Carmelo Bene, Enrico Ghezzi
Discorso su due piedi
(il calcio)

Enrico Ghezzi - "Ho l'impressione che accada come nel cinema. Sopravvivono i grandi film. E le cose invece più informi, le cose minori, le cose più piccole, alle quali la televisione conferisce un suo frame, una sua forma si perdono. Quanto è medio si perde. Pensa a una partita media."
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Carmelo Bene - "Sì, sì. Perché Romario nel campo non c'è più. E riesce ad essere freddo, fermo, in questo movimento, fermo, da singolo fotogramma... E poi li brucia. I portieri non si rendono conto, perché fa dei gol micidiali. È cinico. Ne scarta quattro con la palla calamitata al piede, e poi li mette nei posti più giusti, più impensati. C'è questo ghiaccio rovente..."



Un grande dialogo, una sinfonia a due voci su cinema e calcio. Si può parlare di Ronaldo o di Warhol, si può ricordare la grande classe di Van Basten o i primi piani di Dreyer, ci si può entusiasmare per il Brasile (Ghezzi - "Quando il Brasile perde piango") e fremere per Tardelli, o discutere di che cosa sia "porno" e che cosa sia invece "pornografia": tutto ciò in un volumetto dell'ottima collanina "pasSaggi" (che offre raffinate curiosità, vere e proprie "chicche" per cultori) pubblicato in coincidenza con l'inizio dei Mondiali di Calcio.
Il calcio può suscitare un tifo forsennato e demente, oppure può essere uno spunto, uno stimolo per ragionare su un'azione particolarmente affascinante, su un giocatore dall'acuta visione del gioco, su passioni, sentimenti e intelligenza messi su un prato ad esprimersi. Sicuramente questo libro mostra come due persone di cultura e di genio possano giudicare, avendone memoria, i grandi eroi popolari del pallone, e in generale dello sport. Sono citati e analizzati atleti, pugili, ciclisti con sicura competenza e passione sportiva.
Tra i numerosi libri sui Mondiali questo è di certo uno dei più originali: un punto di vista, un frammento di dialogo, uno spunto per proseguire nel discorso. Due noti personaggi della cultura e dello spettacolo si cimentano in un ambito nel quale il grande pubblico non conosceva le loro competenze, fanno audaci accostamenti, lasciano libera la loro fantasia e la loro memoria, un divertissement del tutto inaspettato e una bella sorpresa per gli appassionati dei Mondiali.


Discorso su due piedi (il calcio) di Carmelo Bene e Enrico Ghezzi
Pag. 121, Lire 10.000, Edizioni Bompiani (pasSaggi)
ISBN 88-452-3773-7

Le prime righe


e.g. - Una partita di calcio dura un'ora e mezza. Con l'intervallo, un'ora e quarantacinque, più o meno la durata standard hollywoodiana, europea, mondiale, fino agli anni Ottanta, di un film. Ho sempre trovato curiosa questa durata così vicina alla regola aurea del film. E mi ha sempre molto colpito, perché è una misura che eccede in ribasso le possibilità teatrali... Come vedi questa stranissima coincidenza?

C.B. - Ma è stato così da sempre. Non ce la fanno, credo. Non ce la farebbero a correre il campo. Credo che sia un fatto fisico, fisiologico.

e.g. - Ma era stato calcolato per esempio, anche sul cinema, che ci fosse una sorta di soglia di attenzione e di sopportazione media dello stare seduti a vedere uno spettacolo, tra l'ora e mezza e le due. Io non so tutte queste analisi su quali basi siano state compiute...

C.B. - È bene conoscere tutte le mie riserve sul cinema - io sono un iconoclasta, ma mai abbastanza infettato... Nessuno calpesta più la pellicola, a nessuno fa paura, o la brucia... Edoardo Fadini, in Il teatro senza spettacolo, dice: "Uno spettacolo di Bob Wilson può durare anche dodici ore, e questo è sopportabile. Uno spettacolo di Carmelo Bene, invece, anche se dura cinque minuti è insopportabile. Intollerabile." Anche in serie A ci sono cose da quarta serie...

e.g. - ... anche nelle coppe.

C.B. - Nelle coppe soprattutto, dove c'è tanta noia...


