L'Agenda di Mr. Bean

Trasferite sulle pagine le impressioni e le esperienze quotidiane, surreali e grottesche, di un personaggio reso popolare dalla televisione e dal cinema.

Mr. Bean è arrivato un po' in sordina in Italia. La causa, come affermano nei loro articoli i giornalisti di vari periodici che si occupano di spettacolo, è molto personale: Rowan Atkinson, l'attore che ha dato vita al personaggio, trascorre abitualmente le vacanze nel nostro Paese, e quindi non desidera diventare popolare nel luogo dove cerca la tranquillità. Malgrado ciò, inesorabilmente, la fama di Mr. Bean, allargatasi a macchia d'olio in tutta Europa, ha superato le Alpi, riflettendosi sull'audience televisivo e sull'affollamento delle sale cinematografiche. In Gran Bretagna Mr. Bean è un "mito" già da anni. Gli sketch che regolarmente vengono trasmessi dalla televisione inglese, sono ora programmati in Italia e uno stuolo di fans sempre più numeroso segue le sue comiche surreali (e sarà in grado di riconoscerlo sulle spiagge...). Per questi affezionati spettatori e per altri che hanno sentito parlare di lui, esce la sua Agenda, con gli appunti che giorno per giorno ne sottolineano l'attività, il modo di vedere la vita, le fantasie. Meschino e irritante, ironico e superficiale, spesso cattivo, estremamente egoista, Mr. Bean rappresenta non solo i difetti dell'uomo occidentale metropolitano, ma anche i molti piccoli, un po' ignobili desideri di vendetta contro il prossimo, meritata o immeritata: suonare il campanello al vicino di casa per dispetto, rubargli regolarmente la bottiglia del latte al mattino, prendere il posteggio di qualcun altro, modificare il ritmo di un semaforo, cercare di schiacciare un pedone che attraversa sulle strisce... Dal piccolo al grande Mr. Bean non ha limiti. E la sua agenda lo testimonia. Appunti, disegni, fotografie attaccate tra le pagine, biglietti del vicino di casa, lettere (poche), insetti spiaccicati, gocce di sangue, macchie di tè... Sfogliate velocemente le pagine del volumetto: vedrete un piccolo "disegno animato" dove si dimostra l'abilità di Mr. Bean nella guida.
Tra tutte queste cose potreste trovare anche lo spazio per aggiungere vostri appunti e "riciclare" un'agenda usata (a sua volta "presa" al Consiglio distrettuale di Highbury) del 1998.


L'Agenda di Mr. Bean
Scritto da Robin Driscoll e Rowan Atkinson

Traduzione di Aldo Nove
A cura di Angela Tranfo
Illustrato, Lit. 15.000 – Edizioni Einaudi, (Einaudi Tascabili, Stile Libero n.494)
ISBN 88-06-14887-7

Alcune immagini









Massimo Centini
Le bestie del diavolo
Gli animali e la stregoneria tra fonti storiche e folklore

"L'animale che è nell'uomo non ha più valore di indice per un aldilà; è diventato la sua follia, senza rapporto con nient'altro che con se stessa".

