Stefano Benni
Blues in sedici
Ballata della città dolente

"Poiché io sono stato / più di quanto sono, e sarò"

Il lettore abituale delle opere di Benni conosce già la malinconica visione del mondo che spesso si cela dietro le divertenti descrizioni che lo scrittore fa di una società non proprio perfetta. Il suo umorismo, infatti, è sovente legato alla critica dei costumi, alla visione disincantata del consumismo e della corsa al successo: la vita dell'uomo contemporaneo. Dunque non è esattamente inaspettato un libro come questo, drammaticamente legato a un fatto di cronaca, la vicenda di un padre che muore facendo da scudo al proprio figlio durante una sparatoria. Nato per essere letto e recitato, anche in contesti non "ufficiali", questo testo teatrale si presenta nella forma di un poema in versi, in cui otto personaggi (l'Indovino cieco, il Padre, la Madre, il Figlio, Lisa, la Città, il Killer, il Teschio) esprimono la propria voce in due movimenti.
Si potrebbe forse definire un poema epico metropolitano, che rimanda a testi classici in modo più o meno velato (ad esempio nella voce del padre con la ripetizione, palese citazione, del verbo Cantami all'inizio delle strofe). Ma si tratta anche di un viaggio nelle città e nella civiltà occidentali, una ballata meno avventurosa e romantica di quella celeberrima di Coleridge, ma capace di restituire altrettanta pienezza alla vita dell'uomo. E, ancora, un poema tragico, ma di ricerca: "quella di ritrovare un senso al vuoto, al caos, alla violenza, al disincanto". Tra gli autori tragici della classicità greca e quelli afroamericani della musica blues, unico strumento di libertà per un'umanità sottomessa al potere, Benni inserisce la sua voce moderna, il suo stile essenziale, la forza di parole e versi come "Cosa ci fa un vecchio / in un mondo di cristalli / tra fiamme e stelle a gettone / esisterà un giorno un eroe / che ride sdentato?".
Da segnalare che il testo ha una versione francese e una brasiliana, e che il ricavato delle vendite andrà alla "Casa de la Crianca", un'associazione che si occupa dei meniños de rua.


Blues in sedici. Ballata della città dolente di Stefano Benni
58 pag., Lit. 9.000 – Edizioni Feltrinelli, (Universale Economica Feltrinelli n.1463)
ISBN 88-07-81463-3

I primi versi

PRIMO MOVIMENTO

L'INDOVINO CIECO

Per quali prodigi e qual disegno
un albero cresca ramo dopo ramo
prendendosi il cielo, non so
né so perché i miei occhi di bambino
guardino ora dal volto di un vecchio.
Forse so la data della fine del mondo
e il primo palpito dell'inizio.
Ma non so cosa unisce il Padre al Figlio
e il Figlio alla ragazza dei profumi
e quella all'Assassino, al Teschio
e a Raiden il luminoso
e cosa li tiene sospesi sul filo
tra il primo e l'ultimo giorno
della loro vita preziosa.

Quando morirò, io posso saperlo:
morirò un giorno come tutti gli altri
ma perché tanta pietà io sento
per la morte di ognuno non so.
Non so perché un bambino a me uguale
dà nome agli alberi del giardino
e ad amici immaginari parla
mentre gli eserciti muovono
e lenzuola avvolgono i morti.
Non lo so, e sanguino.


© 1997, Giangiacomo Feltrinelli Editore

L'autore
Stefano Benni è nato a Bologna nel 1947, dove tuttora vive. La sua opera si inserisce nella grande tradizione della letteratura umoristica. Attualmente collabora con alcune testate, tra cui il Manifesto. Tra i suoi lavori: Prima o poi l'amore arriva, Terra!, Il bar sotto il mare, Ballate, Bar Sport, Bar Sport Duemila.



