Robert Coles
L'intelligenza morale dei bambini

"Questo libro tratta dunque del modo in cui il carattere si sviluppa nei giovani e in cui essi si procurano i loro valori; quel che fa in un individuo una persona 'buona'; e il modo in cui possiamo contribuire a forgiare l'intelligenza morale di un bambino."


Il compito assegnato dagli psicologi ai genitori può apparire spesso molto impegnativo, sicuramente viene sempre loro attribuita la responsabilità delle difficoltà dei figli, ma quello di genitore è un mestiere improvvisato e ben vengano i libri che in modo chiaro e semplice danno consigli, suggerimenti, ma soprattutto esempi, di comportamento.
Questo volume di Coles parte dalla tesi che si può costruire, fin dai primi mesi di vita, una coscienza morale nei bambini e che lo sviluppo intellettuale procede di pari passo con l'edificazione di un'etica. Procedendo dall'analisi e dalla presentazione di esempi riferiti alla primissima infanzia, addirittura ai primi mesi di vita, si può notare come il concetto di "buono" e "cattivo" si costruisce piano piano, giorno dopo giorno, attraverso semplici gesti o rifiuti e come un bambino "turbato" corrisponda sempre a un bambino che non ha avuto dei comandi chiari. Quando inizia ad essere utilizzato il linguaggio da parte del bambino si apre il mondo dei "sì" e dei "no", e "proprio quando i bambini imparano a rivolgersi alla madre, al padre, ai fratelli e ai nonni chiamandoli per nome, imparano anche qualcosa sulla mente di queste persone, su ciò che esse accolgono con favore, ciò che non gradiscono molto e ciò che assolutamente non intendono tollerare". Inizia cioè la coscienza del bene e del male, almeno a giudizio delle uniche autorità che il bambino conosce. Gli anni passano e il bambino inizia ad avere una maggiore vita di relazione, soprattutto quando va alla scuola elementare: nasce la modestia, la competitività, la superbia. Al bambino appaiono ormai chiare le aspettative che i genitori hanno nei suoi confronti, e spesso la sua inadeguatezza o la sua paura di non esserne all'altezza. Queste ambiguità, queste incertezze esplodono poi nell'adolescenza. Comportamenti trasgressivi, ribelli, turbe psicologiche anche gravi, ma anche moralità rigidissime, capacità di giudizio spietate, o un cinismo doloroso che spesso maschera paura.
Il volume si conclude con una lettera a genitori e insegnanti: trasmettere valori, valori autentici a cui però gli adulti devono credere davvero, che devono essere vissuti prima di tutto dagli adulti. Non si può certo pretendere che gli adulti siano perfetti, sarebbe assurdo, bisogna però che ci sia sempre onestà intellettuale e disponibilità a riconoscere i propri errori.


L'intelligenza morale dei bambini di Robert Coles
Titolo originale: The moral intelligence of children

Traduzione di Isabella Blum
Pag. 264, Lit. 28.000 – Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-85252-X

