Roberto Alajmo
Le scarpe di Polifemo
e altre storie siciliane

Narrazioni siciliane, linguaggio schietto e semplice, figure tristi e comiche per una serie di racconti curiosi e melanconici.

Una raccolta di racconti i cui protagonisti sono uomini e donne di tutti i giorni, quelli che si incontrano al bar, in autobus o che abitano nella stessa casa in cui noi abitiamo. Brevi squarci di vita comune, finestre aperte e poi richiuse sulla strada, una panoramica di personaggi tratti dalla quotidianità.
Il volume è diviso in tre parti: Vere vite vissute, Villa Rosalma, Volo AZ 4128.
Nella prima parte sette narrazioni di piccole vicende di modesti protagonisti, come il ladro di portafogli, anziano e stanco, di L'ultimo colpo di Lorenzo Basta, o come i soci del Rotary club che, in Come fu e come non fu che il Rotary finì a Borgo Uliva, dispiegano contemporaneamente tutta la loro generosità e le piccole meschinità o, ancora, come il portiere di un palazzo, appassionato di videocassette pornografiche, alla cui morte la vedova si vede alle prese con una imbarazzante situazione: restituire al videonoleggiatore le cassette prese dal marito, ma che lei nel frattempo ha gettato nel cassonetto...
Nella seconda parte i protagonisti sono medici, infermieri e pazienti anziane (le ultime tre) di una clinica non proprio perfettamente in regola: Villa Rosalma.
Nella terza, infine, solo due sono i racconti: Il passeggero Pavone Carlo e Il passeggero Cravotta Giuseppe. Si tratta delle storie di due scampati da un disastro aereo, descritte attraverso le sensazioni provate al momento dell'impatto e dopo, con la felice scoperta di trovarsi tra i pochi superstiti in mare, salvati da una nave di passaggio o, addirittura, come nel caso di Giuseppe Cravotta, per miracolo, non essere nemmeno sull'aereo prenotato... o no?


Le scarpe di Polifemo e altre storie siciliane di Roberto Alajmo
pag. 185, Lit. 26.000 – Edizioni Feltrinelli (I Canguri / Feltrinelli)
ISBN 88-07-70092-1

Le prime righe

VERE VITE VISSUTE

L'ULTIMO COLPO DI LORENZO BASTA

Mattinata comoda, per Lorenzo Basta, vita complessivamente tranquilla. Si alza sempre verso le nove, nove e mezza. Nell'ultimo periodo veramente no, però sa che, insonnia a parte, potrebbe permetterselo. Sveglio e lavato, primo particolare da non trascurare: il vestito. Per lavorare Lorenzo Basta indossa sempre lo stesso vestito, di buon taglio, non appariscente ma distinto. Una specie di tuta da lavoro che bisogna cambiare ogni due anni, perché alla lunga si consuma. Il vestito è una scelta obbligata che gli consente di non perdere tempo prima di uscire da casa. Da tre mesi ha uno spezzato – pantaloni blu di velluto e giacca quadrettata – che lo fa sentire disinvolto. Sopra, solitamente ci va l'impermeabile grigio. Quello sì, che bisognerebbe cambiarlo, vecchio com'è ridotto. Uno sguardo dalla finestra: si può farne a meno. Meglio così.
Lorenzo Basta non fa mai colazione a casa. Va sempre al bar e prende solamente un caffè. È una tappa che prevede sosta fino a quindici minuti, parlando di televisione e altro con gli amici. All'ora in cui ci va lui, di solito gli altri sono là da un pezzo e hanno esaurito gli argomenti di conversazione. In suo onore fanno una serie di versi (Bì, Mì, Talè, Ah, Eh, Uè, Uèlla), che sembrano accennare a una sorpresa, come se proprio in quel momento avessero finito di parlare di lui. Lorenzo Basta risponde sullo stesso tono (Eh, Ah, Uè, Bì). Solo che poi la conversazione si arena: la sorpresa risulta non esserci, dato che Lorenzo Basta va nello stesso bar ogni giorno da molti anni e lo stesso fanno i suoi amici, sempre.
È un bar di vecchi. Se per sbaglio entra qualche giovane viene subito squadrato, il silenzio diventa di un genere più silenzioso; il giovane si guarda attorno ed è subito a disagio.


