Alain de Botton
Come Proust può cambiarvi la vita

"C'é molto da imparare sulle persone osservando cosa le infastidisce di più."


Non è un manuale e non si tratta di una biografia del celeberrimo autore francese: è un divertimento, una sorta di gioco, che include vuoi il manuale di vita, vuoi la biografia, ma in modo così originale e divertente da non far pesare affatto di essere sia l'uno che l'altra. La vita di Proust, esagerata, drammatica, "sopra le righe" per molti versi (basti come esempio l'assurda morte per la degenerazione di un raffreddore non curato), ha avuto nella Recherche una testimonianza, un diario, anche se in forma narrativa. Da qui si possono cogliere spunti di riflessione sull'esistenza e pungenti considerazioni sull'umanità, anche al fine di vivere meglio.
Figlio di un medico dall'aspetto burbero, antesignano dall'aerobica, e di una donna apprensiva e invadente, Proust visse in modo privilegiato, non dovendo lavorare e potendosi dedicare all'ozio, al divertimento e, infine, alla letteratura (attività non particolarmente apprezzata in famiglia, tanto che il fratello ebbe modo di affermare che bisognava essere costretti a letto con una gamba rotta per poter leggere la Recherche). Da questa esistenza, molto concentrata su di sé, de Botton ricava aneddoti, brani, esempi, citazioni di ogni genere, utili a capire lo scrittore, ma anche divertenti per quello che rappresentano: una mentalità e una concezione dell'esistenza cinica e un po' distaccata, attenta al particolare, ma non superficiale, basata sulla capacità di sognare, immaginare e ricordare.
L'autore ha diviso il volume in capitoli dai titoli significativi e ironici: Come amare la vita oggi, Come leggere per se stessi, Come prendersela comoda, Come soffrire con successo, Come esprimere le proprie emozioni, Come essere un buon amico, Come aprire gli occhi, Come essere felici in amore, Come lasciar perdere i libri.
In realtà l'esistenza nevrotica e maniacale di Proust, giovane dalla salute cagionevole e dalla sopportazione molto limitata, non potrà fornire suggerimenti utili a cambiare la vita... se non in peggio. Il divertimento sta nello scoprire una personalità così sfaccettata e curiosa, in un mondo, quello della Parigi del primo Novecento, che la proteggeva, la mascherava, ne era complice.
Una iniezione di autostima nelle parole di Proust (rara forma di ottimismo per uno come lui...), da leggere in un momento di depressione: "Leggendo il nuovo capolavoro di un uomo di genio, vi troviamo con piacere tutte le nostre riflessioni che avevamo disprezzate, le allegrie, le tristezze che avevamo contenute, tutto un mondo di sentimenti da noi disdegnati e di cui il libro dove le ravvisiamo ci rivela istantaneamente il valore".


Come Proust può cambiarvi la vita di Alain de Botton
Titolo originale dell'opera: How Proust Can Change Your Life

Traduzione di Livia Ferrari
195 pag., Lit. 25.000 - Edizioni Ugo Guanda (Biblioteca della Fenice)
ISBN 88-8246-015-0

Le prime righe

CAPITOLO PRIMO

Come amare la vita oggi

L'infelicità è fra le cose cui il genere umano si applica con più impegno e dedizione. Se fossimo stati posti sulla terra da un malvagio creatore al solo scopo di soffrire potremmo senz'altro congratularci con noi stessi per l'entusiasmo col quale assolviamo un simile incarico. Del resto, i motivi per essere inconsolabili abbondano: la fragilità del corpo, la mutevolezza dell'amore, le ipocrisie della società, i compromessi dell'amicizia, gli effetti deleteri della routine. La tenacia dei mali che ci assillano farebbe perciò supporre che l'estinzione della specie sia il momento più atteso da tutti.

