Anna Laura Braghetti
con Paola Tavella
Il Prigioniero

"Per uccidere qualcuno che non ti ha fatto niente, che non conosci, che non odi, devi mettere da parte l'umana pietà, in un angolo buio e chiuso, e non passare mai più di lì con il pensiero. Devi evitare sentimenti di qualunque tipo, perché sennò, con le altre emozioni, viene a galla l'orrore".


Il libro della Braghetti è solo in parte la storia del sequestro di Aldo Moro e della sua tragica conclusione, ma è anche la storia della vicenda umana, politica e psicologica di una ragazza, che si trova quasi per caso a compiere la scelta della clandestinità e, un po' alla volta, compie su di sé una sorta di operazione chirurgica, annulla le emozioni, le paure, la commozione, insomma la sua umanità. L'ideologia lentamente penetra nella sua coscienza e azzera i sentimenti che fanno da ostacolo alle azioni decise collettivamente. I brigatisti, così come appaiono dal libro della Braghetti, mostrano nei rapporti tra loro una specie di desiderio di normalità, che non è solo copertura verso il mondo esterno, ma un'esigenza profonda che, troppe volte, e soprattutto nelle scelte di fondo da loro compiute, non potranno assolutamente realizzare. La figura di Aldo Moro, la sua mitezza, la sua gentilezza profonda, la sua amarezza avevano suscitato sentimenti contraddittori nei suoi carcerieri: nessuno, ma proprio nessuno di loro si sarebbe aspettato che Moro fosse come si era rivelato in quei giorni.
Nella quotidianità l'organizzazione brigatista prevedeva ferree leggi di comportamento: c'era chi accudiva la casa, chi interrogava il prigioniero, chi manteneva la credibilità della copertura andando normalmente a lavorare. Tutto ciò non prevedeva deroghe, anche il pranzo pasquale in famiglia di Laura era un'esigenza collettiva. Questo snaturamento, questa vita recitata prevedeva anche che qualsiasi membro fosse pronto ad uccidere il bersaglio prescelto, nessuno poteva tirarsi indietro e nemmeno l'avrebbe fatto, anche a costo di soffrire terribilmente. Intense sono le pagine che descrivono il tormento di Dario, un brigatista bruno e delicato, dopo il suo primo delitto. Ancora più dolorose quelle che parlano della famiglia Bachelet, della sua grandezza e generosità; dice la Braghetti, che è colei che ha materialmente ucciso Vittorio Bachelet: "Li ho danneggiati in modo irreparabile e ne ho avuto in cambio solo del bene".
Ben diverse, ben più amare invece le pagine che descrivono il soggiorno nel carcere di massima sicurezza di Voghera, e quelle che accennano quasi di sfuggita ai metodi brutali che hanno accompagnato gli interrogatori dal 1980 alla definitiva sconfitta delle BR.
In conclusione questo libro, che descrive uno dei più drammatici eventi dell'Italia del dopoguerra, è anche la testimonianza oltre che di una tragedia storica, anche della tragedia umana di tanti giovani catturati, per loro volontà, da una spirale di odio distruttore da cui solamente alcuni, e pagando prezzi molto alti, riescono solo oggi a risollevarsi.


Il Prigioniero di Anna Maria Braghetti con Paola Tavella
Pag. 187, Lit. 25.000 – Edizioni Mondadori (Le Frecce)
ISBN 88-04-45154-8

Le prime righe


Radio e televisione erano accese. Poco dopo le nove, fu il frastuono assordante degli elicotteri che si alzavano su Roma a dirmi che tutto era successo. Non resistevo più, non riuscivo a restare in casa. Scesi la breve rampa di scale verso il portone d'ingresso. La strada era silenziosa, deserta. I bambini erano già a scuola, gli adulti a lavorare, le casalinghe non ancora uscite a fare la spesa. A un tratto scorsi la mia automobile, che risaliva con calma via Montalcini. Ora avrei saputo. Era finita, quell'attesa maledetta cominciata al mattino presto. Prospero si era alzato dal nostro letto, aveva indossato la divisa blu da aviere sulla quale io stessa avevo cucito le mostrine dorate, aveva bevuto in fretta un caffè e mi aveva salutato con calma, dicendo che ci saremmo rivisti più tardi. Ero rimasta con Germano, in uno stato di tensione tale che non potevamo neppure parlare. A un'ora convenuta, poi, Germano era uscito ad aspettare il ritorno dei nostri compagni giù, lungo la strada.
Passeggiavo avanti e indietro per un breve tratto di marciapiede. Quando l'auto si avvicinò vidi Mario alla guida, Germano seduto accanto a lui. Prospero li seguiva a piedi. Erano vivi. Illesi. Chiesi: "Com'è andata?". Bene, bene, tutto come previsto, i nostri in salvo, quelli che erano arrivati apposta dal Nord già in treno, sulla via del ritorno. Eravamo eccitati, e sollevati. Nel bagagliaio c'era una cassa di legno robusta, con due manici. Una volta entrati in garage controllai che in giro non ci fosse nessuno e la alzammo. Era pesantissima. La trasportammo fino in casa, poi nello studio. Appena varcata la soglia di casa mia pensai, con un lampo di sgomento, che mi ero cacciata in una storia pazzesca, e che il lieto fine non era contemplato.