Aldo Busi
Aloha!!!!!
(gli uomini, le donne e le Hawaii)

"Mentre io appartenevo al mio popolo che mi odiava, solo i suoi schiavisti mi davano credito, solo i suoi padroni mi dimostravano qualche comprensione, solo i suoi sicari avevano qualche pietà per me"

Aloha, le Hawaii, i miti di questa società di plastica, di inganni e di ipocrisie, un sogno a cui nessuno crede più, ma che continua a venire riproposto da patinate pubblicità, una finzione letteraria che Busi ci indica, con consueta ironia, ma con una nuova amarezza, come possibile fuga o devianza o spiraglio o imbroglio...
Vengono narrate alcune storie di coppie: naufragi, derive, solitudini, violenze quotidiane. E allo Scrittore resta la capacità di leggere la realtà in modo spietato, senza ormai nessuna voglia di un "superiore distacco", ma con la crudezza di chi si conosce, riconosce tutta la bruttezza di questo mondo, (che dolore per un vero esteta!), e ipotizza un Gentiluomo, che non c'è, unico esotismo possibile nel provincialismo attuale.
Un'amarezza dolorosa connota tutte le pagine del libro: Busi rilegge la sua infanzia come un "laboratorio di identità psichiche mai viste prima tutte in una volta e in una persona sola". E poi l'esercizio per raggiungere quella "perversione sociale" che gli permettesse di non amare chi non lo amava, di non rincorrere chi lo sfuggiva, di non chiamare chi non rispondeva. Dopo aver attraversato e osservato i sentimenti-nonsentimenti degli uomini, Busi si ritrae: "per questo, ho detto addio agli uomini e ho spezzato il bell'incantesimo sessuale", "ho saputo andare oltre me stesso, ma come ci sono andato sono anche stato capace di ritornarmene indietro senza mai dire di questa parabola che diventa insensata se accampa valore speciale e si considera degna di speciali considerazioni".
Troppo razionale, troppo lucido Busi nel guardare questo Occidente malato, privo di anima, stritolatore di ogni sentimento o emozione, troppo crude le sue parole, troppo ossessivo il tormento del sesso, troppo spietato il suo sguardo, per non sentirci trapassati da questo libro, per non sentirlo come atto di accusa e nello stesso di complicità. Allora si può solo gridare Aloha!!!
Credo però che si intravedano anche temi diversi e nuovi, ad esempio quando Busi afferma che l'unico elemento che possa "cementare le anime" è "la comune ideologia di base sulle cose del vivere comune".
In questo ultimo periodo Busi sta sempre più mostrando, anche con articoli apparsi su quotidiani ideologicamente schierati, un aspetto meno noto della sua personalità (forse meno noto solo a chi non l'ha mai voluto guardare), una presenza "civile", una testimonianza intelligente di come questa società sappia distruggere ogni cosa che riesce a contaminare.


Aloha!!!!! (gli uomini, le donne e le Hawaii) di Aldo Busi
Pag. 231, Pag. 26.000 - Edizioni Bompiani
ISBN 88-452-3592-0