Frugando fra la stampa parigina negli anni venti sarebbe potuto capitarvi tra le mani "L'Intransigeant". Noto per le sue inchieste, i pettegolezzi mondani, l'ampia gamma degli articoli trattati negli annunci economici e i taglienti editoriali, questo giornale sottoponeva inoltre ai lettori una serie di lambiccati e inquietanti interrogativi per poi invitare le celebrità francesi a mandare le loro risposte: "Quale pensate che sia l'educazione ideale da dare a vostra figlia?". Oppure: "Avete qualche consiglio per migliorare la situazione del traffico a Parigi?". Nell'estate del 1922, i redattori posero un quesito particolarmente impegnativo:
Uno scienziato americano annuncia la fine del mondo, o almeno la distruzione di una parte così vasta del continente, e in maniera così improvvisa, da rendere certa la morte per centinaia di milioni di esseri umani. Se questa previsione divenisse certezza, quali ne sarebbero, a parer vostro, gli affetti sull'attività degli uomini tra il momento dell'acquisizione di tale certezza e il minuto del cataclisma? Infine, quanto a voi personalmente, che cosa fareste prima dell'ultima ora?
La prima celebrità a mobilitarsi di fronte al macabro scenario di distruzione individuale e globale fu un allora insigne, ora dimenticato uomo di lettere chiamato Henri Bordeaux, secondo il quale in un simile frangente l'intera popolazione sarebbe confluita direttamente o nella chiesa più vicina o nella più vicina stanza da letto. Quanto a sé, Bordeaux dichiarava di non voler scegliere nessuna delle due cose e che avrebbe approfittato di quest'ultima occasione per scalare una montagna, e godersi la bellezza del panorama e della flora alpina.


© 1998, Ugo Guanda Editore

L'autore
Alain de Botton è nato in svizzera nel 1969, ha studiato a Cambridge e vive attualmente a Londra. I suoi libri pubblicati in Italia sono: Esercizi d'amore, Il piacere di soffrire e Cos'è una ragazza.



Jerome Charyn
Bronx

"La letteratura è la continuazione della vita con altri mezzi."


Isaac, il protagonista del romanzo, è il sindaco di New York. Un sindaco assolutamente speciale, con l'animo da poliziotto (il suo vecchio mestiere) e con una terribile voglia di salvare, almeno un po', la vivibilità del Bronx. Di sicuro non può impedire che i bambini si facciano di crack e maneggino i coltelli e le mitragliatrici come fossero giocattoli, però qualcosa è ancora possibile salvare: lo stadio del baseball. Assistere a una partita può essere l'ultima parvenza di normalità per chi, ogni giorno, vede aumentare la sua emarginazione, vede chiudere gli ospedali e le scuole, avverte intorno a sé una metropoli ostile e lontana, una ricchezza di cui non vengono elargite nemmeno le briciole, una corruzione e una violenza mascherate da un aspetto rispettabile, che condanna all'abbandono la più diretta violenza del Bronx.
Gli occhi chiari di Marianna, una deliziosa e coraggiosa ragazzina, sono per Isaac una piccola oasi in quell'orrore, e nulla potrà trattenerlo dal difendere lei, sua madre e il suo patrimonio dalla spregiudicata avidità del padre. Un killer dal nome suggestivo, Fantomas, un'associazione culturale voluta dal sindaco in quel desolato quartiere di New York, il Merlino, un misterioso artista che si firma con una A, iniziale di Alesa e di Angel, un morto dalla gola tagliata e piuttosto ingombrante, un aggressore dai baffi azzurri: ingredienti di un giallo senza buoni e cattivi, in cui tutti sono un po' innocenti e un po' colpevoli e tutti profondamente, autenticamente umani.


Bronx di Jerome Charyn
Titolo originale: El Bronx

Traduzione di Laura Grimaldi
Pag. 212, Lit. 26.000 - Edizioni Marco Tropea (Le Gaggie)
ISBN 88-438-0139-2

