Dale Peck
La legge delle solitudini

"Sarai completamente solo, immerso nell'oscurità, nella tristezza, in un luogo senza nome. Perché non ti sei mai fidato del linguaggio, nemmeno una volta ti sei affidato alle parole, erano l'unica cosa che lasciavi a me."

Una storia di solitudine, una solitudine che piano piano affiora all'interno di una storia d'amore tenerissima. Una ragazza, Beatrice, segnata dalla morte dei genitori, incontra un ragazzo che appare anche lui destinato alla morte. Ma la vita è strana, può imporsi anche dove sembra sfuggire e così Henry si salva, e può vivere interamente la sua passione con Beatrice. Un matrimonio li unisce, affrontano insieme le difficoltà economiche e i problemi quotidiani, nasce un figlio tenacemente voluto da lei, e poi, non si bene perché o quando, l'amore sbiadisce. Perché? È la domanda che Henry, ormai vecchio, si pone. Il contatto con la morte di un amico e, soprattutto, la rinnovata amicizia con Myra, la vedova, quindi un trasloco improvviso e la costruzione di una nuova casa: tutti motivi di riflessione e voglia di cambiamento. "Si passa tutta la vita con un'altra persona e se si è fortunati l'unica cosa che si riesce a capire è che non si riesce mai a sapere come funziona esattamente quell'altro, cos'ha nella testa. Non si arriva mai a conoscersi davvero". Queste parole, dette da Myra, un nuovo fremito dentro il cuore, un bisogno ormai incontenibile di ritrovare senso a quella vita insieme, a quella vecchiaia, piena di malesseri e di solitudine, e per Beatrice e Henry forse nasce una nuova fase del loro amore. Forse non si deve scandagliare troppo nei perché della vita e invece ci si deve abbandonare a quei segnali, a quelle impercettibili chiamate all'amore che possono improvvisamente riapparire. Saper accettare e accogliere i reciproci corpi invecchiati, sapervi ritrovare le tracce di quei fremiti che la giovinezza aveva suscitato. È amore anche questo, anzi è questo l'amore: una tenerezza sconsolata e pietosa per l'altro, per il compagno di una vita, anche se sono stati tanti gli anni di silenzio e di indifferenza. Quando però la morte riprende il suo territorio, ceduto per un attimo solo alla vita, è davvero la fine. Forse questa tardivo risveglio non sarebbe durato, forse si sarebbero di nuovo ritrovati soli e lontani, eppure Beatrice sente, con grande forza, di avere tenuto in pugno, anche solo per un attimo, la felicità.
Un romanzo che si snoda attraverso continuo flash-back, che rompe ogni struttura cronologica della narrazione e che vede i personaggi in continua evoluzione e trasformazione, non solo e non tanto, nel periodo della loro giovinezza, anzi soprattutto nella vecchiaia, quando la letteratura assegna abitualmente al personaggio una personalità definitiva. In questo appunto mi pare stia la straordinaria novità narrativa di Peck, nel vedere appunto la vita, finché c'è, come fonte inesauribile di rinnovamento, l'unico vero segreto è proprio infatti il lasciarsi vivere.


La legge delle solitudini di Dale Peck
Titolo originale: The law of enclusures

Traduzione di Grazia Gatti
Pag. 277, Lit. 30.000 – Edizioni Feltrinelli (I Canguri)
ISBN 88-07-70096-4

le prime pagine
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1.