Le prime righe


ALOHA?????
Ma sì, ALOHA!!!!! Che nel benvenuto hawaiano significa amore, felicità, prosperità, "Finalmente sei qui!" e dù-dù dudù (eccetera eccetera).
Aloha e, per finirla una volta per sempre con la mia più ossessionante ossessione, la mia ultima confessione sull'amore degli altri quando si distolgono, per qualche misteriosa ragione mai a fondo sondata neppure da loro stessi, dall'amore fra di loro e amano me, i maledetti.
Poi non confesserò mai più niente. Spero di farlo non perché non avrò più niente da confessare per tirare a campare scrivendo libri, ma perché terrò fede alla mia decisione di ritirarmi nel guscio del mondo senza più rilasciare il mio segreto che lo riguarda, e la cui conoscenza dà forza a esso debilitando me.
Sento che mi sarà dato di forgiare dal mio stesso sangue un ultimo segreto e che però stavolta lo terrò per me fino alla fine, e finalmente non fino alla fine di un libro.
Sto intanto procurando il guardaroba adatto a Lidia la curiosona, industrialessa del ferro mia amica di viaggi e confidente che Gigì, il marito, volentieri lascia venire con me, forse per liberare un po' la casa dalle eccessive cappelliere (tre giorni ad Atene, tre valige piene di bestie maculate); Attila e la sua vicina, una parente senza nome, li lascerò così, in braghe e polo kaki lui e gonna e camicettina di tela smorta lei, come li ho incontrati su un katamarano di fortuna da Makawao a Kula, di fortuna perché alle Hawaii il trasporto via acqua è quasi inesistente; Désirée dal vitino di vespa, immagino, avrà quasi certamente un ampio vestito di shantung verde smeraldo per andare a un ballo - valzer, crede lei perché è a Vienna con Attila, ma ignora che ormai si balla la macarena anche lì - ma non glielo farò mai tirare fuori dalla valigia, perché dal vivo non la si vedrà mai; Sophie... già, Sophie, la lusingatrice-molestatrice telefonica: sarà in guêpière rosa carne, ma non la si vedrà mai dal vivo, sarà conciata come il consumatore di pornografia medio si immagina stia vestita un'addetta alle linee erotiche o come si vestirebbe lui stesso se decidesse di dare corpo alla fantasia della donna con cornetta in mano che nasconde in sé.


© 1997, R.C.S. Libri S.p.A.

L'autore
Aldo Busi è nato nel 1948 a Montichiari (Brescia). È autore dei romanzi: Seminario sulla gioventù, Vita standard di un venditore provvisorio di collant, La Delfina Bizantina, Vendita galline km. 2, Suicidi dovuti, e di numerose altre opere: Sodomie in Corpo 11, Altri abusi, Pâté d'homme (testo teatrale), Pazza (volume con musicassetta), L'amore è una budella, Le persone normali (la Dieta di Uscio), Manuale del perfetto Gentiluomo, Manuale della perfetta Gentildonna, Cazzi e canguri (pochissimi i canguri), Madre Asdrubala (all'asilo si sta bene e si imparan tante cose), Grazie del Pensiero, La vergine Alatiel (che con otto uomini forse diecimila volte giaciuta era), Suicidi dovuti, Nudo di madre (Manuale del perfetto Scrittore), L'amore trasparente (canzoniere)



Gian Paolo Caprettini
Ordine e disordine

"Tutti i media sono frammenti di noi stessi estesi alla sfera della vita pubblica"

Marshall McLuhan


"La semiotica è contrassegnata da una vocazione schizofrenica. Calamitata freneticamente dall'immediato e dal contingente, tenta di soddisfare con ogni mezzo la sua missione ipertensiva. Nel mondo universitario, sballottata tra letterati, filosofi, sociologi, che le contestano nel merito qualsiasi autonomia, sta riprendendo il suo dialogo con le pratiche di senso, con i testi - e con i problemi e le teorie continuamente da essi posti - che sono la sua specificità più autentica, più produttiva." Queste parole di Caprettini ci prospettano da una parte l'assoluta attualità e vivacità della disciplina, dall'altra la necessità di una sua ricomposizione che ne definisca la specificità. Ma gli argomenti proposti dal volume non riguardano o interessano solo gli addetti ai lavori.
Vengono prospettati temi appassionanti per tutti: l'interazione uomo-macchina, la possibilità del permanere della dimensione arcaica, pre-letteraria senza che venga umiliata l'arte "alta", una sopravvivenza della nostra memoria "occidentale" non abbandonata a una "creolizzazione incontrollata", la funzione del ricordo a cui viene affidata una funzione "segnica", e che permetterà il ricostituirsi di una "cultura" che vada ben oltre quella omologata e appiattita di origine televisiva.
Ordine e disordine sono categorie necessariamente complementari, così come conservazione e rinnovamento.
Anche il libro e la lettura mostrano una assoluta ambivalenza, "prigione e libertà, disciplina e avventura"; esiste da tempo poi una forma di multimedialità primitiva (il passaggio dal libro, alla televisione, al telefono, alla conversazione, alle fantasie, ai sogni, ai giochi col videoregistratore). O ancor meglio, ognuno si costruisce un personale "ipertesto", posseduto solo da lui, quando interrompe la lettura di un libro e lo cambia per approfondire un argomento oppure quando in un testo riconosce "altri libri" a lui già noti: questa azione, sempre esistita, si chiama semplicemente cultura. Così come esiste un vero e proprio rito di iniziazione alla lettura che testimonia e sancisce l'autorità dell'adulto sul giovane e dà ordine alle sue scelte, mentre poi invece la lettura diventa trasgressione, evasione, sogno: ordine e disordine appunto. Mi sembra particolarmente interessante una riflessione sulla lettura che viene proposta nel volume: tra lettore e libro si produce "un duplice movimento comunicativo, che va sia dal testo che lascia aperti percorsi al lettore, sia dal lettore che non soltanto cerca risposte ma si dichiara disponibile ad apprendere, a incrementare le proprie conoscenze".
Il volume poi analizza altre modalità di comunicazione, altri linguaggi, altre forme in cui l'individuo può esprimere il suo bisogno di regole e di infrazioni, di razionalità e di passione.
La semiotica ha la funzione di "leggere" tutto ciò e di decodificarlo, con la consapevolezza e anzi la volontà di lasciare spazio all'imprevisto. Ciò che dà senso al futuro infatti è il suo essere imprevedibile e l'esigenza che suscita di essere compreso è forza vitale per gli uomini.


