Lewis Carroll
Un racconto aggrovigliato
Prefazione di Stefano Bartezzaghi
con sei illustrazioni di Arthur B. Frost

Un racconto di Lewis Carroll per la prima volta pubblicato in Italia. Un mondo di giochi logici e matematici creati legando e slegando i lettori con una serie di "nodi".

Esce per le edizioni Archinto un volumetto che è una vera delizia per gli appassionati dell'opera di Carroll: un inedito dell'autore inglese di cui, proprio quest'anno, ricorre il centenario della morte. Il primo episodio del racconto, suddiviso in dieci puntate, comparve nel mese di aprile 1880 sulla rivista "The Monthly Packet of Evening Reading for Younger Members of the English Church", l'ultimo episodio risale al 1885. Nell'arco di questi anni i lettori scrissero le risposte ai "nodi" logici sottoposti nella narrazione dall'autore.
"Nel Racconto aggrovigliato - come scrive Stefano Bartezzaghi - la presenza di risposte e controrisposte fa sì che il libro non sia semplicemente una raccolta di articoli, ma la registrazione di un dialogo avvenuto a suo tempo in presa diretta".
Ancora Bartezzaghi, nella sua Introduzione Marmellata per fantasmi: "Come le avventure di Alice, anche la storia con i nodi è nata dagli intrattenimenti che Carroll offriva a ragazzini e ragazzine. Ma a differenza delle avventure di Alice, quella dei nodi è sempre stata una storia scritta. Carroll è stato invitato a collaborare al "Monthly Packet of Evening Reading for Younger Members of the English Church" dalla fondatrice del mensile, la scrittrice Charlotte Yonge [...] Alice nel Paese delle Meraviglie voleva divertire i lettori. Il Racconto aggrovigliato è stato scritto 'per il divertimento e, forse, l'edificazione' dei lettori stessi. Nella marmellata della storia è stata disciolta la medicina della matematica [...] qual è la soluzione di questo problema? E come si fa per ottenerla? Se ci sforziamo di risolvere i 'nodi' o almeno di capire le soluzioni, notiamo una differenza decisiva fra il libro di Carroll e quello, pure molto carrolliano, di Enzesberger (Il mago dei numeri, Edizioni Einaudi). Il mago dei numeri di Enzesberger trova modi affascinanti di spiegare la matematica, offre un'alternativa didattica agli stanchi deliri del professor Mandibola. Carroll non vuole insegnare la matematica ma dare esercizi capziosi a lettori già ben attrezzati".


Un racconto aggrovigliato di Lewis Carroll
Titolo originale dell'opera: A Tangled Tale

con sei illustrazioni di Arthur B. Frost
Prefazione di Stefano Bartezzaghi
Traduzione di Silvia Lalìa
XX-117 pag., Lit. 20.000 - Edizioni Archinto (Gli aquiloni)
ISBN 88-7768-223-X

Le prime righe

Nodo 1
Excelsior

Su e giù per il sentiero guidali tu, folletto


Quando i bagliori rossastri del tramonto si andavano già smorzando nelle ombre oscure della notte, si sarebbero potuti osservare due viaggiatori discendere speditamente, al passo di sei miglia all'ora, l'erto pendio di una montagna; il più giovane balzava da una rupe all'altra con l'agilità di un fauno mentre il suo compagno, le cui membra stagionate sembravano a disagio nella pesante cotta di maglia indossata di solito dai turisti in quella regione, arrancava faticosamente al suo fianco.
Come sempre accade in simili circostanze, il cavaliere più giovane fu il primo a rompere il silenzio.
"Teniamo un buon passo, azzardo a dire!" esclamò. "Non fummo del pari veloci nell'ascesa!"
"Un buon passo davvero!" gli fece eco l'altro con un gemito. "Ci inerpicammo fin sulla cima a tre miglia all'ora."
"E sul piano il nostro passo è...?" accennò il giovane che era piuttosto debole in statistica e lasciava tali dettagli al suo anziano compagno.
"Quattro miglia all'ora" replicò esausto l'altro. "Non un'oncia di più" aggiunse con quell'amore per la metafora così comune nell'età avanzata "né un quarto di penny di meno!"
"Tre ore erano trascorse dal mezzodì quando lasciammo la locanda" disse pensieroso il giovane "e a malapena vi faremo ritorno per l'or di cena. C'è da temere che l'oste dica chiaro e tondo che non v'è più cibo!"
"Ci redarguirà per il nostro tardivo rientro" fu la grave risposta "e ci servirà una rampogna piuttosto acida."
"Bella metafora!" esclamò l'altro con un'allegra risata. "Dovessimo chiedergli un'altra portata, azzardo a dire che non sarebbe dolce!"