Michel Foucault


Il saggio introduttivo di Luciano Parinetto ben indica il senso generale di tutto il volume: come è avvenuta la demonizzazione degli animali, perché il procedere della storia (e dell'economia) non ha più ammesso aspetti "animaleschi" nell'uomo, elementi di irrazionalità e in un certo senso si magia? Perché tanti animali hanno avuto questa connotazione negativa e diabolica?
Il saggio si sviluppa in modo organico e interessante, indicando le caratteristiche che nel procedere del tempo sono state attribuite al diavolo, il rapporto tra alcuni animali e la magia; l'autore si sofferma ad analizzare i processi fatti contro animali, legati ad una "esasperata antropomorfizzazione" che in realtà mette in luce "le paure e le angosce mai estinte dell'uomo". Nel capitolo dedicato al mito delle metamorfosi, vengono presi in considerazione certi aspetti del folklore (il carnevale, le maschere, i travestimenti) certamente connessi a questo mito. Interessante è la conclusione: "la credenza nelle metamorfosi non fu una prerogativa della stregoneria, ma un effetto di influenze tradizionali sorte all'interno di esperienze rituali più antiche, in cui l'animale, svolgeva un ruolo sacrale fondamentale".
Se le streghe avevano come aiutanti gli animali, questi erano però anche le loro vittime e gli ingredienti dei loro filtri magici. Il volo è "un'esperienza anomala per le creature della terra" e le streghe usufruivano di animali per i loro voli, la stessa parola "strega è etimologicamente derivata da "strix", un uccello notturno. Interessante è l'ipotesi di lavoro che cerca uno stretto rapporto tra stregoneria e lo sciamanismo: il volo, la metamorfosi in un animale, ecc. Il volo che porta al sabba ad esempio, potrebbe essere visto come un fenomeno mistico ed estatico, tali correlazioni possono essere riscontrate comunque anche in tradizioni folkloriche o di religiosità popolare.
Se l'animale immondo fa parte dell'immaginario collettivo, si è oggi però persa la radice magica di certe paure ed è solo attraverso la psicoanalisi che si è potuto capire quali paure, angosce o complessi sono sottesi a ciò e quale lato oscuro della nostra personalità vi si nasconda.


Le bestie del diavolo. Gli animali e la stregoneria tra fonti storiche e folklore di Massimo Centini, con un saggio introduttivo di Luciano Parinetto
Pag. 223, Lit. 25.000 – Edizioni Rusconi (Problemi attuali. Antropologia)
ISBN 88-18-01148-0

Le prime righe

I
SUPERIORE/INFERIORE:
NOTE DI UMANA BESTIALITÀ

"Il pericolo più grande della nostra vita
sta nel fatto che il cibo umano è tutto
composto di spiriti. Tutte le creature
che noi dobbiamo uccidere e mangiare,
tutte quelle che noi dobbiamo abbattere
e distruggere per avere le loro pelli per coprirci
hanno un'anima,
un'anima che non perisce insieme
al corpo e che perciò deve essere
pacificata perché altrimenti essa si vendicherebbe su di noi per
averle tolto il corpo"
J. HALIFAX, SHAMAN: THE WOUNDED HEALER

"È una rappresentazione fantastica quella secondo cui l'uomo abbia potuto elevarsi al di sopra della condizione animale solo per mezzo della provvidenza, dell'aiuto di esseri sovrumani quali sono dèi, spiriti, geni, angeli. D'altra parte l'uomo non è diventato ciò che è di per se stesso e solo grazie a se stesso; ha avuto bisogno per questo del sostegno di altri esseri. Ma questi esseri non erano creature soprannaturali, immaginarie, bensì creature vere e proprie, esseri reali, naturali, esseri non al di sopra, ma al di sotto dell'uomo, come in generale tutto ciò che sostiene l'uomo nel suo agire cosciente e volontario, che, solo, è comunemente chiamato umano, tutte le buone doti e disposizioni non vengono giù dall'alto, ma su dal basso, non dal vertice, ma dal profondo della natura. Queste entità benefiche, questi spiriti tutelari dell'uomo erano, in particolare, gli animali. Solo per mezzo degli animali l'uomo si è innalzato sopra l'animale; solo sotto la loro protezione e con il loro appoggio il seme della civiltà umana poté crescere e svilupparsi".
Questa considerazione di Ludwig Feuerbach (1845), al di là dei risvolti ideologici, ci consente di porre l'accento su un aspetto importante: l'inferiorità culturale dell'animale. Inferiorità che di fatto offre il fianco a tutta una serie di interpretazioni simboliche, costruite ad uso e consumo dell'antropocentrismo.


© 1998, Rusconi Libri s.r.l.

L'autore
Massimo Centini, laureato in antropologia, lavora presso il Centro Studi Tradizioni Popolari dell'Associazione Piemontese. Si occupa in particolare degli aspetti legati al rito e alla religiosità, svolgendo indagini in Italia e all'estero e studiando le fonti meno note sulle tradizioni popolari.
Tra le sue pubblicazioni: L'Uomo Selvatico, Processo al diavolo, Esorcismo, satanismo e superstizioni nelle Alpi del XVII secolo, Le schiave di Diana, Stregoneria e sciamanismo tra superstizione e demonizzazione, Le vie della fede e dell'eresia sulle Alpi, L'Anticristo, Sulle tracce del Piccolo Popolo.