Ordine e disordine di Gian Paolo Caprettini
Traduzione dall'originale inglese di Raffaele Petrillo
Pag. 214, Lit. 33.000 - Edizioni Meltemi (Semiosfera)
ISBN 88-86479-42-5


Le prime righe

Identità ed eredità culturale, progetto comunicativo

1. La cultura come eredità e totalità

Il primo uso nel senso attuale del termine "cultura" risale a poco più di un secolo fa e corrisponde agli anni di fondazione della antropologia - ma anche ai tempi di fondazione di un'altra scienza sociale, la semiotica, precisamente in Charles S. Peirce. La prima definizione del termine in questione viene dunque fornita nel 1871 dall'antropologo inglese E. B. Taylor.
Egli scrive: "La cultura, o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell'insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume, e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo come membro di una società. La condizione della cultura nelle varie società del genere umano, nella misura in cui può essere indagata sulla scorta di principî generali, è un argomento che si presta allo studio delle leggi del pensiero e dell'agire umani". Si tratta di una definizione a carattere essenzialmente descrittivo; lo scopo è quello di individuare una categoria molto ampia come oggetto di studio della nuova scienza - l'antropologia appunto - che sta nascendo nella seconda metà dell'Ottocento.
Più tardi lo stesso Taylor aggiunge: "... il fatto è che una punta di freccia di pietra, una mazza intagliata, un idolo, un tumulo dove sono stati sepolti schiavi e oggetti di proprietà ad uso dei morti, un resoconto dei riti di evocazione della pioggia eseguiti da uno stregone, una tavola dei numerali, la coniugazione di un verbo, sono tutte cose che esprimono ciascuna lo stato di un popolo in rapporto a un punto particolare della cultura...".
L'aspetto importante di queste definizioni della cultura è proprio l'idea che si possano accomunare in un'unica categoria oggetti fino ad allora considerati non interdipendenti e di conseguenza pertinenti a discipline lontane.


© 1997, Meltemi editore srl

L'autore
Gian Paolo Caprettini, professore di Semiotica all'Università di Torino, è presidente dell'Associazione Italiana di Studi Semiotici. Tra le sue ultime opere: La scatola parlante, L'evoluzione del linguaggio televisivo (1996), Segni, Testi, Comunicazione. Gli strumenti semiotici (1997).



Luca Paolazzi
EURO
La nuova moneta europea

Con interviste a
Carlo Azeglio Ciampi
Antonio Martino


"Che bisogno c'è di una moneta unica per tutta l'Europa? Cosa ha spinto i Paesi europei ad avventurarsi su questa strada pericolosa? È facile trovare le ragioni politiche, economiche e finanziarie all'origine dell'Uem."