© 1998, Rosellina Archinto s.r.l.

L'autore
Lewis Carroll è lo pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, nato nel 1832. Fece i suoi studi alla Richmond School in Yorkshire e Rugby School and Christ Church a Oxford. Dal 1855 al 1881 fu insegnante di matematica a Oxford. Il suo lavoro più noto è Alice's Adventures in Wonderland, Alice nel paese delle meraviglie, pubblicato nel 1865 e scritto per intrattenere Alice Liddell e il piccolo gruppo di sue giovanissime allieve. Scrisse anche molti altri poemi e libri "nonsense", nonché libri di matematica firmati col suo nome. Morì nel 1898.



Géza Csáth
Oppio e altre storie
Disegni di Attila Sassy

"L'essenza della vita è un bene così prezioso che intere generazioni ne godono, nel corso di secoli - per lo spazio di un'ora."

"Il lettore, lo so bene, incomincia sempre col dare una rapida occhiata al racconto. Se si accorge che verso la fine c'è qualche particolare appetibile e vivace - ad esempio un battibecco concitato - che l'autore ha descritto in modo tale da calamitare l'attenzione, può darsi che gli venga il gusto di leggere tutta la storia dall'inizio alla fine. In caso contrario ciò non avverrà. Per scrivere questa storia vorrei ricorrere perciò a uno stile elettrizzante e inconsueto, costellandola di mille piccoli particolari pittoreschi. E tuttavia non posso." Così Csáth introduce il suo racconto Paolo e Virginia, facendoci immediatamente capire quale opinione abbia del lettore medio e quali difficoltà trovi nello scrivere, nel narrare. Del resto l'autore, un ungherese sinora quasi sconosciuto sia in patria che all'estero, non è stato un personaggio lineare, non ha avuto esperienze "normali" e non ha vissuto una vita lunga e tranquilla, ma breve e piena di avvenimenti eccezionali.
Il volume raccoglie numerosi racconti assolutamente riconducibili al tempo storico della loro creazione, per il tipo di scrittura, per i tempi della narrazione e per i soggetti delle storie. Siamo all'inizio del secolo Ventesimo e Géza Csáth è uno dei primi seguaci di Freud (ma anche un oppiomane morfinomane uxoricida). La sua scrittura risente di tutte le esperienze vissute e della ricerca sulla personalità e la psicologia umana.
Nel primo racconto Silenzio Nero, come in molti altri della raccolta, l'autore ci introduce nel regno mentale della pazzia, dell'incapacità di governare i propri istinti, seppur desiderando farlo. È un modo per condurre chi legge dentro al mondo interiore dell'autore stesso, alle difficoltà di comunicazione che si possono trascinare e ingigantire attraverso la dipendenza da sostanze stupefacenti come l'oppio. Ma si tratta anche di una indagine profonda su vari tipi di personalità, maniacali o paranoiche, deboli o crudeli attraverso visioni, sogni o esperienze reali, nel tentativo, forse, di sfuggirvi. In La morte del mago si descrive appunto l'agonia di un oppiomane trentenne ormai completamente logorato dalla propria vita dissoluta; in La rana le visioni paranoiche di un uomo che vive tra sogno e realtà; in Oppio si teorizza come unica e possibile realizzazione dell'esistenza l'abbandonarsi agli effetti della sostanza, e così via. Da leggere Padre e figlio, un surreale, ironico, drammatico incontro tra un figlio, vivo, e un padre, ridotto a scheletro e appeso, come modello da studio, in una sala anatomica. Un piccolo, originale capolavoro di sentimenti presi non troppo sul serio.


Oppio e altre storie di Géza Csáth
Traduzione dall'ungherese e postfazione di Marinella D'Alessandro
Illustrazioni tratte dal volume di Attila Sassy Ópium-álmok
187 pag., Lit. 14.000 - Edizioni e/o, (Tascabili e/o n.101)
ISBN 88-7641-339

Le prime righe

Silenzio nero

Voglio raccontarle qui come stanno le cose, signor dottore. Si tratta del mio fratellino più giovane, quel bambino biondo con le guance rosse, gli occhi scuri e lo sguardo che si perdeva sempre in lontananza. E anche di un'altra cosa. Del silenzio nero.

