Mario Capanna
Lettera a mio figlio sul Sessantotto

"Un'esperienza nuova per il nostro tempo è entrata nel gioco politico: ci si è accorti che agire è divertente. Questa generazione ha scoperto quella che il diciottesimo secolo aveva chiamato la 'felicità pubblica', il che vuol dire che quando l'uomo partecipa alla vita pubblica apre a se stesso una dimensione di esperienza umana che altrimenti gli rimane preclusa, e che in qualche modo rappresenta parte di una felicità completa"

Hannah Arendt


Una maglietta avuta in dono dalla moglie è il pretesto per scrivere e dedicare al figlio questo libro. Infatti la scritta 68 e tutti gli eventi di quell'anno brevemente descritti da quella t-shirt avevano suscitato grande curiosità tra gli amici del figlio che la indossava. Allora il Sessantotto può ancora interessare i ragazzi? Constatato questo, uno dei protagonisti di quegli "anni formidabili" decide di sintetizzare, in una lunga lettera al figlio, l'origine, il farsi, le conseguenze di quella rivoluzione e di tracciarne un breve giudizio storico. Tutto ciò con un linguaggio semplice e immediato, di facile comprensione per un adolescente. Quell'anno, o meglio quegli anni, che ancora fanno discutere, nascono dall'esigenza di una intera generazione di farsi protagonista della storia. Non interessa la conquista del potere, si vuole un modo diverso di far politica. E questo appare chiaro fin dall'inizio: un'improvvisato presidio e un megafonaggio davanti all'Università Cattolica, vengono trasformati da Capanna in una tenzone oratoria con gli studenti fascisti che si contrappongono. Nessuna violenza quindi da parte di chi inizia ad "alzare la testa", solo il bisogno insopprimibile di dire le proprie ragioni. Il Movimento, giorno dopo giorno, cresce e si afferma, diventa davvero un movimento di massa, una contestazione globale. Contestazione ad un modo di concepire il mondo, lo studio, la propria individualità e i rapporti interpersonali, rifiuto dell'utile come unico scopo dell'agire, rifiuto della passività e delle gerarchie vuote di contenuto. Globale la contestazione di quegli anni lo fu anche da un punto di vista geografico: mai era accaduto che un movimento di idee circolasse tanto velocemente attraverso il mondo, mai si erano visti tanti giovani di culture, economie, razze e regimi politici diversi, uscire nelle piazze e rivendicare una nuova e diversa libertà, una nuova e diversa società. I giovani, gli studenti, sono i primi ad entrare in agitazione; a questi faranno seguito, in Italia, gli operai e le loro richieste saranno sicuramente influenzate dalla nuova aria che si respira: non solo rivendicazioni salariali, ma di miglioramento della qualità della vita e della propria preparazione culturale. Il '69 operaio raggiungerà il suo massimo obiettivo con l'approvazione dello Statuto dei lavoratori, che darà all'Italia uno dei più avanzati strumenti di democrazia nel mondo.
Ma il Sessantotto studentesco è invece fallito? Sono in molti, e Capanna riporta le opinioni di personaggi famosi di aree culturali e politiche diverse, a credere di no. Sicuramente nel costume, nella mentalità collettiva sono, da quell'anno, cambiate moltissime cose e ciò è avvenuto in modo irreversibile. Con un paragone forse un po' ambizioso, Capanna mette in relazione la contestazione globale di quegli anni con la Rivoluzione francese: certo al 1789 hanno fatto seguito Napoleone e la Restaurazione, ma i grandi valori di liberté, égalité, fraternité, sono ancora vivi e attuali.
Nel volume viene poi contrastata con forza la tesi che il terrorismo è figlio del Sessantotto, e questa mi sembra essere forse la parte più appassionata e sentita dall'autore. Con ben circostanziate analisi si vede come non certo dall'entusiasmo e dalla carica vitale di quegli anni sia derivata la buia stagione del terrorismo, quanto in particolare dalle stragi, dalla strategia della tensione, prima fra tutte la strage di Piazza Fontana a Milano.
In questi ultimi anni sono molti i libri indirizzati ai propri figli, Savater iniziò qualche anno fa con la sua lezione di etica, ma forse questo è dedicato a una nuova generazione, ai figli di "quelli del Sessantotto", così diversi, un po' marziani per i padri, ma sicuramente quelli che potranno... portare avanti il discorso.


