Chet Baker
Come se avessi le ali
le memorie perdute

"Chet non può essere definito semplicemente un musicista, un tossicodipendente, un marito o una leggenda. Era tutto questo e molto di più."

dall'introduzione di Carol Baker


Un diario straordinario questo di Chet Baker: una lucida descrizione di una vita tormentata, di amori e passioni che esplodevano e si esaurivano, di musica e musicisti entrati nella leggenda, ma anche di droga, di autodistruzione, di morte.
Un'infanzia serena, la scuola, la compagnia di coetanei, i giochi, insomma tutto ciò che può permettere la crescita e la realizzazione di una persona. La passione per la musica si evidenzia ben presto, il padre la asseconda, appassionato anche lui di jazz, ma Chet non è uno studente molto disciplinato, il suo problema è di avere troppo "orecchio" e di non accettare lo studio teorico. Lascia le scuole superiori e decide di arruolarsi nell'esercito, in quel periodo gli sembra l'unica soluzione per continuare a suonare e per avere un lavoro. Quando decide, dopo qualche anno, di lasciare l'esercito si finge mentalmente disadattato e inizia la sua carriera di musicista. Iniziano però ben presto anche i suoi guai con la giustizia, e i suoi più significativi legami sentimentali. E nel diario si rivela dominante proprio questo tema: la droga e le conseguenze sia fisiche che giudiziarie che gliene derivano, le donne che ama di un amore violento ma non duraturo. In queste pagine risulta evidente come la dipendenza dall'eroina e dalla cocaina si insinui lentamente nella sua vita, come il grande musicista ne sia consapevole e cerchi in vari momenti della sua esistenza, di uscirne, per quanto forse l'eccessiva facilità e la complicità di medici e farmacisti non lo abbia sostenuto in questi tentativi. Momenti di maggiore libertà dalla droga si alternano a pesanti cadute e pochi, comunque, sono i periodi in cui non ha problemi giudiziari.
Alcune donne segnano la sua vita e da questi amori nascono due figli. Ma è Carol, la ragazza che gli darà il suo secondo figlio e che rimarrà con lui fino alla sua misteriosa morte, a ispirare le pagine più tenere e consapevoli di questo libro.
Leggendo il libro ci si trova immersi in una atmosfera simile a quella di tanti film: Chet Baker è infatti, nella sua vita, emblematico di un atteggiamento trasgressivo e provocatorio della cultura americana del secondo dopoguerra.


Come se avessi le ali. Le memorie perdute di Chet Baker
Pag. 115, Lire 18.000 - Edizioni minimum fax (Sotterranei n. 16)
ISBN 88-86568-50-9

Le prime righe


Fort Lewis, Washington, era particolarmente grigia e fredda, quell'inverno del 1946-47, almeno per me. Probabilmente mi ero abituato al clima del sud della California, dove fino a poco tempo prima avevo passato lunghe ore disteso sulla spiaggia o immergendomi lungo le scogliere di Palos Verdes. Circa l'85% della gente della mia caserma veniva da posti come Georgia, Mississippi, o North e South Carolina. Gli uomini non sembravano felicissimi di essere dove erano, ma non mi ricordo di alcuna tensione fra i miei commilitoni durante le lunghe settimane di addestramento in fanteria. La nostra formazione era la solita: marce, campi notturni, poligoni di tiro con M1 e bombe a mano, KP e servizio di guardia; le solite corvée, con grossi pezzi di lisciva e spazzole durissime - situazioni spiacevoli che erano già capitate a tanti prima di noi.
Circa una settimana prima che la mia compagnia finisse il corso base, fui chiamato a rapporto dal comandante. Mi spiegò che l'esercito era al corrente del fatto che avevo solo sedici anni e che, se in quel momento gli avessi detto che non volevo rimanerci, sarei stato congedato. Declinai la sua offerta e ritornai alla mia unità. Feci amicizia con un ragazzo di nome Dick, che avevo conosciuto durante l'addestramento. Era di Pasadena, aveva diciannove anni ed era veramente sveglio, con un QI di 148. Era anche forte; era capace di tirarsi su in verticale alle parallele, fare un giro completo, fermarsi e ripartire cambiando ogni volta verso. Una volta fece perdere i sensi a un ragazzo uscendo dalla mensa. Mentre costui, che pesava circa dieci o quindici chili più di lui, stava uscendo, Dick si spostò per farlo passare, ma il balordo lo urtò deliberatamente, colpendolo con violenza sul braccio. Dick si girò e lo stese a terra con un pugno. Come ho detto, era tremendamente forte.
Dick e io fummo gli unici del nostro reggimento a essere destinati al fronte occidentale.


