Annie Ernaux
Non sono più uscita dalla mia notte

"È viva, ma è stata morta. Quando mi sveglio, per un attimo sono sicura che esista davvero sotto questa doppia forma, morta e viva contemporaneamente, come quei personaggi della mitologia greca che hanno varcato due volte il fiume dei defunti."

Appunti, poche righe, sensazioni ed emozioni annotate velocemente, tracciano questo diario del dolore. Una figlia guarda la madre lentamente spegnersi, osserva i suoi gesti inconsapevoli, ascolta le sue frasi senza logica, soffre per il totale abbrutimento del suo corpo, per la sua perdita di dignità legata allo smarrimento della coscienza. Il morbo di Alzheimer è una malattia che colpisce la mente, la distrugge un po' alla volta, cancella la persona. Per una figlia però la vita della madre è qualcosa di più della presenza di una persona amata: è il mantenere in vita un poco della propria infanzia, della memoria di anni e di sentimenti lontani nel tempo. Anche il dolore cocente nel vedere il lento annullarsi, che con gli anni si fa sempre più rapido, della coscienza della donna, ha momenti di profonda tenerezza che possono essere suscitati da una piega delle labbra o da un richiamo inaspettatamente cosciente.
Rimorsi, sensazioni di inadempienze, ricordi di paure infantili, sentimenti contraddittori che colgono la Ernaux all'improvviso, ma rimane sempre e comunque un pensiero: il bisogno che la madre sia viva. Quando infatti questa tenera e tragica malata muore, alla figlia rimane un terribile senso di vuoto, le mancherà a lungo il coraggio di riprendere in mano gli appunti scritti di ritorno da ogni visita all'ospedale, ma nello stesso tempo è solo a lei che riesce a pensare, sa parlare solo di lei, ridà vita, grazie al gioco della memoria, ad immagini della sua giovinezza... "quando avevo sei o sette anni la chiamavo Vanné".


Non sono più uscita dalla mia notte di Annie Ernaux
Titolo originale dell'opera: Je ne suis pas sortie de ma nuit

Traduzione di Orietta Orel
Pag. 111, Lit. 18.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-67085-5

Le prime righe


Mia madre ha iniziato a manifestare perdite di memoria e stranezze di comportamento due anni dopo un grave incidente automobilistico - era stata travolta da un'auto che passava col rosso - da cui tuttavia si era perfettamente ripresa. Per parecchi mesi ha potuto continuare a vivere in modo autosufficiente in un monolocale presso un residence per persone anziane a Yvetot, in Normandia. Nell'estate dell'83, in un periodo di caldo spaventoso, è stata colta da un malore e ricoverata in ospedale. Hanno scoperto che non mangiava e non beveva da molti giorni. Nel suo frigorifero c'era soltanto un pacchetto di zollette di zucchero. Era ormai impossibile lasciarla vivere da sola. Ho deciso di portarla a casa mia, a Cergy, convinta che, in un ambiente familiare e con la presenza dei miei due figli ormai grandi Eric e David, che lei mi aveva aiutato a crescere, i disturbi sarebbero scomparsi e sarebbe tornata la donna dinamica e indipendente che era stata fino a pochissimo tempo prima.
Non è servito a nulla. La sua memoria ha continuato a deteriorarsi e il medico ha diagnosticato il morbo di Alzheimer. Non riconosceva più i luoghi e le persone, i miei figli, il mio ex marito, neppure me. Percorreva la casa in lungo e in largo, come smarrita, o rimaneva seduta per ore sui gradini della scala, in corridoio. Nel febbraio dell'84, davanti alla sua prostrazione e al suo rifiuto di nutrirsi, il medico l'ha fatta ricoverare all'ospedale di Pontoise. Vi è rimasta per due mesi, al termine dei quali ha soggiornato per breve tempo in un istituto privato e quindi è stata definitivamente riammessa all'ospedale di Pontoise, nel reparto geriatrico, in cui è deceduta a causa di un'embolia sopraggiunta nell'aprile '86, all'età di settantanove anni.


© 1997, RCS Libri S.p.A.

L'autrice
Annie Ernaux è nata in una cittadina della Normandia dove è vissuta fino all'età di 18 anni. Insegnante di lettere, abita alla periferia di Parigi. Tra le sue opere, Rizzoli ha pubblicato Gli armadi vuoti, Passione semplice, Diario dalla periferia.