La sua crescita avvenne all'improvviso.
La sera prima era ancora un piccolo bamboccio cinguettante e affettuoso. Quando arrivò il mattino, era diventato un ragazzaccio in piena crescita. Provvisto di una muscolatura impressionante, di capelli spessi e ispidi e di spaventosi e malvagi occhi di brace. Oh, come mi sentii stringere dolorosamente il cuore, quella mattina!

Il nostro lindo cortiletto con le sua pianticelle di rosa si riempì di erbacce nauseabonde e maleolenti. Le tegole precipitarono dal tetto e l'intonaco si sgretolò cadendo dai muri.
E vennero notti terribili. Nel mezzo dei loro sogni, le mie sorelline scoppiavano in un pianto dirotto. Mio padre e mia madre accendevano la candela e si fissavano con volti vacui e privi di sonno. Nessuno sapeva che cosa stesse accadendo né che cosa sarebbe accaduto. Ero il solo a saperlo. Il solo.

Venerdì, quel bestiale e disgustoso ragazzaccio che è Richard ha sradicato i giovani alberi nel cortile e ha fatto arrostire a fuoco lento il gattino bianco, quello di Anikó. La bestiola ha continuato a dibattersi tra convulsioni orribili, fin quando la sua tenera pelle rosea non si è bruciacchiata del tutto colorandosi di marrone.


© 1998, Edizioni e/o

L'autore
Géza Csáth, ungherese psichiatra, uno dei primi seguaci di Freud, critico musicale, oppiomane, morfinomane, nel 1919 uccise sua moglie e poi si tolse la vita a soli 31 anni, appena un anno dopo il crollo dell'impero austro-ungarico. La storia della sua malattia mentale e della sua morte suscitarono scalpore in Ungheria e offuscarono man mano la sua opera di narratore, che scivolò nel mito e insieme nell'oblio. Solo oggi, l'autore viene riscoperto in patria e all'estero e valutato come un grande scrittore.



Philippe Jaccottet
Alla luce d'inverno
Pensieri sotto le nuvole

Muto. Anche il legame delle parole
comincia adesso a disfarsi. Esce dalle parole.
Frontiera. Per un poco
possiamo ancora vederlo.
Non sente quasi più.
Richiameremo questo straniero, se ha scordato
la nostra lingua, se non si ferma più ad ascoltare?
Ha da fare altrove
.........


Jaccottet, tra i più importanti poeti francesi contemporanei, è particolarmente vicino alla letteratura italiana, grazie anche alla sua attività di traduttore di nostri poeti, primo fra tutti di Ungaretti. La traduzione offerta da Fabio Pusterla gode dell'essere opera di un poeta e quindi di saper ben reinterpretare non solo il messaggio, ma anche la "musica" dell'autore francese.
L'Introduzione di Pusterla ben ci guida nel mondo poetico di Jaccottet e identifica alcuni temi ricorrenti nella sua opera. Primo fra tutti il contrasto tra ombra e luce, vita e morte, bellezza e miseria dell'essere umano. Il tono poetico è sommesso, è un "parlare a bassa voce" che guida all'introspezione e alla meditazione. Lo spunto creativo parte sempre dall'osservazione del quotidiano, da cose apparentemente insignificanti che però rappresentano l'esperienza concreta. E tra le esperienze più importanti quella della luce, dell'alba, o dei bagliori del tramonto assume spesso un carattere di apparizioni improvvise nel buio della disperazione. Epoca oscura la nostra, illuminata da pochi squarci di luce: la poesia di Jaccottet ben la fissa in immagini e suoni fortemente evocativi.
La sonorità del verso infatti è un'altra caratteristica di questo poeta, musicalità spontanea e non artificiosa che la traduzione di Pusterla rende con grande sensibilità.
La parola poetica forse è lo strumento che permette di fissare il presente e di consegnarlo allo scorrere del tempo, visto che la memoria può negli anni "inquinarsi" e la vecchiaia, dolorosa realtà a cui è difficile rassegnarsi, rende l'"uomo pieno di immagini rigide come ferro che sbarri la sua vita", mette "chiodi alla gola", impedisce il canto.
Il poeta, o il musicista, hanno una capacità straordinaria, una funzione creativa e vivifica, lontani dal frastuono del mondo tessono "ruscelli immateriali".


