Antonio Albanese
Giù al Nord

Com'è saggio il Nord, coi bambini
Razionati per farli felici
Tra le Volvo si inseguono in bici
Sotto i portici dei condomini.



Una serie di personaggi che vivono e agiscono nel "profondo Nord". C'è chi lavora sempre e il suo bel capannone di Eternit è per lui il paradiso. Non riconosce nemmeno più la moglie, il figlio è un tossico, gli orgasmi sono provocati solo dalla lamiera ondulata ma sicuramente il Perego è un uomo arrivato, un vero rappresentante dell'imprenditoria del Nord Est. Poi c'è Alex Drastico, lui non ha mai lavorato, ma è entrato in contatto con il Perego e contro di lui vengono scagliate le sue terribili maledizioni. È proprio la catena surreale di sventure che vengono augurate al malcapitato nemico di Alex Drastico che rendono esilarante questo personaggio notissimo anche al pubblico televisivo. Il più curioso, e forse simbolico, dei personaggi creati da Albanese è l'uomo che costruisce figure di fumo, che comunica col fumo e che considera questo il suo lavoro. In fondo anche un altro personaggio senza nome, rappresentante del profondo Nord presente nel volumetto ha l'indecisione, una indecisione strutturale, come sua caratteristica, e un altro ancora è definito dal suo non sapere o capire o saper spiegare che lavoro fa. Epoca dell'impalpabile, del lontano, di Internet, la nostra: epoca di grande efficienza, spesso "fumosa", spesso incomprensibile, senza dubbio, senza scopo. E poi chi dice che proprio le comunicazioni dei pellerossa non fossero assolutamente all'avanguardia, vere anticipazioni del mondo delle nuove tecnologie?
Albanese non è un sociologo, ma ha una eccezionale capacità di cogliere e di rappresentare una delle realtà più contraddittorie del momento: il Nord Est con le sue frenesie e le sue incongruenze, la sua smania dell'efficienza e le sue ambiguità, il suo malessere e la sua frustrazione.


Giù al Nord di Antonio Albanese
Pag. 118, Lire 13.000 - Edizioni Einaudi (Stile libero 523)
ISBN 88-06-14874-5

Le prime righe

Perego

Noi nella mia famiglia lavoriamo tutti. Da generazioni. Mio nonno ha fatto il capannone piccolo, mio padre il capannone grande, io il capannone grandissimo. Mio figlio si droga.
Ha capito che non riuscirà mai a fare un capannone più grande del mio. Ho provato ad aiutarlo con delle sberle, qualche calcio, poi ho provato anche con le maniere forti: niente. Ogni tanto viene a trovarmi in capannone e mi guarda senza dire una parola e io per fargli coraggio gli dico da Perego a Perego: "Manuel! Se tieni duro un giorno sarai proprio qui, dentro questo capannone di Eternit, seduto sulla tua sedia di compensato, con la tua bella scrivania di truciolato, con davanti questo bel blocco di fatture, il tuo bel timbro, il calendarietto, la statuina-barometro, sarai al posto del tuo papà". Un quarto d'ora dopo era già a farsi una pera.
Il mio capannone è lungo dodici metri e largo quattro. Il mio capannone è fatto di Eternit, e con l'Eternit non si scherza: è pieno di amianto, produrlo e montarlo è un gioco da ragazzi. È smontarlo e distruggerlo che è impossibile: si rischia il cancro. L'Eternit non è un materiale, è un monito: nessuno distrugga ciò che l'uomo ha costruito. Il tuo bel capannone, una volta che l'hai piazzato lì con la tua bella gru, sai che nessuno verrà più a romperti i coglioni. Se il dio egizio, Tutankamen, si fosse fatto la sua bella piramide di Eternit, col cazzo che gli profanavano la tomba. Ma arriviamo al punto: sorridiamo. Dentro il mio capannone di Eternit, io fabbrico Eternit. Lo so, è vietato, ma ripeto, io fabbrico Eternit, che servirà a costruire altri capannoni. Non si può fermare l'economia, facciamo tutti Eternit in paese.


© 1998, Giulio Einaudi Editore s.p.a.

L'autore
Antonio Albanese, attore di teatro e di cinema, ha pubblicato Patapim e patapam e Diario di un anarchico foggiano. Prima di diventare libro, lo spettacolo Giù al Nord ha girato l'Italia tra il dicembre 1997 e l'aprile 1998.