© 1998, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

L'autrice
Anna Maria Braghetti, romana, studi all'istituto tecnico, un impiego regolare, entra nelle BR nel 1977 e partecipa nel '78 al sequestro di Aldo Moro come prestanome dell'appartamento dove egli fu rinchiuso. Rimane nelle BR e ne condivide l'attività fino al 1980, quando viene arrestata e condannata all'ergastolo. Oltre a periodi di detenzione in quasi tutti i penitenziari italiani, trascorre quattro anni nel supercarcere di Voghera, in condizioni difficilissime. Lì comincia a maturare il distacco dalle BR e dal progetto di rivoluzione armata, senza tuttavia collaborare in nessuna forma con l'autorità giudiziaria, né accedere al alcuno sconto di pena. Nel 1994 ottiene il permesso di lavorare fuori dal carcere. È tra le coordinatrici di un progetto della Comunità europea per l'inserimento al lavoro di ex detenuti. Ha scritto, con l'ex militante dei NAR Francesca Mambro, Nel cerchio della prigione.
Paola Tavella, genovese, è stata cronista al "Lavoro" e redattrice al "manifesto", dove si è occupata della lotta armata in Italia, dei processi che ne seguirono, di detenzione politica e di carcere. Collabora dal 1978 alla rivista femminista "Noi donne". È attualmente portavoce di Anna Finocchiaro, ministro per le Pari opportunità.



Simona Cancellara
Radicchio, Pinocchio
e altri migranti

Tra l'Ufficio Stranieri e la stazione, le panchine e le chiese, le piazze e le strade di Roma, si arrabattano migliaia di extracomunitari, ognuno carico dei propri fardelli: quelli lasciati nel proprio paese, ma non dimenticati, e quelli trovati qui. Fardelli pesanti da portare, specie se si rimane soli...


Difficile raccontare la realtà dei tanti stranieri che negli ultimi anni sono arrivati in Italia, provenienti dai paesi più vari. Si tratta di uomini e donne con radici culturali molto diverse tra loro, con tradizioni, abitudini e aspettative differenti. L'autrice tenta di farlo attraverso ventidue brevissime storie, singolarmente autonome, ma nell'insieme legate da un filo conduttore: la difficoltà sperimentata dai protagonisti al momento dell'inserimento in un mondo che non appartiene loro, che spesso li respinge.
Le storie sono narrate da un osservatore esterno, da un narratore che coglie via via gli aspetti più struggenti, quelli curiosi o più umani.
Protagonisti sono soprattutto gli extracomunitari nei propri rapporti con la comunità italiana, ma anche alcuni connazionali che tentano in vari modi un approccio costruttivo verso queste persone così diverse e così uguali a tutte le altre.
Protagonisti sono i due braccianti agricoli che danno con i propri soprannomi il titolo al volume, o Miriana, una donna albanese coraggiosa, che assiste il marito invalido, alleva due figli e lavora ai mercati generali, o ancora don Michele, che adotta un ragazzo pakistano, o Wang Li, giovane ragazza cinese, lavoratrice sfruttata che trova il coraggio di ribellarsi e denunciare. Si legge il disagio, l'abbandono e il degrado in cui sono costretti a vivere, ma anche la speranza. Spesso infatti la narrazione, stringata, non troppo descrittiva, termina con uno sguardo al futuro, con una porta aperta verso una esistenza più serena, verso un domani migliore.