© 1998, Edizioni Bompiani

Gli autori
Enrico Ghezzi si occupa di cinema e di televisione (è uno degli ideatori di "Blob" e di "Fuori orario"), per Bompiani ha già pubblicato Paura e desiderio - cose (mai) viste 1974-2001 (1995) e Cose mai dette - fuori orario di fuori orario (1996).

Carmelo Bene è nato a Campi Salentina nel 1937. Attore, regista e autore teatrale. Protagonista dell'avanguardia negli anni Sessanta, nei suoi spettacoli ha fuso testo, recitazione e regia in una sintesi polemicamente antitradizionale.



Gita Mehta
Il gioco delle scale e dei serpenti
India: il fascino e le contraddizioni di un grande Paese

"Riuscite a immaginare se, attraverso il consenso democratico, l'altra metà della nostra popolazione venisse portata al di sopra della soglia di povertà, e riuscissimo a creare un paese in cui ogni cittadino fosse in grado di sedersi a tavola?
Si sta parlando di un sesto della razza umana.
Riuscite a immaginare che cosa significherebbe per l'India?
Riuscite a immaginare che cosa significa per il mondo?".



L'interessante libro di Gita Mehta ci presenta senza mistificazioni la situazione attuale dell'India, la povertà, la divisione in caste (abolita dalla Costituzione, ma reale nel Paese), la povertà. Viene però anche mostrato l'altro volto, quello meno noto, l'aspetto di vivacità, di trasformazione e di riscatto di parte della popolazione. Prima di tutto le donne. Sono nate delle forme cooperative che tutelano il lavoro femminile nell'artigianato, grande, incommensurabile ricchezza del Paese, mai preso in seria considerazione dall'economia nazionale, troppo tesa a una modernizzazione che in realtà non può rendere l'India competitiva nei confronti dei grandi poteri occidentali, ma che ha provocato solo uno sfruttamento spaventoso di donne e bambini.
Gita Mehta sottolinea la grande dignità e il grande orgoglio di queste vere artiste del telaio, che troppo spesso si vedono non solo sfruttate terribilmente (per ripagare un debito di pochi dollari possono essere costrette a lavorare gratis per molti anni), ma anche derubate da furbi "turisti" dei disegni, delle tecniche, della loro arte insomma.
Nel libro (un saggio ma anche una particolare autobiografia) viene anche presentata, in modo estremamente vivace e ricco di aneddoti, la storia degli ultimi cinquant'anni. Anch'essa piena di contraddizioni: violenza e non-violenza, democrazia e autoritarismo, spirito d'indipendenza e troppo spesso sudditanza. Una ricerca difficile di equilibri in una realtà così terribilmente complessa e così assediata da una crescita demografica incontenibile. Anche la religione, così importante in questa nazione, fu utilizzata politicamente, così come, per altro, è spesso avvenuto anche in Occidente.
Anche la diffusione della cultura mostra incredibili contraddizioni: metà della popolazione è analfabeta, in compenso il numero di laureati è elevatissimo. Una cinematografia vitalissima, l'uso delle nuove tecnologie nella comunicazione, una editoria attenta e intelligente: eppure ancora troppi sono gli esclusi, troppi coloro che fin da piccolissimi sono costretti a vivere come animali. Gli ultimi capitoli del libro sono una sorta di canto d'amore per l'India, l'autrice sente la necessità di mostrare ai suoi lettori che nel suo Paese "c'è una forza che attira dentro di sé ogni tragica disparità, ogni dispersione di razza, di lingua, di religione, ogni confusione che è l'India, che ispira nelle sue genti un sentimento più ampio di patriottismo, qualcosa che esse cercano di raggiungere tendendo le loro braccia".


Il gioco delle scale e dei serpenti di Gita Mehta
Titolo originale: Snakes and Ladders

Traduzione di Sandro D'Alessandro
Pag. 214, Lit. 28.500 - Edizioni Frassinelli (Saggistica)
ISBN 88-7684-516-X