Lettera a mio figlio sul Sessantotto di Mario Capanna
Pag.166, Lit.20.000 – Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-52162-0

Le prime righe

Caro Dario,

una lettera non breve, e tuttavia sintetica rispetto all'ampiezza della materia, credo sia il modo migliore per rispondere alle domande, crescenti con l'età, che mi vieni rivolgendo sul '68 e dintorni.
Ci pensavo da tempo, ma ero restio a cominciare. Non tanto per il timore di caricarti di un peso (tale non è mai la riflessione sul passato, perché aiuta a capire il presente e a immaginare meglio il futuro), quanto per la preoccupazione di apparirti, anche se involontariamente, saccente. Rischio che i genitori corrono spesso. E i padri, forse, più delle madri.
A determinare la decisione è stato il simpatico aneddoto che, tuo malgrado, ti ha visto protagonista nell'estate '97.
Quando la mamma mi regalò, con dolce malizia perché sapeva che non avrei mai osato indossarla, la maglietta extralarge con "68" stampigliato sul davanti in caratteri cubitali e circondato da un intrico di scritte minute che ricordavano i principali avvenimenti di quell'anno nel mondo, e io la passai a te, né Ivana né io pensavamo sul serio che ti sarebbe piaciuta e che l'avresti usata. Non foss'altro per le dimensioni: ancora oggi ti arriva quasi alle ginocchia.
Tu, invece, decidesti di indossarla, un pomeriggio, durante la vacanza che eri andato a trascorrere, insieme ai tuoi amici, in un centro sportivo sull'Appennino parmense.
E quel giorno passasti buona parte del tuo tempo stando fermo, "bloccato" soprattutto dai ragazzi più grandi, quindici-diciassettenni provenienti da varie parti d'Italia, che ti pregavano di stare immobile per poter leggere le scritte minute degli avvenimenti.
Sei, quando vuoi, davvero un buon narratore. Il tuo racconto ricostruiva in modo vivo la scena, sì che pareva di assistere quasi dal vero ai capannelli, tu al centro a mo' di ragazzo-sandwich e gli altri di fronte e intorno intenti alla lettura.
E di percepire i commenti e le osservazioni: "Mia madre mi ha parlato dell'assassinio di Martin Luther King e di Robert Kennedy", diceva lo spilungone dai capelli biondi e lunghi; "c'era anche mio padre alla contestazione alla Scala", notava, fiero, il grassoccio rapato a zero.
Bisogna apprezzare, te ne va dato atto, che non hai fatto pesare il tuo esercizio di immobilità paziente. Posso immaginare che ti sia costato non poco, visto che per te, come per tutti gli adolescenti, il muoversi è vita.
"Non è vero che il '68 è passato, è ben vivo tra i ragazzi": fu questa la conclusione, lapidaria e priva di incertezze, del tuo racconto.

© 1998, R.C.S. Libri S.p.A.

L'autore
Mario Capanna (1945), laureato in filosofia, segretario di Democrazia proletaria fino al 1987, esponente ambientalista e pacifista. Già consigliere regionale della Lombardia, parlamentare europeo, consigliere comunale di Milano, deputato al Parlamento. Tra i suoi libri: Formidabili quegli anni, Arafat, ... e la Terra sia un colloquio universale, Speranze, Il fiume della prepotenza.