Le prime righe

Si era aperta la stagione, e l'America era nel bel mezzo di una guerra del baseball... e di uno sciopero selvaggio. I giocatori avevano un loro zar privato, J. Michael Storm, che era molto più potente del capo della polizia e dei presidenti delle due leghe. E che era disposto a parlare con un solo uomo. Isaac Sidel, sindaco di New York, dovette diventare il mediatore di una guerra che non voleva. J. Michael arrivò in aereo da Houston, dove aveva il suo studio legale, ma si rifiutò di incontrare Isaac alla Gracie Mansion. Andò con lui allo Yankee Stadium e si mise a sedere nella tribuna d'onore. Poi, fissando il terreno di gioco deserto, cominciò la litania.
"Un campo vuoto, Isaac, ecco che cosa vedo."
"Perderemo tutti... E dài, J. Michael, non potrei andare dai proprietari a proporre, diciamo, un tetto di diecimila dollari?"
"Niente tetti salariali. Sono una forma di schiavitù."
"Schiavitù a un dieci milioni l'anno? Significa sessantunmila settecentoventotto dollari e quaranta fottuti centesimi a partita."
"Piantala di dare i numeri. È il principio che conta. Non posso negoziare se il cartellino dei prezzi è stato alterato."
"Ma che hai da lamentarti?" chiese Sidel. "Non hai forse già ottenuto uno stipendio minimo?"
"Questo non c'entra. Uno dei ragazzi potrebbe rompersi un braccio e non essere più in grado di giocare. Se gli succede, deve avere un gruzzolo da parte."
Isaac cominciò a vagare come una bestia selvaggia per la tribuna d'onore. Era lui il padrone, là. Era a lui che gli Yankee pagavano l'affitto del campo. "J., non te ne andrai di qui finché non avremo trovato un accordo."
J. Michael Storm cominciò a ridere. "Se no mi stendi?" esclamò, indicando la grossa rivoltella nera nella cintola di Isaac.
"Farò di peggio. Ti scaravento giù."
"E io rimbalzerò sull'erba."
Vent'anni prima, quando aveva conosciuto Isaac, J. era un contestatore della Columbia University; figlio di due maestri d'asilo, era venuto su dal Sud per fare il Raskolnikov nella grande città. Anche Isaac era una specie di Raskolnikov: giovane funzionario dell'ufficio del Primo Vice, sembrava più a suo agio con i capi della Mafia che con i propri capitani.


© 1998, Marco Tropea Editore s.r.l.

L'autore
Jerome Charyn, nato nel Bronx nel 1937, vive e lavora tra New York e Parigi. È stato attore e sceneggiatore, ma è soprattutto autore di numerosi romanzi, molti dei quali hanno come protagonista la New York dolceamara degli immigrati di tutti i colori e delle loro gang. In Italia ha già pubblicato numerosi romanzi: Marilyn la Selvaggia e Occhiblù, che fanno parte entrambi della saga di Isaac; Paradise Man, Metropolis e Il Pesce gatto, Chiamatemi Malaussène e Il naso di Pinocchio.



Marco Drago
L'amico del pazzo
e altri racconti

"Davvero qualcuno crede ancora a Darwin? Davvero qualcuno guarda un gorilla con l'affetto riservato al bisnonno mezzo matto? Io sono allo specchio, quello specchio infedele che sta appeso nella mia stanza da bagno, e più mi guardo più mi convinco di non discendere da una scimmia. È evidente che discendiamo (o che almeno io discendo) da una galassia diversa e che la terra non aveva mai previsto di ospitare una razza deleteria come la mia."


Sono in totale undici racconti quelli che compongono la raccolta di Marco Drago, un giovane autore piemontese al di fuori di ogni corrente, estraneo a classificazioni di genere.
La sua scrittura è intensa ma stringata, anche se descrittiva, con pochi dialoghi e molti monologhi dell'io narrante. Tutti i racconti (con la sola eccezione de Il numero) sono infatti impostati in prima persona, come se il lettore ascoltasse direttamente la testimonianza dei fatti da chi li ha vissuti.
Quasi in ogni racconto emerge uno straniamento, una desolazione di visioni familiari, una consapevolezza pressoché raggiunta di non appartenere a nessun luogo, di non amare nessun luogo, né quelli reali né quelli frutto di allucinazioni: "Ci sono posti che non vorrei mai vedere e uno di questi posti è Alessandria. I primi palazzi alla periferia sud di Alessandria mi atterriscono e poi anche questa strada per Alba ... ci sono ragazzini ai bordi della strada e paesi così brutti da far male". Leggendo, ricordo Image di Altman, con i suoi flash tra vita vissuta e immaginario della protagonista, che non riesce più a distinguere le due dimensioni e, confondendole, affronta esperienze drammatiche. Così anche il protagonista de L'amico del pazzo, che in un crescendo di incomprensioni, crisi di personalità, dubbi e incertezze, arriva al punto di non sapere più chi è. Come non conosce più se stesso il padre-figlio voce narrante nel racconto Papà, che affronta in modo del tutto particolare la crisi tra le generazioni, l'incomunicabilità totale. E che dire di Guglielmo, che a trentotto anni deve ancora dipendere dai genitori e dalla fidanzata sia economicamente sia, e ciò è ancora più pesante, moralmente e che in Per sempre io si ripromette di prendersi una rivincita.
La campagna contadina e industriale, provinciale e noiosa del Piemonte fa da sfondo alla narrazione, collocando una serie di sentimenti generali in un contesto geografico preciso, quello che l'autore conosce meglio e che sa descrivere con drammatico realismo.


