possa il proprio figlio voler vedere simili orrori?
Un libro questo di Tilde Giani Gallino che raccoglie contributi diversi e che ha il merito di parlare a un pubblico vasto, in modo chiaro, sempre comunque con un livello di scientificità elevato.


A, come Abuso, Anoressia, Attaccamento... di Tilde Giani Gallino
Pag. 233, Lire 40.000 - Edizioni Bollati Boringhieri (L'esperienza psicologica e medica)
ISBN 88-339-1083-0

Le prime righe

Introduzione

Pensare il mondo psicologicamente


Tilde Giani Gallino


L'ambiente naturale in cui è nato questo libro è la psicologia. Vi siamo immersi dentro da decenni, respiriamo psicologia, ci alimentiamo e ci dissetiamo di psicologia, interpretiamo il mondo in termini psicologici. Nei nostri laboratori da Dr. Mabuse fabbrichiamo psicologi. Ne fabbrichiamo sempre di più, oltre il fabbisogno nazionale, ma lo stesso accade in ogni Università d'Europa e, a quanto ne sappiamo, quantomeno in tutto il mondo occidentale: perché i giovani (e anche i meno giovani) sono magicamente attratti dalla psicologia, e dal desiderio di conoscere più a fondo sé stessi e gli altri.
Le ricerche specifiche, nostre e dei nostri studenti, riguardano l'universo infantile e adolescenziale: non solo perché i bambini e i ragazzi sono interessanti di per sé, ma anche perché ogni individuo in corso di sviluppo rappresenta a sua volta un piccolo laboratorio psicologico in cui, con tutte le energie mentali e affettive di cui dispone, fabbrica la sua personalità di domani: il suo uomo o la sua donna a venire. Osservando con molto rispetto ognuno di questi piccoli laboratori naturali in cui si evolve la psiche, chiedendo ai bambini di offrirci la loro collaborazione per comprendere le rappresentazioni mentali (proprie e differenti per ogni singolo individuo), e privilegiando quelle metodologie che consentono al bambino di esprimersi al meglio secondo le sue capacità (come ad esempio il disegno o l'attività ludica), riusciamo a esplorare la psiche infantile, a capirne i problemi e, almeno in parte, ad anticipare il modo in cui si svilupperà la personalità di quell'individuo, nel corso della sua crescita. Essere uno psicologo dello sviluppo significa infatti avere le chiavi in mano per comprendere i comportamenti delle persone adulte.
Fra i diversi libri di psicologia che abbiamo scritto, questo si distingue a causa del suo impianto, perché a realizzarlo hanno collaborato una serie di persone che - a diversi livelli - si occupano a tempo pieno di psicologia dello sviluppo. Abbiamo già accennato ai bambini. Nella nostra ottica, i bambini sono da considerarsi ottimi psicologi: peccato che non lo sappiano e nessuno glielo dica. È una facoltà naturale che si perde crescendo, e del resto non viene mai incoraggiata. Con la crescita si disimpara a osservare il mondo, e all'osservazione che analizza e compara si sostituisce un modo dozzinale di tranciare giudizi e ragionare secondo stereotipi. Serve alle persone mature per fare economia di pensiero. I bambini sono invece molto acuti nell'osservare sé stessi e soprattutto gli altri: uno dei loro passatempi preferiti è proprio studiare gli adulti. Ma questi non se ne rendono conto e pensano che i bambini stiano giocando. Al contrario, quando si chiedono direttamente a un bambino le informazioni più importanti sulla sua vita reale, si scopre quanto profonde possano essere le considerazioni infantili sul mondo circostante.


© 1998, Bollati Boringhieri editore s.r.l.

L'autrice
Tilde Giani Gallino è titolare della cattedra di Psicologia dello sviluppo all'Università di Torino. Tra i suoi lavori ricordiamo: Il complesso di Laio, La ferita e il re, In principio era l'orsacchiotto, Il sistema bambino, Il bambino e i suoi doppi, L'Albero di Jesse.



J. C. Herz
Il popolo del joystick
Come i videogiochi hanno mangiato le nostre vite

"Un microcosmo divorato da milioni di tecno-giocatori di tutto il mondo, che si muovono nello stesso modo, sentono di appartenere alla stessa razza e parlano un'unica lingua: sono il popolo del joystick."