© 1998, Edizioni minimum fax

L'autore
Chet Baker con la sua tromba dominò la scena del jazz negli anni '50, lavorando a stretto contatto con musicisti del calibro di Charlie Parker e Stan Kenton. Tuttavia nel decennio successivo si trovò risucchiato in una spirale sempre crescente di eroina, cocaina e droghe chimiche. Dentro e fuori dal carcere, passando di relazione in relazione, attraverso tutta l'America, fino alla misteriosa morte dieci anni fa.



Didier Daeninckx
Il fattore fatale

"Cadin si portò il pollice destro alla bocca e lo mordicchiò nervosamente. Sputò fuori un minuscolo pezzo di pelle. Tutto sapeva di morte."


Nei vari episodi che compongono il volume, l'ispettore Cadin, personaggio protagonista di alcuni romanzi di Didier Daeninckx, ricorda un certo numero di casi da lui risolti nel corso della carriera, carriera che lo ha portato a trasferirsi in varie località: da Strasburgo a Hazebouck, Courvilliers, Tolosa, Tolone, Roissy, fino all'ultima tappa di Aubervilliers. Cadin è un ispettore di polizia ordinario, non geniale, non "vincente", ma alle prese con indagini che rientrano nella routine di un investigatore. Non ci è dato sapere molto della personalità di Cadin, uomo un po' troppo "neutro", "inconsistente", quasi una figura "trasparente" che si aggira tra le strade delle varie città e tra le stanze dei tanti commissariati di polizia in cui è trasferito. Sappiamo molto di più dei protagonisti dei crimini su cui deve indagare. Dal caso di una ragazzina che racconta di essere stata insidiata in un parco da un uomo anziano e ubriaco (ma che in realtà nasconde una diversa verità), al fortuito ritrovamento nei pressi dell'aerodromo di Elincourt di un cadavere di donna assassinata, una donna sola alla ricerca disperata di compagnia, nella vita della quale Cadin deve per forza entrare, leggendo la corrispondenza privata, per ricercare il colpevole, o ancora un pirata della strada da ritrovare, indagando sui furti di auto denunciati e sulle possibili responsabilità nascoste.
L'ultimo episodio, Epilogo a Aubervilliers, termina drammaticamente la serie, con un finale quasi scontato per un personaggio estremamente coinvolto dai drammi umani e assolutamente incapace di aprire spiragli su un'esistenza diversa, su una vita fatta di esperienze "proprie". Solo nell'ultimo sprazzo di narrazione conosciamo davvero l'ispettore Cadin, ma è troppo tardi.


Il fattore fatale di Didier Daeninckx
Titolo originale dell'opera: Le facteur fatal

Traduzione del francese di Luciana Cisbani
155 pag., Lit. 13.000 - Edizioni Feltrinelli (Universale Economica Feltrinelli n. 1503)
ISBN 88-07-81503-6