Radicchio Pinocchio e altri migranti di Simona Cancellara
133 pag., Lit. 20.000 – Edizioni e/o, (Dal Mondo)
ISBN 88-7641-340-5

Le prime righe

La forza di Miriana

"È troppo gracile per andare a scuola". Così avevano detto ai genitori all'incirca a metà delle elementari. Chi glielo avesse detto poi, non si era mai saputo con certezza. Forse il medico dell'unico ambulatorio scolastico del paese, forse la stessa maestra.
I due piccoli edifici, la scuola e l'ambulatorio, erano uno di fronte all'altro nella piazza polverosa, e vi si affacciavano pure palazzi pubblici come il municipio e l'ufficio postale e l'emporio. Tutto tranne la chiesa che non c'era né ci poteva essere su quella piazza, perché il paese era a dieci chilometri dalla capitale comunista, Tirana, Albania.
Non c'era ovviamente nemmeno un prete a osservare la ragazzina Miriana che attraversava la piazza spingendo una carriola troppo pesante per le braccine magre, vestituccio e calzini laminati d'oro dentro i sandali ereditati dal fratello.
Forse però c'era un Dio, pur se minoritario e distratto, a tenere d'occhio Miriana. Così la bambina gracile non era morta. Aveva lasciato la scuola, anche se sapeva già leggere e scrivere bene almeno quanto la figlia della maestra statale, ma non era morta.
Aveva spinto la carriola con la paglia e con il fieno per l'asino, d'estate. L'aveva spinta piena di mattoni per aiutare il padre nelle primavere e negli autunni clementi. L'aveva spinta vuota di legna e con la pancia vuota perfino delle stupide patate che c'erano sempre, negli inverni più duri e più lunghi.
Poi qualcuno se l'era sposata e non si era certo domandato chi fosse stato a togliere dalla scuola quella sua giovane moglie così gracile. D'altra parte era lei che scriveva le poche cose che servivano alla loro famiglia, perché lui a scuola non ci aveva proprio mai messo piede. Così Miriana aveva scritto quella lettera ai parenti che erano partiti per l'Italia.


© 1998, Edizioni e/o

L'autrice
Simona Cancellara è nata a Roma nel 1957. Ha lavorato come sceneggiatrice per la televisione ed è autrice radiofonica e teatrale. Radicchio, Pinocchio è la sua prima opera di narrativa.



Annette von Droste-Hülshoff
Il faggio degli ebrei

"Se a questo luogo t'avvicinerai, quel che m'hai dato tu stesso avrai".


Testo importante nella storia della letteratura tedesca, questo racconto lungo (o "romanzo breve") ha avuto invece scarsa diffusione in Italia. Una edizione del 1987 della casa editrice Salerno di Roma è ormai da tempo introvabile e il testo non è elencato tra quelli fondamentali da leggere per comprendere l'evoluzione narrativa tedesca. Viceversa in Germania, sin dai primi anni del Novecento, la Droste "si è conquistata un posto fisso nelle antologie e nei programmi scolastici" e nel bicentenario della nascita (caduto nel 1997) ancora si è parlato a lungo di lei e della sua opera.
Il faggio degli ebrei, pubblicato per la prima volta nel 1842, è inquadrato dalla critica nell'ambito della nascente corrente del Realismo tedesco, nel vortice dell'età romantica, ma con evidenti anticipazioni linguistiche del futuro Naturalismo e dell'Impressionismo. L'autrice stessa è palesemente combattuta tra una visione tradizionale dell'esistenza, legata strettamente a regole morali e civili antichissime (che sono per lei abituali, essendo erede di una famiglia di vecchia nobiltà vestfalica, con una madre rigidamente cattolica), e una apertura verso nuove concezioni, ad esempio, del ruolo della donna nella società, della uguaglianza nella proprietà, della violenza maschile vista non come evento ineluttabile, ma come ingiustizia da combattere.
La storia ruota attorno a una vicenda umana legata strettamente all'antica legge biblica del "taglione". Il protagonista, Friedrich Mergel, è il figlio di un uomo violento che è stato ucciso ai piedi di un faggio secolare. Stessa sorte spetterà all'ebreo Aaron, della cui fine verrà incolpato lo stesso Friedrich. Sfuggito a lungo dalla maledizione veterotestamentaria lanciatagli contro dagli ebrei del paese (e scritta sulla corteccia del faggio), Friedrich tornerà sul luogo dell'omicidio e lì verrà trovato impiccato. Ma si tratta realmente di lui? E, ancora, era Friedrich il vero colpevole, quello contro cui scagliare quella sorta di anatema? Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è la capacità dell'autrice di non dare un giudizio finale, ma lasciare aperti i concetti di colpa, responsabilità e destino. Le date della vicenda, ambientata a ridosso della Rivoluzione Francese, completano il quadro di una storia che, nel suo piccolo, sottolinea un passaggio epocale dell'umanità.
Chiudiamo con le profetiche parole dell'autrice, riportate nell'Introduzione al volume, che, contestando il valore delle mode letterarie, esprime la volontà di scrivere un testo che sopravviva a se stessa: "Non voglio diventare famosa adesso, vorrei essere letta fra cent'anni, e forse ci riesco, perché in sostanza è semplice come l'uovo di Colombo; basta rinunciare con decisione al presente".