L'amico del pazzo e altri racconti di Marco Drago
172 pag., Lit. 23.000 - Edizioni Feltrinelli (I Canguri / Feltrinelli)
ISBN 88-07-70094


Le prime righe

SHOW

C'è una giovane mamma che prende i due bambini per mano e li porta via, lungo il corridoio del treno. Il giovane padre è andato rabbioso a sciacquarsi la faccia sul capo opposto del vagone. Hanno appena finito di urlarsi addosso, la mamma ha detto cose come squadra femminile di pallacanestro, la pizzeria il martedì sera, alleni tutte quelle ragazzine, hai solo amici scemi. Ha i denti stretti sotto le labbra. In un attimo lei e i due piccoli sono pronti a scendere, il treno sta rallentando prima di entrare in stazione. La gente che ha seguito il litigio ora ne segue l'appendice. Si alza un anziano e si avvicina alla donna con i bambini: "Non se ne vada. A che cosa servirebbe? Le litigate non devono farvi perdere la testa. Mi ascolti, i bambini..." Invece di mandarlo via, la donna lo guarda e poi sposta gli occhi sulla sagoma ingombrante del marito un po' gigante che si avvicina a fatica. Lui la fissa preoccupato e le dice: "Guarda che bisogna scendere fra due. Ma sei arrabbiata per davvero? Tutte le volte non capisci quello che dico". "Stavolta ho capito benissimo, e hanno anche capito bene tutti quelli che ti hanno sentito!" "Ma io, lo sai... sono stato un cretino come sempre." Lei si ferma di tre quarti, e tutti vedono che alza un sopracciglio soddisfatta, tutti tirano un sospiro di sollievo, l'anziano annuisce sorridendo, i bambini si riprendono dalla catatonia e cercano di scalare i pantaloni del padre e tutto finisce così.
La giovane donna è mia madre e il suo uomo allenatore di ragazzine è mio padre. I bambini siamo mio fratello Gianluca e io. Lui ha due anni e mezzo in più di me. Questa scena è successa davvero ma non saprei distinguerla dalle decine di scene uguali identiche vissute su altri treni di altre parti d'Italia. Non so che cosa spingesse i miei a fingere di litigare, a fingere di fare la pace, a fingere di avere una ruota a terra (la sgonfiavano loro), a fingere svenimenti, malattie incurabili, suicidi di parenti.

© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore

L'autore
Marco Drago è nato nel 1967 a Canelli. È fondatore e redattore della rivista di narrativa Maltese Narrazioni. Scrive di libri su Rockerilla.




Frank Morison
Chi ha rimosso la pietra?
"giallo" a Gerusalemme il mattino dopo la Pasqua

"Qual è il segreto di questo sepolcro silenzioso e impenetrabile?"


Questo libro nasce quasi da solo dalla penna dell'autore, almeno questa è la dichiarazione che ci lascia Morison. L'intenzione originaria era infatti di studiare e analizzare l'ultima settimana di vita di Gesù, più per curiosità intellettuale che per motivi religiosi. Lo scrittore sentiva infatti come da quell'evento l'intera umanità avesse avuto una trasformazione, come la Storia fosse stata condizionata da quella vicenda e come lui stesso si sentisse prepotentemente affascinato dalla figura del Cristo. Nel raccogliere materiale di studio però l'autore capisce come la settimana successiva alla morte, e in particolare la Resurrezione, fossero eventi peculiari, anzi come proprio su questo poggiasse l'intera nascita del Cristianesimo. Nell'indagare, nell'approfondire la materia di analisi era poi avvenuto un altro fatto straordinario: piano piano lo scrittore aveva sentito dentro di sé una trasformazione, l'interesse si era fatto più profondo, l'analisi più coinvolgente, in lui insomma c'era stata un'altra forma di resurrezione. Lo stile usato per descrivere gli eventi narrati è estremamente stringato e tecnico. Quello di Morison è un reportage giornalistico, è una cronaca giudiziaria ricca di spunti giuridici, nella quale vengono utilizzati, quasi fossero verbali di processo, i Vangeli, confrontandoli e analizzandone uniformità e difformità. Appaiono quindi le testimonianze, le tesi contrarie e quelle a favore, naturalmente non solo quelle d'epoca, ma anche quelle di studiosi moderni che tentano di dimostrare la non veridicità della tradizione cristiana. Vengono cioè rifiutate, e ne viene data dimostrazione, quelle opinioni che mettono in dubbio o negano la resurrezione di Gesù, così come in un normale processo vengono smontate le prove e le testimonianze fasulle. Si cerca poi di analizzare anche la primissima fase della Chiesa, le ragioni della diffusione così rapida della fede in Gesù come Messia, e l'affermarsi della fede cristiana.
In ogni caso è quel sepolcro vuoto, quella pietra rimossa, quell'apparizione sconvolgente che segnano in modo irreversibile la Storia dell'umanità e la storia di ogni singolo individuo, credente e non credente: lo "scandalo" della Croce ha un senso solo se collegato all'"assurdità" della Resurrezione. Tutto ciò Morison lo dichiara senza volontà agiografica, senza abbandono all'emotività o allo spiritualismo di maniera.