CONFETTURA


La piccola Beatrice viveva sommersa in un mondo di emozioni che turbinavano tutto intorno a lei senza mai toccarla. Sott'acqua, dentro un costume bagnato, si sentiva sul corpo la pressione dell'amore che i suoi genitori provavano l'uno per l'altra: la sollevava, la schiacciava, la stuzzicava con la sua inafferrabile vicinanza. Ma Beatrice sentiva che se chissà come fosse riuscita a penetrare la sottile membrana che separava il suo corpo dai loro sarebbe annegata, e così non spingeva mai troppo forte, restava semplicemente seduta a guardare, ad ascoltare, in silenzio. Guardava e ascoltava, annusava, tastava, l'assaporava persino: l'amore fra i suoi genitori era così palpabile che sembrava invaderle tutti i sensi e a volte era così forte che si trovava trascinata fino alla loro camera da letto dalla corrente che riempiva la casa in loro presenza e nel calore di quella piccola stanza le emozioni non erano mai del tutto sopite. L'aria inebriante, il copriletto stropicciato, un capo di biancheria abbandonato lì: tutte queste cose le davano l'impressione di una vicinanza pericolosa e intossicante al loro segreto. Sprofondata nel pelouche rosa di una poltrona, fingendo di concentrarsi sul piccolo televisore in bianco e nero, Beatrice osservava di continuo la contraddizione dei capelli di sua madre. Le trecce dorate erano ricche come il tratto lasciato dal pennello di un pittore, la facevano pensare ad acqua corrente che tutto a un tratto si raffredda e gela. Un turbinio di capelli intorno alla testa di sua madre formava un'aureola di lunghi ricci morbidi eppure fissi, ciascuno tenuto al suo posto da nubi di lacca che si posavano sulle braccia di Beatrice e vi si appiccicavano come i fili di una ragnatela. "Tesoro, per favore," le diceva sua madre se lei osava toccare l'estremità appuntita di un ricciolo, "sto cercando di pettinarmi." Anche il padre di Beatrice, seduto sul letto, fingeva malamente di guardare la televisione mentre la sua attenzione in realtà era concentrata sulla moglie. Immancabilmente quando lei arrivava ai capelli lui era già perfettamente vestito, seppure ancora scalzo, e sulla trapunta di raso bianco le sue lunghe gambe nei pantaloni scuri galleggiavano come scaglie di cioccolato sul latte caldo. Aveva i capelli corti, ispidi e scuri come la spazzola che usava sua moglie, e con le mani si accarezzava le cosce. "Che bellezza stasera," diceva, ogni sera, "i tuoi capelli."
Sulla poltrona nell'angolo, Beatrice seguiva la traiettoria del suo sguardo, poi tornava ai suoi occhi, poi ancora al manto di capelli, e la sua mente si riempiva dell'immagine di un gelato coperto di caramello, morbido sotto la crosta esterna. Suo padre stringeva piano le mani sulle gambe, si passava le dita fra i capelli e quel tappeto s'increspava, giocando con la luce come fa il velluto. Poi buttava giù dal letto le gambe coperte da pantaloni neri e calze nere, infilava i piedi nelle scarpe nere e, insieme, i suoi genitori se ne andavano.


Col tempo, verrà un momento in cui sembrerà tutto previsto: sua madre aveva dovuto morire prima che Beatrice potesse trovare se stessa, e suo padre aveva dovuto morire prima che lei potesse trovare Henry. Ci fu una fine, segnata molto chiaramente dalla morte dei suoi genitori, e ci fu un nuovo inizio, segnato dal suo ritorno a scuola all'età di venticinque anni... e poi, come per conferma, ci fu Henry. Beatrice aveva vissuto esattamente un quarto di secolo: un terzo della sua vita, metà dei suoi anni più produttivi. Tre quarti dell'età di Cristo, pensò, e la sua gioventù era completamente sfumata. Aveva imparato l'età di Cristo al corso di critica letteraria, dove stavano leggendo la Bibbia. La trovava un'opera affascinante, ma oggetto di fascino ancor maggiore era il giovane professore che teneva il corso. Doveva avere più o meno la sua età e gesticolava quando parlava. Nei giorni più freddi gli piaceva mettersi maglioni a collo alto bianchi, grigi o neri che lo facevano sembrare piuttosto magro, di una magrezza che Beatrice immaginava tipica degli studiosi. Certo, persino Beatrice sapeva che gli studiosi non insegnano alla scuola pubblica, ciò nonostante lui era proprio bello e Beatrice lo ascoltava attentamente, anche se non si sarebbe mai sognata di parlargli. In compenso prendeva appunti di tutto ciò che lui diceva con una precisione così meticolosa che nei compiti era in grado di citarlo alla lettera.
Ci fu una cosa però che non poté annotare: il momento in cui il professore si interruppe nel bel mezzo di una frase mentre la porta in fondo alla classe si apriva con un cigolio e con un cigolio di richiudeva, andando a fissarsi nell'intelaiatura con un sonoro scatto. Il professore rimase per un attimo senza parole e poi, con un'espressione addolorata, si voltò, mise un segno sul registro e riprese la lezione. Ma la sua espressone trattenne l'attenzione di Beatrice ancora per un po', anzi, per un bel po' anche dopo essere scomparsa, finché lei si rese conto di non averlo mai visto animarsi se non per un libro.


© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore

biografia dell'autore
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Dale Peck è nato nel 1967 a New York, è cresciuto e ha studiato nel Kansas. Attivo nel movimento gay per la lotta all'Aids, scrive su diversi periodici americani. Il suo debutto è avvenuto con Martin e John (1994), scritto a venticinque anni.

bibliografia
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I titoli sono tratti da
Alice CD,
il catalogo su CD-ROM
dei libri italiani
pubblicato da
Informazioni Editoriali.


Peck Dale, Martin e John, tr. di Gatti G., 1996, 168 p., Lit. 11000, "Universale economica" n. 360, Feltrinelli (ISBN: 88-07-81360-2)

Peck Dale, Martin e John, tr. di Gatti G., 1994, 168 p., Lit. 25000, "I canguri" n. 48, Feltrinelli (ISBN: 88-07-70048-4)

A cura di Grazia Casagrande



15 maggio 1998