Le prime righe

1
Canto di libertà

Erano le tre del mattino e mia madre stava ancora ballando al Roshanara Club di Delhi quando cominciarono le doglie. Fu portata d'urgenza all'ospedale e otto ore più tardi ero nata.
Mentre mi teneva in braccio, la mia madrina pretendeva che mi si chiamasse Giovanna d'Arco. Si capisce, era una rivoluzionaria come tanti altri giovani che ballavano fino all'alba. Dicevano di essere combattenti per la libertà, spesso erano costretti alla clandestinità per via delle loro attività politiche contro l'impero britannico, e quando non erano in prigione passavano una quantità inveorsimile di tempo a ballare la rumba, il tango e il foxtrot, e ad augurarsi che la partenza degli inglesi dall'India fosse imminente.
I miei genitori vivevano a Nuova Delhi, la capitale nuova di zecca progettata da Lutyens per un impero britannico destinato a durare in eterno, ma dopo meno di vent'anni l'impero sembrava già vacillare e i miei genitori davano rifugio a un gran numero di nazionalisti che cercavano di sfuggire alla polizia, tanto che per un'élite di partigiani della libertà sparsi in tutto il subcontinente indiano la casa dei miei genitori era nota come il Paradiso dei Latitanti.
Il mattino in cui nacqui, nel Paradiso dei Latitanti l'opinione condivisa fu che il nome di Giovanna d'Arco non evesse nessuna forza evocativa in India. Sicché, fui chiamata Gita, ovvero canto. Come in Canto di libertà perché erano gli anni Quaranta e pareva che la libertà fosse finalmente a portata di mano. La scelta del nome rivelava un ottimismo prematuro. Esattamente tre settimane dopo, sei poliziotti armati di tutto punto fecero visita al Paradiso dei Latitanti, misero mio padre in manette e lo portarono in prigione.


© 1998, Edizioni Frassinelli

L'autrice
Gita Mehta è scrittrice, giornalista e autrice, regista e produttrice di documentari televisivi. Tra le sue opere, Karma Cola, il libro choc che demolisce il business dei falsi guru indiani; i romanzi Raj e Un ramo del fiume, bestseller negli Stati Uniti. I suoi libri sono stati tradotti in tredici lingue e pubblicati in 27 paesi. Vive tra New York, Londra e l'India.



Marc des Princes
Omicidio ai mondiali di calcio

"Ognuno di loro aveva voluto occultare nel modo più scrupoloso la verità perché gli 'interessi superiori del calcio' esigevano che si mettesse fine a quello che ormai veniva definito con un delicato eufemismo 'l'incidente'".


Con tempismo perfetto Mursia manda in libreria un giallo ambientato nel mondo del calcio, e più esattamente nella frenetica realtà, piena di tensione, dei pre-Mondiali. Con un altrettanto eccezionale parallelismo rispetto alla verità della cronaca (di questi giorni l'arresto di alcuni componenti di gruppi terroristici islamici che probabilmente stavano organizzando attentati da mettere a segno durante lo svolgersi dei Mondiali di calcio), il giallo si apre con un rapimento (o omicidio?) rivendicato dal Gia, anche se da subito le indagini prendono varie e differenti direzioni. Alcuni personaggi reali, come Michel Platini o Chirac, Jospin e Fernand Sastre, si inseriscono in una storia fatta di dialoghi sportivi intervallati da riunioni destinate a fare il punto della situazione. Perché per la Francia la situazione è grave: lo scomparso è Aimé Jacquet, il commissario tecnico della nazionale...
Il commissario Edgard Tongeone dovrà condurre un'inchiesta molto difficile per arrivare a capo della faccenda. La soluzione è urgentissima, i mass media e l'opinione pubblica premono per sapere di più e non è possibile tergiversare a lungo: il 10 giugno iniziano le partite dei Mondiali!
In un procedere incalzante si succedono i capitoli di una storia ambientata interamente dalla domenica 1 marzo al lunedì 9 marzo a mezzogiorno, momento in cui la vicenda trova il definitivo e imprevisto epilogo.


Omicidio ai Mondiali di Marc des Princes
Titolo originale dell'opera: Meurtre à la Coupe du Monde

Traduzione dal francese di Silvia Bazoli
126 pag., Lit. 14.000 - Edizioni Mursia
ISBN 88-425-2367-4