Le prime righe

Strasburgo, 1977

Giurin giurello

L'ispettore Cadin parcheggiò la sua Renault 4 vicino alla chiesa Saint-Pierre-le-Jeune, fece scivolare dietro il parabrezza la fotocopia del permesso provvisorio di parcheggio, per evitare di andare a riprendere l'automobile al deposito municipale come la settimana precedente, poi risalì a piedi verso rue de la Nuée-Bleue. Stava piovendo e si chiese che cosa lo trattenesse, da sempre, dal comprare un ombrello. Non gli era stato ancora assegnato un posto al parcheggio. Lui non diceva niente e si limitava a digrignare i denti mentre attraversava l'ampio cortile del commissariato centrale, davanti allo schieramento di automobili delle mogli dei commissari capo. Il guardiano di turno non fece nemmeno lo sforzo di salutarlo. Un'impercettibile inclinazione della testa. L'ispettore salì gli scalini uno a uno e spinse la porta con il piede. Lo sguardo andò direttamente su una ragazzina immobile, seduta sulla famosa panca che i suoi colleghi chiamavano la panca dei divorzi da quando avevano preso l'abitudine di far attendere lì le coppie dilaniate, le famiglie sull'orlo della guerra civile...
La ragazzina non doveva avere più di quattordici anni.
Era abbandonata in quell'angolo della sala d'aspetto, le ginocchia incollate, la testa abbassata sulle scarpe da ginnastica variopinte, e il suo orsacchiotto verde con sopra lo stemma di una qualche università americana faceva a pugni con la tinteggiatura sbiadita dal commissariato. Di tanto in tanto portava una mano al viso e mentre tirava su col naso rumorosamente se lo asciugava. Sopra di lei la polvere anneriva i nomi, incisi nel finto marmo, dei poliziotti morti per la Francia o uccisi in servizio. Più lontano, accanto al banco dei registri, i poliziotti della pattuglia di metà pomeriggio discutevano con una decina di tizi raccolti nelle strade e nei quartieri, con i vagabondi nella stazione centrale tirati fuori dai vagoni fermi per le pulizie. Interrogavano in alsaziano, ma le dita dei poliziotti correvano in francese sui tasti delle Japy antiquate. Cadin si diresse verso la ragazzina e si accovacciò davanti a lei.


© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore

L'autore
Didier Daeninckx (Saint-Denis 1949), scrittore autodidatta di estrazione operaia, profondamente legato alla banlieue parigina dove vive, ha fatto ogni sorta di mestiere. Come scrittore incontra il successo con il suo secondo romanzo, A futura memoria. Tra gli altri libri ricordiamo: Off limits, Play-back, Zapping, La morte non dimentica nessuno.



P. D. James
Una certa giustizia

Una donna intelligente e brillante viene uccisa misteriosamente. L'omicidio è legato alla sua professione di avvocato? E chi potrà trovare il colpevole e fare giustizia?


37 anni di carriera, insignita del titolo di "baronetto" nel 1991 per i suoi meriti di scrittrice, P. D. James è entrata da tempo di diritto nell'Olimpo degli scrittori gialli di successo. Il suo personaggio Adam Dalgliesh, ispettore di polizia, è divenuto anche protagonista di una serie di film televisivi tratti dai romanzi, a coronamento di una popolarità ormai internazionale.
Nel suo ultimo romanzo, dato alle stampe dopo più di due anni di "silenzio", P. D. James conduce i suoi lettori nel difficile e complesso mondo della legge e dei tribunali. Il libro inizia con la presentazione della vittima, Venetia Aldridge, una "grintosa" avvocatessa totalmente dedita alla carriera, alle prese con un caso da portare in tribunale: la difesa del giovane Gary Ashe dall'accusa di aver ucciso la madre. Il processo è soprattutto un'altra opportunità per Venetia Aldridge di dimostrare la sua brillante intelligenza alla corte e ai suoi colleghi. Ma per quale motivo poco dopo viene trovata uccisa nel suo ufficio? Non era certo molto amata, ma chi poteva volerla morta? Il caso si rivela subito molto complesso e pieno di implicazioni di vario genere. L'ispettore Adam Dalgliesh, incaricato delle indagini, troverà ancora delitti e misteri sulla strada della verità, una verità molto sfuggente nei confronti della quale la legge può solo esercitare "una certa giustizia".
"Il mystery è un genere estremamente vario". Ha dichiarato l'autrice in una recente intervista. "Non inibisce l'immaginazione. E per una serie di complesse ragioni continua ad essere una forma molto forte d'intrattenimento. Nel mystery c'è il pericolo, la sfida della soluzione di un puzzle, il concetto della sacralità della vita umana. Un murder mystery implica che vi sia un universo morale e che si possano sempre risolvere certi problemi". E sebbene "una buona storia sia diventata quasi una rarità nella letteratura contemporanea", Una certa giustizia rientra senza dubbio nel novero di queste rare eccezioni.


