Lucia Cerri, Oriana Mariotti, Stefano Santori
Leader al femminile
Essere vincenti nel lavoro senza imitare gli uomini

L'intelligenza non è molto importante
nella via della scoperta.
C'è un salto della coscienza,
chiamatela intuizione o come volete,
ed ecco che avrete la soluzione.
Senza sapere il come e il perché

A. Einstein



In questo volume si prende in considerazione la personalità delle donne in rapporto al mondo del lavoro. È sempre più frequente vedere posti di responsabilità, sia nel "pubblico" che nel "privato" ricoperti da donne, il problema delle pari opportunità, per il quale è stato addirittura istituito un ministero, è quindi stato superato? Forse può apparire così, ma sicuramente la psicologia femminile ancora non si sa ben collocare in un mondo fino a poco tempo fa occupato, nelle funzioni importanti, sostanzialmente dagli uomini. Sensi di colpa, timore di inadempienze, frustrazione o assimilazione di modalità comportamentali maschili, tutto ciò con uno spreco di energie psicologiche e con il rischio di non ottenere i risultati sperati e meritati.
Il libro si articola attraverso dieci storie di donne di successo, ma tutte in qualche modo irrisolte. L'analisi delle loro situazioni avviene attraverso gli strumenti della Programmazione Neurolinguistica.
A quale risultato gli autori del volume aspirano? All'indicare alle donne un cammino che permetta l'affermazione professionale, ma che non le privi delle peculiarità della femminilità e che anzi le valorizzi. Non imitazioni dell'altro sesso, o donne fatali che ottengono tutto attraverso la seduzione, ma persone complete, dotate di quella sensibilità e di quella particolare capacità di intuizione e di dedizione che solo la femminilità fornisce.
I capitoli, le singole storie, vengono completati da una serie di test psicologici o di prove che mettono in gioco anche le lettrici e permettono loro di identificare i propri limiti e le proprie difficoltà e quindi di affrontare i problemi e di superarli. Un libro non sostituisce certo lo psicanalista, però è un piccolo strumento in più di comprensione, un aiuto anche per chi non è la classica "donna in carriera" o per chi, essendo uomo, si trova spesso a collaborare con donne di cui non riesce a capire troppo spesso ombrosità o malumori.


Leader al femminile. Essere vincenti nel lavoro senza imitare gli uomini di Lucia Ferri, Oriana Mariotti e Stefano Santori
Pag. 234, Lit. 28.000 - Edizioni Franco Angeli (Le Comete)
ISBN 88-464-0703-2

Le prime righe

Il lavoro degli uomini e il lavoro delle donne

Il mercato è difficile, sempre più difficile da conquistare e da conservare.
Comincia quasi sempre con questa affermazione, retorica forse nella forma ma preoccupata nella sostanza, il dialogo con chi ha responsabilità di produzione, di vendita o di personale.
E si continua poi puntualizzando che la competitività oggi si gioca in buona parte sulla gestione delle risorse umane. Come dire che tecnologia e professionalità sono date per scontate e che è piuttosto sulla spinta motivazionale a dare il meglio di sé qualunque ruolo si rivesta, sulla costruzione di un buon clima aziendale, sulla corretta gestione del tempo e delle energie, sulla capacità di influenzare il comportamento altrui che si fondano la produttività e il successo. Perché se il mercato è difficile da conquistare, ancora più impegnativa è l'autorealizzazione e la definizione di un modello positivo di comportamento individuale sul lavoro.
Per questo le aziende aprono ai tecnici della Comunicazione e ai formatori e investono nella crescita della componente umana. E delegano a questi tecnici il compito di ricostruire convinzioni e atteggiamenti, relazioni interne e stile di leadership, capacità di gestire momenti collettivi e spirito di collaborazione mirato ad un obiettivo comune.
E lavorando direttamente sul campo da esperti della Comunicazione, con il privilegio di una conoscenza profonda delle realtà aziendali, è perlomeno naturale cogliere, tra l'altro, delle forme di atteggiamento mentale comuni a gruppi.
E, in particolare, sono gli stili di lavoro maschile e femminile, ciascuno ancorato ad una concezione rigida del proprio potere o, all'opposto, della propria vulnerabilità, ad evidenziarsi come forme stereotipate fondate su una gerarchia di valori tanto radicata quanto spesso insoddisfacente negli effetti.


© 1997, Franco Angeli s.r.l.