Patricia Highsmith
Come si scrive un giallo
teoria e pratica della suspense

"Molti tra gli scrittori debuttanti credono che gli scrittori affermati debbano avere una formula per il successo. Questo libro intende soprattutto sfatare questo mito."


Avete mai visto i telefilm della "Signora in giallo"? La protagonista è un'affermata scrittrice che si dedica, tra l'altro, all'insegnamento della scrittura creativa (nello specifico alla scrittura di romanzi gialli e polizieschi) in un'università americana. Simpatica, estroversa ed efficace, J. B. Fletcher è anche testimonianza diretta di un fenomeno diffuso, tanto da diventare elemento caratterizzante di un telefilm di successo. L'insegnamento della scrittura è infatti negli Stati Uniti una delle discipline universitarie da tempo inserite ufficialmente nei programmi e tra i suoi docenti vede alcuni tra i maggiori scrittori, non solo americani. Una giallista di successo (questa volta reale e non il personaggio inventato di un serial televisivo), la celeberrima Patricia Highsmith, intraprende nelle pagine di un manuale questo medesimo insegnamento. Il risultato è un libretto piacevole, divertente e utile per tutti coloro che vogliano ricalcare le sue orme. Un'autobiografia zeppa di ricordi e di annotazioni personali, avvincente quasi come un vero giallo e ricca di "colpi di scena", perché la scrittrice esprime sempre convinzioni non ovvie e fornisce spesso suggerimenti originali. Non mancano riferimenti a testi di altri scrittori e soprattutto vengono analizzate le strutture di un romanzo o un racconto di suspense, con tutte le tappe in cui si deve suddividere la narrazione (mano a mano che la storia si evolve) e le domande che l'autore si deve porre per creare una trama efficace.
Sebbene la grande giallista nell'Introduzione del volume scriva "Non c'è alcun segreto per una scrittura di successo, se non l'individualità - o chiamiamola personalità", dopo la lettura di questo manuale l'aspirante scrittore avrà senza dubbio una traccia più chiara da cui partire e il lettore potrà capire meglio come nasce un romanzo giallo.


Come si scrive un giallo. Teoria e pratica della suspense di Patricia Highsmith
143 pag., Lit. 15.000 - Edizioni minimum fax (filigrana 14)
ISBN 88-86568-40-1

Le prime righe

1
IL GERME DI UN'IDEA

La prima persona a cui dovete pensare di fare piacere, nello scrivere un libro, siete voi. Se riuscite a divertirvi per tutti il tempo che scrivere un libro richiede, l'editore e i lettori possono venire dopo. E verranno.
Ogni storia con un inizio, una metà e una fine, ha della suspense; si presume che una storia di suspense ne abbia di più. Userò la parola suspense nel modo in cui lo usa l'editoria, per significare racconti che contengono una minaccia di azione fisica violenta, e di pericolo, oppure pericolo e azione veri e propri. Altra caratteristica del racconto di suspense è quella di offrire divertimento in un senso vivace, e generalmente superficiale. Non ci si aspettano pensieri profondi o lunghi brani privi di azione, in un racconto di suspense. Ma la bellezza del genere è che uno scrittore può scrivere pensieri profondi o brani privi di azione, se è questo che desidera, perché la cornice è un racconto sostanzialmente vivace. Delitto e castigo ne è uno splendido esempio. Io credo in realtà che la maggior parte dei libri di Dostoevskij, se fossero pubblicati oggi per la prima volta, verrebbero definiti dei gialli. Ma gli si chiederebbe di tagliare, per via dei costi di produzione.

Sviluppare i germi della storia
Che cos'è il germe di un'idea? Probabilmente ogni cosa, per ogni scrittore: un bambino che cadendo sul marciapiede rovescia un cono gelato. Un signore dall'aria per bene che dal fruttivendolo, in modo furtivo ma apparentemente irrazionale, si fa scivolare in tasca una pera matura senza pagarla. Oppure, può essere una breve scena d'azione, che ti salta in testa dal niente, da niente di visto o sentito. La maggior parte delle mie idee embrionali sono di quest'ultimo tipo. Per esempio, il germe della trama di Sconosciuti in treno era: "due persone decidono di assassinare il nemico una dell'altra, creandosi con ciò un alibi perfetto". L'idea embrionale di un altro romanzo, Vicolo cieco, non era granché promettente, rifiutava accanitamente di svilupparsi, ma dimostrò la sua ostinazione rimanendomi in testa per più di un anno, a punzecchiarmi, finché non ho trovato il modo di scriverla.