Cosa significa essere nati e cresciuti nel momento storico dell'invenzione dei videogiochi? Cosa ha modificato nelle coscienze giovanili la presenza di questa nuova forma di divertimento? Quale rapida evoluzione hanno avuto i programmi, e verso quale forma di sviluppo grafico e contenutistico stanno andando i videogiochi?
È ormai adulta una generazione che vede nei primi videogiochi una sorta di madeleine di Proust (come afferma la stessa autrice, che intitola un capitolo addirittura A la recherche du arcades perdu), qualcosa di struggente che ricorda il passato, sensazioni infantili, immagini legate a un avvenimento sopito ma non dimenticato: la prima generazione che si può tranquillamente definire "il popolo del joystick". Ma cosa ha implicato nella crescita di questi ragazzi l'avere a disposizione un sistema di divertimento così sofisticato e complesso e al contempo così strutturato e predeterminato? Senza dubbio ha comportato una conoscenza comune e trasversale tra nazioni e lingue differenti, una nuova forma di cultura che collega idealmente utenti di tutto il mondo. Ma ha dato anche vita a una serie di veri e propri disturbi del comportamento legati all'eccessiva dipendenza dal gioco, alla mancanza di comunicazione, all'immersione in un mondo "virtuale" completamente slegato dal mondo reale che, specie su personalità ancora in evoluzione come quelle infantili, può avere conseguenze anche gravi. Ha "tarpato" una parte della fantasia, della capacità immaginativa dei giovani, fornendo una traccia preordinata e personaggi legati obbligatoriamente a uno schema, tra l'altro non sempre positivo. Ha messo in luce le differenze di scelta e di gradimento tra ragazzi e ragazze (che nel volume sono descritte attraverso interessanti spiegazioni psicoanalitiche). Tra l'altro l'aspetto commerciale, concorrenziale del prodotto ha anche comportato una ricerca estenuante e continua di nuovi effetti, programmi originali, giochi fantasiosi, coinvolgendo nell'ingranaggio della creazione migliaia di uomini, spesso impegnati sino all'inverosimile. Ma non per questo il risultato finale è sempre un prodotto di qualità: la rincorsa al gradimento, alla vendita porta spesso all'ideazione di un programma con contenuti violenti, niente educativi...
Il volume, oltre ad analizzare questi aspetti della questione, traccia anche una storia completa dei videogiochi: dalle sale giochi degli anni Ottanta alle console avveniristiche che trovano posto nelle stanze dei ragazzi, dal bianco e nero dei primi schermi al colore e agli effetti tridimensionali delle ultime produzioni. Una cronologia storica di un fenomeno che storia ancora non è ma che presto lo diventerà.


Il popolo del joystick. Come i videogiochi hanno mangiato le nostre vite di J. C. Herz
Titolo originale dell'opera: Joystick Nation: how videogames ate our quarters, won our hearts and rewired our minds

Traduzione di Luca Piercecchi / Shake
229 pag., Lit. 35.000 - Edizioni Feltrinelli (InterZone)
ISBN 88-07-46016-5


Le prime righe

1

Lampi primitivi


Nell'autunno del 1961, una grossa cassa giunse sulla soglia del Massachusetts Institute of Technology (MIT). Arrivava dalla Digital Equipment Corporation. Conteneva il nuovo modello di computer della DEC, il PDP-1, e i suoi progettisti speravano che la facoltà d'ingegneria elettrica del MIT ci facesse qualcosa d'interessante: vincere la corsa allo spazio, generare robot artificialmente intelligenti o, almeno, rivoluzionare l'elaborazione delle informazioni, a maggior gloria dell'America delle multinazionali. Dopo un anno, i pionieri dell'informatica al MIT non avevano raggiunto nessuno di questi obiettivi.
Ma uno di loro aveva scritto il primo videogioco al mondo.
Si trattava di un gioco a due, una battaglia tra astronavi in grado di lanciare siluri fotonici, su uno sfondo di stelle elettroniche. L'aveva scritto Steve Russell, il Prometeo nella leggenda dei videogiochi. E nello spirito dell'Era atomica lo aveva chiamato Spacewar. Il padre di tutti i videogiochi, programmato sul primo computer a usare un vero schermo e una telescrivente invece di infinite pile di schede perforate su carta.
Sono passati trentacinque anni. La potenza dei computer si è moltiplicata migliaia di volte. Le schede perforate sono state sostituite da nastri magnetici, floppy disk e cd-rom. Steve Russell è diventato più vecchio e scontroso, e adesso dirige i programmatori nella Silicon Valley, invece di perdersi dietro al codice per l'intelligenza artificiale a Cambridge, Massachusetts. Ma si ricorda del PDP-1 con la freschezza di un neodiplomato.
"Era grosso come tre frigoriferi, e aveva una console vecchio stile, con un mucchio d'interruttori e spie," dice, come se stesse descrivendo un giocattolo di superlusso appena arrivato la mattina di Natale. "Aveva un monitor e una telescrivente. Pensavo fosse una gran cosa e non stavo più nella pelle dalla voglia che avevo di metterci le mani sopra e provarlo. Così come molti altri di noi: con alcuni di quelli che avevano lavorato al programma di debugging e altri miei amici di Harvard iniziammo a parlare di come riuscire a fare di più col computer e con lo schermo."


© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore

L'autrice
J. C. Herz è diventata molto nota in tutto il mondo dopo il suo I surfisti di Internet relativo alla vita e la cultura delle reti. Scrive inoltre su Wired, Miami Herald, Esquire, lavora per la televisione e collabora a diverse pagine Web su termi riguardanti la cultura digitale.




Giampaolo Rugarli
Il manuale del romanziere

"Scrivere un romanzo è intraprendere un viaggio e, se per qualche tempo si può vagare a caso, a lungo andare la determinazione di una meta diventa ineluttabile."


Ogni autore ha la propria ricetta di scrittura, assolutamente individuale e unica. Alcuni di essi reputano di poter in qualche modo rendere pubblica questa ricetta, metterla a disposizione di tutti gli aspiranti scrittori per permettere loro di preparare un piatto completo che si possa definire romanzo. Per questo motivo si realizzano manuali e si tengono corsi sui quali Rugarli esprime qualche perplessità. Non si può insegnare veramente a scrivere, non si può creare dal nulla un romanziere. Come asserisce Cesare De Michelis nella Premessa, "con il consueto spirito paradossale Giampaolo Rugarli ha scritto Il manuale del romanziere con l'esplicito proposito di fissare anzitutto l'impossibilità di offrire qualsiasi manuale del romanziere". Non esiste la ricetta dello scrittore, ognuno crea con le cose che ha appreso, con l'esperienza personale, con la propria fantasia. Forse è possibile solo determinare alcune tracce generali entro le quali è preferibile rimanere, fornire alcuni suggerimenti di massima, senza tuttavia illudere nessuno, senza far credere che sia facile, seguendo regole predefinite, vedere la propria opera pubblicata. Questo si prefigge l'autore nel volume sgombrando subito il campo da possibili equivoci, da facili illusioni. Il manuale del romanziere è, al di là del titolo, un saggio ironico sulla scrittura, un testo di narratologia, un'opera di critica, più che un vero manuale con regole certe, anche se non mancano suggerimenti molto utili per un aspirante scrittore. Sono molti i riferimenti a opere di autori celeberrimi, delle quali viene dato qualche tratto critico, qualche commento su forma e contenuto, e che vengono presi a esempio nell'ambito del discorso generale. Capitoli come Deontologia del narratore, Lo stile e i limiti dello stile o Il progetto di narrazione entrano più direttamente nel merito della scrittura, ma in generale il saggio è dedicato a un'analisi del romanzo, per fornire una traccia storica dalla quale partire.
Il volume è anche una presa di coscienza collettiva dell'importanza della scrittura, della memoria, della creatività, della capacità di comunicazione e un'analisi a tratti pessimistica dello "stato della scrittura" contemporanea: "Potrebbe persino temersi che la scrittura si accinga - dice Rugarli - a diventare il linguaggio dei diseredati. Conclusione evidentemente eccessiva; ma che la scrittura, vuoi come atto materiale vuoi come risultato espressivo di quell'atto, stia attraversando un periodo di offuscamento, questo mi pare indubitabile".