Gli italiani stanno facendo pesanti sacrifici per "entrare in Europa" (come ormai comunemente si dice), ma questo non impedisce che siano il popolo più entusiasta di fronte a questa grande novità e che vedano, forse con troppa superficialità, vantaggi sicuri dalla nostra partecipazione alla moneta unica europea, fin dalla sua costituzione.
Questo saggio vuole far riflettere sulle motivazioni a favore e contrarie (queste ultime appartengono a una esigua minoranza di economisti) all'unione monetaria: maggiore conoscenza di un argomento così complesso consente di avere opinioni consapevoli e non dettate dall'emotività o dall'ideologia.
Le motivazioni che spingono all'"Unione" sono di ordine politico, economico e finanziario.
È possibile costruire un'Europa senza più divisioni e quindi pacifica. Idealmente questa meta è stata prefigurata già da grandi statisti e politici del passato, ma solo oggi può finalmente vedere la sua realizzazione. Esiste un'altra ragione, forse meno nobile, ma non meno importante: ormai solo unita, l'Europa "è in grado di fare sentire la propria voce nei consessi internazionali". Perciò l'Unità "preserva e difende meglio gli interessi di tutti gli europei".
Anche sul piano economico si può arrivare a dire che i vantaggi sono indubbi, lo sviluppo del dopoguerra è stato in gran parte determinato "dalla crescita dell'interscambio commerciale intracomunitario" e da un punto di vista finanziario, appare necessario "affrancarsi" dallo strapotere del dollaro e creare una moneta in grado di fargli concorrenza.
Dopo l'analisi delle motivazioni che spingono alla costituzione dell'Unione, Paolazzi esamina alcuni punti specifici del trattato di Maastricht, e giunge alla conclusione che la disoccupazione che affligge l'intera Europa non è figlia del trattato, ma anzi i ritardi alla sua attuazione sono responsabili dell'aggravarsi della situazione. Dopo aver analizzato molti temi relativi alla nascita di questa tanto attesa Europa unita, vengono proposte due interviste, una pro e una contro: la prima al ministro Ciampi, la seconda all'on. Martino, economista dell'opposizione. Il volumetto si chiude con un Dossier che riporta tabelle, grafici e opinioni di diversi studiosi ed economisti su questo argomento.


Euro. La nuova moneta europea. Con interviste a Carlo Azeglio Ciampi e Antonio Martino di Luca Paolazzi
Pag. 119, Lit. 14.000 - Il Sole 24 Ore Libri (pro & contro)
ISBN 88-7187-842-6

Le prime righe

Euro

Nome non fine ma dolce
Guido Gozzano

La moneta che verrà...

E pluribus una. Da tante una sola. La parafrasi del motto degli Stati Uniti calza bene all'Euro, la moneta d'Europa il cui parto è programmato per il 1° gennaio 1999. Nell'ultimo anno del secondo millennio il Vecchio Continente potrà dare prova di una vitalità politica e di una lungimiranza che oggi paiono molto appannate. Il test è senza precedenti nella storia dell'umanità: le monete dei 15 Paesi dell'Unione europea, o almeno di quelli che vorranno e potranno partecipare al progetto, si fonderanno in una sola.
Nel passato più nazioni sono state unite monetariamente: l'Impero romano o il British Empire, solo per citare due esempi molto distanti nel tempo, eppure non dissimili tra loro e invece molto diversi dall'Unione economica e monetaria europea (l'Uem) che è in costruzione ora.
Non dissimili tra loro per due ragioni. La prima è politica: il sesterzio romano e la sterlina inglese furono imposti ad altri popoli e Paesi con la forza militare e la prepotente potenza del popolo dominante. La seconda ragione è tecnica: entrambe le monete avevano base metallica, cioè il loro valore dipendeva dal contenuto di metallo prezioso di cui erano fatte o in cui potevano essere convertite. E quel metallo prezioso le rendeva facilmente accettabili agli altri popoli.
Oggi invece viviamo nell'era della moneta puramente fiduciaria, il cui valore interno ed esterno dipende dalla fiducia degli operatori nella tenuta del potere d'acquisto di quella moneta nel corso del tempo.