© 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore

L'autore
Roberto Alajmo è nato nel 1959 a Palermo, dove vive a lavora come giornalista per la Rai. Oltre ad alcune commedie teatrali, ha pubblicato: Un lenzuolo contro la mafia, Repertorio dei pazzi della città di Palermo, Almanacco siciliano delle morti presunte.



Predrag Matvejevic
Tra asilo ed esilio

"Una vera letteratura può esistere solo là dove a crearla ci sono pazzi, eremiti, eretici, sognatori, ribelli e scettici, e non funzionari pagati e benpensanti"
Evgenij Zamijatin


Procedendo nella lettura di questo romanzo epistolare, costituito da lettere autenticamente inviate agli interlocutori citati, e seguendo l'ordine dei capitoli, così come la prefazione di Riccardo Picchio suggerisce, il primo impatto si ha con le persecuzioni subite in Unione Sovietica dagli scrittori dissidenti. Intellettuali che, come Stainer, sono scesi "nell'ultimo cerchio dell'inferno" da cui solo alcuni sono riusciti a riemergere, e che hanno pagato duramente per il loro coraggio e per la loro onestà intellettuale.
La lettera inviata all'ambasciata sovietica a Belgrado nel 1971 contiene un lungo elenco di intellettuali che avevano subito processi e condanne per reati d'opinione. "Non cito tutti i nomi che conoscete, ma non li dimentico", conclude Matvejevic rivolgendosi all'ambasciatore sovietico.
Il capitolo posto sotto il titolo "Arcipelago Gulag" è particolarmente interessante, non solo perché mostra l'impegno dell'autore per poter pubblicare e diffondere nell'Europa dell'Est il libro di Solzenicyn, impegno reso vano dall'assoluta opposizione dei censori, ma anche perché ci fa meglio capire la sua posizione ideologica: l'aspirazione è di costruire un socialismo dal volto umano, quindi capace di condannare ogni forma di intolleranza e di persecuzione politica. "Non si può rinnovare la Russia con quello di cui la vecchia Russia è morta", dirà in una lettera indirizzata a Varlam Salamov: perciò non è corretto rifiutare, come fa Solzenicyn, ogni forma di rivoluzione e appellarsi agli antichi valori della Russia prerivoluzionaria.
Quasi posta centralmente nel volume è la "Confessione", pubblicata su La Borba, quotidiano ufficiale d'allora, il 10 aprile 1984: una specie di autodifesa dagli attacchi che stava ricevendo in quel periodo, in cui riconosce però che pubblicare la sua requisitoria è una possibilità che i suoi colleghi sovietici non avrebbero mai avuto e che sicuramente gli invidiano moltissimo.
Di estremo interesse, per capire le grandi trasformazioni degli ultimi anni, è la lettera datata 12 maggio 1989, scritta a Maastricht, in occasione del Congresso del Pen Club internazionale: "... Siamo testimoni di un importante avvenimento nella storia di questa organizzazione, nella storia dei rapporti tra gli scrittori e le organizzazioni degli scrittori, forse anche nella storia della letteratura... Importante altresì perché questa è l'opera dei nostri comuni sforzi e perché può realizzarsi senza le conseguenze che in passato avrebbero di sicuro colpito voi che siete venuti qui e che avete parlato così apertamente."
Le lettere che concludono il volume mostrano però una profonda amarezza ("Non è solamente il sistema che è crollato nei paesi dell'Altra Europa, la società stessa è esplosa") per l'incapacità di gestire questa libertà sconosciuta dimostrata dai popoli e dagli intellettuali dell'Est. "Tratti spezzati e tinte scure" accompagnano il pensiero del futuro; sembra insorgere un sentimento di disperazione davanti a tanta distruzione, soprattutto davanti a quello che è successo in Jugoslavia, ormai "ex": una guerra "nazionale, civile, religiosa e di memoria". Le lettere scritte allora non avevano avuto senso? Oggi quando sembra affermarsi "uno slavismo arcaico e perverso, pronto ad opprimere i più deboli o gli inermi, un'ideologia demente e retrograda, che è stata e resta, tranne forse quando è suicida, sorella del fascismo e figlia dell'isterismo che colpisce i nostri paesi", eppure Matvejevic conclude dicendo che non si sente davvero sconfitto, perché continuerà a gridare nel deserto e continuerà ad affermare la sua difficile verità.