Chi ha rimosso la pietra? "giallo" a Gerusalemme il mattino dopo la Pasqua di Frank Morison
Titolo originale: Who moved the stone?

Traduzione di Silvana Lampariello Rosei e Francesco Lampariello
Pag. 214, Lit. 24.000 - Edizioni Città Nuova
ISBN 88-311-7418-5

Le prime righe

I. IL LIBRO CHE NON FU MAI SCRITTO

Sono sicuro che la maggior parte degli scrittori prima o poi confessa di avere in fondo a qualche cassetto segreto delle pagine di un libro che, per un motivo o per l'altro, non vedrà mai la luce.
Di solito è il tempo - l'imputato venerabile - che pone il suo veto al raggiungimento di una meta a cui si aspira. La prima stesura, nelle sue grosse linee, viene scritta di getto, in un momento di entusiasmo e di ispirata creatività; vi si lavora un po' per poi metterla da parte in attesa di un "domani" che spesso non arriva mai. Altri e più pressanti impegni intervengono; appuntamenti e responsabilità si moltiplicano e quelle pagine preziose sprofondano sempre più nel fondo di quel nascondiglio. Passano gli anni, fino a che un giorno lo scrittore si risveglia con la consapevolezza che qualunque altra impresa egli abbia portato a termine, non riuscirà mai a scrivere quel particolare libro.

Nel nostro caso, però, le cose sono andate diversamente. Non si è trattato di fallimento di ispirazione e neppure del mancato arrivo di quel "domani". È accaduto invece che giunto il momento, la penna ha preso una direzione nuova e inaspettata. È stato come se avviandosi lungo un sentiero familiare e ben battuto in una foresta, ci si ritrova improvvisamente in un luogo sconosciuto che non ci si sarebbe mai aspettati di raggiungere. L'inizio del cammino era esattamente quello in programma; la fine del percorso fu tutt'altro che quella prevista.
Vediamo di spiegare meglio quello che intendo dire.
Quando, da giovane, cominciai a studiare seriamente la vita di Gesù di Nazaret, ero convinto che la sua storia poggiasse su fondamenta non troppo solide.
Questa mia convinzione si può capire ripensando al clima intellettuale che vigeva alla fine del secolo scorso. È vero che l'assurdo giudizio che negava perfino l'esistenza storica di Gesù era tramontato; tuttavia i critici più ascoltati, soprattutto quelli tedeschi, erano riusciti a diffondere nei giovani l'impressione prevalente che la narrazione della sua vita e della sua morte, nel modo in cui era stata tramandata, non fosse credibile e, in particolare, che l'ultimo dei quattro Vangeli non fosse altro che una brillante apologia scritta molti anni, forse addirittura decenni dopo la scomparsa della prima generazione cristiana.
Come la maggior parte dei giovani profondamente immersi in altre problematiche, non avevo avuto modo di verificare o di formarmi un giudizio incondizionato sull'argomento, ma il fatto che quasi ogni parola dei Vangeli fosse oggetto di discussioni aveva certamente un peso sul pensiero comunemente diffuso ed era difficile che io sfuggissi alla sua influenza.