Luigi Rainero Fassati
Goccia a goccia

Un'assassina feroce e spietata si aggira nei corridoi di un ospedale milanese, tutelata dal suo ruolo di medico efficiente. Ma il destino può cambiare le carte in tavola all'improvviso...

Negli ultimi decenni si è sviluppato sia in Italia che nel resto del mondo occidentale, un ampio dibattito su alcuni aspetti dell'etica legata al campo medico. Tra i numerosi argomenti che infiammano la discussione di tecnici e specialisti, di filosofi e politici, l'eutanasia ha un ruolo importante. La cronaca riporta saltuariamente in primo piano questo argomento, riaccendendo le polemiche, ma anche portando, in molti casi, a un'unanime condanna. Il confine tra pietà verso un essere umano all'ultimo stadio della vita, destinato a sofferenze atroci e irreversibili, che chiede volontariamente una fine più rapida, e l'omicidio di persone che, seppur sofferenti o menomate, non desiderano affatto por termine ai propri giorni, è quasi sempre netto e viene certamente sottolineato in questo romanzo, un vero e proprio thriller. La dottoressa Bianca Moncada assume un ruolo tutto personale di dispensatrice di "buona morte" o "dolce morte" (fornita goccia a goccia), ma in realtà la sua opera è una forma di omicidio seriale. Una personalità avversa ai pazienti, da lei odiati in quanto deboli, perdenti, vittime della propria incapacità reattiva, si trasforma in una lucida figura di serial killer. Ma sul suo cammino facile e libero di omicida non solo totalmente impunita, ma anche assolutamente insospettabile, incontra Lucio Benedini, giovane paralizzato a causa di un incidente stradale, e comincia una corsa all'ultimo istante, un gioco feroce in cui si inseriscono altre pedine, giocatori esterni ma decisi a fermare la partita.
Un medical thriller, come viene definito in copertina, che si inserisce nel filone "di genere" che gran successo ha riscosso negli Stati Uniti con romanzi di autori come Patricia Cornwell. Una storia scritta con grande competenza da un autore che nella vita svolge la professione di chirurgo, stringente nei tempi, serrata nei dialoghi e avvincente.


Goccia a goccia di Luigi Rainero Fassati
296 pag., Lit. 28.000 - Edizioni Longanesi, (La Gaja Scienza n. 529)
ISBN 88-304-1423

Le prime righe

1.

I RIPETUTI colpi di tosse e l'aumentato fruscio di piedi indicavano che la cerimonia era ormai alla fine. Da una bifora della cupola della basilica un raggio di sole pioveva su Bianca Moncada, in piedi come tutti per la benedizione alla bara.
Infastidita, la donna inforcò gli occhiali scuri, che subito le accentuarono l'espressione severa del volto. Era alta e magra e indubbiamente spiccava lì in prima fila, dove la vedova Pogliani aveva voluto sistemarla tra "quelli che contano". Anche il suo loden saltava agli occhi in tanto sfarzo di cachemire, vigogna e zibellino. Aveva una quarantina d'anni, ma il volto segnato e i capelli grigi l'invecchiavano alquanto.
La traiettoria del raggio di sole arrivava fino al feretro, lì a pochi metri da lei. Inargentava le gocce che schizzavano dall'aspensorio. Nella cassa sotto il gran drappo grigio giaceva il cavaliere del lavoro Paolo Pogliani che lei, come rianimatrice e medico personale, aveva curato sin alla rapida fine. Era una bara dalle misure eccezionali come eccezionale, e non soltanto nel fisico, era stato da vivo il cavalier Pogliani.
Bianca Moncada volse lo sguardo altrove. In quel momento avrebbe piantato tutto volentieri, chiesa, cerimonia e parentado, e se ne sarebbe tornata al suo lavoro, ma non poteva. Era chiaro che Gabriella Pogliani l'aveva voluta lì perché ci stesse sino alla fine, e dunque lì era inchiodata. Se la clinica San Rocco, nella quale lei seguiva i propri pazienti privati, superava le continue crisi di bilancio, il merito non era d'altri che della signora Pogliani.
Perciò quando, poco più d'un mese prima, la segretaria del dottor Pogliani le aveva telefonato in preda al panico per dirle che il cavaliere aveva avuto un "colpo", lei aveva piantato tutto e s'era precipitata alla Pogliani, Dessanges & Hoicklander, Milano-Zurich-Luxemburg, consulenza, gestione e tant'altre cose finanziarie. L'aveva trovato a terra nel suo ufficio, quasi ai piedi dell'immenso nudo di Rubens che troneggiava dietro la scrivania, come se quell'irriducibile epicureo volesse aggrapparsi sino all'ultimo alla realtà della carne.