Il faggio degli ebrei di Annette von Droste-Hülshoff
Titolo originale dell'opera: Die Judenbuche

A cura di Uta Treder
Traduzione dal tedesco di Laura Ducati, Cristina Moro e Giulia Trepin
Traduzione dei versi di Arianna Lombardo
Con testo tedesco a fronte
242 pag., Lit. 25.000 – Edizioni Marsilio, (Letteratura Universale Marsilio) ISBN 88-317-6877-8


Le prime righe


Dov'è mano così leggera, che senza errare
sciolga l'intrico di un'angusta mente
così ferma, che senza tremore
scagli la pietra su fragile creatura?
E dell'impeto d'un sangue superbo
chi osa mai giudicare, chi del pregiudizio,
occulto ladro di anime, pesare
ogni parola, che in giovane petto
affonda imperitura le sue radici?
O tu felice, nato e cresciuto nella luce,
accudito da mani amorose
deponi la bilancia, che mai ti fu concessa!
Posa la pietra – potrebbe colpir te stesso! –

Friedrich Mergel, nato nell'anno 1738, era l'unico figlio di quello che si poteva definire un mezzadro o un proprietario terriero di basso ceto nel paese di B., un paese che, per quanto mal costruito e ricoperto di fumo, attirava l'attenzione di ogni viaggiatore per la bellezza estremamente pittoresca della sua posizione nella stretta e verdeggiante vallata boschiva di un'importante regione collinare dalla storia curiosa. Lo staterello di cui faceva parte era allora uno di quegli angoli isolati dal resto del mondo, senza fabbriche e commerci, senza strade militari, dove un viso sconosciuto destava ancora curiosità e dove un viaggio di trenta miglia poteva rendere anche una persona di rango l'Ulisse della sua terra; insomma, si trattava di un luogo come ce n'erano tanti altri in Germania, con tutti i difetti e i pregi, con tutta l'originalità e la limitatezza che solo simili condizioni possono generare. Leggi semplicissime e spesso insufficienti avevano creato una certa confusione tra gli abitanti per quanto riguardava i concetti di giustizia e ingiustizia, o meglio, accanto al diritto legale si era andato creando un secondo tipo di diritto, basato sull'opinione pubblica, sulla consuetudine e sulla prescrizione che derivava dall'incuria da parte delle autorità.

© 1998, Marsilio Editori

L'autrice
Annette von Droste-Hülshoff (1797-1848) è considerata oggi la più importante scrittrice tedesca dell'Ottocento. Nel 1826, alla morte del padre, si trasferisce dal castello avito alla residenza vedovile della madre, dove conduce la tipica esistenza di una donna non sposata di buona famiglia; trascorre gli ultimi anni della sua vita nel clima mite di Meersburg sul lago di Costanza, vicino all'amata sorella Jenny e al marito di lei. Dominata da una madre forte e rigidamente cattolica, la Droste vive un'esistenza appartata che potrebbe apparire tipicamente Biedermeier, se non fosse per il modo in cui vive la propria solitudine e riesce a dare chiara voce, nelle sue raccolte di versi, alle proprie inquietudini di donna e a un lacerante conflitto tra fede e passione.

La curatrice
Uta Treder insegna letteratura tedesca all'Università di Trieste. Ha pubblicato vari saggi e una monografia su Franz Kafka. Fa parte del direttivo della Società italiana delle letterate. Tra le sue opere di narrativa figurano Luna Aelion (Monaco 1989) e Die Alchemistin (Francoforte 1993).