José Pablo Feinmann
Cinebrivido

"Ma questo è il segreto di un grande progetto: rendere possibile l'impossibile. Vi darò un consiglio: dopo aver detto impossibile, cominciate a pensare, sempre. Il talento sta nell'abbattere questa barriera."

Per poter fare il film sognato da tutta una vita, per realizzare un progetto che potrebbe sembrare irrealizzabile, per l'esigenza di una true story a tutti i costi, c'è chi arriva a costruire la realtà per poterla poi raccontare: è Fernando, un trentenne dalla madre terribile ("incuteva più paura di Hackman"), cinefilo appassionato e raffinato, frustrato dalla quotidianità. Ma in questo romanzo, costruito come un film, dove è volutamente incerta la distinzione tra ciò che il protagonista vive e ciò che interpreta, il personaggio che più getta sconcerto è Jack lo Squartatore, esilarante nella serietà dei consigli e nella designazione delle vittime ("è giusto ammazzare un cattivo traduttore"), spirito maligno che funge da "assistente spirituale" di assassini particolarmente efferati. Alla storia di Fernando si intreccia quella dell'investigatore Colombres. Non più giovane, innamorato di una ragazza esuberante, l'ispettore, troppo intelligente per non capire l'identità dell'omicida, utilizzerà il diabolico serial killer per riconquistare quel suo amore dalle ambigue tendenze sessuali. Chi sono le vittime? La prima, che ha la funzione di mettere alla prova la tecnica del delitto, non ha nessuna relazione con il mondo dell'assassino, mentre le altre in qualche modo muoiono perché entrano in conflitto con Van Gogh, nome con cui, col sangue delle vittime, vengono firmati i vari delitti.
Van Gogh è Fernando e il lettore può seguire ogni suo gesto e ogni suo pensiero sia direttamente che attraverso la lettura della sceneggiatura che man mano viene scritta dall'assassino e per la cui messa in scena in realtà delitti vengono compiuti. Da quanto detto finora il romanzo può apparire un fosco e truce giallo, ma in realtà non è così. Almeno tutta la prima parte è estremamente ironica e surreale, man mano che la vicenda cresce predomina l'elemento narrativo, ma non viene trascurata l'osservazione dei meccanismi psicologici dei vari personaggi e tutto ciò con leggerezza e senza moralismi. Frequenti le citazioni tratte da film famosi, i personaggi stessi rientrano in una tipologia da "Hollywood dei tempi migliori", la stessa conclusione mostra come tutta la vicenda fosse funzionale alla costruzione di uno straordinario film che non fosse la rappresentazione di un evento, ma l'evento stesso nel suo farsi.
Delizioso romanzo questo di Feinmann, ricco di spunti brillanti, prevedibile nella conclusione come è giusto che sia, perturbante quel tanto da coinvolgere il lettore, attento a creare suspence, ma senza voler rientrare nel genere in modo rigoroso.


Cinebrivido di José Pablo Feinmann
Titolo originale: Los crímenes de Van Gogh

Traduzione di Gina Maneri
Pag. 250, Lit. 22.000 – Edizioni Marcos y Marcos (Gli Alianti 50)
ISBN 88-7168-211-4


