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Il libro nero del comunismo
Crimini, terrore, repressione

"Gli occhi azzurri della Rivoluzione
brillano di crudeltà necessaria"
Louis Aragon, Le Front rouge


Il ponderoso libro sui crimini del comunismo che in pochi giorni ha già raggiunto incredibili dati di vendita in Italia, dopo essere stato in testa alle classifiche francesi, ha suscitato un grande dibattito tra giornalisti, politologi e uomini politici di sinistra e di destra. I più importanti quotidiani italiani hanno dedicato ampie recensioni a questo complesso e controverso volume che, oltre al merito di aver ricostruito in modo (quasi sempre) ben documentato ciò che è avvenuto in questo secolo nei paesi in cui erano in vigore regimi comunisti, ha anche quello di aver provocato negli ambienti della sinistra italiana un momento di riflessione e di crescita. Forse è molto difficile sfuggire all'uso prettamente strumentale dei contenuti di questa ricerca o a "ennesime richieste di abiura del passato", come dice Daniela Pasti su "la Repubblica" (25-02-1998), e proprio questa può essere la difficoltà nell'avvicinarsi alla lettura del libro, soprattutto dopo aver affrontato il primo, introduttivo capitolo scritto da Stéphane Courtois, che funge da cornice all'intero contesto e che ha suscitato polemiche anche all'interno del gruppo di lavoro, tanto che due autori di importanti sezioni se ne sono dissociati.
I due storici sopra citati sono Nicolas Werth e Jean-Louis Margolin e hanno curato le sezioni dedicate all'URSS il primo e alla Cina e ai comunismi asiatici il secondo. La lunga, coinvolgente recensione di Rossana Rossanda, apparsa su "il manifesto" del 25 febbraio, valuta i capitoli dedicati all'URSS tra i più documentati e quindi tra i più interessanti anche grazie all'apertura degli archivi sovietici e alla loro consultazione da parte dell'autore.
I dati offerti, che possono apparire sconvolgenti, erano in realtà per lo più noti, anzi da questa pubblicazione certi numeri che erano stati fatti per approssimazione (e spesso non ingenuamente), vengono notevolmente ridimensionati. Ma è proprio il vedere accostati tutti i crimini compiuti dai regimi comunisti e ancor più le conclusioni a cui la ricerca giunge che provocano forti turbamenti. Il comunismo è stato autore di un "genocidio di classe" che ha provocato un numero di morti maggiore del "genocidio di razza". Perché allora c'è stato "l'occultamento della dimensione criminale del comunismo"? Per Courtois sono tre le principali ragioni: l'attaccamento all'idea stessa di rivoluzione, la partecipazione dei sovietici alla vittoria sul nazismo e un'idea forte e vitale di antifascismo che vigilava perché i crimini nazisti non si ripetessero e che non accettava il pensiero che colpe analoghe potessero venire imputate al fronte avverso.
La ragioni generali che hanno motivato questa ricerca sono: "il rispetto delle regole della democrazia rappresentativa e, soprattutto, il rispetto della vita e della dignità umana. È questo il metro con cui lo storico giudica gli attori della storia." L'ultimo capitolo del libro, sempre di Courtois, ha come titolo "Perché?" ed è la risposta alla domanda fondamentale che ci si pone: perché tanta crudeltà? sono connaturati al regime comunista l'uso programmato della violenza e l'uccisione dell'avversario? La risposta, forse troppo categorica e priva di inquietudini, è "sì", un sì drastico e senza scampo, che vede proprio in Lenin (estrapolando frasi da lettere e da discorsi e decontestualizzandole) la radice teorica della natura criminale del comunismo. Se, come dice Orlando Figes nella bella intervista rilasciata a Curi e a Placidi per "l'Unità" del 25 febbraio, l'obiettivo di questo "libro nero" è il "recupero di consensi della destra non tanto nei confronti del comunismo, quanto della sinistra liberale", proprio perché nessuno oggi, a sinistra, negherebbe la violenza dei regimi comunisti, forse è tutta la cultura di origine illuministica che viene attaccata e questo può essere piuttosto pericoloso.


