Driss Chraïbi
Mamma mia, la civiltà

"Un essere libero è un essere immobile come un albero, in fede mia è così..."


Una giovane donna, vissuta da quando si era sposata, cioè dall'età di tredici anni, dentro la sua casa, amata dal marito, un ingegnere occidentalizzato se visto dall'esterno, ma estremamente tradizionalista in famiglia, passa i suoi giorni praticamente prigioniera di quelle quattro mura in cui è regina indiscussa. È analfabeta, ma sa tessere, filare, fare con le sole mani ogni cosa che le permetta di sfuggire all'occidentalizzazione che rifiuta. Non accetta che i figli, al ritorno da scuola, continuino ad usare la lingua francese o a vestire con abiti occidentali, rifiuta l'elettricità e ogni sorta di diavoleria moderna. Un po' alla volta, però, entra nella sua casa il genio della modernità: un mago è nascosto in uno scatolone e parla, sa tutto, le racconta vicende lontane e vicine anche nei dettagli. Esiste una stufa che sa cucinare quasi da sola, e soprattutto uno strano filo le permette di parlare con persone mai viste e che abitano in città o paesi lontani. Un giorno i figli, che la adorano, decidono di comprarle vestiti e scarpe e di farla uscire, senza che il padre lo sappia. Ogni cosa banale è per lei una scoperta: il suo infantile entusiasmo, le sue paure, le sue ingenuità, sono descritti con grande efficacia e vivacità. È il figlio minore che racconta la vicenda di questa madre trentenne che lui e il fratello, ormai adolescenti, educano alla vita. Ma la scoperta del mondo, della scrittura e della lettura, uniti all'intelligenza pronta della donna, la trasformano completamente. Il marito si trova di fronte ad una situazione completamente trasformata: la dolce e mite compagna della sua vita è diventata una fremente attivista politica, una femminista trascinatrice di masse, un coraggioso baluardo per i popoli oppressi. Certamente questa è una scoperta sconvolgente, ma quello che è successo alla sua moglie-bambina ha una tale forza che sa trasformare anche lui, renderlo un uomo nuovo, capace di accogliere e amare questa piccola ribelle. Quando il figlio-narratore va in Francia a proseguire i suoi studi universitari, dopo un breve momento di panico, la donna riprende, con ancor più mordente, la sua scoperta del mondo; a quel punto però le sue mete si fanno più lontane, fino alla decisione di andare anche lei in Europa, di conoscere ancora più a fondo il grande mondo che ha deciso di cambiare.
Il libro è ricco di spunti divertenti, ma sicuramente l'elemento che domina è l'affettività: per questa mamma-figlia e per tutta una famiglia, che vive sia la tradizione che l'occidentalizzazione in modo così soggettivo ed estremo. Emerge un Marocco a cavallo tra due mondi, diviso tra arcaismo e modernità, pieno di stupore e di forza, ma sicuramente libero dal disincanto e dal cinismo di tanto Occidente.


Mamma mia, la civiltà di Driss Chraïbi
Titolo originale: La Civilisation, ma Mère!...

Traduzione di Romano Costa
Pag. 158, Lit. 20.000 - Edizioni Marcos y Marcos (Gli Alianti 51)
ISBN 88-7168-218-1

Le prime righe


È vero che l'uomo arriverà
finalmente a dominare l'intero universo,
ad eccezione di se medesimo?