Le prime righe

Capitolo primo

IMMAGINAZIONE MORALE:
TESTIMONIANZE


QUESTO LIBRO RIGUARDA l'intelligenza morale e il modo in cui essa trae il suo potere dall'immaginazione morale, ossia da quella nostra capacità, che si sviluppa gradualmente, di riflettere su ciò che è bene e ciò che è male facendo appello a tutte le risorse emotive e intellettuali della mente umana. Questo libro riguarda ciò che significa, per una persona, essere "buona", in contrapposizione a "non troppo buona" o "malvagia". Esso vuole offrire alcuni spunti di riflessione sul modo in cui, nei bambini, il "carattere" si evolve e l'immaginazione morale si sviluppa, in momenti diversi della loro vita; è un libro rivolto a chi sta allevando i figli, o sta insegnando a dei bambini. Nel mio The moral life of children, avevo preso in esame il pensiero morale, così come viene forgiato da influenze esterne alla famiglia, come la classe e la razza, gli eventi sociali e le forze culturali – l'abbattimento della segregazione razziale nella scuola, la coesistenza con le armi nucleari, il particolare ambiente nel quale vive il bambino e gli assunti che tale ambiente alimenta. In questo libro, invece, mi dedicherò al problema della condotta morale – della vita vissuta del bambino – che si sviluppa in risposta al modo in cui egli è trattato in famiglia e a scuola. Il libro ha lo scopo di dimostrare come si sviluppa il comportamento morale, in risposta alle esperienze morali che hanno luogo, giorno dopo giorno, in una famiglia o in un'aula scolastica.
Sentii parlare per la prima volta di "intelligenza morale" molti anni fa, per bocca di Rustin McIntosh, un insigne pediatra che insegnava a un gruppo, di cui io facevo parte, a trattare giovani pazienti gravemente malati. Quando gli chiedemmo che cosa avesse in mente quando pronunciava quell'espressione – "intelligenza morale" – McIntosh non rispose con una definizione elegante e precisa. Prese invece a parlarci dei bambini che aveva conosciuto e curato e che possedevano quella qualità: bambini "buoni", gentili, che pensavano agli altri, si mettevano a disposizione del prossimo, bambini che erano "intelligenti" in quel senso. Anche solo a sei o sette anni, era evidente che certi bambini desideravano agire con tatto, essere cortesi e generosi nella loro disponibilità a vedere il mondo mettendosi nei panni degli altri; era evidente che volevano sperimentare la realtà attraverso gli occhi di qualcun altro, e agire con gentilezza sulla base di quella conoscenza.


© 1998, RCS Libri S.p.A.

L'autore
Robert Coles è una delle maggiori autorità americane in campo educativo. È ordinario di psichiatria presso la Harvard Medical School. Ha vinto il Premio Pulitzer con una fondamentale opera in cinque volumi intitolata Children of Crisis.




gens electrica
tendenze e futuro della comunicazione
a cura di Bernardo Parrella

"Comunque vada, un fatto è certo: la mutazione in corso, l'era digitale, non è un trend momentaneo né una moda passeggera."

Bernardo Parrella


Sono sempre più numerosi i saggi che si occupano di nuovi mezzi di comunicazione, di comunicazione globale, di Internet e degli sviluppi che questi avranno nell'immediato futuro. Il dibattito è quanto mai aperto e ricco di interventi significativi che contribuiscono a chiarire meglio un panorama ampio e diversificato come mai lo è stato precedentemente. Questo volume intende aggiungere un altro tassello al dibattito, con contributi di molti autori italiani e statunitensi. Interessante proprio questo alternarsi di saggi provenienti da esperienze differenti, come non possono non essere le realtà italiana e americana.
Guardiamo l'elenco degli autori: John Perry Barlow, cofondatore della Electronic Frontier Foundation, prima organizzazione a difesa delle libertà civili on-line; Alberto Berretti, ricercatore presso il Dipartimento di Matematica dell'Università di Roma 3; Paulina Borsook, prima e unica donna per lungo tempo ad apparire su Wired, autrice di taglienti saggi sul cyber-libertarism; Franco Carlini, che segue i problemi della tecnologia per il Manifesto e per L'Espresso; Karen Coyle, membro del direttivo di Computer Professionals for Social Responsibility; Arianna Dagnino, esperta della nuova penetrazione tecno-economica dell'Occidente avanzato in Africa e collaboratrice de l'Unità, L'Espresso, Capital e Grazia; Lorenzo De Carli, autore, per Bollati Boringhieri, di Internet. Memoria e oblio; Mark Dery, autore di numerosi saggi sui mondi cyber-culturali di fine secolo; Jaron Lanier, noto per aver coniato l'espressione Virtual Reality, musicista, computer scientist, artista e scrittore; Fabio Metitieri, esperto di Internet, collaboratore di riviste specializzate come PcWeek, Virtual e Inter.net; Eleonora Pantò, responsabile di divulgazione e formazione nell'utilizzo di Internet per il Consorzio Sistemi Informativi Piemonte; Toshan Ivo Quartiroli, fondatore della casa editrice Apogeo e curatore della collana Urra, La metamorfosi consapevole; Mafalda Stasi, insegnante presso il dipartimento di Inglese dell'Università del Texas a Austin e autrice di saggi e articoli sul tema del "computers in the humanities"; Bruce Sterling, celeberrimo autore di romanzi di fantascienza e osservatore delle dinamiche socio-politiche connesse allo sviluppo di Internet; Sherry Turkle, insegnante di sociologia della scienza al MIT e osservatrice del rapporto tra uomo e computer; Ellen Ullman, sin dal 1978 software engineer e consulente informatica nella Bay Area di San Francisco nonché collaboratrice di riviste come Harper's e San Francisco Focus.