Il libro nero del comunismo. Crimini, terrore, repressione
Titolo originale: Le livre noir du communisme
Pag. 770, Lit. 32.000 - Edizioni Mondadori (Le Scie)
ISBN 88-04-44798-2

le prime pagine
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I CRIMINI DEL COMUNISMO
di Stéphane Courtois

La vita ha perso contro la morte
ma la memoria vince
nella lotta contro il nulla
TZVETAN TODOROV, Les abus de la mémoire

Si è potuto scrivere che "la storia è la scienza dell'infelicità degli uomini" e la violenza del Novecento sembra confermare questa formula in modo eloquente. Certo, nei secoli precedenti pochi popoli e pochi paesi sono stati risparmiati dalla violenza di massa. Le principali potenze europee sono state implicate nella tratta dei neri; la Repubblica francese ha messo in atto una colonizzazione che, nonostante alcuni apporti positivi, è stata caratterizzata sino alla fine da episodi raccapriccianti. Negli Stati Uniti persiste una cultura della violenza che affonda le proprie radici in due crimini principali: la schiavitù dei neri e lo sterminio degli indiani.
Rimane, comunque, il fatto che, sotto questo aspetto, il nostro secolo sembra avere superato i precedenti. Guardandolo retrospettivamente, non ci si può esimere da una conclusione sconcertante: il Novecento è stato il secolo delle grandi catastrofi umane. Due guerre mondiali e il nazismo, senza dimenticare le tragedie più circoscritte dell'Armenia, del Biafra, del Ruanda e di tanti altri paesi. L'Impero ottomano ha proceduto, infatti, al genocidio degli armeni e la Germania a quello degli ebrei e degli zingari. L'Italia di Mussolini ha massacrato gli etiopi. I cechi ammettono a fatica che la loro condotta nei confronti dei tedeschi dei Sudeti nel 1945-1946, non è stata delle più irreprensibili. E la stessa piccola Svizzera deve fare i conti con il proprio passato di depositaria dell'oro rubato dai nazisti agli ebrei sterminati, anche se il grado di atrocità di tale comportamento non è assolutamente paragonabile a quello del genocidio.
Il comunismo si inserisce nel medesimo lasso di tempo storico fitto di tragedie e ne costituisce, anzi, uno dei momenti più intensi e significativi. Il comunismo, fenomeno fondamentale di questo Novecento, il secolo breve che incomincia nel 1914 e si conclude a Mosca nel 1991, si trova proprio al centro dello scenario storico. Un comunismo che preesisteva al fascismo e al nazismo e che è sopravvissuto a essi, toccando i quattro grandi continenti.
Che cosa intendiamo esattamente con il termine "comunismo"? È necessario stabile subito una distinzione fra la dottrina e la pratica. Come filosofia politica, il comunismo esiste da secoli, se non da millenni. Non è stato forse Platone, nella Repubblica, a esporre per primo l'idea di una città ideale in cui gli uomini non fossero corrotti dal denaro e dal potere e in cui comandassero la saggezza, la ragione e la giustizia? Un pensatore e statista del rango di Tommaso Moro, cancelliere d'Inghilterra nel 1529, autore della famosa Utopia e morto per mano del boia di Enrico VIII, non è stato forse un altro precursore di quest'idea di città ideale? L'approccio utopico sembra perfettamente legittimo come strumento critico della società: esso partecipa del dibattito ideologico, ossigeno delle democrazie. Ma il comunismo di cui trattiamo in questa sede non si colloca nel mondo delle idee. È un comunismo reale, che è esistito in una determinata epoca, in determinati paesi, incarnato da leader famosi: Lenin, Stalin, Mao, Ho Chi Minh, Castro ecc. e, più vicino alla storia nazionale francese, Maurice Thorez, Jacques Duclos, Georges Marchais.
Il comunismo reale, in qualunque misura sia stato influenzato nella sua pratica dalla dottrina comunista anteriore al 1917- problema su cui ritorneremo -, ha comunque messo in atto una repressione sistematica, al punto da eleggere, nei momenti di parossismo, il terrore a sistema di governo.


© 1998, Arnoldo Mondadori Editore



27 febbraio 1998