Tra asilo ed esilio di Predrag Matvejevic
Titolo originale: Izmedju azila i egzila
Traduzione dal croato di Lionello Costantini; le lettere scritte in russo sono tradotte dall'autore con la collaborazione di Egi Volterrani
Pag. 249, Lit. 33.000 - Edizioni Meltemi (Contaminazioni 8)
ISBN 88-86479-41-7

Le prime righe

Ai miei antenati

Ho inviato le mie prime lettere dalla Russia a un uomo che è nato a Odessa all'inizio del secolo. Ucraino di origine, russo di lingua, non era né "bianco" né "rosso". Temeva i tormenti della Russia, conosceva la natura del suo paese. Perciò decise di emigrare. Si imbarcò in Crimea nel 1921 con la "guardia bianca" e giunse a Istanbul. In Turchia lasciò l'esercito zarista e trovò asilo nel regno di Jugoslavia. Qui si innamorò e rimase sino alla fine della vita. Accettò il suo esilio come un destino; non condivise le illusioni degli emigrati.
Vsevolod Nikolaevic Matvejevic è mio padre.
Ha letto queste lettere nel 1972 in un ospedale di Zagabria, operato di cancro alle corde vocali, con una cannula che gli lacerava la gola. Non parlava più, sentiva poco. Poteva però leggere. Per questo gli ho scritto. Tornavo da un viaggio in Russia, gli ho riferito quello che avevo visto e saputo: della famiglia di cui avevamo ritrovato le tracce, dei suoi parenti scomparsi nel gulag, del paese nel quale era nato e al quale non aveva mai smesso di pensare.
Parte di queste lettere è stata letta anche da Danilo Kis, mentre scriveva Una tomba per Boris Davidovic. Si interessava dei lager in Unione Sovietica. Aveva perduto il padre ad Auschwitz. Alcune lettere le ho lette (o riferite) a Miroslav Krleza: mi interrompeva spesso, soffriva a sentire queste cose. Per molto tempo non ho potuto pubblicarle: era pericoloso per coloro che vi vengono menzionati. Quattro viaggi nell'Unione Sovietica hanno significato molto per me.
I miei desideri e le mie attese si sono confrontati con la realtà, le congetture e i sospetti con la verità.


© 1998, Meltemi editore srl

L'autore
Predrag Matvejevic è nato a Mostar nel 1932 da madre croata e padre russo. Ha insegnato all'Università di Zagabria e alla Sorbona di Parigi. Attualmente è professore ordinario di Slavistica all'Università la Sapienza di Roma, nominato "per chiara fama". Molti suoi libri sono stati tradotti in varie lingue, di cui in italiano: Mediterraneo. Un nuovo breviario (1991), Epistolario dell'altra Europa (1992), Sarajevo (1995), Mondo Ex "Confessioni" (1996).