© 1998, minimum fax

L'autrice
Patricia Highsmith (1921-1995), la più famosa giallista americana, ha esordito in maniera straordinaria nel 1950 con Sconosciuti in treno, da cui Hitchcock ha tratto il suo "Delitto per delitto". Da allora ha scritto oltre venti romanzi e sei raccolte di racconti. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Urla d'amore. Tra i più noti: Delitti bestiali, Il grido della civetta, Il talento di Mr. Ripley.



Richard Osborne
Storia della filosofia a fumetti

"La filosofia è la terra di nessuno tra la scienza e la teologia. Esposta dunque agli attacchi da entrambe le parti".

Bertrand Russell


Se alcuni insegnanti sapessero confrontarsi con il mondo, potrebbero scoprire che si possono insegnare materie molto complesse anche in modo divertente. Certamente questo volume non vuole, né può, essere sostitutivo di un testo di storia della filosofia, ma è sicuramente un buon supporto per chi, non avendo studiato la materia a scuola, vuole per lo meno sapersi orientare in questa disciplina. È sicuramente utile anche a chi vuole rinfrescarsi la memoria o fare qualche citazione oppure a chi, studiando a scuola la materia, desidera qualcosa di "leggero" che lo aiuti a memorizzarla e a vederne i nessi e i collegamenti. Il testo non manca di scientificità pur evitando l'uso di una terminologia eccessivamente tecnica e complicata, non si vuole infatti che possa essere comprensibile solo agli "iniziati". Il tratto del disegno è sicuramente moderno ed efficace e accompagna il testo in modo essenziale e piacevole. Al classico fumetto sono accostati brani di sola scrittura di tipo introduttivo o esplicativo che facilitano la comprensione dei contenuti e guidano nello studio dell'evoluzione della storia del pensiero.
Si può anche supporre che questo libro possa essere, per chi se ne appassiona, un punto di partenza per ulteriori letture e approfondimenti, o per lo meno uno stimolo che mostra quanto sia facile saperne un po' di più e come la cultura non sia questo inaccessibile traguardo per pochi privilegiati.
La divulgazione è uno strumento importante, l'editoria spesso se ne dimentica. La saggistica è per lo più di due categorie: i testi superspecialistici, per addetti ai lavori e la manualistica d'uso pratico o di bassissimo livello culturale. Questo testo si pone invece in altra ottica: l'informazione è seria, la lettura è semplice, l'interesse è immediato.


Storia della filosofia a fumetti di Richard Osborne, disegni di Ralph Edney, edizione italiana a cura di Nicolao Merker
Pag. 191, Lire 15.000 - Editori Riuniti
ISBN 88-359-4427-9