© 1997, Il Sole 24 Ore Media e Impresa S.p.A.

L'autore
Luca Paolazzi è laureato in economia politica all'Università Bocconi di Milano. Dal 1993 è inviato del Sole 24 Ore. Professore a contratto (corso sull'Euro) all'Università di Palermo. È autore o curatore di: Dizionario pratico di economia, Guida pratica al risparmio, Le 100 parole dell'economia (con Fabrizio Galimberti), Paperino nel labirinto dell'economia (con Fabrizio e Claudia Galimberti), Gioielli bambole coltelli: viaggio nei distretti industriali (con marco Moussanet), Diritto ed economia (con Fabrizio Galimberti e Pier Francesco Lotito), Nell'età dell'Euro (con Fabrizio Galimberti).



Sergio Romano
Lettera a un amico ebreo

Un saggio che si inserisce nell'ampio dibattito, tuttora estremamente vivo e attuale, che accompagna il ricordo tragico dell'olocausto, portando una voce laica e in parte provocatoria nel grande coro universale.
Sin dalla sua comparsa in libreria, il saggio di Romano ha suscitato reazioni discordanti, provocate dalle sue tesi che cercano di spiegare non il fenomeno genocidio, il fatto storico in sé, bensì la sua presenza sempre forte nel ricordo dell'umanità, ben più forte e persistente di molti altri avvenimenti di analoga gravità.
I titoli che hanno accompagnato sui quotidiani l'uscita del saggio di Sergio Romano, hanno sottolineato subito le scelte che l'autore ha fatto nell'affrontare questo tema, dando vita a un dibattito destinato a proseguire nel tempo: Il caso. Nel nuovo libro, l'ambasciatore rivendica il diritto alla critica sullo Stato ebraico Romano, gli equivoci dell'utopia sionista, di Giorgio Calcagno (La Stampa 31-10-1997); L'Olocausto strumentalizzato? Sugli scottanti temi del libro di Sergio Romano interviene Nirenstein. Shoah, la revisione di Israele. Ridimensionato il mito eroico dello sterminio (La Stampa, 25-11-1997); La tentazione dell'antisemitismo: Lerner interviene nel dibattito sul libro di Romano Shoah, un colpo all'Occidente. Perché sentiamo vicina la tragedia del lager (La Stampa, 29-11-1997); L'ex ambasciatore ha scritto un nuovo saggio sulla questione giudaica in cui afferma che fra le comunità israelitiche c'è la tentazione di "canonizzare l'Olocausto". Caro Romano... Lettere a un amico non ebreo". Ma il nostro popolo non può rinunciare alla memoria (Arrigo Levi sul Corriere della Sera 12-11-1997). Quest'ultimo intervento difende in parte le opinioni espresse dall'autore: "Io non trovo certo scandalosa la tesi di Sergio Romano che l'Olocausto non debba essere considerato 'l'avvenimento centrale del secolo'", afferma Levi, che tuttavia sottolinea anche come l'idea sostenuta da Romano riduca "il grande esame di coscienza che il mondo continua a fare di fronte alla shoah, come a tutti i genocidi del secolo e alle loro cause, ad una macchinazione politica. Ma non è così". La risposta di Romano a tutte queste critiche è apparsa su La Stampa il 10 dicembre 1997: L'antisemitismo non è un "virus cristiano". Shoah la colpa e l'autodenigrazione.
Comunque si voglia vedere le questione, da qualunque parte ci si schieri, un libro da leggere per poter giudicare, valutare, approfondire la conoscenza della nostra storia più recente e del popolo ebreo, sebbene, come afferma Levi, "Capire gli ebrei è paurosamente difficile per gli ebrei stessi, e non c'è da stupirsi che lo sia anche per i loro amici come Sergio Romano". Suggeriamo comunque, per una maggiore comprensione di aspetti differenti dell'attuale sfaccettata situazione ebraica, la lettura di un brevissimo saggio di Abraham Yehoshua, Ebreo, israeliano, sionista: concetti da precisare (Edizioni e/o), che facilita indubbiamente la decifrazione di alcuni passi del saggio di Romano.
Una curiosità, per finire: in un articolo, pubblicato su la Repubblica, Orazio La Rocca sottolinea anche una singolarità legata a questo volume e, in particolare, al suo titolo. È stato infatti pubblicato da Mondadori (ultima edizione nella collana Le Scie) un altro testo con il medesimo titolo di Gian Franco Svidercoschi, di taglio più religioso. Noi aggiungiamo una terza tessera all'elenco, citando anche il classico di Ibrahim Souss, edito in Italia da Tranchida.