Aldo Nove
Puerto Plata Market


Aldo Nove si cimenta nel primo romanzo: ossessivo, maniacale, intenso. Saltando tra i ricordi e le vicende attuali, intersecando sensazioni e memorie comuni a una generazione (quella dei trentenni) con vicende e sogni del tutto personali, narra una storia comune e eccezionale al contempo.
Il testo è un "minestrone" formato da tantissimi ingredienti, spesso non amalgamati, volutamente incompatibili. Salti improvvisi nella narrazione riportano a descrizioni iniziate in precedenza e poi, saltando ancora, a momenti di tutt'altro spessore o di altra intensità. Con una predominanza del tema della sessualità, nei suoi aspetti più crudi, più feroci, nettamente pornografici, tratteggia un personaggio senza ideali, senza etica, senza prospettive, ossessionato e ossessionante. Un personaggio, Michele, che fugge dall'Italia, che scappa da questa realtà occidentale e mercificata (e da Marina, che lo ha tradito), per sbarcare in una Santo Domingo altrettanto consumistica e innaturale. Ma in fondo Michele conosce solo questo tipo di realtà e non sarebbe in grado di affrontarne un'altra. Punto di riferimento tranquillizzante, utero protettivo della sua nuova dimensione caraibica è infatti il Supermarket Silverio Messon, dove, a parte le merendine del Mulino Bianco, puoi trovare di tutto, in un fantasmagorico spettacolo di consumismo. E, quando, trovata una nuova ragazza, tornerà in Italia, Michele cercherà un altro rassicurante ventre materno-commerciale: l'Ikea, dove in futuro porterà i propri figli a giocare nel recinto delle palline.
Un romanzo che, sin dalla sua uscita, ha diviso la critica in due fazioni piuttosto distinte, proprio sul piano poetico. Se da un lato infatti Paolo Mauri su La Repubblica (17 gennaio 1998) sottolinea come "La lingua, ordinata per frasi elementari, disaggregata o deragliata nell'umile sintassi, restituisce in pieno la coloritura lessicale lombarda nella linea d'una tradizione letteraria di lunga lena che rimonta a Folengo ma tocca anche stazioni a noi molto più vicine, nel genere dei parlanti di Jannacci, di certo Fo o del primo Renato Pozzetto", Filippo La Porta su Musica ribatte: "abbiamo l'impressione che la stessa ossessività da un certo punto non funziona più proprio sul piano poetico: diventa una nuova convenzione, tende a banalizzarsi [...] forse all'ossessività occorrerebbe dare altri sfoghi immaginativi, mescolarla ad altri umori e suggestioni". La sperimentazione di nuove strade e nuovi linguaggi comporta rischi e può aprire maggiormente le porte alla critica e al dibattito. Ma questo non è certo un fatto negativo.


Puerto Plata Market di Aldo Nove
208 pag., Lit. 14.000 – Edizioni Einaudi (Einaudi Tascabili. Stile Libero n. 486)
ISBN 88-06-14211-9


Le prime righe

Gratta e vinci

L'amore, ha lo stesso meccanismo del gratta e vinci.
Appena inizia l'amore inizi a prendere i gratta e vinci.
A quindici anni tuo padre inizia a darti dei soldi, e li spendi in cazzate.
Io facevo così.

Mi chiamo Michele, ho trent'anni, ho avuto una delusione sentimentale da una ragazza che si chiama Marina e dopo che ho fatto il liceo classico sono rimasto disoccupato sei anni.
Adesso, faccio materie plastiche vicino a Gornate.

Il mio pensiero principale, è l'amore.
A quindici anni lo cerchi, inizi così e tutta la vita cerchi il jolly l'amore. Invece per tutta la vita spendi tempo con i gratta e vinci.
Dici l'amore eterno e altre cose.
Poi dopo ci rimani solo male.

La prima volta che ho fatto l'amore, avevo diciassette anni ma non mi ricordo bene perché era buio eravamo nella camera da letto dei miei genitori quando lei si è infilata sopra e io non me ne sono accorto proprio.