gens electrica, tendenze e futuro della comunicazione, a cura di Bernardo Parrella
VII-253 pag., Lit. 28.000 – Edizioni Apogeo (Connessioni)
ISBN 88-7303-396-2

Le prime righe

Introduzione

Per un pianeta elettrico


Bernardo Parrella
berny@well.com


Trasversalità e contaminazione, decentramento e nomadismo. Questi alcuni dei paradigmi rizomatici che, dentro e fuori l'eruzione telematica, vanno innervando il pianeta elettrico di fine millennio. Un pianeta, per i meno attenti alle dinamiche virtualmente reali, sempre più percorso da fremiti e rivolgimenti che, a ogni livello e in ogni contesto, rimettono continuamente in discussione (apparenti) certezze accumulate nel tempo.
In pochi anni, sono crollati con fragore muri e ideologie, scemate di colpo guerre calde e fredde, avanzati a ogni latitudine benessere e conoscenza; e sull'altra sponda, ecco spalancarsi irrimediabilmente le condutture del villaggio globale, il "big bang" dell'era digitale che si avvia alla conquista di spazi sempre più ampi nelle vite pubbliche e private di ciascuno di noi. Tutto a posto, dunque? No, non proprio. Larghe fasce di popolazione sono ancora alle prese con carestie alimentari e guerre etniche, nel cosiddetto "sud del mondo"; mentre nei paesi "sviluppati" crescono disuguaglianza e ingiustizie sociali, economiche, civili. Lo sappiamo fin troppo bene: è sufficiente guardarsi un attimo intorno, nelle grandi metropoli in provincia, in Italia e altrove. O seguire, anche distrattamente, le notizie diffuse da giornali e mass-media. Nonostante il duemila alle porte, non mancano certo i problemi sul globo terrestre, anzi. Ma contemporaneamente, come e più di prima, abbondano anche speranze e progetti articolati. E stavolta pare impossibile tener fermo il coperchio sulla pentola in ebollizione. Più difficile reprimere, isolare, discriminare. Assai meno chiusi i network d'ogni tipo che portano alla condivisione extra-nazionale della concretezza pacifista e creativa. E come se non bastasse, ogni evento locale può istantaneamente trasformarsi in un fatto di portata globale e viceversa.


© 1998, Apogeo



Rosangela Percoco
Portami sul palco a ballare

"Mi piacerebbe tanto che qualcuno mi spiasse, mentre sto preparando la mia difesa, disordinata e confusa, da qualcosa che sento arrivare, che si avvicina, che adesso è qui, e preme forte sulla porta."