Una certa giustizia, di P. D. James
Titolo originale dell'opera: A certain justice

Traduzione di Ettore Capriolo
452 pag., Lit. 32.000 - Edizioni Mondadori (Omnibus)
ISBN 88-04-44702-8


Le prime righe

LIBRO PRIMO
Avvocato difensore

1


Gli assassini di solito non danno alcun preavviso alle loro vittime. È una morte che, per quanto terribile sia quell'ultimo secondo di sgomenta consapevolezza, arriva grazie al cielo senza essere gravata da presentimenti di terrore. Quando, nel pomeriggio di mercoledì 11 settembre, Venetia Aldridge si alzò per controinterrogare il principale testimone d'accusa nel processo Regina contro Ashe, le rimanevano quattro settimane, quattro ore e cinquanta minuti di vita. Dopo la sua morte, i molti che l'avevano ammirata e i pochi che l'avevano avuta in simpatia, nel tentativo di esprimersi in modo più personale senza ricorrere ai consueti aggettivi dell'orrore e dell'indignazione, si sorpresero a sussurrare che Venetia sarebbe stata contenta di aver potuto celebrare il suo ultimo processo al Bailey, sede dei suoi più grandi trionfi, e proprio nella sua aula preferita.
Ma nella vacuità di quel commento c'era una punta di verità.
L'aula numero uno l'aveva affascinata fin dalla prima volta che vi aveva messo piede, quando era ancora studentessa. Aveva sempre cercato di disciplinare quella parte di sé che sospettava capace di farsi sedurre dalla tradizione o dalla storia, e tuttavia quell'elegante anfiteatro rivestito con pannelli di legno le provocava una soddisfazione estetica e un'eccitazione che erano fra i piaceri più intensi della sua vita professionale. Le dimensioni e le proporzioni dell'aula erano molto equilibrate, e lo stemma sontuosamente scolpito sopra la pedana e la luccicante Spada della Giustizia secentesca sospesa sotto di esso trasmettevano un'idea di dignità consona al luogo; il contrasto fra il banco dei testimoni, sormontato da un baldacchino come un pulpito in miniatura, e quello dove sedeva l'imputato - che guardava dritto negli occhi del giudice - risaltava in modo piacevole. Come tutte le sedi perfettamente studiate per la loro funzione, dove nulla mancava e nulla era superfluo, ispirava un senso di calma fuori dal tempo, se non l'illusione che le passioni umane fossero suscettibili di ordine e di controllo.


© 1998, Arnoldo Mondadori Editore

L'autrice
Phyllis Dorothy James è nata nel 1920 a Oxford e ha da sempre desiderato diventare una scrittrice, sebbene non abbia pubblicato nulla sino a 42 anni. Per trent'anni ha lavorato in vari settori del British Civil Service, compresi i Dipartimenti di polizia e diritto penale del Ministero dell'Interno. Fra i suoi titoli si ricordano: Un gusto per la morte, Un lavoro inadatto a una donna, Una notte di luna per l'ispettore Dalgliesh, Un indizio per Cordelia Gray, Sangue innocente, I figli degli uomini e Morte sul fiume.




Sven Ortoli, Nicolas Witkowski
La vasca di Archimede
Piccola mitologia della scienza

"La scienza è folgorazione."
"Chi cerca trova (soprattutto affidandosi al metodo sperimentale) e niente è impossibile a un cuore impavido."