Gli autori
Lucia Cerri è sociologa esperta di Comunicazione sul lavoro. Collabora a riviste femminili su temi psico-sociali. Ha pubblicato nella stessa collana Nel cuore delle donne.
Oriana Mariotti è giornalista esperta di Comunicazione integrata e marketing. Collabora a riviste specializzate di lavoro e di economia.
Stefano Santori ha conseguito negli USA il grado di Trainer in Programmazione Neuro Linguistica. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni e collaborazioni a testate di economia e finanza.



Barbara Chase-Riboud
La rivolta della Amistad

Guerra, conquista e violenza hanno generato lo schiavismo, e saranno la necessità di stato e la legge interna di autoconservazione ad appoggiarlo e perpetuarlo. Dice forse questo la DICHIARAZIONE? La DICHIARAZIONE afferma che ogni uomo è "dotato dal suo Creatore di alcuni diritti inalienabili", e che "tra questi diritti vanno annoverate la vita, la libertà e il conseguimento della felicità". Ebbene, se questi diritti sono inalienabili, essi sono pure incompatibili col diritto di un vincitore di togliere la vita al suo nemico in guerra o di risparmiargliela facendolo schiavo.

John Quincy Adams


Il titolo dell' edizione italiana del libro trae origine dall'evento che vide la nave spagnola Amistad sequestrata dai 53 schiavi neri che vi erano trasportati nell'estate 1839, al largo dell'isola di Cuba. Il titolo originario del volume, apparso negli Stati Uniti nel 1988, è Echo of Lions, ma sicuramente la causa di plagio intentata dalla scrittrice Barbara Chase-Riboud a Spielberg per il film Amistad in uscita sugli schermi italiani, ha giocato a favore di questo già pubblicizzato titolo.
L'evento è storico, non creato dalla fantasia della Chase-Riboud: questa è la linea difensiva di Spielberg nella causa che lo vede coinvolto. I fatti narrati, soprattutto certe parti di pura fantasia, rispecchiano in modo assolutamente identico quanto scritto nel libro: questa è la motivazione della scrittrice nell'intentare causa al famoso regista. Chi abbia ragione o torto lo deciderà la magistratura, in ogni caso il fatto di cronaca ha suscitato un chiaro interesse giornalistico intorno a questo libro che esce nelle librerie prima dell'apparizione del film nelle sale cinematografiche italiane.
Se il 1988 è l'anno dedicato all'attenzione per i diritti umani violati, l'argomento di Amistad sicuramente si presta a turbare le coscienze di quanti vedono nello schiavismo la radice di tante forme di razzismo dei nostri giorni. Uomini trattati come animali, incatenati in fondo a una nave, cercano il riscatto e la libertà con ogni mezzo. Ma la giustizia dei bianchi decide che non può accettare tutto ciò: si intenta un processo, la pena prevista per l'insurrezione è quella capitale. Ma anche all'interno del mondo dei bianchi, c'è chi pensa ad una società di esseri umani uguali e con pari dignità, al di là del colore della loro pelle. Inizia la battaglia degli abolizionisti: John Quincy Adams, la moglie Louise e molte altre persone presentano una petizione antischiavista, il più famoso pittore d'America John Trumbull e lo scrittore Washington Irving si schierano al loro fianco. Ma la guerra contro la schiavitù è davvero lunga e la vittoria non è scontata.
Il romanzo e la vicenda storica hanno un lieto fine, anche la vicenda d'amore trionfa, ma la morte, la sofferenza, il peso delle responsabilità e l'angoscia per un difficile futuro rimangono a indicare che la strada da percorrere perché la civiltà, l'autentica civiltà, si affermi è piena di ostacoli e spesso pericolosa, ma che vale la pena di percorrerla.


La rivolta della Amistad di Barbara Chase-Riboud
Titolo originale: Echo of Lions

Traduzione di Maurizio Donati
Pag. 408, Lit. 32.000 - Edizioni Piemme
ISBN 88-384-3143-4