Un diario, un romanzo scritto in prima persona da una donna, ma con la voce di una adolescente che avrà vent'anni nel Duemila. Una ragazza assolutamente normale, che vive la vita di tante ragazze della sua età, la scuola, gli amici, i rapporti con i genitori separati, forse un amore... Ma il padre non sembra molto attento, distratto com'è dalla nuova famiglia, i nuovi figli, la giovane moglie. La madre lavora troppo, è stanca, ha fin dalla mattina la testa piena di mille altre cose e non riesce proprio a capire lo strano linguaggio della figlia, troppa fantasia, dice, lei non riesce più ad averne nemmeno un po', pressata com'è dalla quotidianità. La psicoanalista da cui ogni tanto va a parlare le chiede in fondo di rappresentare una parte, e la ragazza esegue, cerca di essere così come ci si aspetta che sia. In fondo tutti gli adulti sono prevedibili, è possibile per lei anche correggersi il tema da sola, sa già quali potranno essere le notazioni a lato che il professore, un po' meccanicamente, farà.
Le braccia, le mani, sono spesso piene di annotazioni: frasi che vuole le restino impresse sul corpo, addirittura l'inizio di un racconto.
Valentina sa di attraversare una fase di trasformazione, ne ha piena coscienza, ma vuole che la sua crescita non la omologhi, le lasci la possibilità di vedere oltre ciò che ci cade sotto gli occhi, non la banalizzi: ma vuole anche non soffrire troppo, vuole difendersi.
Il bel romanzo, il cui titolo un po' banale può sviare il lettore, ci presenta un'adolescente autentica con una psicologia ben delineata, senza manierismi o concessioni sia patetiche che sentimentali. Particolarmente interessante è la scelta stilistica: naturalezza e spontaneità di linguaggio che però non accondiscende ad un uso giovanilistico del gergo. Un linguaggio che quindi non seleziona per data di nascita il lettore, ma che mantiene l'assoluta freschezza della parlata di un'adolescente.


Portami sul palco a ballare di Rosangela Percoco
Pag. 152, Lit. 25.000 – Edizioni Rusconi
ISBN 88-18-58050-7


Le prime righe


Se ti svegli scarafaggio, mosca o con qualsiasi dannatissima forma prenda il tuo big bang interiore, puoi tentare di riciclarti l'anima infilando la tua vita in un'altra storia.
Ma se ti svegli e basta, come me stamattina, hai le forme di ieri, un anno in più e quasi niente da aggiungere.
Michele dice che sono abbastanza grande per andare a letto con lui. E quando dice lui penso si riferisca a se stesso, cioè al mio ragazzo.
Mia madre dice che sarebbe ora che mi rifacessi il letto la mattina, e quando dice letto penso che si riferisca a questo intestino che c'è sotto di me, così molle e viscido da non lasciarmi staccare via.
Io dico che se questo letto avesse le ali mi porterebbe lontano da Michele, da mia madre e dalle loro soffocanti idee chiare.
Ho diciotto anni da ieri, Michele da due anni e mia madre da un secolo. Non so se queste pagine verranno trovate in un sottoterra del futuro da un esperto di giovani generazioni del passato, o finiranno nei rifiuti dopo un raid di mia madre in preda all'unico orgasmo che conosce, quello della mia stanza in ordine.
Dice sempre che sono egoista, mia madre. E lo sono, ma lo sarei di più se solo ci riuscissi. Dice anche che non capisco la sua fatica di vivere, il suo continuo, ininterrotto, pensare a me. E quando è davvero sincera dice che non capisco niente. E forse è vero, ma giuro che capirei anche meno, se solo potessi.
Capisco che lei ha aperto un conto con me diciotto anni fa, e non c'è stata una volta, mai, neanche una, in cui io sia riuscita a pareggiarlo quel conto. Nemmeno quando papà se n'è andato, e io avrei potuto estinguere il mio debito per il grande bisogno che finalmente lei aveva di me.
Invece le devo anche questo, anche papà che se n'è andato. Qualcosa devo pur aver combinato se adesso lui non c'è più.
C'è qualcosa di peggio che scoprirsi scarafaggio allo specchio. È sentire questo embrione di me, che nuota nella pancia e sta cercando di scongelarsi per uscire.