Franco Fucci
Radetzky a Milano

"Vi condurrò nella pianura più fertile del mondo: grandi città, province ricchissime, tesori inestimabili d'ogni genere cadranno nelle vostre mani".


Radetzky è il personaggio della Storia che da molti italiani, soprattutto del Nord, viene immediatamente ricollegato alle gloriose imprese dei patrioti del Risorgimento, alle Cinque giornate di Milano e soprattutto alle persecuzioni perpetrate dagli austriaci contro gli italiani che lottavano per conquistare la libertà dallo straniero.
Questo temutissimo Feldmaresciallo, dalle grandi capacità strategiche e tattiche, aveva un aspetto fisico piuttosto sgradevole: "aveva gambe corte e arcuate, torso fin troppo robusto, un accenno di pinguedine fin dalla giovane età, collo corto e grossa testa a palla che i ritratti ci mostrano sempre più glabra con il trascorrere degli anni, sino a quando non si decise ad adottare una inverosimile parrucca con un ciuffo eccessivo...". L'eleganza tipica degli ufficiali austriaci non fu perciò, a causa di quel fisico sgraziato, una sua caratteristica, ma questo non gli impedì d'avere una moglie devota e una altrettanto devota amante, così da sommare una bella quantità di figli!
Fucci descrive dapprima la Milano dei tempi di Radetzky, erede delle riforme di sovrani illuminati, dalla grande Maria Teresa in poi. Città ricca, colta e progredita (che nostalgia...) tale da far dire a Stendhal "Milano è una delle città più felici del mondo"! E proprio questo benessere diffuso e la simpatia per l'Austria, madre intelligente, di tanta parte della popolazione, spiega la contraddittorietà di certe posizioni, non ultima quella di Carlo Cattaneo, ostile ai Savoia e favorevole a un Lombardo Veneto autonomo, in una sorta di confederazione con l'Austria. La dominazione austriaca non attuava certo una capillare repressione nei confronti dei patrioti, anzi era molto frequente una voluta miopia verso intellettuali chiaramente antiaustriaci. Negli anni tra il 1831 e il 1848, anno dei moti rivoluzionari in tutta Europa, a Milano c'è grande fermento di idee. La nobiltà si divise in filoaustriaca e antiaustriaca, e non sempre comunque la nobiltà milanese era apprezzata dagli ufficiali della guarnigione tedesca. Metternich, ad esempio, la definì "la classe più cancrenosa della popolazione" e lo stesso Radetzky era considerato quasi un socialista per la sua avversione nei confronti dei nobili. Da suo punto di vista tale antipatia era legittima, infatti l'élite era il nocciolo della rivolta e stava contagiando anche il ceto medio e le classi inferiori.
Intorno al 1835 Radetzky ebbe un incontro importante per la sua vita privata: quello con Giuditta Meregalli, giovane e semplice donna che gli rimase accanto per più di vent'anni e gli diede con ogni probabilità quattro figli, e che ottenne dal potente e anziano amante che Milano non venisse bombardata dopo l'insurrezione del marzo 1848.
Ampio spazio, nel libro, è dato proprio all'analisi e alla cronaca di quelle gloriose Cinque Giornate, alla psicologia dei patrioti insorti, al crescente rifiuto di quell'invasore per troppo tempo considerato quasi un benefattore. Fucci procede poi analizzando la guerra tra Piemonte ed Austria, l'entrata in Milano di Carlo Alberto, poi la sua vergognosa fuga e la resa piemontese. Radetzky entrerà in città su di un cavallo bianco, complessivamente ben accolto dalla popolazione (sicuramente i rivoluzionari erano una minoranza), attraverso l'arco di Porta Romana che aveva già visto il trionfale ingresso di Napoleone. Continuerà a governare il Lombardo Veneto con una profonda volontà di pacificazione, convinto che quella strada lo avrebbe portato al successo, anche se misure restrittive e censorie vengono attuate con molta durezza. Dal 1853 inizia però il tramonto del suo astro: Francesco Giuseppe decide di togliergli potere, la salute si fa davvero precaria, la moglie muore. Viene collocato a riposo, nell'amata Villa Reale di Milano, dove muore e le sue ultime parole saranno: "La paga ai miei uomini... vi ringrazio... addio! Lasciatemi morire in pace".