Javier Marías
Domani nella battaglia pensa a me

"Domani nella battaglia pensa a me, quando io ero mortale, e lascia cadere la tua lancia rugginosa. Che io pesi domani sopra la tua anima, che io sia piombo dentro al tuo petto e finiscano i tuoi giorni in sanguinosa battaglia. Domani nella battaglia pensa a me, dispera e muori"

William Shakespeare


La vicenda ha inizio quando un'avventura erotica di Victor, il protagonista-narratore, si conclude tragicamente con la morte imprevedibile della donna, Marta, quasi una sconosciuta per lui che, in assenza del marito, lo aveva invitato a condividere con lei la serata di libertà e che poi, colta da un improvviso malore, era morta tra le sue braccia. Unico testimone di quella morte, unico depositario delle ultime parole di Marta, Victor sente il peso di quella specie di responsabilità (anche se qualsiasi suo intervento non avrebbe modificato le cose) e decide di conoscere il marito, la sorella e il padre della donna che aveva avuto con lui la più straordinaria delle intimità, quella della morte. Emozioni, sensazioni, fantasie del protagonista coinvolgono il lettore nel fascino delle pagine di Marias che penetrano nelle pieghe più oscure delle nostre coscienze. Che cosa è invenzione e che cosa è fatto reale? Che cosa è letteratura e che cosa è vita? Finzione è quella parte della vita che noi stessi cerchiamo di costruire per esporla al giudizio degli altri, o è la stessa vita? Quali e quante sono le difese che ergiamo davanti a noi per non presentarci nudi (troppo ridicoli) agli occhi impietosi degli altri! In questo romanzo, oltre alla trama principale, altre vicende suffragano questa visione dell'ambiguità assoluta della vita, soprattutto il personaggio della prostituta. Non si sa, non lo saprà mai nemmeno Victor, se quella ragazza è in realtà la sua ex moglie, chi potrà mai dire se il colloquio, l'abbordaggio, le parole della giovane prostituta sono finzione o se invece tutto corrisponde al normale approccio dell'amore prezzolato.
Ma da quell'incontro per Victor inizia una riflessione su quel suo rapporto con Celia, la moglie, una voglia di risentirla, di rivederla che non ha niente a che vedere con l'amore, ma piuttosto col bisogno di alcuni riferimenti certi nella vita quotidiana. Da questo nasce quell'assurda incursione notturna nella casa di lei, un tempo la loro casa, il trovarla a letto con un altro uomo, la fuga precipitosa e l'amara constatazione che ben poco è rimasto di lui in quella casa e in quella vicenda.
Victor poi decide di parlare, di raccontare la sua notte con Marta a Luisa, sorella della morta, di rivelare tutte le paure, le incertezze, i dubbi di quella notte assurda. Nasce tra i due uno strano rapporto, quasi di complicità. Il colloquio che Victor ha poi con il marito, rivela come, il susseguirsi degli eventi di quella notte e poi il silenzio del giorno successivo, avevano determinato un concatenarsi di eventi che sarebbero stati ben diversi se la morte di Marta gli fosse stata annunciata. Eppure proprio quel silenzio gli aveva permesso di capire l'inganno di cui era vittima, di vendicarsi, di agire credendo che la vita fosse diversa da quella che era, fare quello che era giusto per lui fare se Marta fosse stata viva. Il caso! La vita è strana, può essere determinata da una frase, ma anche da un silenzio. Marias ci fa attraversare i pensieri del suo personaggio "da dentro", ci fa intuire le ragioni dell'altro, ci coinvolge in questa beffa del caso e del destino.
E appunto tutto può anche apparire una grande, tragica beffa, gli uomini, nella vita e nella morte, pedine di un gioco oscuro, di cui non possono e non sanno capire il senso. "Colui che racconta di solito si sa spiegare... raccontare è come convincere o farsi capire o far capire o far vedere e così tutto può essere compreso, anche le cose più infami..."


Domani nella battaglia pensa a me di Javier Marías
Titolo originale: Mañana en la batalla piensa en mí

Traduzione di Glauco Felici
Pag. 283, Lit.30.000 – Edizioni Einaudi
ISBN 88-06-14510-X