© 1997, Longanesi & C.

L'autore
Luigi Rainero Fassati, specialista in chirurgia generale e in urologia, nel 1982 ha iniziato negli Stati Uniti, a Pittsburgh, l'attività di chirurgo dei trapianti, trasferendo poi questa sua esperienza a Milano, dove è attualmente titolare della cattedra di chirurgia sostitutiva e dei trapianti d'organo presso l'Università degli Studi e direttore del Centro Trapianti Fegato dell'Ospedale Policlinico. Autore di pubblicazioni scientifiche, ha esordito nella narrativa con Avanti un altro (Premio selezione Bancarella 1979), cui sono seguiti Fermo non respiri, Dalla testa ai piedi, Una vita per l'altra.



Orlando Figes
La tragedia di un popolo
La rivoluzione russa 1891-1924

Una ponderosa ricostruzione storica di uno dei più complessi e interessanti momenti della storia contemporanea.

Gli studiosi della storia russa e sovietica hanno, in questi ultimi anni, potuto attingere a nuove fonti e a nuovi documenti che per decenni erano stati celati negli archivi nazionali sovietici. È possibile così dare di questi avvenimenti una lettura più esauriente, dettagliata, obiettiva. Ed è ciò che fa Orlando Figes, trentottenne professore dell'Università di Cambridge, nel suo saggio. Caratteristica principale del testo ¦ la ricerca di fonti molto private, quali diari, lettere, appunti, ricordi di personaggi principali come di secondarie "comparse". Il risultato è un appassionante diario collettivo di anni in cui la tragedia e l'entusiasmo si fondevano dando vita a uno straordinario fermento generale. La "tragedia di un popolo", con il suo tributo di migliaia di morti, ma anche il suo risveglio da un torpore millenario, che ha segnato la storia mondiale del secolo. A coronamento del notevole lavoro, una parte iconografica ricca di immagini curiose e inedite, aiuta a ricreare una panoramica completa dell'epoca.
L'autore parte dai prodromi della rivoluzione, dalla carestia del 1891, dai primi malcontenti e dalle prime aperte critiche allo zarismo, per arrivare sino alla morte di Lenin, nel 1924. Cuore dell'opera l'arco di tempo che va dal febbraio 1917 al marzo 1918, vero fulcro della rivoluzione. "Tutto ebbe inizio dal pane" è l'incipit del capitolo dedicato a questi mesi, che ci riporta alla Rivoluzione francese, alle pagine del Manzoni su Milano, alle principali descrizioni degli storici moti popolari di tutti i tempi e di tutti i paesi. La personalità di Lenin, assolutamente predominante, è descritta sullo scenario di centinaia di altri protagonisti: politici, intellettuali, militari, cittadini e, ovviamente, oppositori e critici interni ed esterni al partito. Gran parte del volume è dedicata poi ai difficili anni della guerra e alle sofferte decisioni che ad essa si accompagnarono, ma, anche qui, testimoniate da lettere e diari spesso dai toni molto privati, pur mantenendo nel suo insieme la struttura e il rigore di un saggio tradizionale. Superata la guerra, si presentano gli ultimi anni di Lenin e il grave problema della successione, con l'emergere della figura di Stalin, vista non come logica inevitabile della rivoluzione, ma viceversa come uno degli aspetti della tragedia russa. Lenin stesso non ebbe il tempo di affrontare il problema che palesemente affiorava via via che Stalin assumeva potere grazie alla carica di segretario generale del Partito, ma ebbe il tempo di mettere in guardia i suoi più stretti collaboratori circa il pericolo rappresentato da questa figura. Un pericolo incombente divenuto tristemente realtà dopo la sua morte.