Lester Ward

Ritornavo da scuola, entrando gettavo la cartella e con una voce da venditore ambulante gridavo:
"Bonjour, maman!"
In francese.
Era là, in piedi, che ondeggiava da un piede all'altro e mi guardava attraverso due biglie di tenerezza nera: i suoi occhi. Era così minuta, così fragile che avrebbe potuto starci benissimo nella mia cartella, tra due libri di scuola che parlavano di scienza e di civiltà. "Un sandwich" diceva mio fratello Nagib. "Tagli il pane in due per lungo e metti la mamma tra le due fette. Ah! Chiaramente sarebbe un po' magro. Bisognerebbe aggiungervi una noce di burro. Ah! Ah!"
Adorava sua madre. Non si è mai sposato. Un metro e ottanta a dodici anni. Due metri da adulto. La forza e la gioia di mangiare e di ridere, di alzarsi e di coricarsi con il sole.
"Ascolta, figlio mio" mi diceva mia madre con rimprovero. "Quante volte devo ripeterti di lavarti la bocca rientrando da scuola?"
"Tutti i giorni, mamma. Alla stessa ora. Salvo il giovedì, la domenica e i giorni feriali. Vado, mamma".
"E fammi il piacere di toglierti quei vestiti da pagano!"
"Sì, mamma. Subito".
"Andate, vai, piccolo mio!" concludeva Nagib facendo schioccare le dita. "Obbedisci alla creatrice dei tuoi giorni".
Avanzava verso di lui, lo scacciava a colpi di strofinaccio da cucina e lui, curvando il dorso, li schivava terrorizzato, rideva fino ad urlare.
Andavo a lavarmi la bocca con un dentifricio di sua fabbricazione. Non per uccidere i microbi. Lei ignorava cosa fossero - e anch'io a quel tempo (i microbi, complessi, problemi). Ma per eliminare il tanfo della lingua francese di cui avevo osato servirmi nella sua casa, davanti a lei. Mi toglievo gli abiti da civilizzato, rimettevo quelli che mi aveva tessuto e cucito lei stessa.


© 1998, Marcos y Marcos

L'autore
Driss Chraïbi (Magazan, 1928) è considerato il patriarca della letteratura magrebina contemporanea. Autore di una quindicina di romanzi, è stato il primo fra gli scrittori arabi a trattare il tema dell'identità culturale e razziale. Fra i suoi libri pubblicati in Italia, ricordiamo L'uomo del libro, L'Ispettore Alì al Trinity College, L'Ispettore Alì e la C.I.A.



Laura Gambi
Awa che vive due volte

"Ho rivissuto dentro di me ognuna di queste storie, riscrivendole. Testimonianze diverse, per età, esperienza, appartenenza geografica. Non ho cercato possibili uniformità, ho prestato ascolto."

Laura Gambi


Con una scrittura molto semplice, lineare, nella forma di narrazione più simile possibile al linguaggio delle protagoniste, quasi come seguendo una continua intervista, si dipana una serie di racconti tratti da esperienze reali. Quelle che vengono ritratte sono donne concrete, con aspirazioni, ideali, esperienze reali. Per tutte c'è la difficoltà di comprendere la mentalità europea, dalla quale si sentono comunque ancora lontane, ma anche il senso di estraneità dalla cultura degli avi. Una situazione di spaesamento dovuta non solo all'immigrazione, ma anche alla trasformazione sociale dei propri paesi d'origine. Le condizioni di vita delle madri non possono più riprodursi per le figlie e la ricerca di un'esistenza migliore si trasforma spesso solo in un disagio psicologico che in passato era per loro sconosciuto. Donne africane, provenienti dal Marocco, dal Senegal, e donne albanesi parlano della propria vita, quasi sempre al seguito dei mariti, ancora investiti del ruolo di veri artefici delle decisioni e, dunque, responsabili delle scelte sulla strada dell'emigrazione.
Uno per tutti, il racconto che dà il titolo al volume "Awa che vive due volte" narra la storia di una donna di Dakar, nata nel 1940, che a un certo punto della propria vita ha sentito l'esigenza di guadagnare di più per i propri figli: una donna che ama lavorare, appassionata di commercio, che inizia un'attività tra il suo paese e la Francia prima, poi l'Italia, trasferendosi nel nostro paese per diversi mesi l'anno e lasciando i numerosi figli e il marito, anziano, in Senegal. Una donna che ha scelto l'indipendenza, con la fortuna di avere accanto un uomo comprensivo e disponibile, ma anche una persona completamente votata al benessere dei figli. Pur in una posizione di relativo privilegio, anche una donna come Awa, con la sua esistenza sdoppiata, non può vivere serenamente la sua situazione, sebbene privilegiata, di immigrata part-time.