Le prime righe

Istruzioni per l'uso

Chi ha mai detto che una storia della filosofia debba essere noiosa? O che per forza debba restare dentro quel filosofese che a Walter Benjamin era sembrato un gergo "sciamanico" simile a quello degli aruspici che a vicenda si complimentano per le loro formule fumose, fatte per ingannare i creduli?
Questo libro è un divertissement per l'intelletto e per l'occhio. E ciò non solo perché Richard Osborne e il disegnatore Ralph Edney sono un'ottima squadra. La grafica, quando come qui funziona, è certamente uno stimolo da non sottovalutare: e che ha qui (vi tornerò tra un momento) un compito particolarmente interessante. Ma c'è, appunto, anche un discorso fatto di parole. Queste sono veicoli di concetti. E i concetti dovranno pur essere quelli della filosofia (o delle filosofie al plurale, delle tante che nella storia del pensiero filosofico si sono succedute da Talete in poi). Non potranno dunque fare a meno di essere, anche, termini tecnici e specialistici. Saranno, allora, davvero simili a quelli degli aruspici?
Il punto è proprio questo, e per far dispetto a quel gergo c'è un unico modo. Consiste nel tentativo, fin dove è possibile, di riformulare i termini tecnici con gli strumenti del linguaggio comune, di dare, per così dire, una loro "traduzione": la quale però, se da un lato viene incontro alle esigenze del senso comune, dall'altro non deve far dimenticare che dietro a essa esiste - con una sua nascita, una sua storia culturale e una sua pregnanza - proprio quel tale o talaltro termine tecnico e specialistico. Si tratta, senza dimenticare le ragioni storiche, culturali e concettuali di quella terminologia, di smontarla per vedere come è fatta, di provare a esprimerla con "altre parole", di disarticolarla dunque per comprenderne il meccanismo, e alla fine, dopo averne esaminati i pezzi, di ricomporla.
Chi tenta di smontare, tradurre e rimontare la terminologia non deve naturalmente condividere le finalità dei filosofi-aruspici. Deve, al contrario, saper guardare al loro gergo come a un oggetto di laboratorio, da sezionare e da esaminare al microscopio se si vuole, ma nei cui confronti va preliminarmente tenuto fermo che nessun sistema di termini e di significati, nessun "insieme semantico", può pretendere a un'aura di sacralità. Quest'aura la smontano bene i due personaggi di carta, principianti e apprendisti di filosofia, l'omino in canottiera e la ragazza coloured sua amica, che il lettore incontra a p.3 dove essi cominciano a cimentarsi con una definizione della filosofia.


© 1998, Editori Riuniti





Ezio Raimondi
Conversazioni
Una speranza contesa

"Volevo serbare il senso di ciò che è locale in quanto rapporto di autenticità, come limite e nello stesso tempo come concretezza, ma proiettandolo in un orizzonte più ampio: se la terra ha dei confini, il cielo è senza confini."


Questa autobiografia di Raimondi, uno dei più autorevoli critici letterari italiani, nasce dalle conversazioni tra l'eminente professore e il giovane allievo Davide Rondoni, curatore del libro. Nulla di pedantesco o dottrinale in questo volume, anzi tanta semplicità e modestia da parte di chi rappresenta una delle voci più interessanti della critica contemporanea. Un'infanzia povera, guidata dalla presenza intelligente soprattutto della madre, l'incontro con la scuola, con la lettura, con il cinema. Pur senza nessuna preparazione scolastica, la madre sente che il figlio deve proseguire nello studio e investe su di lui, fa sacrifici e rinunce, chiede consigli a chi ne sa più di lei e gli permette di iscriversi alle scuole magistrali. Sbocco naturale questo per chi, di umile famiglia, di sesso maschile, intende continuare a studiare. Le differenze sociali in quel periodo (Raimondi è nato nel 1924 a Lizzano in Belvedere, paese vicino a Bologna) sono piuttosto evidenti, sia nelle abitudini di vita anche giovanili, sia nel tipo di studi che si fanno affrontare ai figli. Questo però non impedisce al giovane di essere aiutato da molti che lo stimolano e lo incoraggiano a sostenere privatamente, diciassettenne, l'esame di maturità classica, e a iscriversi all'università. È il primo vero incontro con la cultura contemporanea, da lui scoperta attraverso le letture, le conversazioni, i riferimenti fatti dai professori durante le lezioni. Durante tutti gli studi, comunque, Raimondi aveva insegnato alle scuole elementari e, fin da giovanissimo, aveva avuto la necessità di mantenersi. La sua casa viene distrutta da un bombardamento, la povertà si fa sempre più forte, ma la fine della guerra vede un grande fermento e per il giovane Ezio c'è un altro incontro decisivo: quello con la democrazia. Ci sono anche altri contatti importanti come quelli con l'ambiente de Il Mulino, o l'amicizia con intellettuali come Renato Serra o Giuseppe Guglielmi, e poi le prime recensioni, i primi libri, i primi convegni, i primi riconoscimenti. Anche le letture sono estremamente stimolanti in quegli anni, una circolazione di idee che finalmente supera i confini nazionali e si fa di ampio respiro. All'interno del Mulino solo il '68 riuscì a creare vere difficoltà: una linea riformistica sempre sostenuta si scontra con il radicalismo del momento. Comunque l'ambiente del Mulino è sicuramente quello che affettivamente e culturalmente traspare come fondamentale per Raimondi, una realtà che si ritrova ad essere casa editrice, ma che è molto di più: è discussione, è proposta, è riflessione. La politica è pure un ambito importante, non c'è una partecipazione diretta, ma una forte coscienza civile che non verrà mai meno, nemmeno in questi ultimi anni confusi. La famiglia: la moglie con cui il dialogo è sempre vivo; la figlia che rappresenta, col suo salto generazionale, quel "diverso che non si può prevedere", con cui è difficile instaurare un rapporto sempre sereno, e poi la casa, il luogo dove si vive così importante e così simbolico.
Una autobiografia di straordinaria semplicità e ricchezza, di particolare interesse anche per chi non è uno studioso di letteratura italiana, in quanto, nell'esperienza di un intellettuale, si può ritrovare quel di positivo c'è stato nella cultura di questi ultimi quarant'anni.