La tragedia di un popolo. La Rivoluzione Russa 1891-1924, di Orlando Figes
Titolo originale dell'opera: A People's Tragedy

Traduzione dall'originale inglese di Raffaele Petrillo
1089 pag., Lit. 65.000 - Edizioni Corbaccio (Collana storica diretta da Sergio Romano)
ISBN 88-7972-256


Le prime righe

Prefazione

Oggi si ricorre al termine "rivoluzione" così spesso e con riferimento a un così gran numero di situazioni - dalle vicende dello sport alle innovazioni tecnologiche e persino nel linguaggio aziendale - che al lettore potrebbe riuscire difficile cogliere subito la portata di ciò di cui si parla in questo libro. La rivoluzione russa è stata, almeno per i suoi effetti, una delle vicende più sconvolgenti della storia mondiale. In una sola generazione dall'instaurazione del potere sovietico, un terzo dell'umanità aveva già cominciato a vivere sotto regimi che l'avevano preso a modello. La rivoluzione del 1917 ha definito i contorni del mondo contemporaneo e solo adesso la sua ombra comincia a ritrarsi dalla nostra esistenza. Del resto non si può parlare di un'unica rivoluzione, cioè di quell'insieme di fatti esplosivi accaduti nel 1917 di cui parlano i libri di storia, bensì di un insieme complesso di rivoluzioni diverse che scoppiarono a metà della prima guerra mondiale e innescarono una sorta di reazioni a catena di altre rivoluzioni e di guerre civili, etniche e nazionali. E, prima che il fenomeno si esaurisse, era stato infranto e si era ricomposto un impero che copriva un sesto della superficie del globo. A rischio di apparire cinici, il modo più semplice per trasmettere l'intera portata di quella rivoluzione sta nel segnalarne il costo in vite umane: decine di migliaia di morti per la bombe e le pallottole dei rivoluzionari e almeno altrettanti per la repressione attuata dal regime zarista prima del 1917; migliaia di caduti negli scontri di piazza di quell'anno; centinaia di migliaia di vittime del terrore rosso e, se si contano quelle dei progrom antiebraici, un numero pari di vittime del terrore bianco negli anni che seguirono; oltre un milione di donne e uomini periti nelle battaglie della guerra civile tra combattenti e non combattenti; e in numero superiore alla somma di tutti i morti di cui si è detto furono le vite spente dalla fame, dal freddo, dalle malattie.
Forse tutto ciò può servire da scusante per la formidabile mole di questo libro, il primo tentativo di racchiudere la storia completa dell'intero periodo in un solo volume.


© 1997, Casa Editrice Corbaccio s.r.l.

L'autore
Orlando Figes, nato a Londra nel 1959, è professore di storia al Trinity College di Cambridge. Autore di importanti e acclamati studi, per questo saggio ha vinto il prestigioso W.H. Smith Literary Award.



Janine Garrisson
Omicidi alla corte di Francesco I

"Ogni uomo, ogni essere vivente, ogni animale, ogni oggetto possiede un doppio in questo mondo. Il gioco supremo è quello di riunirli. Un po' come se tu riuscissi a combaciare con la tua ombra."

Un vero romanzo giallo, ambientato nel 1540, nel castello di Fontainebleau che va sempre più arricchendosi di opere d'arte, grazie alla passione del re Francesco I che, quasi a compensare il suo aspetto fisico non certo attraente, ama circondarsi dalla bellezza. L'assassinio di un italiano, un banchiere di Siena, è il primo evento misterioso che dà avvio alla vicenda, seguito ben presto da un'altra morte inspiegabile, quella del visconte di Lévis.
Rosso Fiorentino è il pittore preferito dal re e nel romanzo appare come un uomo burbero, un po' "sussiegoso", tutto preso dall'arte e dalla soddisfazione di vedere sempre più intorno a sé aumentare il fascino e il prezioso gusto che caratterizza Fontainebleau. Quando muore, il poveretto è considerato dagli investigatori un'altra seccatura da affrontare, nonostante tutti dovessero ammettere che, malgrado tutto fosse un brav'uomo. Rosso aveva un aiutante, un giovane italiano di nome Francesco che aveva cercato di arricchirsi con strani traffici di oggetti d'arte rubati o falsificati. In questa vicenda "ogni cadavere è come un ciottolo bianco che segna una pista", ma le difficoltà per districare questa complessa matassa sono immense e le pressioni continue di Caterina de' Medici non alleggeriscono di certo il compito di Gilles d'Anthenac, il capo della polizia. Nelle ultime pagine del romanzo fa poi apparizione un grande, immortale pittore, Leonardo da Vinci; ma è bene che solo il lettore sappia il perché di questa citazione...