© 1998, Rusconi Libri s.r.l.

L'autrice
Rosangela Percoco è nata a Milano nel 1957. È sposata e ha due figli. Per diciassette anni ha insegnato alle scuole elementari. Attualmente lavora nella redazione di "Macchia nera", casa editrice del fumetto Lupo Alberto. Nel 1995 ha pubblicato presso Salani il suo primo libro, Nato da un aquilone bianco, la storia vera di un'adozione.




Tullio Pinelli
La casa di Robespierre

"Forse inquietudine e attesa col tempo sarebbero ritornate ed egli se le sarebbe portate appresso per tutta la vita; ma ora si sentiva calmo e felice."


Un libro arrivato in redazione per un caso fortuito (in realtà ne attendevamo un altro) si è rivelato una scoperta: un testo di un'eleganza narrativa particolare. Si tratta di una raccolta di racconti brevi, ognuno dominato da un protagonista, un personaggio tratteggiato con pennellate indistinte, quasi macchie di colore, come una serie di acquerelli.
Personaggi che vivono ai margini della società, quelli di Pinelli. Ma non è un'emarginazione dolorosa, bensì quasi una scelta di vita, dovuta a vari fattori: la sensibilità, la difficoltà di rapporto con gli altri, i cosiddetti casi della vita, la volontà di isolamento anche quando il mondo si offre davanti a loro come fonte di "possibilità". Delicati ed eleganti personaggi (non a caso l'autore lavorò come soggettista e sceneggiatore con Fellini per La strada, dove prende corpo la figura di Gelsomina...) che non invadono mai i territori degli altri, sanno stare in disparte quando è meglio, sanno vivere in tono minore, ma non per questo con minore dignità. Seppure spaventati dalla solitudine la sanno affrontare, sanno difendersi dall'alienazione, magari attraverso piccoli, modesti espedienti.
È così per Camillo, saggista aperto alla vita in potenza, ma eremita nei fatti. Ed è così per Annetta, che con il suo amore immenso, istintivo per i bambini, per tutti i bambini, sopravvive alle alterne vicende della sua esistenza senza drammatizzare nulla. E che dire del rapporto tra Ida, la padrona, Liberata, la domestica, e le galline, rapporto che, seppure finirà in maniera tragica, sarà un modo unico di rapportarsi col mondo.
Cinque racconti, non "a lieto fine", ma sereni, quasi leggeri, impalpabili, segnati da una scrittura elegante e semplice al tempo stesso.


La casa di Robespierre di Tullio Pinelli
84 pag., Lit. 12.000 – Edizioni Sellerio (La memoria n. 410)
ISBN 88-389-1412-5

Le prime righe

La casa di Robespierre

Si chiamava Camillo, ma si firmava Cammillo, perché aveva letto che nei secoli passati il nome si scriveva così.
Scriveva le lettere agli amici e le dediche dei libri che regalava con una penna d'oca temperata, che favoriva la sua grafia a grandi lettere gotiche, tutte svolazzi code e chiaroscuri. Poche righe bastavano a riempire un foglio anche quando era costretto dalle sue funzioni di segretario comunale a usare la penna stilografica.
Il territorio del Comune non era vasto ma le borgate e le frazioni erano sparse nelle gole e sulle pendici di quelle prealpi. Vi portavano sentieri ripidi e sassosi, sovente costeggiati da rogge, tumultuose anche d'inverno quando il vento calante dalle non lontane vette bianche di neve ne raggelava soltanto le sponde e dalle fontane di pietra pendevano stalattiti scintillanti, aguzze come pugnali.
Il suo compagno era sempre e soltanto Black, un cane di pelo marrone o bianco o bianco e marrone, ma non mai nero, e Black era il nome che passava, con gli anni, da un cane di famiglia all'altro, come il nome Luigi era passato per secoli da un Re di Francia all'altro. Di ogni sentiero e di ogni roggia il segretario comunale conosceva da sempre i percorsi e le vicende; di ogni frazione o baita isolata conosceva i nomi e i problemi, come di ogni famiglia le nascite, le morti, i litigi.
Ma le vicende umane di quei suoi amministrati, che infatti non lo amavano, lo sfioravano appena, anzi lo infastidivano; erano i nomi e le storie dei luoghi ad occupare la sua fantasia quando saliva, estate e inverno, a visitare quelle borgate per dovere di ufficio, o per andarsene da solo più in su, fino ad un lago morenico silenzioso e sperduto o a un colle spazzato dal vento o a un'antica chiesa abbandonata, in una gola selvaggia.