Molta parte di ciò che tutti ricordiamo della storia del pensiero scientifico è legata a un mito, a una immagine costruita nel tempo che ha esaltato alcune caratteristiche dello scienziato o delle sue scoperte creando una verità stereotipata che non rispecchia la vera realtà dei fatti. Ricco di aneddoti curiosi, di analisi originali dei fatti, il saggio ci fa aprire gli occhi sulla realtà, facendoci abbandonare le idee preconcette su episodi appresi a scuola, letti su molti testi di storia della scienza, ma inesatti.
Ridimensionare il genio di Leonardo non vuol dire mancargli di rispetto, ma reinserire in un quadro storico-scientifico corretto un personaggio così importante. Così può essere per l'incrollabile mito del moto perpetuo: "è stimolante constatare che, se il moto perpetuo non 'si muove', il suo mito, invece, 'gira' da secoli", oppure che il celeberrimo episodio della "mela di Newton " non è affatto provato, ma addirittura potrebbe essere interamente inventato, in onore di una nipote, l'unica persona alla quale il misogino scienziato fosse legato da affetto. "Altro che mele!" Newton era probabilmente alla ricerca della pietra filosofale quando scoprì la gravità... E, per parlare di un argomento a noi "vicino", il mitico anello mancante della teoria evoluzionistica di Darwin? Mancava nel 1860, ma manca ancora adesso. "In effetti, se nell'ambito di una singola specie è facile osservare l'evoluzione, nel senso in cui la intende Darwin, molto più delicato è evidenziare il passaggio da una specie all'altra", tanto che attualmente sono sempre più numerosi i fautori delle tesi della "discontinuità evolutiva" (i quali considerano l'evoluzione come un processo di adattamento per salti evolutivi) che affermano come "non manchino affatto anelli, anzi ce ne sono fin troppi". Ma nella opinione comune ancora si cerca quel mitico anello mancante tra scimmia e uomo che ragionevolmente non si troverà mai... E via di seguito, attraversando tutti i miti più noti del pensiero scientifico, a partire dall'Eureka di Archimede per terminare con E=mc2 di Einstein (uomo con difficoltà di comunicazione e di linguaggio). Dopo la sua formula, "tremendamente efficace ma incomprensibile, Einstein propone alla nostra meditazione un'ultima formula: ciò che è ben concepito, non può essere enunciato". E dunque, forse, può essere solo mitizzato...


La vasca di Archimede. Piccola mitologia della scienza, di Sven Ortoli e Nicolas Witkowski
Titolo originale dell'opera: La baignoire d'Archimède

Traduzione di Maria Gregorio
222 pag., Lit. 34.000 - Edizioni Raffaello Cortina (Scienza e idee. Collana diretta da Giulio Giorello)
ISBN 88-7078-500-9

Le prime righe

LA CISTERNA DI DIO

Tutti sanno che Isaac Newton attirava le mele, che Einstein mostrava la lingua, che Archimede schizzava fuori dalla vasca con un urlo, che Leonardo da Vinci era in grado di fare tutto, e che i ricercatori sono, potenzialmente, altrettanti apprendisti stregoni capaci di creare nei recessi dei loro laboratori sempre nuove versioni di Frankenstein. Peraltro, è quanto vale la pena di conoscere sulla scienza, poiché ogni evento "scientifico" - ossia "incomprensibile" - può essere ricondotto all'una o all'altra di queste immaginette. Di un astrofisico inglese, è sufficiente sapere che occupa la cattedra che fu di Newton e che prosegue le ricerche di Einstein; dell'uomo più ricco del mondo, apprendiamo che ha appena acquistato un prezioso codice del grande Leonardo; di un recente premio Nobel francese, si ricorda che è un novello Newton. Così è giusto che sia.
L'idea di andare a curiosare più da vicino in questo pantheon costruito su misura per gli uomini di scienza è decisamente iconoclasta. Per farlo, bisognerebbe essere del tutto privi di senso del sacro, un po' come il ragazzino in visita alla fonte miracolosa di Lourdes che domanda alla guida: "Ma quanta acqua tiene, la cisterna?". Ebbene, noi ci siamo proposti di interrogare i miti scientifici proprio con domande del genere: la mela di Newton era una golden o una granny-smith? La vasca di Archimede era una Jacuzzi o una semplice tinozza? E Leonardo era in grado di risolvere un'equazione di secondo grado?
Ben pochi tra i più autorevoli studiosi di mitologia si sono interrogati sui miti scientifici. Roland Barthes ha riconosciuto il loro legittimo statuto catturandone magistralmente uno (il cervello di Einstein) nei suoi Miti d'oggi, e Claude Lévi-Strauss rileva (in una prefazione) che il mondo della scienza ci risulta "fuori tiro, salvo che per la via traversa di vecchi modi di pensare che lo scienziato acconsente a riportare in auge per nostro uso (e talvolta, incresciosamente, per il suo)". Di fatto, l'atteggiamento ambivalente che continuiamo ad avere nei confronti della scienza è un terreno molto fertile per la comparsa di miti durevoli.