Alla luce d'inverno. Pensieri sotto le nuvole di Philippe Jaccottet
Titolo originale: À la lumière d'hiver suivi de Pensées sous les nuages

Traduzione e cura di Fabio Pusterla
Pag. 269, Lit. 24.000 - Edizioni marcos y marcos (Gli alianti 46)
ISBN 88-7168-198-3


Le prime righe

La prima poesia di "Lezioni"

Tempo fa,
io, l'impaurito, l'ignorante, che vive appena,
coprendomi gli occhi di immagini,
pretendevo di guidare i morenti ed i morti.

Io, poeta al sicuro,
risparmiato, che soffre appena,
spingermi a tracciar strade fin laggiù!

Ora, lampada attonita,
mano più errante, che trema,
adagio ricomincio dentro l'aria.

© 1997, Marcos y Marcos

L'autore
Philippe Jaccottet, tra i più importanti poeti francesi contemporanei, è nato nel 1925 a Moudon, nella Svizzera romanda, dopo gli studi universitari ha trascorso alcuni anni a Parigi, da dove si è trasferito a Grignan, nel Sud della Francia, dove vive da circa quarant'anni. Traduttore, prosatore, poeta e saggista è da alcuni anni noto ai lettori italiani di poesia grazie alle traduzioni e ai convegni su questo poeta svoltisi in Italia.



Tahar Ben Jelloun
Il razzismo spiegato a mia figlia

Dire "Sono unico" non vuol dire però "Sono il migliore". È semplicemente constatare che ogni essere umano è un miracolo, unico e inimitabile.

Il volumetto della collana pasSaggi propone un dialogo tra l'autore e la figlia di dieci anni. La domanda che apre il libro è "Dimmi, babbo, cos'è il razzismo?". E tutto il dialogo si dipana intorno a questo tema. L'autore dichiara di avere scritto e riscritto più volte il testo, semplificandolo, adeguandolo alle capacità di comprensione di un ragazzino, il tutto per ottenere il risultato prefissatosi: far maturare la coscienza dei bambini e dei ragazzi impedendo l'evolversi di tensioni negative di tipo egoistico e meschino. Il razzismo infatti per Ben Jelloun nasce da un'educazione sbagliata, da una società che crea paura e rifiuto per il diverso, è segno di complessi di superiorità o di inferiorità (in fondo due facce della stessa medaglia), non esiste nel bambino piccolo, cioè non è un istinto naturale. Prima di tutto non esiste "la razza" per quanto riguarda gli uomini, esiste "il genere umano" composto da gruppi diversi e differenti. Le vere differenze fra gli uomini sono quelle socioculturali e così si può dire che "siamo più diversi per via dell'educazione che abbiamo avuto che per i nostri geni". Ogni essere umano è poi assolutamente unico e irripetibile, questo però non vuol dire che è migliore o peggiore di un altro: la differenza non indica qualità. Questa unicità dell'uomo fa sì che non si riesca nemmeno a ipotizzare la clonazione umana: oltre che pericoloso, sarebbe in realtà impossibile riprodurre esperienze, emozioni, sensazioni, la cui somma costruisce l'identità dell'individuo.
Storicamente, in età moderna, il razzismo ha trovato la sua espressione più significativa nel colonialismo. Lo spirito di dominio, la volontà di sfruttare le risorse di un popolo è ciò che ha guidato i paesi colonizzatori, anche se si sono autoproclamati "civilizzatori". Hanno depredato alcuni paesi di beni e di uomini, questo è successo ad esempio in Algeria, e per questo in Francia oggi vivono tanti algerini.
L'arma migliore per combattere il razzismo è la conoscenza, perché è dall'ignoranza che germoglia questo cattivo seme; inoltre è importante capire che è un sentimento che fa parte della natura umana e ci si deve agguerrire per respingerlo. "Si è sempre lo straniero di qualcuno", dice l'autore. Chiunque può essere respinto da un altro perché diverso nel colore della pelle, nelle idee che professa, nel culto religioso che pratica. "Non bisogna mai abbassare la guardia": bisogna stare attenti alle parole che si usano, a certi modi di dire, a certe generalizzazioni, bisogna poi anche agire o non-reagire, a seconda dei casi, comunque essere sempre dotati di autocontrollo perché il razzismo è una malattia contagiosa e pericolosa, forse la più grave per un essere umano.