Omicidi alla corte di Francesco I di Janine Garrison
Titolo originale: Meurtres à la cour de Francois Ier

Traduzione di Biancamaria Bianchi
Pag. 126, Lit. 14.000 - Edizioni Mursia (La scena del delitto)
ISBN 88-425-2258

Le prime righe

Il cantiere

In quell'estate del 1540, così calda e abbagliante, il cronista Bellechasse - per una volta ecco un uomo che scruta il presente interpretando il passato! - individuava nella totale mancanza di temporali un presagio favorevole del cielo, promessa d'abbondanti raccolti, pane a basso prezzo e quindi tranquillità per la popolazione.
Tuttavia, in vari luoghi, alcuni pativano la canicola più degli altri. Su tutto il territorio del regno, i roghi, come tanti segnali luminosi, rispondevano ad altri roghi. Si bruciavano gli eretici, dando loro gli appellativi di sacramentali, luterani, traditori della fede, settari, colpevoli di lesa maestà; altrettanti modi di eliminare dalla comunità dei cattolici tutti quelli che avrebbero voluto modificarne le regole e le pratiche.
Il cronista Crouzat riteneva che la proliferazione di una simile marmaglia di riformisti annunciasse l'imminente fine del mondo; un vero e proprio giudizio universale. Tremino i giusti e gli ingiusti, questo il rimedio da lui auspicato. A ciascuno il suo cronista, secondo l'umore del momento!

Il giovane che stava camminando già da un'ora, non si preoccupava minimamente dei problemi di Francia.
Si aggirava tra le capanne coperte di frasche, capanne fatte di rami e terra, fra i rifugi improvvisati al riparo di un pezzo di tela penzoloni. Era evidente che la maggior parte degli occupanti dormiva. Altri invece si divertivano. La vasta tenda, che inalberava un'insegna impagliata, non riusciva a nascondere né a smorzare le risa e i canti sboccati di una folla d'ombre gesticolanti.
Il ragazzo incespicava nell'oscurità, chiedendosi dove diavolo si fosse rintanato l'uomo che cercava. Pensava d'incontrarlo al limitare del bosco, oltre l'accompagnamento. Aveva continuato a camminare lungo la pista tracciata dagli innumerevoli andirivieni di carretti, di cavalli e di uomini, sempre in attesa di scorgere una figura, di udire un fischio.


© 1997, Gruppo Ugo Mursia Editore S.p.A.

L'autrice
Janine Garrison è professore universitario. Questa docente, specializzata nel periodo della Riforma, è autrice di numerosi libri sul XVI secolo, l'ultimo dei quali, Margherita di Valois (Fayard 1994), ha avuto un grande successo.



Antonio Sarabia
I convitati del vulcano

"Un esempio del bel modo di praticare la letteratura orale che hanno i messicani, e che Sarabia, attraverso la parola scritta, coltiva con costanza, disciplina e passione da orafo."

(dalla Prefazione di Luis Sepúlveda)