Poi a un certo punto lei mugulava, si spostava di qua di là sopra di me io ho acceso la luce. Lei mi ha detto, cosa fai?

© 1997, Giulio Einaudi editore

L'autore
Aldo Nove ha pubblicato presso Castelvecchi Woobinda (1996) e un racconto nell'antologia Gioventù cannibale (Einaudi 1996). Questo è il suo primo romanzo. Attualmente tiene alcune lezioni del corso "Prima e dopo le parole" organizzato dalla Casa della Cultura di Milano.



Alberto Orioli
Flessibilità
Il lavoro senza confini tra deregulation e 35 ore
Con interviste a
Innocenzo Cipolletta e Fausto Bertinotti


"In principio il lavoro non esisteva affatto. Poi è stato condanna, fatica, sudore della fronte, suggellati dal tradimento biblico di Adamo ed Eva. La tecnologia ha cambiato le cose: ora si strizzano i cervelli, ma le fronti sono meno madide. E, segno dei tempi, anche l'altro monito biblico - partorirai con dolore - trascolora con l'anestesia peridurale. Nel tempo è stato via via rappresentato come operosità borghese, riscatto della classe operaia, mezzo titanico per il raggiungimento del progresso. Oggi è qualcosa di più indefinito: è come se la parola 'lavoro' avesse perso il suo retroterra; nello schedario mentale sta lì come un'etichetta su un faldone ormai vuoto.
[...] Una fine secolo senza grandi messaggi salvifici per il lavoro. Solo una certezza: questi grandi mutamenti, a volerli gestire con i vecchi sistemi, creano drammi. È dunque forse l'ultima delle vere ideologie, quella del lavoro. E, del resto, visto che l'uomo occidentale ha deciso di affidare a esso la sua cittadinanza sociale, la sua identità-riconoscibilità nel mondo, la ricerca continua di formule con cui salvaguardare questo preziosissimo bene impegna con angoscia le intelligenze di ogni Paese. [...] Resta vero che, in un mercato globale, Paesi da quasi venticinquemila dollari di reddito per abitante - come può essere l'Italia - non possono produrre ciò che producono Paesi da duemila dollari di reddito pro capite. La globalizzazione è anche questo: nuova suddivisione internazionale del lavoro. È in atto uno scontro fra Oriente e Occidente: nel primo i computer, i sistemi organizzativi e le produzioni a bassissimo costo del lavoro, nel secondo l'ingegno, il sapere, l'innovazione e la ricerca. Scontro di culture, scontro di mercati: l'Occidente tirerà il fiato quando l'avversario avrà raggiunto tassi di benessere come quelli del Vecchio Continente. E soprattutto quando il 'tarlo' borghese avrà creato bisogni e tendenze oggi impensabili: insomma quando il consumo e la qualità della vita saranno valori anche dove oggi si lavora 14 ore al giorno per un piatto di riso."


Flessibilità. Il lavoro senza confini tra deregulation e 35 ore. Con interviste a Innocenzo Cipolletta e Fausto Bertinotti di Alberto Orioli
Pag. 148, Lit. 14.000 - Edizioni Il Sole 24 Ore Libri (pro & contro)
ISBN 88-7187-843-4

Le prime righe

In troppi non sanno guardare al futuro

Intervista a Innocenzo Cipolletta
Perché, professor Cipolletta, la parola flessibilità è diventata uno dei grandi slogan della Confindustria?

La flessibilità è sempre stata un'esigenza della società e del sistema delle imprese, ma è diventata particolarmente importante a partire dalla crisi del petrolio a causa dell'innovazione tecnologica che ne è scaturita. Ma se guardiamo al periodo durante il quale è stato costruito il modello produttivo italiano (dal dopoguerra alla crisi del petrolio), è stata la flessibilità che ci ha permesso di diventare il sesto Paese industriale del mondo. Le migrazioni, le fortissime modificazioni che hanno trasformato la popolazione da agricola a industriale ne sono la prova. L'organizzazione delle imprese allora era standardizzata: la manodopera non richiedeva qualificazione, i processi produttivi erano verticalizzati. Il processo di formazione e di apprendimento delle mansioni era tutto interno. Mi si scusi l'espressione, ma il lavoro era come una materia prima grezza che poi si raffinava all'interno dell'azienda.
[...]