Le prime righe

LA TERRA DEI MENDE
Gennaio 1839

L'eco dei leoni risuonava tra i monti freddi e impervi, e il cielo nero dell'inverno risplendeva con le sue costellazioni, riflesse fedelmente dal fiume lesto e nervoso che lambiva il campo. La stella più luminosa era Konunqui, che luccicava a est, mentre l'immobile Ndeloi e l'ardente Sokolequli brillavano come altari di fuoco proprio al centro della volta del cielo.
Oggi è il giorno del processo. I tamburi avevano tatuato le parole nella sua coscienza e lo avevano svegliato. Sengbe Pieh si alzò dal calore di Bayeh Bia. Era la prima volta che dormiva con sua moglie da quando era nato suo figlio. Bayeh Bia era tornata da casa dei suoi genitoridove aveva vissuto per quasi due anni, allattando il loro unico figlio. Il congiungimento con una donna allattante era un rigido tabù. Erano in gioco la salute, il carattere e perfino la vita del bambino. Ma finalmente, sua moglie era tornata insieme a Gewo, che adesso dormiva nella sua amaca sospesa sopra il loro letto: un bambolotto grasso color noce di galla di una bellezza tale che Sengbe Pieh passava ore intere soltanto a guardarlo. Il nome Gewo gli era stato dato quattro giorni dopo che era nato. Lo aveva portato fuori di buon mattino, giusto al sorgere del sole, e, voltosi a est, aveva sputato in faccia al bambino dicendo: "Rassomigli a Lui in tutti i Suoi modi e in tutti i Suoi atti perché è il Suo nome quello che porti". Poi, il giovane padre era scoppiato a ridere. Gli aveva messo nome Gewo, Dio. Che bel nome per un uomo! La seconda moglie, che aveva preso da quando Bayeh Bia si era separata da lui, dormiva adesso in una stanza a parte, era in attesa di un figlio e sarebbe presto partita per raggiungere la sua famiglia. Tau già portava il campanello attaccato al suo lappa per tenere lontani i bianchi spiriti maligni. Si portava sempre appresso un coltello, perché, essendo incinta, era considerata una guerriera, e se fosse perita nel parto, era come se fosse morta in battaglia.


© 1998, Edizioni Piemme Spa

L'autrice
Barbara Chase-Riboud è nata a Philadelphia, e discende da una famiglia di schiavi fuggiti da una piantagione e rifugiatisi in Canada con l'aiuto degli indiani. Scultrice e poetessa, si è laureata alle università di Temple e Yale, e ha frequentato l'Accademia Americana di Roma.
Nel 1974 ha pubblicato il suo primo libro di poesia, From Memphis & Peking di cui hanno scritto con entusiasmo Arthur Miller, James Jones e Mary McCarthy. Ha viaggiato molto in Africa e in Asia e nel 1973 è stata la prima donna americana vivente ad esporre la sua produzione artistica in un museo. Il suo primo romanzo, La Virginiana, è stato premiato, nel 1979, come miglior opera di narrativa scritta da un'americana. Tra le sue opere principali, tradotte in moltissimi paesi, ricordiamo anche La Figlia del Presidente e La Sultana Bianca.



Erri De Luca
Tu, mio

"Le nostre estati sull'isola duravano mesi. C'era il tempo di abituarsi a volerci vivere per sempre. Ripartirsene conteneva un grano di esilio."

"Neanche a me piacevano i tedeschi. Erano gli stessi che avevo cercato nei libri della storia infame, che si erano fatti ubriacare e rovinare da Hitler e nessuna sconfitta aveva potuto strappare loro quell'impazzimento di fierezza. Sconfitti erano gli altri che facevano i servi alle loro vacanze in un'isola del sud".
Impressioni di un ragazzo che cresce tra la città e un'isola, in un mondo di pescatori, nell'immediato dopoguerra italiano. La sua iniziazione al mare, con il dolore e il sangue del morso di una murena: "Mo' si' pescatore" affermano gli adulti. I discorsi politici dello Zio, le esperienze tragiche del padre, della madre, le discussioni sul futuro, il primo amore, Caia, o Haia, o ancora Hàiele (una ragazza rumena ed ebrea con esperienze drammatiche alle spalle) espresso con tutte le incertezze e le inquietudini dell'adolescenza: un amore nascosto, impossibile ma sereno, legato al mare, all'acqua, alla barca e alla pesca come tutta la vita del protagonista, ma anche rafforzato da un segreto legame istintivo, un ricordo ancestrale, una forte somiglianza tra due persone lontane nel tempo e nella storia.
Un romanzo di formazione: un ragazzo diventa adulto nell'arco di un'estate, scopre sentimenti, intensi, forti, e valori fondamentali per il futuro. Scopre anche come può essere bruciante il desiderio di vendicare il passato, le ingiustizie, la crudeltà, in nome di quell'amore senza futuro. E lo scopre elaborando idee, pensieri, rimuginando odio nei confronti di tutto il popolo tedesco, fino a un violento gesto finale che non può, come non potranno mai azioni simili, "correggere il passato".