La magica atmosfera della miglior letteratura latino-americana pervade un romanzo che, sin dalle prime righe, ci presenta una spiritualità popolare, quasi istintiva, dove credenze e superstizioni si intrecciano formando una rete di conoscenze tramandate dai più anziani.
Il luogo in cui si svolge la vicenda è descritto come uno di quei paesaggi che caratterizzano certa parte del Messico, dove in spazi ristretti, a poche decine di chilometri, si possono trovare l'oceano con le sue spiagge e le montagne con le vette innevate: in questo caso un vulcano. Tra sogni premonitori, malattie e febbri acute, strani preavvisi, la piccola Joyita vive infanzia e adolescenza non del tutto normali in una piccola borgata, Guayacán. Non normale anche la sporadica gragnola di sassolini che inizia a accompagnarla in strada, "come se qualcuno, non potendo chiamarla ad alta voce, desiderasse attirare furtivamente la sua attenzione". Ma Joyita non riesce mai a vedere il tiratore, che sembra un'entità invisibile e misteriosa. Fatalità e destino accompagnano anche il primo amore della giovane, Federico, uno scalatore giunto in paese per arrampicarsi sulla cima del vulcano, un ragazzo diverso da quelli del luogo, che le fa vedere l'abituale paesaggio del Vulcano di Fuoco in modo nuovo, come uno spettacolo eccezionale. E ancora sassi incrociano la strada e la vita della ragazza: appena due giorni dopo il loro innamoramento, Federico muore durante la scalata per una caduta seguita da una scarica di massi. Joyita si scopre incinta e questo la costringe a rivedere la sua vita, a imparare dalla madrina il mestiere di guaritrice-erborista, a trovare la forza per allevare il piccolo Diosdato, nel frattempo diventato collezionista di sassolini...
Una svolta al suo futuro verrà quando i Convitati del Vulcano, quattro uomini che entrano nei sogni degli altri per trasformarli, guidando scelte e pensieri e prendendo forza e capacità dal vulcano, le riveleranno di essere la persona designata a sostituire il componente defunto del gruppo. Allora davvero l'istintiva armonia che la lega alla natura e agli uomini avrà compimento.


I Convitati del Vulcano di Antonio Scarabia
Titolo originale dell'opera: Los Convidados del Colcán

Traduzione di Ilide Carmignani
Prefazione di Luis Sepúlveda
160 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Guanda (La frontiera scomparsa, collana diretta da Luis Sepúlveda)
ISBN 88-7746-990

Le prime righe

PARTE PRIMA

"Mensonge pendant la journée et songe
pendant la nuit, voilà l'homme"

Gustave Flaubert

Può accadere di tutto sulle pendici del vulcano. Sotto l'aspro versante millenario crepita il forno della terra. Là ribolle la vita che si affaccia alla soleggiata superficie attraverso i pori e le crepe della crosta per trasformarsi in alberi e in cespugli, in uccelli e in predatori, in uomini e in bestiame. Con loro affiorano gli elementi della favola, il miracoloso alimento di queste pagine negoziate a tarda ora, quando la notte quieta il clamore del giorno perché altri giorni si moltiplichino alla sua ombra. Niente è impossibile nel misterioso luogo in cui si verificano questi fatti, là dove, in un'indecifrabile vena, la realtà si incontra col sogno.
E allora cosa ci costa immaginare Joyita, e con lei gli incerti dettagli della sua sorprendente esistenza, in uno dei rustici villaggi acquattati lungo la strada che conduce alla vetta? Che cosa ci impedisce di incontrarla mentre si accinge a sbrigare le prime incombenze della giornata camminando in fretta sull'acciottolato di una viuzza per andare in aiuto di una famiglia in difficoltà? Osserviamo la sua inquieta figura delinearsi per un istante contro uno scrostato muro bianco mentre dà il buongiorno al garzone del fornaio, che va di porta in porta con un robusto canestro sulla testa, e poi raggiungere alcune ragazze che, dirette alla mungitura, la salutano mentre passa agitando i loro bidoni di stagno. Joyita si lascia alle spalle i portici della piazza principale dove un paio di ore dopo arriverà, ancora morto di sonno, questo vostro pigro scrivano. Oltrepassa l'orto accanto alla chiesa, proprietà e foro di padre Donaciano, l'agenzia funebre di don Matías con l'intraprendente scritta "aperto giorno e notte" scarabocchiata in diagonale sulla facciata, e gira l'angolo della stalla di Chema Chávez per poi entrare in una casa dall'aspetto modesto, il cui interno contrasta nettamente con la tranquillità mattutina della strada. Nella camera in disordine un gruppetto di persone si stringono afflitte intorno al letto disfatto in cui è assopito un bambino.


© 1997, Ugo Guanda Editore S.p.A.

L'autore
Antonio Sarabia, nato a Città del Messico nel 1944, è poeta e narratore e divide il suo tempo fra Guadalajara e Parigi. Nel 1991 ha pubblicato Amarilis, un romanzo storico che narra gli ultimi anni della vita di Lope de Vega, cui sono seguiti Los avatares del piojo, Banda de Möbius e questo romanzo.



16 gennaio 1998