Conversazioni, Una speranza contesa di Ezio Raimondi, a cura di Davide Rondoni
Pag. 169, Lire. 22.000 - Edizioni Guaraldi (Saggi & oltre)
ISBN 88-8049-132-6

Le prime righe

LA SCOMMESSA DI MIA MADRE

Io vengo da una famiglia popolare. Mio padre faceva il calzolaio, ma non volle mai crearsi un negozio e quindi lavorava in casa, come parecchi allora. Era una persona introversa, non priva di una certa signorilità. Mi colpiva come fosse quasi elegante, di domenica. Era un uomo poco proiettato verso l'esterno, quasi enigmatico, chiuso in se stesso, pago di questo suo lavoro per il quale, osando, forse avrebbe potuto fare di più, magari valendosi, come si soleva dire allora, di lavoranti. Era un uomo di vecchia tradizione bolognese: aveva radici lontane, ma non aveva più parenti. Alcuni erano emigrati in America: non ne ho mai saputo nulla.
Mia madre invece veniva dall'Appennino, era nata a Lizzano in Belvedere, nella piccola frazione, Pozzo, dove poi ebbi i natali io. Il cognome di mia madre era Fioresi, un cognome abbastanza comune. La cosa curiosa era che mia madre si chiamava Delfa e mio padre Adolfo. Un nome greco, che cosa strana... E poi diventavano sempre Delfa e Dolfo. Lei aveva avuto con la famiglia una vita laboriosa. A un certo punto i miei nonni con i figli erano emigrati in Lussemburgo, poi erano ritornati alla vigilia della prima guerra mondiale. Era invece rimasto là un fratello, cioè un mio zio, che continuò a fare il minatore. Mia madre probabilmente aveva avuto una vita abbastanza dura, ma era una natura radiosa, con una specie di energia tranquilla ma vera, a volte persino impetuosa: era aperta al rapporto con tutti, con un senso vivissimo di disponibilità agli altri, pronta a quella che si chiama la solidarietà. In ogni caso, era piena di immaginazione.
Qui debbo fare una specie di considerazione a parte, ma importante. In casa mia non avvenne una trasmissione vera e propria del passato familiare, quindi conosco pochissimo della storia antecedente dei miei genitori. Debbo ricostruirla per approssimazione, attraverso battute, immagini...


© 1998, Guaraldi/Gu. Fo. Edizioni s.r.l.

L'autore
Ezio Raimondi è nato a Lizzano in Belvedere (Bo) nel 1924. Professore ordinario di letteratura italiana all'Università di Bologna, ha insegnato dal 1955 presso la Facoltà di Magistero e dal 1975 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia. Già condirettore di "Conviviamo" e di "Lingua e stile", direttore dell'"Archivio Umanistico Rinascimentale" di Bologna, ha collaborato a tutte le principali riviste di storia letteraria. Attualmente partecipa alla direzione delle riviste "Lingua e stile" e "Intersezioni". È socio ordinario dell'Accademia nazionale dei Lincei di Roma e dell'Accademia delle Scienze di Bologna, membro della Akademie der Wissenschaften di Gottinga. Dal 1968 è stato più volte Visiting Professor alla Johns Hopkins University di Baltimora, al Graduate Center della City University di New York e alla University of California. Da oltre un decennio è presidente dell'Associazione di Politica e Cultura del Mulino di Bologna e Presidente del Consiglio editoriale dell'omonima casa editrice. Dal 1992 è presidente dell'Istituto Beni Culturali della regione Emilia Romagna.