Tu, mio di Erri De Luca
114 pag., Lit. 23.000 – Edizioni Feltrinelli, (I Narratori / Feltrinelli)
ISBN 88-07-01533-1


Le prime righe


Il pesce è pesce quando sta nella barca. È sbagliato gridare che l'hai preso quando ha solo abboccato e senti il suo peso ballare nella mano che regge la lenza. Il pesce è pesce solo quando è a bordo. Devi tirarlo all'aria dal fondo con presa dolce e regolare, svelta e senza strappi. Altrimenti lo perdi. Non ti agitare quando lo senti sfuriare là sotto, che sembra chissà quanto grosso dalla forza che mette a sviscerarsi l'amo e l'esca dal corpo.
Nicola mi ha insegnato a pescare. La barca non era sua, era di zio, il mio. Nicola l'usava durante l'anno, poi iniziava la buona stagione e allora faceva da marinaio a zio le domeniche, le ferie d'estate. Di notte pescava totani, specie di calamari, con le lampare per farne esca al morso dell'amo.
Preparava la barca e si partiva di mattina presto. L'isola era muta e scendendo scalzo alla marina un ragazzo poteva sentirsi liscio per la pietra sotto i piedi, profumato per il pane che gli sfiorava il naso dai forni, adulto perché andava sul mare verso il largo e le profondità a maneggiare un'arte. Gli altri ragazzi andavano al mare più tardi per le ragazze e i bagni, i ricchi avevano motoscafi e giravano in tondo sui legni lucenti e i motori pieni di cavalli.
La barca di zio aveva un diesel lento che scoppiettava sulla bonaccia dell'alba e faceva vibrare l'aria intorno e a me dava il solletico al naso per la durata del viaggio. Ci si sedeva sul bordo un po' buttati in fuori, anche se il mare si metteva contro e sbatteva di prua. Nicola si metteva in piedi sulla poppa e governava la barra del timone con le caviglie. Era il suo mestiere, aveva piede, nessun'onda gli impacciava l'equilibrio. Chi sapeva stare dritto su una piccola barca che andava contro mare aveva piede. Io l'avevo e qualche volta sulla via del ritorno mi facevano reggere il timone, mentre zio dormiva e Nicola rimetteva la barca in ordine, puliva i pesci.

© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore

L'autore
Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950. Ha pubblicato raccolte di racconti e romanzi, tra cui: Non ora, non qui, Una nuvola come tappeto, Alzaia, Pianoterra, Ora prima. Ha anche tradotto e curato Esodo/Nomi, Giona/Ionà e Kohèlet/Ecclesiaste.



Stephen King
La sfera del buio

Chiesi un cenno di precedenti stati, più felici,
prima di pensare a fare convenientemente la mia parte.
Rifletti prima, combatti poi, del soldato è l'arte:
il gusto del tempo andato rende tutti amici.

Robert Browning
"Childe Roland alla Torre Nera giunse"



Per i "divoratori" appassionati di romanzi di Stephen King finalmente continua la saga di Roland di Gilead, cavaliere di quell'Universo Parallelo in cui convergono diversi sistemi spazio-temporali.
"Ho scritto romanzi e racconti in numero sufficiente da riempire un intero sistema solare della fantasia – afferma King nella Postfazione – ma la storia di Roland è il mio Giove, un pianeta al confronto del quale (almeno dalla mia prospettiva) gli altri scompaiono, un luogo dove è strana l'atmosfera, è pazzesco il paesaggio e la forza gravitazionale è spaventosa."
Il ciclo della Torre nera, iniziato alcuni anni orsono, sta trascinando i lettori in un vortice senza fine, perché, com'era prevedibile, anche questa puntata della storia non ha una chiusura definitiva, ma si affaccia su quello che sarà il capitolo successivo (e quello ancora dopo, e dopo, sino a quando?).
Il romanzo, pur essendo conchiuso in se stesso, fa pur sempre parte di una serie ed è consigliabile, anche se non indispensabile, leggere i capitoli antecedenti prima di affrontare questo. È in ogni modo presente un breve riepilogo, nelle primissime pagine, dei tre volumi che l'hanno preceduto: L'ultimo cavaliere, La chiamata dei tre, Terre desolate.
Una storia di questo respiro e di queste ponderose dimensioni non è riassumibile in poche parole. I personaggi sono sempre i medesimi, unitisi via via lungo il percorso dei libri precedenti: il "pistolero" Roland, Jake, un bambino della New York del 1977, Susannah, una donna che ha perso le gambe in un incidente avvenuto nella metropolitana, Eddie, un ex eroinomane, ai quali si unisce Oy, un cucciolo alieno. Scopo del loro viaggio è raggiungere la Torre Nera. La saga si ispira al racconto in versi di Robert Browing "Childe Roland alla Torre Nera giunse", ampliandolo in ogni senso e in ogni direzione sino all'inverosimile.
La scrittura è quella classica del miglior Stephen King, anche se si sente una caduta di tono progressiva dal primo tomo via via fino a questo, in una vicenda che si dipana su vari livelli e varie realtà, estremamente complessi. Forse fossero un po' limitati i flash-back sulla vita passata di Roland (che tuttavia King ha volutamente inserito per tornare alla gioventù di Roland e far conoscere meglio i sentimenti del personaggio), la storia correrebbe più speditamente e in modo più lineare. Del resto lo stesso autore ammette: "La suspense è relativamente facile, almeno per me; l'amore è difficile".
Comunque, la narrazione di King è sempre avvincente, efficace e per chi sta seguendo passo passo la saga, appassionante e trascinante. Arriveranno finalmente i nostri eroi alla Torre Nera?