Radetzky a Milano di Franco Fucci
Pag. 230, Lit. 29.000 – Edizioni Mursia (Storia e documenti)
ISBN 88-425-2257-0

Le prime righe

CAPITOLO I

Una carrozza tirata da cavalli grigi percorre la strada che da oriente porta a Verona e a Milano, il cuore del Regno lombardo-veneto. È scortata da uno squadrone di ussari del 5° reggimento. Il trotto dei cavalli affonda in silenzio nella neve.
La seguono un'altra carrozza, anch'essa affiancata da ussari, e una terza senza scorta, addetta al trasporto dei bagagli. È la fine di febbraio del 1831. Un inverno molto rigido in tutta l'Europa; la neve ha accompagnato le tre carrozze fin dalla partenza da Vienna, ma nella pianura padana il freddo sembra più pungente. Il passeggero della prima carrozza, ben avvolto in un mantello, le ginocchia riparate da una coperta, pregusta il piacere di un boccale di buon vino rosso caldo, profumato di garofano. Sotto il mantello indossa una tunica bianca con grandi paramani dorati, distintivo del grado di generale come le bordure dorate del bavero. Accanto a lui, sul sedile di cuoio trapuntato, una feluca con piumaggio verde, il copricapo dei generali dell'imperatore d'Austria.
Il passeggero della carrozza è il tenente generale Johann Joseph Wenzel (Venceslao) Anton Franz Karl Radetzky conte von Radetz, titolare di una infinità di decorazioni austriache, prussiane, bavaresi e russe, colonnello onorario di quel 5° ussari i cui cavalieri gli fanno da scorta. Cullato dal dondolìo della carrozza, nel silenzio interrotto solo da qualche nitrito e dallo schiocco della frusta, Radetzky ripensa al suo passato.


© 1998, Gruppo Ugo Mursia Editore S.p.A.

L'autore
Franco Fucci è nato a Brescia nel 1920. Tenente colonnello degli alpini delle riserve, ha partecipato alla guerra e alla Resistenza. Giornalista professionista, è stato capo redattore di vari giornali e, da ultimo, de "Il giorno". Studioso della storia italiana, ha pubblicato per la Mursia, Ali contro Mussolini, Spie per la libertà, Le polizie di Mussolini, Emilio De Bono.



Richard Klein
È tutto grasso che vola
Elogio dell'opulenza

"I politici lo coltivano, i cantanti ne hanno bisogno, i gourmet lo apprezzano, e gli amanti ci giocano. Grasso è una parola stupenda".


In un articolo apparso su La Stampa martedì 17 marzo 1998, in occasione della scomparsa di Benjamin Spock, Gabriele Romagnoli lo definisce "creatore di queste generazioni di obesi che rotolano per gli Stati Uniti". Il grasso che avanza nelle nuove generazioni è dunque "colpa" di Spock e della pedagogia contemporanea? Ed è vero che "Il grasso è bello, sexy e forte"? Per l'attuale moda del magro è giunta l'ora di cedere il passo? L'autore svolge un'analisi a largo raggio proprio sul "concetto di grasso" e sulle implicazioni sociali, economiche, politiche, morali che la demonizzazione di questo concetto porta con sé. Si percepisce immediatamente la collocazione geo-politica del saggio, che prende particolarmente in considerazione la realtà statunitense. Tuttavia, per l'approfondita analisi del tema, sotto ogni possibile punto di vista, e per l'aspetto di attualità che l'argomento ricopre oggi in Europa e nel nostro Paese, si tratta di un testo interessante anche per il lettore italiano, che sia sovrappeso o meno...
L'obesità non è un fenomeno strettamente legato alla società contemporanea. La storia insegna come "grasso è bello" sia stato a lungo un concetto acquisito, sia esteticamente che dal punto di vista medico (ancora oggi in molti paesi sottosviluppati grasso è solo il ricco, dunque grasso = benessere, ricchezza e salute). Ma solo in questi anni, con l'innalzamento di grandi fasce della società occidentale a un livello economico stabile, l'obesità è divenuta fenomeno di massa, e come tale viene visto e affrontato.
Tra i maggiori "colpevoli" della demonizzazione del grasso si contano, a parere dell'autore, le case farmaceutiche, desiderose di vendere prodotti dietetici, pillole dimagranti, medicine e preparati di vario genere per restare in linea. Lo scopo dichiarato è quello di salvaguardare la salute minata dall'eccesso di peso, ma il risultato raggiunto è la dipendenza da composti chimici di vario genere, della cui ripercussione sulla salute non si parla sufficientemente. Il potere economico, dunque, ancora una volta indirizza le scelte, i gusti, il futuro della società. Il grasso, sotto questo aspetto è libertà di scelta. Grasso (la parola ricorre continuamente, ossessivamente nelle pagine del volumetto) può essere davvero bello, può stimolare i sensi ed è parte integrante della nostra cultura. L'autore, ovviamente, è sovrappeso e ha parole di conforto e solidarietà per tutti i grassi del mondo, sottolineando l'aspetto estetico e storico anche del termine: "In inglese la parola grasso, fat, significava 'recipiente'. La definizione è ormai obsoleta... tuttavia, quando vi guardate allo specchio, non dimenticate mai di provare a vedervi come un grande contenitore, un capace tino, e di pensare al fascino che la parola grasso deve aver esercitato presso gli avi teutoni riuniti per festeggiare la vendemmia."