Le prime righe

Nessuno pensa mai che potrebbe ritrovarsi con una morta tra le braccia e non rivedere mai più il viso di cui ricorda il nome. Nessuno pensa mai che qualcuno possa morire nel momento più inopportuno anche se questo capita di continuo, e crediamo che nessuno se non chi sia previsto dovrà morire accanto a noi. Molte volte si nascondono i fatti e le circostanze: i vivi e quello che muore – se ha il tempo di accorgersene – spesso provano vergogna per la forma della morte possibile e per le sue apparenze, e anche per la causa. Una indigestione di frutti di mare, una sigaretta accesa quando si sta per prendere sonno che dà fuoco alle lenzuola, o anche peggio, alla lana di una coperta; uno scivolone nella doccia – la nuca – e la porta del bagno chiusa a chiave, un fulmine divide in due un albero in un grande viale e quell'albero cadendo schiaccia o stacca la testa di un passante, forse uno straniero; morire con indosso soltanto i pedalini, o dal barbiere con un grande bavaglino, al postribolo o dal dentista; o mangiando il pesce e trafitto da una spina, morire strozzandosi come il bambino la cui madre non è lì a infilargli un dito in gola per salvarlo; morire rasati a metà, con una guancia coperta di schiuma e la barba diseguale fino alla fine dei tempi se nessuno rimedia e per pietà estetica non conclude il lavoro; per non citare i momenti più ignobili dell'esistenza, i più nascosti, di cui non si parla mai se non durante l'adolescenza perché al di fuori di questa non ce n'è il pretesto, anche se c'è chi poi li sbandiera per apparire arguto senza riuscirci mai. Ma quella è una morte orrenda, si dice di certe morti; ma quella è una morte ridicola, si dice anche, sghignazzando. Lo sghignazzo viene fuori perché si parla di un nemico finalmente estinto o di qualcuno distante, qualcuno che ci ha fatto uno sgarbo o che abita nel passato da molto tempo, un imperatore romano, un trisavolo, oppure qualche potente nella cui morte grottesca si vede soltanto la giustizia ancora vitale, ancora umana, che in fondo desidereremmo per tutti quanti, noi compresi. Come mi rallegro di questa morte, come mi dispiace, come la celebro. A volte per suscitare l'ilarità basta che il morto sia uno sconosciuto, della cui disgrazia inevitabilmente ridicola leggiamo sui giornali, poveretto, si dice in preda alle risate, la morte come rappresentazione o come spettacolo di cui si dà notizia, tutte quante le storie che si raccontano o si leggono o si ascoltano percepite come teatro, c'è sempre un grado di irrealtà in ciò di cui ci informano, come se niente accadesse mai per intero, nemmeno quello che capita a noi e che non dimentichiamo. Nemmeno quello che non dimentichiamo.


© 1998, Giulio Einaudi editore s.p.a.

L'autore
Javier Marías (Madrid 1951) è unanimamente considerato il più importante scrittore spagnolo. Tradotto in tutto il mondo e vincitore dei più importanti premi letterari, da ultimo il premio internazionale di letteratura Impac e il Nelly Sachs, è anche traduttore e saggista. Con Domani nella battaglia pensa a me ha vinto il premio Rómulo Gallegos e il Prix Femina Etranger.



Giulio Mozzi - Giuseppe Caliceti
Quello che ho da dirvi
Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani
A cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi

"Vorrei che i miei genitori facessero la mia conoscenza"

(F*, Liguria)