Il manuale del romanziere di Giampaolo Rugarli
264 pag., Lit. 13.000 - Edizioni Marsilio (Tascabili Marsilio n. 93)
ISBN 88-317-6909-X

Le prime righe

PARTE PRIMA

Parola, scrittura, narrazione

Un inganno: l'insegnamento della scrittura creativa


Scrivere (e far pubblicare) il vostro primo romanzo è il titolo incoraggiante di una monografia pubblicata nel 1990 da Armenia Editore, Milano. Ne sono autori un agente letterario, Oscar Collier, e una scrittrice, Frances Spatz Leighton; inoltre l'edizione italiana "è stata curata e annotata da un esperto e profondo conoscitore dell'editoria italiana", conoscitore che tuttavia ha preferito conservare l'anonimato. I contenuti della monografia possono essere illuminati dai titoli di alcuni capitoletti: quando scrivere? meglio scrivere in solitudine? qual è il luogo migliore per scrivere?, si domandano i coautori che, naturalmente, hanno una risposta per ogni quesito. Com'è giusto, l'indagine tocca l'incipit, l'epilogo, la trama, le scene erotiche e le parolacce, insomma tutto l'armamentario che un aspirante romanziere deve saper maneggiare: e tanta ricchezza di informazione suggerirebbe di rinviare il Lettore al manuale di Armenia, senza ripetere un discorso già sviscerato in ogni implicazione.
Purtroppo il testo cui mi riferisco si inserisce in una collana intitolata COME e, secondo quanto si legge a pag. 2, appartengono alla stessa collana una ventina di titoli, tra i quali vorrei rammentare: Roulette, Impariamo la chitarra, La nuova smorfia, Impariamo a cavalcare, Nuove tecniche per vincere al lotto ecc. La disomogeneità degli argomenti sconcerta, a meno che l'abbinamento tra pubblicazione del primo romanzo e gioco del lotto intenda rivelare l'aleatorietà delle due imprese. Al di là di questa coincidenza, mettere nella stessa pentola l'equitazione e la scrittura dei romanzi è spia di superficialità: superficialità presente in ogni pagina dell'accennata monografia che pone domande quasi sempre sbagliate e porge risposte sempre insoddisfacenti.
Non occorre che un Manuale del romanziere sia sussiegoso per essere credibile, però i problemi connessi meritano un minimo di serietà e di approfondimento. E, tanto per cominciare, la pubblicazione del romanzo è accidente che deve rimanere estraneo alla nostra materia: le vie degli editori sono infinite (proprio come quelle del Signore) e non mette conto di vagliare il peso da attribuire alla maestria dell'autore, alla segnalazione di un illustre critico, alla raccomandazione di un potente, al colpo di fortuna ecc. ecc.


© 1998, Marsilio Editori

L'autore
Giampaolo Rugarli ha pubblicato romanzi, saggi e commedie. Ricordiamo Il superlativo assoluto (Premio Bagutta opera prima), La troga, Il nido di ghiaccio (Premio Selezione Campiello), Andromeda e la notte (Premio Capri e finalista Premio Strega), Il punto di vista del mostro (Premio Chiara), Una montagna australiana e L'infinito, forse. Le sue opere sono state tradotte nei maggiori paesi europei. Collabora con alcune delle maggiori testate italiane.



Mario Sconcerti
Baggio vorrei che tu Cartesio e io...
Il calcio spiegato a mia figlia

"Il modo di vivere dei popoli spesso si specchia nei modi di giocare delle loro squadre. La storia di una nazione si riflette cioè sul gioco e perfino sui risultati della sua Nazionale."


Il libro si apre con una specie di "breve storia sociale del calcio": dove nasce, da quali classi sociali, come si evolve e si trasforma nel singolo continente o Paese. Molte nazioni rivendicano di essere la patria da cui questo sport ebbe inizio, ma pare che sia proprio l'Inghilterra quella che lo fa a buon diritto. Nasce per le classi agiate, ma ha subito un pubblico popolare; ben presto però anche i giocatori non sono più scelti tra la buona borghesia, abitudine che invece rimane per un certo periodo in America Latina. Nascono anche le varie "scuole calcistiche", alcune più tecniche (quelle europee), altre più fantasiose e legate alla creatività dei singoli (in Brasile in particolare). Sconcerti sottolinea poi alcune peculiarità specifiche che vedono nel gioco lo specchio delle caratteristiche di una nazione. Ci si sofferma così a cercare di capire come mai negli Stati Uniti il calcio non abbia mai sfondato, anche quando è diventato "il più grande affare del mondo", dato che sicuramente non può apparire trascurabile all'industria americana. "Sociologi, psicologi, esperti di comunicazione, perfino filosofi, storici e antropologi sono scesi in campo" per spiegare tale anomalia, le cui cause, sottolinea l'autore, sono il suo essere uno sport degli immigrati e per di più di origine inglese: impossibile quindi farlo diventare uno sport nazionale.
Se si prende in considerazione il calcio italiano, è facile osservare come la sua evoluzione sia parallela a quella della situazione storico-sociale del Paese. Questa analisi e questa specifica angolatura d'osservazione costituiscono una delle caratteristiche del libro. Ad esempio, il catenaccio italiano è una tecnica che corrisponde a un'Italia povera, reduce dalla guerra, mentre il calcio moderno è stato inventato negli anni Settanta dalla nazione culturalmente più avanzata e libera d'Europa, l'Olanda.
La conclusione del libro tenta una "filosofia del calcio": seguendo i criteri kantiani, il calcio può essere definito una scienza, la cui grandezza sta nella sua imperfezione, che è la nostra.
Infatti il calcio degli anni Novanta è "un po' sacro e un po' realista, abbastanza privo di forti illusioni, ma deciso ad andare avanti".