Awa che vive due volte di Laura Gambi
191 pag., Lit. 20.000 - Edizioni AIEP (Melting pot. Meticciati, collana a cura di Eleonora Forlani)
ISBN 88-86051-55-7

Le prime righe

NOI SPERIAMO SEMPRE

Il primo giorno ero ancora sola. Quando ho aperto la porta ero un po' preoccupata. Fuori nessuno. Avevo cominciato tempo prima a prepararmi, raccogliendo leggi, interrogando chi già si occupava di immigrati.
Poi il primo è entrato. La faccia piena di cicatrici, gli occhi tondi, piccolo. La stanza si dilatava in su, verso il soffitto altissimo. In basso, al centro eravamo noi, sui due lati della scrivania.
Mi ha raccontato la sua storia, da Tunisi a Napoli e poi a Ravenna. Un'ora, due ore. Tutto nei dettagli, lavoro, amore, fortuna.
Ascoltavo in silenzio, pensando che fosse tutto vero.
I giorni successivi ne sono arrivati tanti altri. Neri come la notte, in elegantissimi vestiti di cotone colorato. Boubou lunghi fino alle caviglie da cui sbucavano pantaloni della stessa stoffa. Si accalcavano nel piccolo spazio, chi in piedi e chi seduto accanto a me. Loro, gentilissimi, cordiali, altissimi.
Si era sparsa la voce che io avrei distribuito permessi di soggiorno. Volevano che scrivessi i loro nomi sul mio registro, mi affidavano i loro passaporti di clandestini. Diop, Diouf, Diagne, Diakhaté. Imparavo a pronunciare quei nomi.
Ogni giorno ripetevo le stesse cose sulle opportunità, le possibilità di una futura sanatoria. Era l'agosto del millenovecentottantanove.
"Noi speriamo sempre!", ogni volta qualcuno era pronto a ricordarmelo.
Loro speravano sempre e i miei sogni la notte si popolavano di uomini neri che tendevano le braccia verso di me. Mi svegliavo turbata. Durante il giorno mi riempivo gli occhi, sfamavo la mia curiosità osservando da vicino le fisionomie diverse, labbra sporgenti, occhi che mi sembravano bellissimi. Imparavo a distinguere i lineamenti di ognuno.
Avevo iniziato a lavorare con un dolore che mi trafiggeva. Un'amica morta in macchina su una curva che immetteva sull'Adriatica. Ero confusa, incerta tra la vita e la morte. Assente, vagante, persa.


© 1998, AIEP Editore

L'autrice
Laura Gambi, laureata in filosofia, collabora con servizi rivolti all'inserimento degli immigrati e delle donne straniere nel territorio ravennate, svolgendo anche attività di ricerca sulla cultura senegalese, sull'immigrazione e sul confronto fra culture. Ha curato il volume Griot Fulêr e scritto in collaborazione il volume I wolof del Senegal.



Witold Gombrowicz
Una giovinezza in Polonia

"Vorrei che un po' alla volta tutta la storia della mia vita fosse conosciuta. Secondo la mia interpretazione. Se si potesse avere una storia senza interpretazione, la fornirei in crudo: solo nudi fatti. Ma del resto bisogna operare una scelta..."