Nel febbraio 1997 sono apparsi manifesti, avvisi nelle bacheche scolastiche e box pubblicitari sulle pagine di quotidiani e periodici che invitavano i giovani a scrivere, a raccontare a tirare fuori quello che avevano da dire, principalmente in quanto figli e figlie. Naturalmente a questo invito hanno risposto in molti, o per meglio dire in molte, dato che la maggioranza dei messaggi arrivano da ragazze. "Le lettere ricevute presso la redazione di Stile Libero di Einaudi riempivano tre ceste" come raccontano i curatori nelle note introduttive. Ridistribuite in dieci scatole da scarpe e suddivise secondo l'argomento generale trattato, le lettere hanno fornito il supporto, la base su cui costruire il volume, anzi, rappresentano esse stesse l'opera. La prima parte del libro, presentata sotto il titolo Enciclopedia dell'adolescenza, contiene brevi considerazioni, raccolte in ordine alfabetico, su temi strettamente legati all'adolescenza e alla famiglia: da Abbandono a Zero responsabilità, passando attraverso voci come Bacio, Bugie necessarie, Complicità, Cordone ombelicale, Dolore, Essere ascoltati, Fallimenti, Fare la fila al bagno, Fumo, Incoraggiamento, Jim Morrison, Libertà, Madre (in tutte le sue forme), Padre (in tante forme anch'esso), Prof (anche questi non mancano), Ruoli, Separazione, Sesso, Territori domestici, e molti, molti altri. Ne esce un quadro divertente o drammatico, inquietante o semplicemente "naturale" di una generazione giovane in questo decennio, ma non così differente dalle generazioni che l'hanno preceduta. Ne escono pensieri analoghi a quelli espressi dai genitori ai tempi dell'adolescenza; ne emerge un grande desiderio di dialogo, di affetto, di confronto con gli adulti, che spesso si rivelano invece sfuggenti, inadempienti. L'eterno rapporto conflittuale, che alterna amore e odio, tra genitori e figli, parzialmente stigmatizzato in una frase di L*, ragazzo del Veneto: "Ti amo perché sei madre, ti odio perché sei la mia".
Parte di questi argomenti sono presenti anche nella seconda parte del volumetto, dal titolo Diciotto storie più una, dove è stato lasciato uno spazio maggiore ad alcune selezionate storie, reputate più interessanti di altre. I curatori raccontano: "In questa scelta ha contato parecchio, com'è naturale, la qualità della scrittura. Ci piaceva l'idea di mostrare non solo come vive e cosa pensa questa generazione, ma di mostrare anche come sa esprimersi (per mezzo della parola scritta)."
Ancora una nota su una "trovata" che dal punto di vista della grafica, dell'impaginazione, ma soprattutto, della lettura è molto interessante: a fianco dei brani compaiono lateralmente richiami ad altri argomenti trattati, nella forma degli appunti che solitamente sono fatti a penna o a matita studiando un testo. Capita così che alla voce Gesù e Anna Frank, di lato si trovi un rinvio a Jim Morrison e che alla voce Urlare si richiami quella Sorelle...


Quello che ho da dirvi. Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani, a cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi
206 pag., Lit. 14.000 – Edizioni Einaudi, (Einaudi Tascabili. Stile libero n.505) ISBN 88-06-14488-X


Le prime righe

Enciclopedia dell'adolescenza

A

Abbandono. [...] Io ho diciassette anni ed è già da quand'ero piccolo che mio padre non è con me. Si fa vedere ogni tanto e poi... "Ciao Pippino, lo sai che io ti voglio bene, sei tu l'unica cosa che ho al mondo". Eppure, mica sta con me. Non è in casa mia (che, fra l'altro, mia non è più, visto che l'ha venduta... e non c'ha lasciato niente). Vive, e scopa, con una donna che ha dato della mignotta a mia madre, ignorando d'esser lei la prima, avendo appena concluso di affermare la bellezza del chiavare col marito di colei che le è stata amica. [...] Mia madre non so neanch'io come prenderla. Anche lei dice che sono tutto per lei, eppure appena può se ne va. Non sono ancora riuscito a instaurare un dialogo con lei, nonostante i diciassette anni di convivenza. Per lei un figlio è solo da mantenere. "Lavoro tutto il giorno perché devo darti da mangiare e un'istruzione". Ma non è di questo che io ho bisogno da lei. Io voglio affetto. Io esigo amore. È nell'amore che c'è la vita. Non nei soldi. Eppure lei non mi capisce. Non so come farmi capire. Da lei. [...] (A*, Lombardia).