© 1998, Città Nuova Editrice





Giuseppe Pace
Non c'è motivo per andare a capo

"Io Emiliano, sudo."


Un protagonista che suda, suda in modo inverosimile, suda in tutte le situazioni, suda quando fa molto caldo, ma anche con il freddo. Emiliano suda troppo e questo gli condiziona la vita, con il terrore di colare in ogni occasione. Giornalista, fidanzato tranquillo da molti anni, sul punto di sposarsi con Valentina, lascia tutto per questo imbarazzante disturbo (verificatosi la prima volta al momento di annunciare le nozze in famiglia), ripensa alla sua vita e si riorganizza cercando un nuovo lavoro: ufficio stampa di un'associazione per l'infanzia, per la difesa dei bambini. Arriva anche una nuova ragazza, Francesca, ma il fastidioso disturbo non sparisce, così la vicenda ricomincia da capo, con una lettera di licenziamento, un saluto a Francesca e la ricerca di un nuovo lavoro....
In questo modo si dipana la vicenda di Emiliano, un giovane che non vuole crescere, non vuole affrontare le difficoltà della vita e di fronte agli ostacoli, alla noia, alle responsabilità suda, come se il sudore potesse creare una barriera tra lui e il mondo, difendendolo e fornendogli una scusa per non impegnarsi. Tra Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, con una parentesi newyorkese, Emiliano cerca una sua dimensione che possa conciliare l'insoddisfazione che sente dentro di sé e l'ansia continua che lo fa grondare acqua nelle situazioni più imbarazzanti. Aspetta che le soluzioni ai propri problemi siano fornite dagli altri, dagli amici, dai parenti, come chi non sa crescere, non riesce a diventare adulto. Una via di uscita c'è, ma ricercarla non è facile per uno che non sa prendere decisioni definitive.
Una storia curiosa scritta in modo originale, con molti a capo inaspettati che sottolineano dialoghi o situazioni cruciali lasciando spazio nella pagina scritta e isolando alcune parole, forse le più importanti. O, forse, non c'è motivo per andare a capo, come per Emiliano non c'è motivo di andare continuamente a capo nella vita.


Non c'è motivo per andare a capo di Giuseppe Pace
192 pag., Lit. 22.000 - Edizioni Marsilio (Farfalle)
ISBN 88-317-6872

Le prime righe

Uno

Tegame (s.m.): recipiente da cucina in terracotta o metallo, tondo e basso, con manici ad ansa. Tegame: teglia terrina testo padella pentola casseruola ma non tutti i tegami hanno il coperchio. Capita - come a me Emiliano - di avere un Tegame femmina, mora boscaiola e vigilessa di mestiere con l'inverno che alla mezzanotte chiude fa già caldo e non è granché guidare con Valentina accanto. Se si fa chiamare Tegame è perché mi ama e oggi, vigilia di primavera, dentro la centoventisette del settantotto il Tegame non apre bocca e stiamo andando a mangiare da suo zio. Annunceremo il nostro matrimonio.
Due cose: la manìa di storpiare sempre le parole e il bisogno di fare il bambino fra le sue braccia. Com'è che fanno i cinni, ga ga ga. E allora amore diventò subito gamore poi tegamore poi Tegame.
- il mio Tegame. Ti amo
ed era dodici anni fa.
Ci sarà anche la madre di Valentina.
La madre di Valentina ha perso il marito già da un po'. Ora è innamorata di uno sposato che fa il muratore e alleva cani da slitta ed è simpatico anche se ha un sacco di soldi. È una buona cuoca la madre di Valentina, cucina per me tutti i venerdì sera. Il sabato cotona in casa sette signore del quartiere fra quelle che andavano al negozio di parrucchiera prima che lo chiudesse, quando cioè Libero - il marito - morì. Salutò il mondo "Ciao a tutti", come dice Valentina. Lei aveva otto anni e invece di andare al funerale cantucciò sotto il letto matrimoniale. Dalla parte di Libero.
È una brava signora, spesso bella; con due esaurimenti alle spalle. Per la figlia è un'amica.


© 1998, Marsilio Editori

L'autore
Giuseppe Pace è nato nel 1965. Giornalista, collabora a Bologna per l'agenzia di informazione regionale "Dire". Tifa per l'Inter e spera un giorno di sposarsi con Daniela, visto che stanno insieme da quindici anni. Questo è il suo primo romanzo.



10 aprile 1998