© 1998, Sellerio editore

L'autore
Tullio Pinelli è nato a Torino nel 1908. Autore teatrale, soggettista e sceneggiatore, ha lavorato con i più grandi registi italiani tra cui Roberto Rosselllini, Pietro Germi, Alberto Lattuada e soprattutto Federico Fellini. Dalla collaborazione con il regista romagnolo sono nati alcuni dei film più significativi della cinematografia mondiale, come La strada, Le notti di Cabiria, La dolce vita e Otto e mezzo.



Boris Vian
Sputerò sulle vostre tombe

"La sua mano destra si spostava nervosamente sul volante mentre spingeva l'acceleratore con tutto il suo peso. Aveva gli occhi iniettati di sangue e il sudore gli colava sulla faccia."


Un romanzo duro e brutale che ha per protagonista Lee Anderson, un ragazzo nero bianco nell'aspetto, che decide, con assoluta spietatezza, di vendicare il fratello ucciso per motivi razziali.
Sfruttando il suo aspetto da bianco riesce ad entrare in un gruppo di ragazzi-bene e a ottenere un posto di gestore di una libreria. Ma non è certo il lavoro a tenerlo impegnato, piuttosto il modo di attuare il suo piano con la maggiore crudeltà possibile per far soffrire quella maledetta gente. Alcool e sesso, brutalità gratuita, sfide continue alla morale comune, e poi la musica, la chitarra e la sua voce da negro, un blues sensuale ed eccitante: ingredienti di un romanzo scandalo e creature di un autore dissacrante.
Boris Vian, traduttore, trombettista, perfettamente inserito nell'ambiente intellettuale parigino del secondo dopoguerra, provoca un vero ciclone quando pubblica questo libro, fingendo di aver tradotto un testo di Vernon Sullivan, rifiutato dagli editori americani per razzismo. Dopo due anni poi si scopre che Sputerò sulle vostre tombe è stato scritto dallo stesso Vian e tutto il moralismo della Francia del tempo si scatena contro di lui: quindi censura, accuse di immoralità, condanne e multe di migliaia di franchi. Ma Vian, ingegnere e chansonnier, traduttore e lettore di romanzi gialli e di fantascienza si lancia in un'altra impresa controcorrente: la denuncia degli orrori della guerra d'Algeria. Così seguono altre denunce e altre condanne. Muore a soli trentanove anni per un attacco cardiaco e solo dopo il '68 le sue opere saranno pubblicate e otterranno il meritato successo. Elemento peculiare di questo autore, sicuramente antesignano di tanti scrittori attuali, è la chiara contrapposizione al perbenismo dominante, alla mentalità piccolo borghese e bigotta a lui contemporanea. Graffiante e diretto, non utilizza però un linguaggio estremamente crudo, non vuole cioè scandalizzare il lettore quanto colpirlo più profondamente attraverso la suggestione che certe immagini possiedono. Certamente anche oggi, pur abituati alla lettura di ben più esplicite violenze, non si può restare insensibili alla forza narrativa di Vian, alla durezza e alla forza delle situazioni descritte, insomma a un autore che può diventare, dopo cinquant'anni, un "autore-culto".