Abbraccio (1). Ciao mamma. [...] Quando hai provato ad abbracciarmi, te lo ricordi?, mi hai stretta fino quasi a soffocarmi, era la prima volta che lo facevi, come se volessi farmi capire che nella forza di quell'abbraccio c'era tutto il tuo amore, ma non era tutto il calore che avevo accumulato in tanti anni e di cui avevo bisogno in quel momento. Vorrei che me lo dicessi adesso: cosa c'era in quell'abbraccio? Perché non ho potuto conoscere, prima di quella sera, il tuo abbraccio e vedere, prima di quella sera, le tue lacrime? Come siamo diverse, mamma. Hai provato a farmi crescere come sei cresciuta tu, a diventare come tu sei diventata. Non ci sei riuscita. Hai voluto farmi provare le tue stesse amarezze, le tue stesse delusioni, quando già sapevi che mi avresti fatto soffrire, mi hai lasciato il ricordo della tua rabbia per sempre sul viso – e quella sera piangevi. Piangevi e le tue lacrime mi facevano soffrire tanto, quasi da mettere in crisi la mia decisione, dentro di me piangevo con te per tutto quello che non ci siamo mai dette, per tutto quello che non c'è mai stato, anche se avevo gli occhi asciutti. Amarezza. Non ci sono altre parole per dirti cosa sento di me adesso: solo amarezza, dopo tutto questo tempo sento la stessa amarezza di quella sera e credo che resterà con me tutta la vita ogni volta che ci penserò. Adesso vorrei che me lo dicessi: cosa c'era in quell'abbraccio? [...] (T*, Lombardia).

© 1998, Giulio Einaudi editore s.p.a.

I curatori
Giulio Mozzi ha pubblicato nel 1996 presso Einaudi, La felicità terrena (Finalista Premio Strega). Da Theoria sono usciti tra l'altro Questo è il giardino e la raccolta di saggi Parole private dette in pubblico.

Giuseppe Caliceti ha pubblicato per Marsilio il romanzo Fonderia Italghisa.



Scrittori dal carcere
Antologia PEN di testimonianze edite e inedite
Prefazione di Josif Brodskij
Cura di Siobhan Dowd

Il corno da caccia del treno singhiozza, piange un poco,
mitica figura irraggiungibile.
Tra le sbarre del carcere il lucore d'un cerino si smorza,
tutto il mondo è oscurato.

Il corno prende il volo, si libra nella notte.
Schioccare sui binari
come note. Oh, come riuscirò a raggiungere
quella piovosa pensilina?

Abbandonata, insonne, vuota,
vuota senza me...
lembi di nubi come lettere calano
sul tuo cemento,

e nell'incidere punti di fine frase sulle pozze,
e graffi e sbaffi,
la loro voce da soprano risuona e insegue
il treno già partito.

Natalja Gorbanevskaja, ex Unione Sovietica 1970



L'associazione PEN (Poets, Essayists, Novelists, ovvero Poeti, Saggisti e Narratori), nata nel 1921 per opera della scrittrice Amy Dawson Scott, ha sempre avuto come scopo la difesa della dignità dello scrittore fondata sul concetto di internazionalismo, elemento portante dell'idea. Nel corso dei 75 anni dell'organizzazione innumerevoli autori popolari o meno, impegnati politicamente o no, hanno aderito, abbracciando questa difficile causa. Tra i primi Joseph Conrad, G. K. Chesterton, John Masefield, Arold Bennett, H. G. Wells, George Bernard Shaw. Nel 1935, nel corso del congresso catalano, furono prese le prime risoluzioni a favore di scrittori in carcere e gli aderenti iniziarono a discutere su casi avvenuti in Argentina, Spagna, Germania, spinti anche dalla sempre più drammatica situazione internazionale. Nel 1949 fu approvata una risoluzione proposta dal PEN americano che intendeva esprimere l'intenzione di "rappresentare gli scrittori di tutto il mondo" presso le Nazioni Unite. Da questo momento in avanti l'associazione ha sempre più accentrato la propria attività verso la difesa dei diritti civili e politici di scrittori per vari motivi incarcerati nel proprio paese. Moltissimi di questi hanno subito, e tuttora subiscono, ogni genere di tortura, di privazione, di limitazione della libertà. Le voci raccolte nel volume appartengono a uomini e donne che, nell'arco di molti anni (tutto il Ventesimo secolo), hanno subito questo trattamento e hanno scritto parole ispirate a questa esperienza. Non sempre sono narrazioni drammatiche, anzi talvolta nascondono una grande serenità, una speranza per il futuro, una certa dose di ottimismo. Il più delle volte è la voce di prigionieri politici reclusi per le proprie idee da regimi dittatoriali. "Nel corso del ventesimo secolo, la carcerazione degli scrittori praticamente non è distinguibile dal territorio. Con difficoltà si riesce a nominare una lingua, per non parlare di un paese (la Norvegia, forse?), i cui scrittori siano stati del tutto risparmiati da questa tendenza." Cubani, Sudafricani, Sovietici, Cinesi, Vietnamiti, Spagnoli, Argentini, Coreani, Greci... esprimono in brevi brani narrativi o poetici la propria visione del mondo, dell'esistenza.
Citiamo la fine dell'introduzione di Siobhan Dowd, che ci pare il miglior modo per concludere la presentazione del volume: "Il carcere non genera necessariamente eroi e premi Nobel. È essenzialmente un male profondo. Sfibra le sue vittime, sia come uomini sia come scrittori. Tale è il messaggio che questi uomini e queste donne cercano con forza di far passare. Ed è questo il motivo per cui il PEN ha impegnato tante delle sue energie a combattere la prigione, almeno nei casi in cui è impiegata per punire il libero pensiero".