Le prime righe

Capitolo I

Domenica 1 marzo


Tutto aveva avuto inizio una domenica sera di marzo, esattamente il primo, verso le ventidue.
Il commissario Edgard Tongeone si pregustava il piacere di un meritato periodo di solitudine dopo aver mandato sua moglie e le sue due figlie di tre e due anni a respirare un po' di aria buona per quindici giorni nel Massiccio centrale.
Aveva promesso che le avrebbe raggiunte, ma era certo che, come al solito, da un momento all'altro si sarebbe presentata un'inchiesta imprevista.
Si era addormentato davanti ad un cocktail M6-Ballantines, quando un gendarme in uniforme suonò alla porta del suo appartamento.
L'uomo gli porse una busta e informò Tongeone che un'auto l'attendeva davanti a casa.
"Sai quante chiacchiere fra i vicini," pensò Tongeone.
Il gendarme, evidentemente di leva, cercò invano di rivolgersi al commissario con un grado militare e finì con un "Signore", che suonava falso.
Il tono del messaggio non lasciava presagire nulla di buono. Era firmato dal suo superiore, il commissario in capo Sérafini, il quale gli ordinava di recarsi immediatamente all'Eliseo.
"Non è il caso di aggiungere che si tratta di una questione della massima riservatezza," precisava un laconico PS.
All'interno della busta c'era anche un curriculum vitae di Aimé Jacquet, il commissario tecnico della squadra francese e alcuni ritagli di giornali che parlavano di lui.
"Oh merda", pensò Tongeone, che non si interessava assolutamente al calcio. "Quel cretino si è fatto ammazzare."


© 1998, Gruppo Ugo Mursia Editore

L'autore
Marc des Princes è lo pseudonimo di un celebre giornalista sportivo che conosce tutti i personaggi del calcio francese ed europeo.




Monty Roberts
L'uomo che ascolta i cavalli

"I miei successi derivano da lunghe ore di osservazione dei cavalli allo stato brado. Si tratta di un concetto semplice fondato sul buon senso. C'è qualcosa di magico in tutto questo, ma si tratta della magia di una lingua sconosciuta, primitiva, precisa e facile da capire".


La biografia di un uomo assolutamente speciale, un uomo che ha imparato il linguaggio dei cavalli. Non un domatore, ma uno speciale amico di questi animali, che ha conosciuto ed amato fin da bambino. Roberts ha una particolare malattia, una forma di daltonismo che non gli permette di riconoscere i colori, vede tutto il mondo in bianco e nero, ma ha invece sviluppata una particolare sensibilità che gli consente di interpretare i comportamenti tanto degli uomini quanto degli animali. Figlio di un padre violento, ha subito nella sua infanzia tutta l'aggressività di quest'uomo di cui ancora oggi porta i segni (la sua schiena infatti non riesce più a flettersi) e ha anche visto quanta crudeltà ci fosse nel metodo da lui utilizzato per addestrare i cavalli.
Guadagnare la fiducia degli animali, così come quella degli uomini, è stato per lui l'unico modo per ottenere qualcosa da quando, ancora adolescente, ha rifiutato l'uso di ogni violenza. Partecipa, giovanissimo, agli horse show, particolari gare che rappresentano un vero turbinio di attività e di lavoro a cui aggiunge lezioni a pagamento impartite a chi voleva imparare l'arte di domare i cavalli. Poi, grazie ai sacrifici e a una volontà indomabile, inizia a inseguire i suoi ideali: si sposa, ha dei figli. I soldi sono sempre troppo pochi per i progetti che vuole realizzare, ma non mette mai in dubbio la validità dei suoi sogni: un grande ranch in cui addestrare e allenare cavalli, una casa in cui vivere con una famiglia sempre più numerosa. Proprio la sua tecnica non-violenta di addestramento farà della sua vita un successo.
Una delle pagine più belle del libro è quella in cui Monty fa assistere il padre a un suo dialogo con una cavalla. L'autore spiega a quell'uomo molto duro e scettico sulle metodologie di addestramento adottate dal figlio come ogni atteggiamento e ogni movimento del corpo, sia suo che dell'animale, costituiscano un messaggio e creino un rapporto di assoluta comprensione tra lui e quella cavalla. L'incontro con la regina Elisabetta è stato un altro momento importante nella vita dell'autore, il riconoscimento assolutamente ufficiale della validità della sua tecnica. Oggi fa anche il consulente di molte industrie nel campo delle relazioni aziendali e vede che certe idee possono essere utilizzate anche fuori dal campo in cui sono nate.
Una vita di successo, molto americana, la vita di un uomo "che si è fatto da solo", ma che si differenzia da quelle che film o romanzi ci hanno proposto in questi ultimi anni, per il suo andar contro corrente: la forza di quest'uomo è la sua mitezza.