Isabella Santacroce
Luminal

"Ho conosciuto giorni di famiglia e di pranzi dove mi si diceva cosa mangiare e come sulle gambe di mia madre già mi sentivo inquieta come a presagire un futuro nonsinfonico."


Questa è la storia di Demon e Davi.
Isabella Santacroce è un'autrice molto originale nel panorama letterario italiano, compresa l'ultima generazione di scrittori "pulp", per la maggior parte (particolare non indifferente) di sesso maschile. Estrema nella sua ricerca letterario-estetica, sempre sopra le righe, percorre una strada difficile perché alla ricerca continua della provocazione, in un momento in cui la provocazione è regola e norma narrativa. Dunque per agitare, colpire il lettore, dargli qualcosa di cui sorprendersi, deve estremizzare ogni situazione, portare in tutto la sua visione "onirico-barbiturica" da Luminal (detto per inciso forse il medesimo psicofarmaco usato da Marilyn Monroe, alla quale, tra i tanti, è dedicato il romanzo).
Una storia che si inanella attorno a innumerevoli rapporti sessuali descritti con voluta, squallida obiettività, senza rimandi ad amori o sentimenti inutili, ma con una improvvisa esplosione di Io ti amo (ripetuto 30 volte di fila) che quasi conclude (un urlo disperato?) il romanzo. Una storia fatta di sangue, sesso estremo, perfino di omicidio, con protagoniste due adolescenti alla ricerca della trasgressione e della perversione, di sensazioni sempre diverse e sempre uguali a se stesse: Demon e Davi, diciottenni "barbie-anatomiche".
In un ritmo quasi musicale in cui si ripetono brevissimi ritornelli come: Io sono Demon e la luna è mia madre, o Leccatemi bastardi non talentuosi leccatemi, o ancora Questa è la storia di Demon e Davi, si snoda la musica delle parole che, andando al di là del senso, creano una melodia estrema. Così come estremo è il finale, in cui scoppia tutta l'inquietudine nascosta, tutta l'infelicità che si nasconde dietro la ricerca della trasgressione totale, tutto il vuoto che lascia e tutta la furibonda rabbia che scatena. Perché l'assoluta assenza di remore morali, di sensi di colpa, di regole e la totale libertà delle protagoniste non porta automaticamente con sé la felicità, né ci va minimamente vicino. E se lo dice lei, portavoce di una generazione sconcertata e sconcertante, c'è da crederci.


Luminal di Isabella Santacroce
100 pag., Lit. 20.000 - Edizioni Feltrinelli (I Canguri / Feltrinelli)
ISBN 88-07-70097-2

Le prime righe


A volte penso sia stata la luna a partorirmi tra spasmi di cosce pallide sapientemente allargate tra le stelle proprio in alto. Così appesa sopra un concerto di David Bowie lei si apriva lasciandomi cadere.

Io sono Demon e la luna è mia madre.

Ci sono pareti bianche e angeli dalle piccole ali in volo attorno a noi abbracciate nello stesso letto con poca luce e il suo respiro sopra che ascolto stringendola in una delle tante notti-luminal con Davi-dolce accanto che ora avvicina le sue labbra alle mie sussurrandomi saremo amiche per l'eternità.

Questa è la storia di Demon e Davi.

Non conosco la luce di Zurigo. Quella vera. Vivo da anni in questa mia realtà capovolta che non conosce luce. Passo ore zurighesi nei locali più bui con la forte convinzione che siamo nati tutti per farci fottere.
12 ore di sonno. Ultimi minuti di luce e poi le nostre palpebre finalmente aperte. Nello stesso letto. Fuori stelle e lune attendono la nostra uscita. 12 ore di buio tutte per noi e poi altre 12 viaggiando nei sogni per attraversare il buio che ogni numero del calendario possiede. Davi ha 18 anni. Come me. I nostri passati sono così simili. Così simili. Sono passati di ricordi che assomigliano a vetri appannati dall'umidità dell'autunno. Possiamo scriverci il nostro nome sopra e annullarli. Nel silenzio di un cielo già nero scelgo il giusto cd ed entro nella doccia con lei in cerca di favole.

Questa è la storia di Demon e Davi.


© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore

L'autrice
Isabella Santacroce è nata a Riccione. Ha pubblicato Fluo. Storie di giovani a Riccione e Destroy.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




29 maggio 1998