Così torna il conflitto di classe
Intervista a Fausto Bertinotti

Onorevole Bertinotti, partiamo dal dilemma che ha posto il presidente del Wto, Renato Ruggero. È più socialmente corretto creare in quattro anni 12-13 milioni di posti di lavoro, di cui circa il 60% con un livello salariale superiore alla media (come è accaduto negli Stati Uniti), oppure è più sociale fare come in Europa, dove i disoccupati sono passati da 12 a 19 milioni?

Le potrei rispondere come ha risposto recentemente Michel Rocard: se proprio mi costringete a scegliere è meglio la disoccupazione della povertà, perché, in fondo, la disoccupazione si può sempre combattere, mentre se la povertà diventa - come è nel caso americano - intrinseca allo sviluppo, non si ha neppure la speranza di poterla combattere.
Devo dire che, comunque, sul cosiddetto modello americano esistono pareri assai divergenti in punto di analisi. Basti citare da Rifkin a Thurow all'ex ministro del Lavoro di Clinton, Robert Reich. Tutti sostengono che i dati della disoccupazione sono fisicamente inattendibili e cioè che siamo in presenza di rilevazioni statistiche che operano un mascheramento della disoccupazione tanto che, se si cambiasse sistema di analisi e si adottasse il nostro, i dati sarebbero simili a quelli dell'Europa. Questa tesi, si sa, ha fondamenti molto consistenti e basterebbe pensare a come viene considerata la popolazione carceraria, ben superiore a quella europea, ma esclusa dai dati statistici.
[...]


© 1997, Il Sole 24 Ore Media e Impresa S.p.A.

L'autore
Alberto Orioli, giornalista dal 1984, è responsabile del servizio "Problemi del lavoro" del Sole 24 Ore. Ha pubblicato L'accordo di San Tommaso (con Roberto Mania) e Fondata sul lavoro?, libro intervista a Gino Giugni.



Fulvio Scaparro
Storie del mese azzurro
Variazioni sulla dignità dei vecchi

"Vogliamo trasmettervi la nostra voglia di essere vivi fino all'ultimo giorno della nostra esistenza, con le nostre gioie e le nostre tristezze, senza giovanilismi penosi, senza contrastare gli effetti del passare del tempo ma anche, e soprattutto, senza piangerci addosso e trascurare il nostro corpo e la nostra mente."