La sfera del buio di Stephen King
Titolo originale: The Dark Tower IV: Wizard and Glass

Traduzione di Tullio Dobner
XIII, 657 pag., Lit. 34.900 – Edizioni Sperling & Kupfer, (Narrativa)
ISBN 88-200-2603-1

Le prime righe

PROLOGO
Blaine


"PROPONETEMI UN INDOVINELLO", li invitò Blaine.
"Fottiti", disse Roland. Senza alzare la voce.
"CHE COSA HAI DETTO?" Nell'evidente incredulità, la voce del Grande Blaine somigliò di nuovo moltissimo a quella del suo insospettato gemello.
"Ti ho detto di andare a farti fottere", ripetè con calma Roland. "Ma se non ti sono sembrato abbastanza esplicito, Blaine, vedrò di essere più chiaro. No. La risposta è no."
Per molto, molto tempo non ci fu reazione da parte di Blaine, ma quando finalmente decise di rispondere, non lo fece con le parole. Paratie, pavimenti e soffitto cominciarono di nuovo a perdere colore e solidità. Nello spazio di dieci secondi la Carrozza della Baronia aveva cessato di nuovo di esistere. Il siluro viaggiava ormai attraverso la catena montuosa che avevano visto all'orizzonte: vette grigioferro piombavano loro incontro a velocità suicida, poi precipitavano aprendosi in sterili vallate dove brulicavano scarafaggi giganteschi come testuggini. Dall'imboccatura di una caverna Roland vide srotolarsi all'improvviso un rettile simile a un enorme serpente. Afferrò uno scarafaggio e si ritrasse nella sua tana. Mai in vita sua aveva visto animali o paesaggi come quelli e la sensazione che ne ricavava era come se la pelle increspata volesse staccarglisi dalle carni. Forse Blaine li aveva trasportati in un altro mondo.
"FORSE DOVREI DERAGLIARE SUBITO", borbottò Blaine. Il tono era meditativo, ma il pistolero non mancò di avvertire la vibrazione di una collera profonda.
"Forse hai ragione", commentò Roland con indifferenza.
Eddie era peggio che sulle spine. Formulò sulle labbra la domanda: Ma che cosa stai facendo? Roland lo ignorò. Era alle prese con Blaine e sapeva perfettamente che cosa stava facendo.
"SEI PRESUNTUOSO E MALEDUCATO", lo accusò Blaine. "PER TE SARANNO ANCHE CARATTERISTICHE INTERESSANTI, MA NON LO SONO PER ME."
"Oh, ma so essere molto più maleducato."


© 1998, Sperling & Kupfer Editori

L'autore
Stephen King, definito dalla critica "il re del brivido", vive e lavora nel Maine con la moglie, a sua volta scrittrice, e i tre figli. Le sue storie da incubo sono best-seller clamorosi in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Stanley Kubrick, Brian De Palma e Rob Reiner.



Ljudmila Ulickaja
La figlia di Buchara

Un volume di racconti di una scrittrice russa contemporanea che sa narrare le esistenze difficili delle connazionali di oggi e di ieri, senza indugiare in pietismi inutili, ma parlando solo della loro grande personalità.