Scrittori dal carcere. Antologia PEN di testimonianze edite e inedite
Prefazione di Josif Brodskij
Cura di Siobhan Dowd
255 pag., Lit. 16.000 – Edizioni Feltrinelli, (Universale Economica Feltrinelli / Onde)
ISBN 88-07-81472-2

Le prime righe

La porta della cella si chiude

È un rumore unico. La porta di una cella non ha maniglia, né di fuori né di dentro; non può venir chiusa se non sbattendola. È fatta di acciaio massiccio e di cemento, dello spessore di circa dieci centimetri, e tutte le volte che si chiude si sente uno schianto come se fosse stato sparato un colpo di fucile. Ma questa detonazione si smorza senza eco alcuna. I rumori di una prigione sono tetri e privi di eco.
Quando la porta gli è stata sbattuta dietro le spalle per la prima volta, il prigioniero rimane in piedi in mezzo alla cella e si guarda attorno. Immagino che tutti si debbano comportare più o meno allo stesso modo.
Prima di tutto egli dà un'occhiata rapida intorno alle pareti e fa mentalmente l'inventario di tutti gli oggetti che si trovano in quello che è destinato ormai ad essere il suo regno:

il letto di ferro,
il lavandino,
il W.C.,
la finestra con le sbarre,

Invariabilmente, il suo gesto successivo è quello di cercare di tirarsi su a guardar fuori dalla finestra, attaccandosi alle sbarre di ferro. Non ci riesce, e il suo vestito rimane coperto di bianco dell'intonaco del muro contro il quale si è premuto. Egli abbandona il tentativo, ma decide di esercitarsi nell'arte di tirarsi su con le braccia, fino a diventarne padrone.


© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore

Gli autori
L'antologia comprende testi di: Achmetov, Baraheni, Bielecki, Breytenbach, Brutus, Bukovskij, Cuadra, Djilas, Erdost, First, Ghazzawi, Gorbanevskaja, Hammett, Havel, Hikmet, Kanturkova, Kim Chi Ha, Kim Dae-jung, Koestler, Laabi, Levi, Mandel'_tam, Mangakis, Mapanje, Marcenko, Mgugi wa Thiong'o, Nguyen Chi Thien, Nien Cheng, Parsipur, Partnoy, Pheto, Pramoedya Ananta Toer, Putu Oka Sukanta, Ratu_inskaja, Ritsos, Sachs, Salamov, Saro-Wiwa, Shamloo, Solzenicyn, Soyinka, Tang Qi Timerman, Todd, Vallejo, Valls Arango, Wang Ruowang, Zargana, Zhang Xianliang.



Virgil J. Vogel
Erboristeria e medicina naturale dei pellerossa

Un saggio che introduce alla conoscenza della civiltà indiano-americana attraverso lo studio dell'uso farmacologico di sostanze derivate da piante, animali e minerali: in larga parte medicamenti validi ancora oggi.