In questi ultimi anni, o decenni, si può notare un interesse crescente dei lettori e un'attenzione particolare degli scrittori verso storie autobiografiche, un successo valutabile in tutte le letterature, non isolato in quella italiana che, come afferma Geno Pampaloni, "è sempre stata segnata dalla memoria personale". Il tema della memoria pervade romanzi anche non prettamente autobiografici e si espande come un mare di possibilità tra le pagine di autori che vogliono trasmettere parte di sé al lettore in modo più diretto che non attraverso la mediazione della narrazione fantastica.
La memoria e l'autobiografismo riempiono anche le pagine di questo bel libro di Gombrowicz, strutturato in una serie di ricordi relativi al periodo di formazione dello scrittore polacco, nella tradizione consolidata dei grandi della letteratura internazionale. Come, ad esempio, ne La lingua salvata di Elias Canetti, lo scrittore ricorda le tappe salienti e gli incontri importanti della propria giovinezza: amici, famigliari, conoscenze occasionali, insegnanti e momenti della propria evoluzione personale, compresi gli episodi più drammatici o comunque meno edificanti.
Un modo per conoscere meglio un autore complesso come Gombrowicz, senz'altro, scoprendone aspetti anche del tutto inconsueti. Come, per citare qualche esempio, l'impreparazione scolastica all'esame di maturità, passato "per il rotto della cuffia", o lo snobismo feroce che lo attanagliava da ragazzo (e che lo accompagnò anche in seguito, in Argentina, quando "si vantava ovunque di essere un aristocratico, con una tale sicumera da far infuriare persino Borges", come afferma Cataluccio nell'Introduzione), o la scoperta casuale dei temi della "dialettica dei bisogni e dei valori" marxista, in uno scompartimento di treno, tentando di fermare le possibili azioni folli di uno zio impazzito e armato di pistola... Per non parlare degli esami universitari affrontati senza alcuna preparazione e superati grazie a incredibili colpi di fortuna. Il tutto in un contesto molto europeo (tra Polonia e Francia), impregnato di cultura occidentale, in anni molto particolari che vanno fino al 1939, fino cioè al volontario esilio in Argentina, patria d'elezione, subito amata.
"Un vento di corrosiva ferocia pervade le sue storie", dice ancora Cataluccio. Gombrowicz irride tutto e tutti, a volte con caustica ferocia: "La descrizione che fa della Polonia, nel periodo tra le due guerre, è quella di un paese da operetta, con una classe intellettuale ridicola, una nobiltà terriera e dei contadini fermi al Medioevo". E non è molto tenero nemmeno con se stesso.


Una giovinezza in Polonia di Witold Gombrowicz
Titolo originale dell'opera: Wspomnienia Polskie

Traduzione dal polacco di Vera Verdiani
Introduzione e cura di Francesco M. Cataluccio
219 pag., Lit. 32.000 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori / Feltrinelli)
ISBN 88-07-01535-8


Le prime righe


"Sono nato e cresciuto in una casa quanto mai rispettabile." L'ironica frase che apre uno dei miei racconti, Il diario di Stefan Czarniecki, potrebbe fare altrettanto bene da incipit a questi ricordi. In effetti ero il figlio di papà di una famiglia, come suol dirsi, "rispettabile": qui, però, l'aggettivo "rispettabile" va preso senza ironia, trattandosi veramente di una famiglia perbene e provvista di sani principi.
Mio padre, proprietario di un piccola tenuta nella regione di Sandomierz, lavorava nell'industria. All'epoca della mia adolescenza era presidente della centrale dei rottami in ferro, oltre che membro di vari consigli di sorveglianza e di amministrazione: cariche che gli rendevano molto più che non la piccola tenuta di Maloszyce. Mia madre era figlia di Ignacy Kotkowski, un proprietario terriero della regione di Sandomierz. Il babbo era di origine lituana: nel 1863 mio nonno Onufry, vistosi confiscare i beni dal governo russo, aveva deciso di trasferirsi nel Regno e lì, con il poco che era riuscito a salvare, aveva comprato prima il villaggio di Jakubowice, poi un secondo, quel Maloszyce appunto dove nacqui.
Noi Gombrowicz ci consideravamo "un gradino più su" rispetto ai proprietari terrieri di Sandomierz: primo, per le numerose parentele dovute all'origine lituana; secondo, perché la nobiltà terriera lituana, più ricca e insediata da molti secoli sulle proprie terre, poteva vantare tradizioni più schiette, una storia più documentata e cariche di maggior prestigio. Non saprei dire con certezza se la nobiltà di Sandomierz condividesse o no quel modo di vedere. In famiglia io ero il figlio minore, Janusz il maggiore; venivano poi Jerzy e mia sorella Irena di due anni più grande di me.
La mia vita in Polonia scorreva calma e mediocre: era raro che incontrassi persone fuori del comune o che vivessi episodi straordinari. Vorrei tuttavia dimostrare, anche se nessuno ne trarrà giovamento, in che modo quella vita abbia formato sia me, sia la mia letteratura.

© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore

L'autore
Witold Gombrowicz (1904-1969), considerato il più grande scrittore polacco del secolo, secondo Milan Kundera è da annoverarsi fra i maggiori romanzieri contemporanei dopo Proust. Nato a Maloszyce e vissuto a Varsavia fino allo scoppio della guerra, abitò a Buenos Aires per 25 anni. Di ritorno in Europa, si fermò prima a Berlino e poi in Francia. Autore di racconti, romanzi e testi teatrali, Gombrowicz è stato pubblicato in Italia sin dagli anni Sessanta. Tra i titoli riproposti ultimamente: Bacacay. Racconti del periodo della maturazione, Cosmo, Ferdydurke, Pornografia.




Ethel S. Person
Sogni a occhi aperti
Come la fantasia trasforma la nostra vita

Una serie di esempi, tratti dall'esperienza professionale dell'autrice, conducono alla scoperta dei significati dei cosiddetti sogni ad occhi aperti, quotidiane fantasie della cui importanza per il corretto sviluppo e per l'equilibrio della nostra psiche Ethel Person è assolutamente convinta.


"Le fantasie - sogni a occhi aperti, castelli in aria, scenari mentali di ogni tipo - sono un potente filtro per la nostra esperienza del mondo interno ed esterno. La maggior parte di noi crede che queste emanazioni mentali siano di scarso significato: poco più che sbuffi di fumo che svaniscono nell'atmosfera. Eppure, la fantasia è essenziale quanto l'aria, poiché costituisce il mezzo, l'etere, nel quale hanno luogo tutte le altre attività della mente. Sebbene le prime formulazioni psicoanalitiche l'abbiano intesa più che altro come una gratificazione sostitutiva, un ritiro dal mondo esterno, la fantasia ha in effetti un ruolo di grande importanza anche nel costruire il mondo al di fuori della mente, nel guidare le scelte e gli accomodamenti che operiamo e le relazioni che formiamo. Le fantasie sono potenti catalizzatori che permeano e organizzano la nostra vita, stabilendo i nostri obiettivi sentimentali, familiari e professionali, dirigendo il nostro comportamento, creando piani per il futuro [...] Ho scritto questo libro per dimostrare che seguire il filo delle fantasie non è una ricerca vana, ma che invece questi prodotti dell'alchimia della mente sono fondamentali per plasmare il nostro comportamento e la nostra personalità, e dunque il sentiero che percorriamo durante la vita [...] Al cuore di ogni fantasia vi è un germe di frustrazione e di conseguenza un desiderio di cambiamento. Il cambiamento che desideriamo può essere personale oppure, in periodi di straordinari rivolgimenti sociali, come quello appena precedente la Rivoluzione francese, può essere esteso a tutta la nostra cultura. Il più delle volte, le fantasie sono fantastiche: realizzarle, cioè, sarebbe improbabile, se non impossibile. Ciò non significa però che esse non influiscano sulla nostra vita. Le fantasie, per definizione, sovvertono lo status quo e perciò hanno sempre un impatto potenziale sul futuro, talvolta nella direzione di un mutamento radicale. Il loro ruolo nell'evoluzione personale e culturale e l'argomento di questo libro."

Dall'Introduzione dell'autrice



Sogni a occhi aperti. Come la fantasia trasforma la nostra vita di Ethel Spector Person
Titolo originale dell'opera: By Force of Fantasy. How we make our lives

Traduzione di Carla Xella
394 pag., Lit. 36.000 - Edizioni Raffaello Cortina (Le conchiglie)
ISBN 88-7078-494-0

Le prime righe

1.