Le prime righe

1.
Creare la realtà

Fu in quei giorni che gli apparve Jack lo Squartatore.
Fernando Castelli aveva appena compiuto trent'anni, scriveva sceneggiature per il cinema e non ne aveva mai venduta una. Era ben lungi, tuttavia, dal sospettare che perché questo accadesse – perché cioè riuscisse a venderne una, almeno una – si sarebbe dovuto trasformare in un infallibile e brillante serial killer. Viceversa, ciò che soleva assiduamente sospettare era che ormai camminava sul filo del rasoio, che il tempo a sua disposizione si stava esaurendo e, con il tempo, le giustificazioni. Avrebbe trascorso il resto dei suoi giorni tra il rancore e la tristezza?
Se così fosse stato, si diceva, la sua esistenza non sarebbe stata molto diversa da quella dei suoi compatrioti. (Ecco una parola che Fernando aborriva: compatrioti.) In un paese che si avviava verso il nuovo secolo dibattendosi tra l'allegria superficiale, stupida e oscenamente esibizionistica di pochi e la tristezza, il risentimento e l'impotenza degli altri. Per questo Fernando non voleva identificarsi né con gli uni né con gli altri. Per questo Fernando aborriva la parola compatrioti. Perché non aveva niente a che vedere con lui, perché lui non voleva essere accomunato agli imbecilli esibizionisti né ai rassegnati impotenti. Perché lui era, Fernando Castelli, un solitario. E un solitario non ha compatrioti.
Inoltre, e non senza una certa frequenza, soleva considerarsi qualcosa di più di un solitario. Soleva considerarsi uno scrittore, condizione che, forse, non era che un'altra faccia della solitudine, ma, non c'era alcun dubbio, la sua faccia migliore, la più affascinante, l'unica in grado di aprire una breccia nel muro asfissiante della realtà quotidiana per poter cercare qualcosa al di là. Un'utopia? Amava domandarsi con un sorriso intimo, ironico.

© 1998, Marcos y Marcos

L'autore
José Pablo Feinmann è nato a Buenos Aires nel 1943. Di giorno insegna filosofia all'università. La notte vive di cinema e letteratura, setacciando gli anni d'oro di Hollywood sul piccolo schermo. I suoi libri, fra cui ricordiamo Il cadavere impossibile e Amaro, non troppo sono tradotti in numerose lingue.



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Sam Shepard
Attraverso il Paradiso

"'Sono un attore. Sono qui per girare un film.' A quanto pare era la cosa più sbagliata che potessi dire."

Il risultato di una banale ricerca di siti Internet che in qualche modo parlino di Sam Shepard (su AltaVista) ci indica circa 3000 indirizzi, non tutti utili, ovviamente, ma significativi per verificare l'interesse internazionale verso questo poliedrico artista americano. Il suo legame con Patty Smith e la musica rock, la sua grande vocazione di drammaturgo (tanto da essere considerato l'unico tra gli scrittori statunitensi in grado di competere con O'Neill), la partecipazione, in veste di sceneggiatore ma anche di attore, a molti film (Paris Texas, per citare il più noto) lo hanno reso protagonista del panorama culturale americano contemporaneo e hanno fatto sì che la sua popolarità varcasse le frontiere statunitensi.
Quaranta racconti, in queste pagine, ce lo presentano nella veste di scrittore "puro", di narratore e non di autore di commedie o di canovacci cinematografici. Un testo alla ricerca continua di miti da sostituire alla storia (protagonista totalmente assente dalle sue pagine), di esperienze, molto più efficaci di qualunque teoria. Si può forse affermare che Shepard autore tiri le fila di un discorso iniziato da tempo nella letteratura e nel cinema americani, dove le componenti essenziali sono la frontiera, il viaggio, il mito, il West epico di Ford, ma anche lo squallore della realtà, di fronte a cui ci si deve porre, prima o poi. Forse perché il libro si sviluppa in forma di brevi racconti, o forse perché così devono essere, i personaggi di Shepard non sono mai definiti sino in fondo, ma solo tratteggiati, schizzati, spesso in una unica situazione dell'esistenza. E la vita non è quasi mai come la "voce narrante", il protagonista, si aspettava che fosse; gli eventi prendono pieghe impreviste o vengono lasciati andare, senza affrontarli direttamente. Qualche appunto autobiografico, velocemente scritto nel corso delle riprese di qualche film o durante gli spostamenti verso un nuovo set, aprono squarci diretti sulla personalità dell'autore, messa in luce tra distese infinite e interminabili viaggi in automobile.