Baggio vorrei che tu Cartesio e io... di Mario Sconcerti, prefazione di Eugenio Scalfari
Pag. 169, Lire 20.000 - Edizioni Baldini & Castoldi (I Saggi n. 115)
ISBN 88-8089-493-5

Le prime righe

Lo sport dell'uomo

Non c'è Paese che non sia convinto di aver inventato il calcio. È un errore attribuirlo ai fiorentini o agli inglesi. I fiorentini giocavano qualcosa di molto più simile al football americano e comunque non era calcio. Gli inglesi ci andarono più vicino, non lo inventarono ma lo codificarono, gli dettero confini e regole. Gli permisero cioè di nascere.
Per il resto dovunque e in qualunque epoca si è giocato con un pallone. Certo non con una sfera di cuoio gonfiata ad aria compressa, di questo peso e queste dimensioni, ma antichissime tracce di giochi col pallone si trovano perfino in popoli come il Giappone, che al calcio moderno stanno arrivando soltanto adesso.
Il calcio consiste nel dare calci giusti a un pallone. Attenzione, perché questa definizione ovvia contiene già la prima grande diversità. Il calcio si pratica con un attrezzo (il pallone), quindi è uno sport di abilità. Nel calcio tutto serve in misura giusta, ma nessuno può dire a priori quando una misura sia giusta. Se e quando servono più forza o più tecnica, più corsa o più potenza.
Facciamo degli esempi. L'atletica e il nuoto sono sport naturali. Nei cento metri vince chi è più veloce. Nei diecimila chi è più resistente. Si combatte contro i tempi, non c'è scontro fisico. Sono sport individuali dove l'uomo gareggia contro se stesso, contro i propri limiti.
Il calcio è molto più prosaico, nel calcio conta saper gestire l'attrezzo, fargli fare solo quello che serve in quella parte di campo e in quell'unico momento. Non ci sarà mai un'azione di gioco esattamente uguale a un'altra. Nell'atletica la gara più breve dura dieci secondi (i cento metri); nel calcio l'ottanta per cento delle volte un giocatore non tiene il pallone più di quattro secondi. In tutti i cento minuti circa di una partita ne avrà giocati direttamente non più di tre.
Uno sport di grande abilità dunque e per di più di squadra. È strano a pensarci, ma non siamo molto lontani dalle esigenze di uno spettacolo da circo. Undici persone che devono compiere un esercizio di equilibrio, di fantasia, di tecnica, di forza, inserendosi in un esercizio contemporaneamente fatto da altri in numero imprecisato e imprecisabile. Detta così sembra una verità terribile, una specie di tortura. Ma se il calcio resta complesso e misterioso è anche vero che si è sempre rivelato estremamente naturale.


© 1998, Baldini & Castoldi

L'autore
Mario Sconcerti ha 49 anni ed è fiorentino. Giornalista dal '72, ha fondato la sezione sportiva de "la Repubblica" (di cui ha anche guidato le redazioni di Milano e Firenze), è stato vicedirettore de "La Gazzetta dello Sport", ha diretto "Il Secolo XIX" di Genova per quattro anni e da tre dirige il "Corriere dello Sport". Ha tre passioni: la storia, il calcio e la filosofia, tutte riunite in questo che è il suo terzo libro.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




26 giugno 1998