TRE VOLTE IGNOTO:
IL MONDO SEGRETO DEI SOGNI
A OCCHI APERTI

Sebbene molti di noi pensino alla mente come all'organo della ragione, dedicato principalmente all'analisi, alla logica, alla pianificazione e ad altri tipi di pensiero astratto, essa di fatto porta avanti un gran numero di sue attività inventando storie: fantasie autoprodotte, ricordi, racconti familiari, miti e leggende della cultura che ci circonda. La fantasia, che costituisce una parte essenziale di queste storie, assume molti aspetti: sogni sul futuro, sogni a occhi aperti, castelli in aria, fantasticherie, figure, vicende immaginarie, scenari di vario tipo. Una fantasia o un sogno a occhi aperti - termini che io considero interscambiabili - è una storia immaginaria o un dialogo interno che generalmente adempie alla funzione, più o meno trasparente, di gratificare desideri sessuali, aggressivi, autocelebrativi o di altro genere, o che riflette le nostre speranze.
Fin da quando la prima paziente della psicoanalisi, Anna O., descrisse i suoi sogni a occhi aperti come un "teatro privato", spesso si è parlato della fantasia come di un "teatro della mente": non una cattiva definizione, tutto sommato, considerando che le fantasie generalmente hanno un protagonista (molto spesso colui che dà luogo all'azione), una meta, un'azione, un oggetto dell'azione e un'ambientazione. L'autore delle fantasie ricopre tre ruoli: è l'autore del copione, è un personaggio del dramma - più spesso la star dello spettacolo - ed è il pubblico per il quale la fantasia è stata concepita.
Nonostante la metafora teatrale, la fantasia è molto più spesso privata che non pubblica. Gli angoli bui della nostra vita fantastica sono proteiformi e la loro caratteristica più ovvia è la segretezza. Consideriamo le nostre fantasie come qualcosa di profondamente personale, scegliamo se condividerle o meno, e in genere le proteggiamo gelosamente. Ma potremmo rimanere sorpresi nel constatare fino a che punto le temiamo da parte anche rispetto a noi stessi.


© 1998, Raffaello Cortina Editore

L'autrice
Ethel Spector Person è psicoanalista didatta presso il Centro di training e ricerca psicoanalitica della Columbia University e professore di psichiatria clinica. Nelle sue precedenti opere si è occupata della psicologia dell'incontro amoroso e delle nuove tendenze della psicoanalisi in questo ambito.



Javier Tomeo
Problemi oculari

"Ha mai pensato che una vista debole, accompagnata da una leggera sordità, può costituire la miglior difesa contro le aggressioni di una civiltà che sembra impegnata a distruggerci?"


Una serie di brevi racconti in cui protagonista è la miopia. A volte è una specie di dono: permette cioè allo sventurato di vedere cose che non ci sono, immaginare bellezze, fantasticare su visi e corpi femminili in realtà orribili, sentirsi circondati da una natura prodigiosa e incantata; quindi la miopia fa vivere meglio. Molto più spesso però il povero miope è sbalzato violentemente nella realtà da quel suo mondo ovattato e l'impatto è quasi sempre molto doloroso. È anche piuttosto difficile che riesca a stringere un rapporto vero con l'altro sesso, anche perché non sempre riesce a capire chi sia il suo interlocutore... Forse è caduto dal treno il viaggiatore scomparso che non sapeva distinguere un uomo da una donna e aveva vergogna di dichiarare la sua semicecità ad una fanciulla? Era davvero miope il malcapitato, accusato di fingere, praticamente spinto in un burrone, per mettere alla prova la sua sincerità? E il vecchio cameriere licenziato il giorno di Natale con l'accusa di insidiare la giovane figlia del padrone, in realtà l'aveva abbracciata perché camminava tentoni nei corridoi di casa, cercando di non urtare le cose? La miopia comunque sembra anche una causa di litigiosità, specialmente negli anziani: incendi, crolli, disastri insomma, provocati da gruppi di anziani irascibili e miopissimi, che litigano su zanzare e aids, o che dibattono sulla caduta della morale contemporanea, mentre intorno a loro si scatena un terribile incendio da loro stessi provocato, e in cui moriranno.
Le divertenti pagine di questo libro parlano anche dei "falsi miopi", cioè di coloro che dietro un'immaginaria miopia nascondono le loro cattive coscienze. Quale miglior difesa che il dire di non aver visto nulla? Vedere e non vedere è in fondo un dato relativo, gli uomini con le loro debolezze e le loro furbizie possono essere divisi in tipologie e ogni lettore, soprattutto se miope, può riconoscere situazioni che ha vissuto, magari un po' meno esasperate, e sorriderne con l'autore.