Attraverso il Paradiso di Sam Shepard
Titolo originale dell'opera: Cruising Paradise

Traduzione di Andrea Buzzi
188 pag, Lit. 29.000 – Edizioni Feltrinelli, (I Narratori / Feltrinelli)
ISBN 88-07-01534-X

Le prime righe

SELF MADE MAN

Per lui cominciò con un istante di silenzio lacerante. Qualcosa si staccò e cadde. Istintivamente in cuor suo capì che quel "qualcosa" era l'idea, coltivata a lungo, di se stesso come singolo individuo; quell'entità tutta americana chiamata "Il Self Made Man". L'aveva ereditata da generazioni di antenati irascibili, con la sua stessa linea dura della mandibola e il suo stesso naso bitorzoluto. Teneva i loro ritratti sulla mensola del camino. Vecchi ferrotipi del suo bis-bis-bisnonno che risalivano alla Guerra Civile; un uomo di nome Lemuel P. Dodge che aveva perso un orecchio combattendo per il Nord, un braccio combattendo per il Sud ed era finito impiccato a Ojinaga per il vizio delle donne; l'avevano trascinato nella polvere delle strade finché la testa non gli si era staccata dal corpo. Ce n'erano altri: tre uomini con lunghe barbe e capelli di paglia a tesa larga, piantati uno accanto all'altro su enormi carri di fieno, il forcone di legno in mano, quasi biblici contro il cielo della prateria. Uomini della ferrovia che arrivavano sui treni staffetta, sventolando le bombette e aprendosi la strada a suon di dinamite fra le montagne di granito, inarrestabili nella loro fede cieca nel Destino Palese. Poi le generazioni successive, nei cui occhi già si insinuava il misterioso bagliore del dubbio. Piloti da caccia con caschi di cuoio e sciarpe di seta aggrappati alle ali di un P-38, ma ora il loro sorriso spavaldo all'obiettivo ha qualcosa di forzato, come un agnello che sa che la sua ora è scoccata.
A volte la sera, mentre le braci guizzavano nel camino, scrutava quelle facce. Prendeva le cornici per osservarle da vicino e misurava la stanza a passi lenti, fumando e orientando il vetro per evitare i riflessi delle fiamme. Si sedeva con i ritratti in grembo e li spolverava delicatamente, amorevolmente, con il suo fazzoletto blu. Qualcosa lo legava a loro, qualcosa di assolutamente reale, per nulla immaginario. Più reale dei suoi parenti in vita, sparpagliati ai quattro angoli del paese: posti che non aveva nessuna voglia di visitare, come Tampa o Seattle.


© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore

L'autore
Sam Shepard, nato nel 1943 in Illinois, è considerato l'unico vero erede del grande teatro americano. Con la sua straordinaria capacità di mediazione tra ricerca sperimentale e tradizione popolare, tra adesione ai valori americani e critica ai miti della società del benessere, ha ottenuto grandi successi sia come drammaturgo e scrittore sia come attore. Tra i titoli pubblicati in Italia: La luna del falco, Menzogne della mente, Motel chronicles, Pazzo d'amore, Scene americane, Simpatico.



Sigrid Undset
L'età felice

"Sono davvero felici i vent'anni, o è solo la nostalgia di un tempo in cui si aveva ancora 'tutta la vita davanti' che ne mitizza il ricordo?"

La storia di una giovane donna, Uni, inquieta ma ottimista, forte e felice, a modo suo, malgrado le incertezze e le vicissitudini di una vita il cui scopo è la ricerca del cambiamento, del successo. L'età felice è quella dei vent'anni, che felice non è proprio, nella realtà. La storia di Uni si incrocia con quella di altre coetanee, altrettanto inquiete e insoddisfatte, seppure per motivi differenti: l'amica Charlotte, poetessa desiderosa di una esistenza più appagante ("Se potessi vivere nei boschi per sempre, credo che sarei felice"), delusa da quella che il destino le ha riservato e che farà una scelta drammatica, o Birgit, adolescente timorosa e insicura, insoddisfatta del suo aspetto fisico. Problemi e pensieri di molti altri giovani che, ricchi di propositi artistici, intellettuali, di orgoglio e ambizione non riescono, per i più svariati motivi, a realizzare ciò che hanno programmato. Così accade anche a Uni, che, tuttavia, sa affrontare quella che in apparenza è una sconfitta, trasformandola in una svolta dell'esistenza che la porta al matrimonio e alla formazione di una famiglia. Come afferma Pierina Marocco nell'Introduzione, "In questo racconto [...] si percepisce l'avversione dell'autrice per l'individualismo, di cui addita le conseguenze estreme, una delle quali è l'affermazione egoistica del diritto del singolo a detrimento dei rapporti umani, più preziosi e moralmente appaganti. Da qui la critica aperta, e spesso fraintesa, al movimento femminista portato all'estremo, come forma di sfrenato individualismo, nonché il suo scetticismo nei confronti del processo di modernizzazione della società e dei costumi." L'individualismo, d'altro canto, è caratteristica quasi intrinseca della giovinezza, in cui la spinta all'autoaffermazione prevale su altri istinti collettivistici. In ultima analisi, analizzando questo aspetto della personalità, si fa un ritratto senza tempo e senza confini di una giovane esistenza alla ricerca della felicità, che incrocia la frustrazione e si prepara al futuro.