L'uomo che ascolta i cavalli di Monty Roberts
Titolo originale: The man who listens to horses

Traduzione di Roberta Zuppet
Pag. 321, Lire 30.000 - Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-85258-9

Le prime righe

CAPITOLO 1

IL RICHIAMO DEI CAVALLI SELVATICI

Risale tutto alle estati che trascorrevo da solo nel deserto alto, sdraiato a pancia in giù a osservare per ore e ore i cavalli selvatici con il binocolo. Mentre cercavo di distinguere i mustang alla luce della luna e di comprenderne il comportamento l'istinto mi diceva che mi ero imbattuto in qualcosa in importante, anche se non sapevo ancora che avrebbe influenzato tutta la mia vita. Nel 1948 ero un tredicenne che si sforzava di imparare il linguaggio dei cavalli.
Nel selvaggio Nevada la terra è fresca e morbida all'alba e bruciante a mezzogiorno. Le mie veglie estive erano scandite dal caldo dei giorni e dal freddo delle notti nonché da una profonda solitudine. Mi sentivo a mio agio lì, sotto l'immenso cielo notturno di quel paesaggio color tortora in compagnia di cavalli selvatici e guardinghi. Ricordo in modo particolare una cavalla bigia con una lista scura lungo la schiena e strisce zebrate sopra le ginocchia. Era senza dubbio la matriarca del branco e stava mettendo in riga un puledro indisciplinato che infastidiva gli altri esemplari. Rammento la rabbia con cui lo guardava dritto negli occhi, con la spina dorsale rigida e la testa puntata come una freccia verso l'animale più giovane. Quest'ultimo, dimenticata la baldanza di poco prima, sapeva esattamente che cosa volesse dire l'anziana. A trecento metri dal gruppo il reietto avrebbe capito dagli atteggiamenti della cavalla quando sarebbe stato il momento di tornare con gli altri.
Finché l'avesse fronteggiato non avrebbe potuto fare ritorno. Se gli avesse mostrato una parte dell'asse maggiore del suo corpo avrebbe potuto nutrire qualche speranza. Prima di venire perdonato il puledro doveva però dimostrare di essere pentito. I segnali che le inviava chiedendole di scusarlo si sarebbero poi rivelati fondamentali per lo sviluppo della mia tecnica, un metodo volto ad abituare piano piano i cavalli giovani alla sella e al cavaliere. Furono i mustang a insegnarmi il linguaggio muto del corpo e la cavalla bigia fu la mia prima maestra.


© 1998, RCS Libri S.p.A.

L'autore
Monty Roberts è stato a quattro anni controfigura cinematografica per scene equestri, attore a fianco di James Dean, addestratore di cavalli invitato dalla regina Elisabetta a illustrare i suoi metodi rivoluzionari, consulente per le relazioni aziendali di centinaia di industrie. A un anno dall'uscita, questo libro è ancora nelle classifiche dei bestseller in Gran Bretagna, Stati Uniti e Germania.



Göran Tunström
La vita vera

"Da tempo ormai avevo smesso di credere che la vita avesse un senso. Era solo questione di resistere. Nel matrimonio, nel lavoro, nel monotono scorrere di giorni senza gioia. E poi un giorno... La vita s'insinuò dentro di me, aprii gli occhi, osai incontrare il mondo".