È tutto grasso che vola. Elogio dell'opulenza di Richard Klein
Titolo originale dell'opera: Eat Fat

Traduzione di Katia Bagnoli
195 pag., ill., Lit. 15.000 – Edizioni Feltrinelli (Universale Economica Feltrinelli)
ISBN 88-07-81484-6

Le prime righe


Introduzione

Questo è un libro dietetico postmoderno, e con il termine postmoderno, nel mio dizionario privato, intendo riferirmi all'esperienza contemporanea di realtà immateriali. Quindi, si tratta di un libro che è stato pensato innanzitutto per essere buttato via. Una volta consumato, il testo dovrebbe scomparire per lasciare di sé soltanto un piacevole ricordo, come la debole eco di una sensazione di benessere che resta in bocca quando vi fate sparire dentro un tartufo di cioccolato. Conservate la copertina, scriveteci le parole MANGIAR GRASSO e incollatela sullo sportello del frigorifero, se volete che il libro continui a fare il suo effetto. Una volta che l'avrete letto, non dovrete ricordarne altro che queste due parole, perché È TUTTO GRASSO CHE VOLA.
Mi spiego. La maggior parte delle scritte che vedete sugli sportelli dei frigoriferi cerca di persuadervi, con le buone o con le cattive, ricorrendo persino al sarcasmo, a mangiare magro – a "controllare" quel che mangiate. Il successo di queste scritte lo potete giudicare da soli in base all'esperienza personale o alla consultazione degli ultimi dati statistici. Secondo le ricerche più recenti, gli americani sono complessivamente il dieci per cento più grassi di quanto non fossero dodici anni fa. E ciò vale per uomini e donne, bambini e adulti, vecchi e adolescenti, senza distinzione. Prove aneddotiche e demografiche lo confermano; stiamo diventando più grassi più in fretta. Lo stesso accade in Inghilterra e in Spagna, in Giappone e in Francia, ma soprattutto qui in America, che con ogni probabilità è già la nazione più grassa in un mondo sempre più grasso. (Malgrado alcune carestie qui e là.)
Perché ciò si debba verificare proprio in questo preciso momento storico resta un mistero. Un mistero della storia. Dovrebbe essere vero il contrario... dovremmo essere intenti a dimagrire. Per più di quarant'anni – in misura più intensa negli ultimi venti – l'industria di salute-bellezza-fitness ha mobilitato immense quantità di denaro e creatività per convincerci delle virtù della magrezza. Soltanto durante lo scorso anno i consumatori hanno speso trentatré miliardi per perdere peso, con risultati sostanzialmente negativi. L'obesità patologica è salita alle stelle durante gli ultimi sette anni (ufficialmente viene definita patologica quando il peso ideale è superato di una ventina di chili). Secondo le statistiche più recenti il numero dei bambini sovrappreso si è più che raddoppiato nel corso degli ultimi trent'anni. In Gran Bretagna è sovrappeso il cinquanta per cento della popolazione adulta. Nel complesso, insomma, stiamo ingrassando. Ci deve essere qualcosa che non va.


© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore

L'autore
Richard Klein, professore di francese alla Cronell University e nuovo guru della cultura americana, è autore anche di Cigarettes Are Sublime. Attualmente vive a Ithaca, New York.



20 marzo 1998