L'età felice di Sigrid Undset
Titolo originale dell'opera: Den lykkelige alder

Traduzione dal norvegese di Pierina Marocco
113 pag., Lit. 16.000 – Edizioni Iperborea
ISBN 88-7091-071-7

Le prime righe


La signora Iversen camminava lungo la palizzata del giardino, sollevando la gonna perché l'erba era ancora bagnata di pioggia.
"Venite avanti, bambine, da qui potete vedere tutta la casa; non la trovate incantevole? Certo, adesso è piuttosto malandata e il giardino pare una selva; ma guardate la veranda!"
Birgit prese il braccio della madre e si fermò con lei a guardare. Uni non si mosse dalla strada.
La vecchia villa in legno si nascondeva nella quiete del vasto giardino. Sopra al cancello, una targa portava la scritta "Solitude".
Adesso era circondata da quattro strade costruite di recente, dove ancora non sorte altre case. Quel nuovo lastricato grigio tracciava come dei fili di rete sopra il verde dei campi. In mezzo al prato si ergeva orgogliosamente una villa nuova con bovindo, torrette zincate e balconi; la paglia sparsa intorno luccicava come oro al sole del tramonto. La città avanzava da ogni parte con le sue casette a schiera e i condomini ornati da pretenziosi pinnacoli e altane.
Quell'atmosfera di città destava in Uni un'eccitazione nervosa. Forse per via di quelle nuvole violacee orlate di luce che veleggiavano sopra i tetti verso le colline di Baerum e le parevano così diverse da quelle di casa... Quelle della cittadina che da un anno e mezzo era diventata casa sua.
Era la stessa emozione che aveva provato la mattina del loro arrivo a Cristiania, nel momento in cui il battello aveva rallentato entrando nelle acque oleose e verdastre del porto. Aveva riconosciuto le colline e le città ai loro piedi, nella densa foschia di pulviscolo e di luce solare, le ville sulle alture di Bekkelag, Bygdo e Oscarshall, la vecchia fortezza grigia di Akershus. E quando nel silenzio dell'aria estiva aveva udito il martellare metallico dei magli del cantiere di Nyland e il frastuono delle carrozze sul selciato... era stata sul punto di scoppiare a piangere. Ah, l'aria di città, l'afa, la polvere, l'odore... Con che voluttà ne aveva respirato le prime boccate!


© 1998, Iperborea S.r.l.

L' autrice
Sigrid Undset, norvegese, nasce a Kallundborg nel 1882. Solo dopo anni di sacrifici e ristrettezze economiche, può dedicarsi esclusivamente al suo lavoro di scrittrice. Sposa nel 1912 il pittore Svartad dal quale si separa dopo la conversione al cattolicesimo nel 1925. Scrittrice dallo stile asciutto ed epico attinto dal mondo delle saghe e dagli studi sul medioevo si aggiudica il Premio Nobel nel 1928. Nel 1940 abbandona il suo paese dopo l'occupazione da parte dei nazisti. Muore a Lillehammer, nella Norvegia centrale, nel 1949. Tra i titoli pubblicati in Italia: La saga di Vigdis, Kristin figlia di Lavrans.



6 marzo 1998