© 1998, Raffaello Cortina Editore

Gli autori
Sven Ortoli, giornalista, è autore di testi di divulgazione scientifica: Le cantique des quantiques, 1984 e Histoire et légendes de la supraconduction, 1988.

Nicolas Witkowski, fisico, si divide fra l'insegnamento, il giornalismo (Le Monde, Science et Avenir) e l'editoria scientifica (dirige per Seuil la collana "Points Sciences").



Giorgio Simonelli, Gaetano Tramontana
Datemi un Nobel!
L'opera comica di Roberto Benigni

"La vita è bella è soprattutto un formidabile saggio di comicità cinematografica; un saggio nel senso letterale della parola, un tentativo, un esperimento, una prova. Un'opera in cui si saggiano, si sperimentano le possibilità e i limiti del discorso comico, un'occasione per mettere alla prova un modello di comunicazione, una sfida."


Il volume è composto da una lunga intervista a Roberto Benigni e da quattro brevi saggi che ripercorrono e analizzano tutta la carriera del geniale comico toscano, dai suoi esordi ad oggi. Sicuramente la recente conquista del Premio speciale della critica attribuitogli al Festival di Cannes per il suo più recente film ha dato una valenza e una notorietà internazionale a questo attore che non ha mai rinnegato la propria identità di toscano e di provinciale, con tutta la ricchezza culturale che queste radici gli hanno trasmesso. Ben prima di questo alto riconoscimento la critica più attenta (e soprattutto il pubblico) aveva riconosciuto in Benigni le caratteristiche di vera genialità espressiva, di intelligente e straordinaria vis comica e di eccezionale originalità. Inizia la sua carriera dal palcoscenico e il clima culturale e politico dei primi anni Settanta lo vede, appena ventenne, attivissimo e vivacissimo osservatore dei fermenti che lo circondano. Arriva a Roma dove ha come unico riferimento Lucia Poli che in quegli anni cerca una sorta di "innovazione dal di dentro" del teatro di parola e promuove la nascita del gruppo "Le parole, le cose" in cui Benigni è coinvolto. Nasce Mario Cioni, il personaggio che dà una vera impronta e caratterizza la comicità di Benigni. "Il filo conduttore è l'invettiva, il moto arguto, l'elevazione del turpiloquio a codice comico, sempre e comunque distante dalla parolaccia come intercalare, quindi fine a se stessa e svuotata di significato."
Tradizione e innovazione: direi che questi due termini apparentemente in contraddizione sono invece la chiave di lettura di tutta l'attività teatrale, televisiva, cinematografica del Nostro. Ripercorrendo l'analisi dei vari spettacoli, si può osservare come soprattutto in quelli televisivi la forza dissacrante ed "eversiva" di Benigni sia facilmente avvertibile. I personaggi televisivi più noti sono come travolti (anche fisicamente!), Pippo Baudo rimane completamente annichilito dall'impossibilità di fermare le divertite invettive del suo ospite, il pubblico si rende immediatamente conto della grande potenza comica di questo piccolo, esile, diabolico toscanaccio.
Anche nel cinema i suoi personaggi, un po' pazzi, scanzonati, opera sempre uno scarto dalla logica, dalla consequenzialità dei gesti, il tutto con una profonda ingenuità e purezza che gli permette di trattare, in chiave comica, ad esempio, il tema degli assassinii sessuali in un periodo in cui ogni giornale parlava con toni logicamente tragici delle azioni del cosiddetto "mostro di Firenze".
Ma è stato il suo ultimo film, di cui è anche regista, a dimostrare come si può far discutere, e discutere seriamente, il pubblico, gli intellettuali, i critici, su campi di concentramento, comicità, lettura artistica delle vicende storiche...
Nell'intervista che apre il volume, Benigni racconta come gli è nata l'idea del film, quali "consulenti" ha avuto, quali testi ha letto su questo argomento. Tutto ciò dimostra l'estrema serietà di metodo e il forte impegno intellettuale speso per realizzare La vita è bella, e dimostra anche che è possibile risvegliare le coscienze e le intelligenze del pubblico se si offre un'opera di qualità che abbia anche la capacità di divertire.