"La mia madre letteraria è Selma Lagerlöf e mi ha partorito quando avevo otto o nove anni: ero un bambino e ascoltavo mio padre leggere i suoi libri [...] Ascoltavo quelle storie che parlavano dei posti che conoscevo, di quel che avevo intorno, e tutto prendeva un aspetto duplice: quello della realtà poetica e quello della realtà vera. Da questa esperienza è nata la mia volontà di essere scrittore." Così dice Göran Tunström nella sua intervista a Fulvio Ferrari per "il manifesto". In poche parole riassume quello che è il messaggio che scaturisce dalle sue pagine: la ricerca di un'esistenza libera, svincolata dal presente, dalla quotidianità, la "vita vera", che obbliga comunque a fare i conti con una serie di legami che ancorano a terra le esistenze. Così alterna momenti quasi onirici a visioni materiali, attimi di purezza a lunghi e difficili percorsi nella fragilità umana.
La vita vera è una raccolta di racconti lunghi basati proprio sulla possibilità di vivere momenti di esistenza autentica che superino il silenzio, l'isolamento, la solitudine. Come accade a Sigfrid Blom, un uomo convinto di non avere nulla di speciale, che sa di non avere ambizioni e che si ritrova solo, abbandonato dalla moglie. Fino al giorno in cui casualmente viene scambiato per un altro da un celebre attore, che lo ringrazia per qualcosa che lui non conosce. Il fatto, di per sé insignificante, sconvolge la sua vita, mettendo a fuoco la sua personalità nascosta e facendogli vivere finalmente una "vita vera". Il contrario accade a Ariel, piccola protagonista del secondo racconto. Ariel ha avuto la fortuna eccezionale di nascere con le ali e sua madre Anna comprende perfettamente quale possibilità le offra questa dote straordinaria: la libertà. Ma l'esistenza non può che tarparle queste splendide ali: il padre gliele taglierà e Ariel sarà finalmente, drammaticamente adulta. Come saranno adulti Isaac e Jakov, piccoli ebrei russi costretti a fuggire da Samarcanda a Gerusalemme, in un continuo deserto esterno e interno: un deserto dell'anima alle soglie della solitudine estrema e alla ricerca di un irraggiungibile miraggio.
In un'altra bella testimonianza raccolta da Claudio Altarocca per "La Stampa", Tunström afferma: "La realtà è così piatta, il sogno d'evadere, il riuscire a partecipare davvero alle cose, anche le minime... Io vivo per pura grazia. Ho 61 anni e sto morendo. Ho un cancro ai polmoni. Ho fumato troppo. Anche se non credo più in Dio, mi sento religioso. Sono un ragazzo di campagna che sogna di abbracciare il mondo".


La vita vera di Göran Tunström
Titolo originale dell'opera: Det sanna livet

Traduzione dallo svedese di Carmen Giorgetti Cima
pag. 259, Lit. 26.000 - Edizioni Iperborea
ISBN 88-7091-072-5

Le prime righe

GRAZIE PER KOWALOWSKI

Mia moglie e mio figlio sono coricati sul balcone, stretti una all'altro sotto la grande coperta di piume. Dormono. Poco fa, quando ho passato il dito sulla fodera, si è bagnato di rugiada.
Queste notti di fine agosto sono piene di stelle cadenti, di satelliti e di aeroplani, c'è un gran traffico, lassù. La luna splende chiara e limpida sopra la nostra casa. Per metà della notte sono rimasto in contatto con lei, attraverso il mio telescopio. Ho visto alcuni crateri, forse il Monte Riphaeus o il Copernico, a meno che non fosse l'Eratostene, sfavillavano incandescenti, ed era come se la luna fosse proprio lì davanti a me, e la via libera per raggiungerla. Niente curve, niente ostacoli. Mio figlio era impaziente di poter dare un'occhiata, ma la messa a fuoco si è spostata e inevitabile è arrivata la delusione:
"È molto più nitido quando si guarda senza cannocchiale."
Non è vero. In ogni caso, non alla mia età. Abbiamo bisogno di strumenti per poterci avvicinare a tentoni verso ciò che balugina fuori e dentro di noi. Il linguaggio è uno di questi strumenti. Quando ho staccato gli occhi dal telescopio per guardare mia moglie e mio figlio, quando li ho toccati per avere una conferma della mia esistenza, ho capito che, per quanto io possa sentire fin dentro al midollo della lingua la menzogna del riraccontare, non potevo non scrivere questa strana storia, che è la nostra. Il linguaggio ci seduce e ci fuorvia, ma voglio che nostro figlio - se e quando oserà averne la curiosità - possegga una gruccia cui appendere il suo vissuto. Il mio nome è noto. Sigfrid Blom, l'uomo che sta dietro a uno dei pezzi teatrali di cui si è più parlato negli ultimi anni, "Il viaggio di Kowalowski". Sì, sono "l'uomo che sta dietro" - proprio così! A stento qualche parola è mia, le esperienze sono indirette. Mi è stato solo dato un compito.


© 1998, Iperborea

L'autore
Göran Tunström, nato nel 1937 nel Värmland, debutta come poeta per affermarsi con lo straordinario L'Oratorio di Natale come uno dei più originali romanzieri svedesi. Dopo il Premio del Consiglio Nordico e il Gran Premio del Romanzo ha ricevuto per Il ladro il Premio Selma Lagerlöf.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




12 giugno 1998