Una cooperativa di anziani, o meglio di vecchi, come senza ipocrisia preferiscono definirsi, nasce nel 1995 per affrontare, risolvere e comunicare i problemi legati alla vecchiaia. Una trasmissione radiofonica viene gestita dai membri della cooperativa e ottiene un inaspettato successo. Queste notizie vengono comunicate al lettore fin dalle prime pagine del libro, quasi a servire da contenitore per il particolare approccio alla vecchiaia del testo di Scaparro. Non è corretto identificare l'atteggiamento astioso e triste con la terza età, è piuttosto questa società, giovanilista e consumista anche in fatto di sentimenti ed emozioni, che rifiuta tutto ciò che non corrisponde ai suoi canoni. La solitudine è sicuramente il problema più doloroso per un vecchio: basta una presenza affettuosa per cambiare una giornata e, anche se è stato indispensabile il ricovero in istituto, far visita al vecchio padre o al nonno deve diventare un'abitudine frequente. Interessante è il rapporto nonni-nipoti, che dipende in modo totale dall'atteggiamento più o meno rispettoso dei figli nei confronti dei genitori anziani. I nonni però devono evitare i più comuni difetti, quali l'autoritarismo, la pedanteria o la saggezza da "grillo parlante", che li rendono insopportabili, e non solo ai nipoti...
L'ambiente ha una grande importanza, e si deve parlare non solo di ambiente domestico, ma anche esterno, di luoghi e situazioni in cui il cittadino, giovane, adulto o anziano che sia, si ritrova quotidianamente. "L'accoglimento" è essenziale per tutti, tutti hanno bisogno di un "sì" del mondo che li sostenga per poter diventare "cercatori e produttori di senso". Infatti è proprio il senso ciò che deve rimanere nella vita fino all'ultimo istante, sia esso religioso o laico, sia rivolto ad una singola persona o al mondo, e l'anziano ha in sé tanto "senso", tante "potenzialità", una ricchezza che di giorno in giorno si accumula e che spesso non viene però raccolta. Oggi, in un'Italia che sta invecchiando, sarà sicuramente necessario iniziare a sfruttare un po' di più tali tesori, ma soprattutto sarà prezioso imparare a mettersi in dialogo, a confrontarsi con chi ha attraversato situazioni sconosciute a molti, e le storie proposte dal libro dimostrano che può essere anche un'esperienza divertente, non solo un segno di civiltà.


Storie del mese azzurro. Variazioni sulla dignità dei vecchi di Fulvio Scaparro
Pag. 188, Lit. 25.000 - Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-84538-8

Le prime righe

CHE CI FACCIO A RADIO TÉNÉRÉ?

"CHIAMATEMI VECCHIO."
Riascoltando la registrazione della prima puntata di 'Old', mi accorgo che la voce mi tremava. Proprio una bella voce vacillante come ci si deve attendere da chi è in là con gli anni.
Avrei dovuto spiegare che ad arrochire e rendere incerte le mie parole non era l'età ma l'emozione, un misto di entusiasmo e di paura per l'impegno di cui mi ero caricato. Anche un vecchio può essere emozionato come un debuttante se parla ai microfoni di una radio dove un trentacinquenne è già considerato con un piede nella fossa, ma ho preferito non giustificarmi per non tradire le attese: un vecchio che si rivolge ai ragazzi per spiegare loro l'inspiegabile non può che avere la voce tremula. Un buon pretesto per sintonizzarsi altrove.
E invece le cose sono andate in tutt'altro modo. Qualcuno avrà pure cambiato emittente o spento la radio, ma quelli che sono rimasti in ascolto, diffidenti ma incuriositi, hanno passato parola e 'Old' ha avuto il successo che sapete fino all'ultima puntata del 27 settembre 1999 quando anche la voce dei ragazzi di Radio Ténéré non era poi così ferma.
Ricordate? Sulle note di un tango ormai divenuto il Leitmotiv del programma radiofonico più ascoltato dell'anno, uno speaker leggeva i versi scritti dal poeta Juan Gelman:

Hay que aprender a resistir.
Ni a irse ni a quedarse,
a resistir,
aunque es seguro
que abrá más penas y olvido.

La musica riprendeva vigore per poi sfumare, cedendo il passo a Raul, il più popolare dei conduttori di Radio Ténéré Italia:

"Radio Ténéré, la radio del nulla, il deserto dei deserti, la voce delle teste vuote, ascoltata da centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze in tutta Europa, vi invita ad ascoltare

Old,
vecchiaie narrate ai giovani"


© 1998, RCS Libri S.p.A.

L'autore
Fulvio Scaparro, psicoterapeuta, ha insegnato psicologia all'Università degli Studi di Milano fino al 1997. Ha fondato l'Associazione GeA (Genitori Ancora) per diffondere in Italia la pratica della mediazione familiare. Fra i suoi libri ricordiamo: Pasarán? Cronache di arroganza spicciola, Belletà. Adolescenza temuta, adolescenza sognata e Talis pater. Padri, figli e altro ancora.



30 gennaio 1998