Il razzismo spiegato a mia figlia di Tahar Ben Jelloun
Traduzione di Egi Volterrani
Pag. 62, Lit. 9.000 - Edizioni Bompiani (pasSaggi)
ISBN 88-452-3624-2

Le prime righe

INTRODUZIONE

Ho avuto l'idea di scrivere questo testo il 22 febbraio 1997 quando sono andato con mia figlia alla manifestazione contro il progetto di legge Debré sull'ingresso e sul soggiorno degli stranieri in Francia. Mia figlia, che ha dieci anni, mi ha fatto molte domande. Voleva sapere perché si manifestava, cosa significavano certi slogan, se potesse servire a qualcosa sfilare per strada protestando, eccetera.
Fu così che si arrivò a parlare di razzismo. Ricordandomi le sue domande e le sue riflessioni, ho scritto queste pagine. Subito dopo le abbiamo rilette insieme. Ho dovuto riscriverle quasi daccapo. Ho dovuto cambiare le espressioni complicate e spiegare i concetti difficili. Una seconda lettura è stata fatta alla presenza di due sue amiche. Le loro reazioni sono state interessantissime. Ne ho tenuto conto nelle versioni che ho redatto dopo.
Questo testo è stato scritto almeno quindici volte. Per bisogno di chiarezza, di semplicità e di obiettività. Vorrei che fosse accessibile a tutti, anche se è soprattutto destinato ai ragazzi tra gli otto e i quattordici anni. Ma potranno leggerlo anche i loro genitori.
Sono partito dal principio che la lotta contro il razzismo comincia con l'educazione. Si possono educare i ragazzi, non gli adulti. È per questa considerazione che quanto ho scritto è stato pensato con una preoccupazione pedagogica.


© 1998, RCS Libri S.p.A.

L'autore
Tahar Ben Jelloun è nato a Fès (Marocco) nel 1944. Vive a Parigi ed è padre di quattro figli, dei quali Merièm è la più grande. Poeta, romanziere e giornalista, è noto in Italia per i suoi numerosi romanzi, pubblicati soprattutto da Bompiani e da Einaudi, e per suoi acuti e attenti articoli di osservazione internazionale che appaiono frequentemente su "la Repubblica".



Henry Roth
Legàmi

"Un attimo di riflessione bastava a rivelare che gran parte della vita era così: il furioso rifiuto di ciò che un tempo si amava teneramente, l'inaridimento dell'incantesimo e la sua sostituzione con la delusione, o peggio ancora con l'odio."

Un vecchio che racconta sé giovane, anzi che ricorda, fa riaffiorare alla memoria l'itinerario interiore (spirituale e psicologico) che l'ha portato ad essere quello che è. Il rapporto con Joyce e il suo Ulysses, le parole, il linguaggio, strumenti per ricordare, per far riaffiorare il passato, ma soprattutto l'amicizia con Larry, frustrazioni, sentimenti contrastanti, scelta di fedeltà e pulsioni di tradimento. La presenza di Edith, la giovane e sensibile professoressa amata da Larry (e da Ira, il protagonista) farà emergere le contraddizioni più profonde, le difficoltà nel saper comunicare i propri pensieri. Fin dalle prime pagine un tema centrale del libro appare essere quello della funzione della letteratura, la domanda se questa possa essere uno specchio dell'esperienza, un tramite tra il mondo interiore e la realtà.
La sessualità è in fondo una delle componenti più vitali dell'esistenza, è un mettersi alla prova, un verificarsi, ma può essere anche frustrazione, negazione. Per Ira rappresenta per una lunga fase della sua vita, una "momentanea resa emotiva", qualcosa di "facile", sia con la cuginetta Stella, sia (e la cosa può sembrare curiosa) in un certo senso anche con Minnie, la sorella, fino al matrimonio con M.
Straordinaria è la figura della moglie, presenza-assenza, che lo ha accompagnato lungo tanti anni di vita, ed è stata anche madre, discreta e salvifica, segno di stabilità raggiunta e di età adulta conquistata. M (la moglie) appare in quasi tutti i momenti in cui si vede il presente del protagonista, e fin dal prologo è chiaro che la sua morte è per lui un lutto mai completamente superato.
Il computer, cioè la scrittura, vigila e ha una funzione consolatoria, nuova magia, nuovo prodigio al servizio della vecchiaia. La letteratura, i grandi poeti, possono fornire una chiave di lettura della vita. Henry Roth, dopo un silenzio di circa sessant'anni dallo splendido "Chiamalo sonno", ripercorre il suo cammino di uomo e di scrittore e ci consegna una autobiografia che è anche un romanzo di formazione e il ritratto di una generazione di intellettuali.