Problemi oculari di Javier Tomeo
Titolo originale: Problemas oculares

Traduzione di Luigi Dapelo
Pag. 141, Lit. 12.000 - il melangolo (nugae 94)
ISBN 88-7018-346-7

Le prime righe

Il MIOPE E LO STRABICO


Il peggio che lei può fare è scoraggiarsi e mandare tutto a rotoli -, consigliai a quel ragazzo, dopo la sua confessione: una grave miopia lo aveva ridotto di fatto a un inutile soprammobile. - Lei deve superare questo complesso. Altri uomini ce l'hanno fatta. Non vorrei sembrare immodesto, ma eccomi, esempio vivente di ciò che un uomo può ottenere quando si prefigge seriamente un obiettivo. Lei avrà certo notato qualcosa di strano nel mio sguardo. Non voglio né posso nasconderlo: sono strabico. Lo so perfettamente e accetto con rassegnazione questo mio difetto. I miei assi oculari tendono a unirsi sul davanti e appartengo, perciò, alla categoria di quelli affetti da strabismo convergente, probabilmente il modo più spettacolare e comune di essere strabici. Le sembra forse che mi disperi per questo? Neanche per idea. Non mi dispero. Al contrario, penso che le vie del Signore sono infinite, così come infinite sono le vie della purificazione e del perfezionamento interiore a disposizione degli uomini.
- Sì, sì, lo riconosco. Non sempre ho accettato i disegni divini con tanta rassegnazione. Tutt'altro, devo ammettere che nella prima giovinezza lo strabismo mi fece passare dei brutti momenti; ve ne furono addirittura di quelli in cui pensai seriamente alla possibilità del suicidio. Soprattutto gli anni trascorsi al paese furono particolarmente penosi. Ricordo i compagni di scuola inseguirmi per le strade del paese, fra gli sghignazzi dei genitori (compresi i miei), dandomi dello strabico e massacrandomi a sassate. Può immaginare le umiliazioni che dovetti subire all'età in cui gli altri bambini credono ancora a Gesù bambino? Fu un miracolo se riuscii a sopravvivere. In seguito, quando mi stabilii in questa città, la mia situazione iniziò a migliorare. Qui, in riva al vecchio mare (a centinaia di chilometro dall'aspro altopiano), trovai persone più civili, capaci di sostenere il mio sguardo senza scoppiare a ridere. Nel mio intimo, tuttavia, continuavo a sentirmi colpevole del mio strabismo, e dovetti trascorrere ancora molte ore davanti allo specchio prima di riuscire a convincermi che, in fin dei conti, non ero poi tanto diverso dagli altri uomini.


© 1998, il nuovo melangolo s.r.l.

L'autore
Javier Tomeo (Quicena 1932), aragonese, si è laureato in Giurisprudenza e Criminologia presso l'Università di Barcellona. Nel 1967 ha pubblicato il suo primo romanzo El cazador, accolto con favore dalla critica. Con la pubblicazione dei romanzi El castillo de la carta cifrada, Amado monstruo, finalista del Premio Herralde e selezionato in Francia come uno dei migliori libri stranieri del 1986, ed El cazador de leones, si è affermato come uno dei narratori più originali ed interessanti della scena letteraria spagnola contemporanea. Alcune tra le sue opere sono state adattate al teatro in Spagna, Germania e Francia, dove hanno riscosso un notevole successo di critica e di pubblico. In Italia sono stati anche tradotti i romanzi I nemici e Il maggiordomo miope.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




24 aprile 1998