Datemi un Nobel. L'opera comica di Roberto Benigni di Giorgio Simonelli e Gaetano Tramontana
Pag. 174, Lire 19.000 - Edizioni Falsopiano (Falsopiano/Cinema n. 10)
ISBN 88-87011-11-7

Le prime righe

COMVERSAZIONE
CON ROBERTO BENIGNI


A cura di Vanina Pezzetti


La vita è bella presenta la vicenda di una famiglia di ebrei toscani, o meglio una famiglia "mista", deportati in un lager. Perché ti sei interessato ad un soggetto così differente rispetto ai precedenti?

Anche se può sembrare un'asserzione tremenda, questo film non è differente rispetto ai miei precedenti. Penso che il comico dovrebbe occuparsi sempre di cose strepitose. Tutti i soggetti dei film dei grandi comici nascono da cose tragiche. Si pensi a Chaplin, i cui soggetti sono tutti tragicissimi. Questo film è nato così: non l'ho pensato, mi è arrivato. Volevo lasciarmi pigliare da una cosa che m'avvolgesse tutto. Ciò che sento forte in questo momento e che mi impressiona di più è l'Olocausto. Io non ho una famiglia ebraica, ma mio padre è stato in una campo di lavoro, non di concentramento. Nei suoi racconti non me l'ha fatto rivivere come un trauma, me l'ha sempre raccontato con leggerezza. Questa cosa mi è rimasta dentro. Quando ho cercato un soggetto m'è venuto fuori quest'orco che il mi' babbo non m'aveva mai fatto vedere, ma che c'era. Tuttavia ne parlo a modo mio, che non è da giullare, anche perché io sono una personcina abbastanza sensibile. Sai, la cosa che mi fa più paura dell'Olocausto è la mancanza di spiegazione.

Che personaggio rappresenti nel film?

Sono un antifascista, non solo col cuore, ma anche fisicamente: come appaio si capisce che non posso essere fascista, perché il mi' sopracciglio, il mi' dente incisivo, la mi' panza sono antifascisti. Io rappresento la libertà totale, la sgangheratezza dell'essere, la generosità. Tuttavia non ho nemmeno esagerato in una critica postuma al fascismo, che sarebbe stata troppo facile, retorica e brutta.


© 1998, Edizioni Falsopiano

Gli autori
Giorgio Simonelli è docente di Teoria dell'informazione presso l'Università Cattolica di Milano. Tra i suoi interventi ricordiamo: Invito al cinema di Hitchcock e Le sigle televisive.

Gaetano Tramontana, regista teatrale, collabora all'Istituto di Scienza dello Spettacolo alla Scuola di Specializzazione in Comunicazioni Sociali di Milano. Ha curato il volume L'informazione nella società attraverso lo sguardo del cinema.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




5 giugno 1998