Legàmi di Henry Roth
Titolo originale: Mercy of a Rude Stream: From Bondage

Traduzione di Marco Papi
Pag. 434, Lit.33.000 - Edizioni Garzanti (Narratori moderni)
ISBN 88-11-66309-1

Le prime righe

Prologo

Era vedovo, e il suo lutto per la perdita della moglie non aveva mai fine. Ancora cinque anni dopo, Ira Stigman era a volte colto da un dolore insopportabile, che lo squassava con strani, asciutti singulti. Aveva ottantanove anni, ormai, era sulla soglia dei novanta. Anche se una volta si interessava attivamente alle questioni nazionali e internazionali, a Israele e anche al suo campo professionale, quello letterario, ora tutto ciò lo riguardava solo marginalmente, remotamente, com'era prevedibile per un uomo che si avvicinava ai novant'anni. Che cosa gli era rimasto, nel migliore dei casi? Un anno o due di vita. Un anno o due di acciacchi, di dipendenza dagli altri per quasi tutto, perfino per la locomozione, un anno o due in cui avrebbe subito ancora la mortificazione dell'incontinenza, insomma un anno o due di vita che non voleva, di cui si sarebbe volentieri liberato. E l'avrebbe anche fatto, se ne avesse trovato il modo.
Soltanto una cosa lo interessava ancora, aveva per lui qualche significato, lo aiutava a passare faticosamente il tempo, ed era il suo computer, che gli consentiva non soltanto di ingannare l'attesa della fine, ma anche di guadagnare il necessario per mantenersi, per avere l'assistenza umana e materiale necessaria per alleviare quest'ultimo faticoso tratto del suo viaggio. La tecnologia moderna, quest'ambiguo genio che poteva rivelarsi alla fine un'immane sventura o un'immane fortuna per l'umanità, gli consentiva di trasformare quel periodo altrimenti inutile e doloroso, che è chiamato vecchiaia, in qualcosa di proficuo. Il computer rappresentava per lui il moderno equivalente della leggendaria pietra filosofale, il sogno degli alchimisti di trasformare i metalli vili in nobili. Nel suo caso, trasformava il dolore in piacere, o almeno in una sorta di analgesico sollievo dalle sue sofferenze. Si sentiva grato alla tecnologia moderna.
Con questi pensieri in mente, osservava apaticamente la piccola pozza d'urina sul pavimento, dove aveva mancato il pitale. Al pari di quella pozza, anche lui doveva essere bagnato, e come il solito confuso e irrazionale. Eppure, se si era avvicinato in qualche modo alla verità, allora aveva reso a sé un enorme beneficio, quasi un dono di felicità. Ora che si era riconciliato con se stesso, si sentiva liberato da questa necessità. Dopo aver sofferto tanto per nulla, in un così lungo arco di tempo, adesso, nell'anno 1995, era finalmente libero dal legame che si era imposto più di settant'anni prima, il legame che aveva iniziato a descrivere. E ora si sarebbe sforzato di scriverne ancora.


© 1998, Garzanti Editore s.p.a.

L'autore
Henry Roth (1906-1995) è l'autore di Chiamalo sonno, romanzo pubblicato originariamente nel 1934, riscoperto negli anni Sessanta e ormai considerato un classico della letteratura americana del Novecento. Dopo Chiamalo Sonno, Roth non aveva più voluto pubblicare una riga (con l'eccezione di alcuni articoli apparsi su varie riviste). Dopo sessant'anni di silenzio, ha dato alle stampe le prime parti dell'ambizioso ciclo romanzesco Alla mercé di una brutale corrente, con i titoli Una stella sulla collina del parco di Monte Morris (tr. it. Garzanti 1994), Una roccia per tuffarsi nell'Hudson (tr. it. Garzanti 1996) e questo From Bondage (Legàmi), pubblicato postumo nel 1996.



6 febbraio 1998