Una grande quantità di conoscenze, di esperienze, una considerevole parte dell'immenso quadro della civiltà umana è andata inesorabilmente perduta nel corso dei secoli a causa di vicende storiche spesso di una drammaticità travolgente. Le invasioni occidentali di conquista verso le terre del continente americano hanno sterminato intere popolazioni, portando come conseguenza anche la fine di millenarie tradizioni culturali di incommensurabile interesse. Tra queste possiamo senza dubbio annoverare tutti i sistemi farmacologici usati per combattere malattie, traumi, problemi fisici e psicologici, dai nativi americani. Questo lavoro, nato originariamente come tesi di dottorato presso il Dipartimento di Storia dell'Università di Chicago, cerca di risalire, attraverso ricerche storiche, indagini sul territorio, ricordi tramandati di voce in voce dalle generazioni dei sopravvissuti alle stragi, alle radici di questa cultura antica. Alcuni usi tradizionali si sono affiancati, arricchendola, alla medicina occidentale, altri, basati spesso non solo su sostanze naturali, ma anche su un modo di concepire la medicina e la guarigione come esperienza in qualche modo trascendentale, magico-religiosa (presenti del resto anche nella tradizione medica medievale e rinascimentale europea), si sono lentamente spenti con la scomparsa della figura dello sciamano. Nella prima parte del volume un capitolo introduce storicamente l'argomento, e indica quali fossero le prime opinioni che i bianchi si erano fatte sulla società indiana. La parte più consistente del saggio verte sui rimedi alle singole patologie, non elencandoli nella forma essenziale di un dizionario, ma approfondendone anche le valenze culturali, sociali, antropologiche. In appendice un consistente lavoro di ricerca sui contributi degli indiani d'America alla farmacologia mondiale, un indice botanico e un indice delle tribù indiane citate nel testo formano una ulteriore base di ricerca e analisi.


Erboristeria e medicina naturale dei pellerossa di Virgil J. Vogel
Titolo originale dell'opera: American Indian Medicine

Traduzione, riduzione e adattamento di Elisabetta Craveri
300 pag., Lit. 39.000 – Edizioni Rusconi
ISBN 88-18-89026-3

Le prime righe


CAPITOLO PRIMO
L'EREDITÀ DEI NATIVI AMERICANI

Durante il gelido inverno del 1535, le tre navi dell'esploratore francese Jacques Cartier rimasero incagliate tra i ghiacci del fiume S. Lorenzo nei pressi dell'odierna Montréal. Completamente isolati, i 110 componenti dell'equipaggio riuscirono a sopravvivere cibandosi unicamente dei viveri contenuti nelle stive delle navi. Ben presto lo scorbuto iniziò a mietere vittime ed entro il marzo dell'anno successivo 25 uomini erano morti e ai superstiti rimanevano poche speranze di guarigione. In questo drammatico frangente, Cartier ebbe la fortuna di incontrare il capo indiano Domagaia, che poco tempo prima era guarito dalla medesima infermità grazie ad un infuso ottenuto con le foglie di un albero locale. Gli indiani mostrarono ai bianchi come utilizzare la corteccia e le foglie dell'albero per farne un decotto da bere, ponendo infine il materiale sedimentato sulle gambe dei malati. Il trattamento si rivelò decisivo nella guarigione degli uomini di Cartier, che con i suoi resoconti rese note al mondo occidentale le virtù curative della medicina indiana.
Sebbene in questo caso specifico le terapie volte a risolvere le lesioni esterne si fossero rivelate in realtà inutili, gli indiani erano giunti per tentativi, nel corso dei secoli, a scoprire un efficace rimedio interno contro lo scorbuto – che i medici europei ritenevano causato dall'aria cattiva e che è in realtà originato da una carenza di vitamina C – anticipando gli esperimenti compiuti nel corso del XVIII secolo dal chirurgo britannico James Lind il quale, avendo letto dell'esperienza di Cartier, scoprì presto che la migliore prevenzione contro questa malattia consisteva nella somministrazione a dosi elevate di succo di limone.


© 1998, Rusconi Libri s.r.l.

L'autore
Virgil J. Vogel si è occupato in più di un'occasione dell'arte medica degli indiani d'America e della sua influenza sulla medicina e sulla farmacologia "ufficiali". Il presente lavoro, nato come tesi di dottorato, venne pubblicato negli Stati Uniti nel 1970 (Norman).



13 marzo 1998