Alberto, Fiamma, Simona, Susanna e Wanda Nirenstein
Come le cinque dita di una mano
Storia di una famiglia di ebrei da Firenze a Gerusalemme

Tra Italia e Israele, tra fantasia e realtà, tra ricordo del passato e speranza nel futuro, si snoda la piccola epopea di una famiglia ebrea, una famiglia comune e al tempo stesso speciale, come tutte le famiglie con un drammatico passato.

Il 30 aprile del 1948 veniva proclamata l'indipendenza dello Stato di Israele. In occasione di questa ricorrenza parliamo di un volume che traccia la storia di una famiglia ebrea che a questo stato è legata strettamente. Un modo per ricordare la difficile esistenza di un popolo e di una nazione.
Il libro si apre con i racconti scritti da Alberto, il padre: racconti autobiografici, ricordi lontani, eppure estremamente vibranti, di un'infanzia senza madre, di un Paese tormentato, la Polonia, e della forte presenza della religione ebraica e dei suoi riti nella vita della sua famiglia e della cittadina in cui viveva. E poi la giovinezza: lui maestro attento ai volti e alle difficoltà disarmanti dei bambini, alle treccine bionde e alla vivacità indomabile dei suoi alunni. I ricordi sorgono spontanei in lui, non ha foto del suo passato, ma le immagini dell'infanzia sono impresse nella sua memoria in modo vivo e indelebile. Giunto ormai ai cinquant'anni con una figlia piccola, Alberto sente l'esigenza di fissare i suoi ricordi sulla pagina scritta, non vuole che se ne possa perdere nemmeno uno, vuole che un giorno sua figlia conosca e possieda interamente il suo passato, così drammaticamente lacerato dalla Storia.
Pura fiction invece, o almeno così sembra, sono le pagine scritte da Wanda, la madre. Si può anche cercare di identificare i personaggi dei racconti con figure reali della famiglia di Wanda Lattes Nirenstein, ma credo sia più giusto leggere queste pagine come racconti di fantasia. La bella e giovane Elena caduta in mano ad un turco che la vorrebbe nel suo harem e che viene riscattata da un giovane italiano per conto del governo, che finirà per sposare, o la ricciolina Elisa, madre di tanti figli dai nomi sabaudi e di un ultimo futuro pianista dal biblico nome di David. L'amore comunque domina questi racconti, un amore romantico e dolce, a volte stridente con le sofferenze che la guerra provoca.
Si torna alla memoria, alle vicende personali anche se deformate in parte dalla fantasia con i racconti scritti da Fiamma e Susanna Nirenstein: un'infanzia piena di racconti, ma anche molto solitaria, una madre impegnatissima e spesso assente, grandi stimoli e sollecitazioni tutt'intorno. E la scoperta del mondo ebraico, quello di oggi, non quello letterario, che crea senso di appartenenza e impegno. Sempre su questa linea le pagine scritte da Simona, la minore delle sorelle, ma qui l'impegno appare anche più evidente, maggiore forse l'orgoglio di una vita in luoghi difficilissimi, tormentati dalle guerre. Chiude il volume uno scritto di Beniamino, un ragazzo di sedici anni, figlio di Fiamma, infanzia a Roma e adolescenza in Israele; e proprio questo passaggio, questa esperienza sono centrali nelle sue pagine.
L'interesse complessivo del libro nasce dal quadro che ne emerge: una famiglia di intellettuali, italiana ed ebrea, il peso e l'impegno di una storia così tragica alle spalle, una grande vitalità oggi, tensioni positive per il domani.