Lettera a un amico ebreo di Sergio Romano
152 pag., Lit. 25.000 – Edizioni Longanesi & C., (Il Cammeo n.329)
ISBN 88-304-1456-5

Le prime righe

Il genocidio e la storia

SUL proscenio della storia lo spazio è limitato. Non è possibile allineare in prima fila contemporaneamente tutte le vicende degli ultimi cent'anni. Per conquistarsi un po' di posto una guerra deve togliere di mezzo la guerra precedente, un protagonista deve spingere il suo predecessore verso le quinte. Quanto più i fatti indietreggiano e si allontanano nel tempo, tanto più rimpiccioliscono, diventano apparentemente esangui e pallidi. Ma quanto più rimpiccioliscono, tanto più evidenti appaiono i loro collegamenti con altri fatti e circostanze. La distanza giova all'intelligenza. È questo il momento in cui gli storici possono finalmente inforcare gli occhiali e mettersi al lavoro, sine ira et studio. La storiografia è un cannocchiale rovesciato, non una lente d'ingrandimento. Non ama il rumore. Preferisce il silenzio delle biblioteche e la polvere degli archivi.
Ma la regola secondo cui ogni fatto storico è costretto, prima o dopo, a passare in seconda fila, soffre di una eccezione. Vi è un avvenimento – il genocidio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale – che diventa col passare del tempo sempre più visibile, incombente e "ingombrante". In un libro su L'olocausto nella storia di Michael R. Marrus leggo che "una bibliografia selettiva recente elenca quasi duemila volumi in molte lingue e più di diecimila pubblicazioni solo su Auschwitz". Questi dati risalgono al 1987. Provate ad accendere Internet, dieci anni dopo, e a collegarvi con Amazon.com, una libreria informatica che offre ai propri clienti un milione e mezzo di titoli. Basta indicare la parola chiave – holocaust – per scoprire che sul mercato editoriale di lingua inglese esistono oggi più di mille opere in cui la parola "olocausto" è presente nel titolo o nei dati sommari che gli editori, secondo i canoni della Library of Congress, forniscono dopo il frontespizio per facilitare la catalogazione del libro.


© 1997, Longanesi & C.

L'autore
Sergio Romano, nato a Vicenza nel 1929, ha iniziato la carriera diplomatica nel 1954. Si è dimesso nel 1989, dopo essere stato direttore generale delle relazioni culturali, ambasciatore alla NATO e, dal settembre 1985 al marzo 1989, ambasciatore a Mosca. Come storico si è occupato prevalentemente di storia italiana e francese tra Otto e Novecento. Ha insegnato a Firenze, Sassari, Berkeley, Harvard, Pavia e insegna attualmente all'Università Bocconi di Milano. È editorialista della Stampa e di Panorama. Tra i suoi titoli: Giolitti, lo stile del potere, Giovanni Gentile, la filosofia al potere, Cinquant'anni di storia mondiale, Le Italie parallele, I falsi protocolli. Il "complotto ebraico" dalla Russia di Nicola II a oggi.



23 gennaio 1998