Una raccolta di racconti incentrati su personaggi femminili, dallo spirito forte e spesso dall'animo generoso. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è la struggente storia di una donna estremamente coraggiosa, che si sacrifica con grande serenità, lasciando da parte ogni passione e interesse personali, per dare alla figlia handicappata, affetta da sindrome di Down, un presente e un futuro di relativa tranquillità e gioia. Ambientato in una Mosca ricca di influssi orientali, di usi e tradizioni originari delle regioni estreme, inaugura la serie di storie brevi trascinando subito il lettore dentro una realtà vicina e lontana al contempo per un occidentale. Come nella semplice narrazione di quotidianità di Gulja, dove la protagonista, una donna non più giovane ma ricca di vitalità e abbastanza insoddisfatta, passa giornate in attesa delle ricorrenze festive, delle visite alle amiche, di cene o pranzi, in attesa di qualche evento eccezionale, che possa riempirle le giornate successive a lungo nel ricordo.
Dialoghi tratti dalla vita quotidiana, quasi minimalisti, descrizioni di ambienti freddi, per il clima, e caldi per la qualità della comunicazione, per l'impegno personale delle protagoniste, per l'umanità che sanno trasmettere. Come si afferma nella breve introduzione al volume, "Anche se oggi il loro mondo è scomparso o in via di sparizione – la vecchia Mosca con i suoi vicoli, i cortili, gli appartamenti ricchi di storia e storie – le donne di Ljudmila Ulickaja restano impresse nel ricordo del lettore, come persone che hanno vissuto una vita che è valso la pena di vivere."


La figlia di Buchara di Ljudmila Ulickaja
Titolo originale del racconto che dà il nome alla raccolta: Doc' Buchary
Traduzione dal russo di Raffaella Belletti
137 pag., Lit. 24.000 – Edizioni e/o, (Dal Mondo) ISBN 88-7641-336-7

Le prime righe


La figlia di Buchara

Nell'arcaica vita dei sobborghi di Mosca, un alveare, un intrico di vicoli i cui centri d'attrazione gravitano attorno alle fontanelle ghiacciate e ai depositi di legna, non esistevano segreti di famiglia. Neppure di una normale vita privata si poteva parlare, giacché tutti, fino all'ultimo, erano al corrente di ogni singolo rammendo ai mutandoni che sventolavano appesi alle corde comuni.
Era inevitabile che capitasse in continuazione di sentire, vedere e invadere fisicamente la vita dei vicini, e la possibilità di sopravvivere si reggeva unicamente sul fatto che i fragori di una scenata a destra venivano bilanciati da una fisarmonica allegra e ubriaca a sinistra.
In fondo a un cortile enorme e intricato, suddiviso dai recinti delle legnaie e delle baracche, addossata al muro tagliafuoco del redditizio edificio attiguo, sorgeva una bella casetta, costruita prima della rivoluzione con un accenno di progetto architettonico e separata da una lunga siepe puramente convenzionale. Nella casa, a cui era annesso un piccolo giardino, viveva un vecchio medico.
Una volta, in pieno giorno, alla fine del maggio del quarantasei, quando tutti coloro destinati a tornare erano ormai tornati, una Opel Kadett entrò nel cortile e si fermò accanto al cancelletto della casa del medico. I bambini non avevano ancora avuto il tempo di accerchiare a dovere quel nuovo trofeo, che la portiera si spalancò e dalla macchina scese un maggiore medico in piena regola, russo fino alle midolla e dai denti così candidi da sembrare un abbronzato soldato liberatore appena saltato giù da un manifesto.
Girò attorno all'auto con la gobba, spalancò l'altra portiera e pian piano, pigramente, come marmellata che si spanda sulla tavola, ne esce una donna giovanissima, una straordinaria bellezza orientale dai capelli lucenti, forti e rigogliosi, il cui peso faceva rovesciare all'indietro la piccola testa.


© 1998, Edizioni e/o

L' autrice
Ljudmila Ulickaja è nata nel 1943 nella regione degli Urali. Vive a Mosca. Per un breve periodo ha lavorato come biologa. Ha cominciato a pubblicare all'inizio degli anni Ottanta, dopo aver diretto per alcuni anni la sezione letteraria del Teatro da Camera Ebraico di Mosca. Ha scritto il romanzo breve Sonja, vincitore del Prix Médicis, e il romanzo Medea e i suoi figli.



27 febbraio 1998