Come le cinque dita di una mano. Storie di una famiglia di ebrei da Firenze a Gerusalemme di Alberto, Fiamma, Simona, Susanna e Wanda Nirenstein
Pag. 229, Lit. 28.000 – Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-85253-8

le prime pagine
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INTRODUZIONE
di Wanda Lattes Nirenstein


Per raccontare fantasie del tutto inventate, o radicate nel vissuto di ognuno, i cinque autori dei racconti che qui leggerete non si sono accordati né sui temi, né sulla tecnica di scrittura. Ma tra i cinque corre tenace un legame, qualcosa di più del filo dell'affetto. Sono parti di un tutto, come le dita di una mano – ma ognuno di loro lavora a modo suo: chi rievoca, chi inventa, chi cuce. Prendeteli, per cortesia, come si presentano, come quinterni non ordinati in una rilegatura. Un passo indietro, un lungo sguardo su spazi sconfinati e su decenni complessi, possono forse introdurre alla lettura: ma, se più vi piace, lasciate che sia la fiction a parlare, e trascurate questa introduzione.
Per intendere il valore delle comuni radici tentiamo una veduta col telescopio: saltiamo agli anni Dieci o Venti del secolo, addirittura. Siamo in uno sperduto villaggio polacco: a Baranow, nello shtetl della famiglia Nirenstein puri ashkenazi. L'etica, la poesia, la storia, gli usi dell'ebraismo segnano il ritmo, la gioia, i dolori della gente. Anche nei grandi gruppi familiari che hanno come capo il colto signor Joseph, definito "Epìkuros" per i suoi atteggiamenti laicistici. La sua anziana nonna, Ita, piccola e graziosa, vero demiurgo del complesso familiare, è già in abito festivo, con cuffia di trina e maniche di merletto, mentre sorveglia l'uscita dal forno delle challoth, i pani del sabato: per anni e anni l'ampia casa dal tetto di fascine e paglia, assediata da fiori, fieno e spighe in estate, da alte nevi d'inverno, ha visto e vedrà ripetere le benedizioni del sabato intonate stasera da nonna Ita, sentirà squillare le voci dei bimbi, ringrazierà per il benessere apportato dal gran commercio di strumenti agricoli, e soprattutto invocherà a Pasqua: "quest'altro anno a Gerusalemme". Né il colto ricercatore di Joseph sui libri procurati a Varsavia, né il filtrare sempre più massiccio di ideali socialisti, o la sconvolgente pressione del richiamo sionista rompono il ritmo stanziale. Solenne, fedele alla sua cultura e ai sentimenti è l'ebraismo di Baranow; quando tanti giovani vanno verso altri destini, verso le scuole superiori di Lublino e Varsavia e poi verso la sognata Gerusalemme, resta fino alla fine, fino alla strage, la dignità dello shetl.
Nell'Occidente d'Europa, tra gli ebrei di origine più o meno spagnola, i sefarditi, la storia cammina in maniera ben diversa. Mentre nonna Ita impegna tutta se stessa nel benvenuto al sabato, le nonne italiane, le bisnonne dei nostri racconti, rispondono ad altri richiami: si incipriava e si copriva di gioielli la signora Elena Lattes, in piazza Indipendenza a Firenze, prima di andare al ballo in onore del conte di Torino. Avrebbe volteggiato nelle braccia di marchesi e banchieri, e il marito Moisè Enrico si sarebbe mosso con dignità nella sua redingote. E Adele Volterra, altra nonna fiorentina, quali eventi salutava? Ma l'arrivo degli antiquari e dei collezionisti americani nel suo salotto sull'Arno, naturalmente, e i concerti di voci e di strumenti degni dell'aristocrazia internazionale. Sanno di essere ebrei, di avere alle spalle una lunga tormentata vicenda diversa, i nonni, i bisnonni di Firenze? Ma certo. Osservano i riti fondamentali, pregano un po' a casaccio, ma pregano. I neonati maschi sono circoncisi, e a tredici anni raggiungono la maggiore età religiosa. Però, proprio in quegli anni, un grande studioso quale Dante Lattes, torinese, scrive che "gli israeliti italiani sono cattolici apostolici di religione ebraica".


© 1998, RCS Libri S.p.A.



30 aprile 1998