Sputerò sulle vostre tombe di Boris Vian Titolo originale: J'irae cracher sur vos tombes
Traduzione di Stefano Del Re
Pag. 167, Lit. 20.000 – Edizioni Marcos y Marcos (Gli alianti 53)
ISBN 88-7168-216-5

Le prime righe


Nessuno mi conosceva a Buckton. Clem aveva scelto la città per questo; e, d'altra parte, anche se avessi voluto cambiare idea non mi restava benzina sufficiente per risalire più a nord. Appena cinque litri. Un dollaro, e la lettera di Clem, era tutto quello che possedevo. La valigia, non ne parliamo neppure. Per quello che conteneva. Dimentico: avevo nel portabagagli il revolver del ragazzo, uno sparuto 6.35 a buon mercato; ce l'aveva ancora in tasca quando lo sceriffo era venuto a dirci di portarci a casa il cadavere per farlo seppellire. Devo dire che contavo più sulla lettera di Clem che su tutto il resto. Avrebbe dovuto funzionare, bisognava che funzionasse. Guardavo le mie mani sul volante, le dita, le unghie. Nessuno avrebbe trovato niente da ridire. Nessun rischio da quel lato. Forse me la sarei cavata...
Tom, mio fratello, aveva conosciuto Clem all'università. Clem non si comportava con lui come gli altri studenti. Gli parlava volentieri; bevevano insieme e spesso uscivano con la Caddy di Clem. Era grazie a Clem che Tom era tollerato. Quando partì per prendere il posto del padre nell'azienda di famiglia, Tom dovette decidersi ad andarsene anche lui. Tornò con noi. Aveva appreso un sacco di cose e non gli fu difficile essere nominato maestro nella scuola nuova. E poi, la storia del ragazzo mandò tutto per aria. Io ero abbastanza ipocrita per stare zitto ma il ragazzo no. Non ci vedeva niente di male. Il padre e il fratello della ragazza si presero cura di lui.
Dopo questa storia mio fratello scrisse a Clem. Non potevo più rimanere al paese e chiese a Clem di trovarmi qualcosa. Non troppo lontano perché potesse venire di tanto in tanto a trovarmi, ma abbastanza perché nessuno ci conoscesse. Pensava che con la mia faccia e il mio carattere non rischiavamo nulla. Forse aveva ragione, e tuttavia mi ricordavo sempre del ragazzo.
Gestore di una libreria a Buckton: ecco il mio nuovo lavoro. Dovevo prendere contatto col vecchio libraio ed essere pronto in tre giorni. Cambiava, aveva avuto una promozione e voleva sbrigarsi.
C'era il sole. La strada si chiamava adesso Pearl-Harbour Street.

Clem probabilmente non lo sapeva. Si leggeva ancora il vecchio nome sulla targa. Al 70 trovai il negozio e parcheggiai la NASH davanti alla porta. Il gerente stava copiando delle cifre sui registri dietro alla cassa; era un uomo di mezza età, occhi blu duri e capelli biondo pallido, come potei osservare aprendo la porta. Gli dissi buon giorno.


© 1998, Marcos y Marcos

L'autore
Boris Vian nacque nel marzo 1920. Fu ingegnere, traduttore (Chandler, Strindberg), trombettista jazz, cantautore (compose 500 canzoni, fra cui la celebre "Il disertore") e direttore artistico di un'etichetta discografica. Amico di Duchamp, Queneau, Merleau-Ponty, Miles Davis, Duke Ellington (padrino di sua figlia), animò la vita notturna parigina con happening a suon di jazz e cabaret, e fondò assieme al fratello e ad altri amici due locali divenuti leggendari. Morì a Parigi, la mattina del 23 giugno 1959, proprio durante un'anteprima del film tratto da Sputerò sulle vostre tombe. Fra i suoi libri, La schiuma dei giorni, Lo strappacuore, e Il lupo mannaro.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




30 aprile 1998