Carlo Alberto dalla Chiesa
In nome del popolo italiano

"La mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana. Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco".

dall'intervista a Giorgio Bocca 10 agosto 1982


Una raccolta di documenti, di pagine di diario, di brani di interviste, di discorsi, di ricordi e di flash che ricostruiscono una vita spesa con coerenza e coraggio da un italiano, un carabiniere, un padre che ha considerato la propria funzione superiore ad ogni altra esigenza personale e ne ha dato testimonianza con la sua stessa vita.
Il lungo saggio introduttivo di Nando dalla Chiesa fornisce una importante chiave di lettura della vita del padre e soprattutto della sua morte. Così indica anche quale senso dare al tentativo di demolizione del mito di Carlo Alberto dalla Chiesa che si è verificato durante questo ultimo anno.
Centrale, nella ricostruzione della personalità del padre, è il senso dello Stato e la fedeltà all'Arma incarnata sia più nei vecchi marescialli, onesti e semplici, che nelle alte gerarchie. Anzi, proprio il suo non essere, sempre e comunque, dalla parte dei potenti lo rende un "nervo scoperto" per questo Paese che solo raramente ha visto mettere le istituzioni davanti agli interessi di parte.
Ma dal volume emerge anche un aspetto inedito della figura del generale dalla Chiesa, l'aspetto privato e la sua emotività: il suo essere tenerissimo marito e padre, l'angoscia nel compiere azioni che considera necessarie, ma che sa dolorose, il rispetto per i brigatisti "combattenti", la paura per i familiari, il disprezzo per la mafia, la coscienza finale di essere davvero "ad alto rischio". Il testamento morale scritto ai figli in aereo, nel viaggio che lo porta a Palermo nella primavera dell'82 ("Le righe che scrive in quel viaggio aereo sono solo una sintesi di quanto di meglio e di più nobile egli abbia da darci"), rappresenta un documento che, alla luce di quanto sarebbe accaduto dopo pochi mesi, è di grande impatto emotivo.
La ricostruzione della vita e della figura del generale operata dal figlio Nando mette in luce sia una immensa ammirazione e un doloroso senso di perdita mai colmata, sia l'impegno di una eredità morale capace di dare un senso alla vita, unita alla volontà di farsi sempre interprete della verità, anche se scomoda e pericolosa.


In nome del popolo italiano di Carlo Alberto dalla Chiesa, a cura di Nando dalla Chiesa
Pag. 367, Lit. 32.000 - Edizioni Rizzoli
ISBN 88-17-85885-4

Le prime righe

INTRODUZIONE

Nando dalla Chiesa
Storia di un italiano


La Storia la fa chi la scrive. E in genere la scrivono i vincitori. Ma a volte è la scrittura stessa della storia che tiene aperto il corso degli avvenimenti e decide il futuro vincitore. In Italia si sta giocando da molti anni una fondamentale partita incrociata: tra legalità e illegalità, tra primato delle istituzioni e primato dei partiti. È una partita che ha i suoi scenari dotti e accademici e i suoi scenari raccapriccianti e sanguinari. La maggior parte dei giocatori non è schierata sempre e coerentemente da una parte o dall'altra (ossia legalità e primato delle istituzioni; o, viceversa, illegalità e primato delle "parti"). Si può infatti difendere il primato dei partiti ed essere idealmente contro la mafia; si può proteggere la mafia e ambire a comportarsi da "statista". E tuttavia, nel suo andamento generale e concreto, la partita rivela una logica stringente negli accordi parlamentari, nelle leggi che si varano, negli orientamenti assunti dall'informazione, nelle culture che vengono diffuse. È in questo quadro che diventa decisivo impedire che i fatti vengano dimenticati e distorti, che la memoria si ottunda e aderisca alla "narrazione" prevalente. È qui che occorre la consapevolezza che la propria identità si svilisce e si sottomette alla legge del più forte se perde i suoi punti di riferimento, i suoi simboli; se permette che la storia venga riscritta proprio a partire dai simboli su cui essa si è formata.


© 1997, RCS Libri S.p.A.

Il curatore
Nando dalla Chiesa è nato a Firenze nel 1949, vive a Milano dove insegna Sociologia economica alla Facoltà di Scienze politiche dell'Università degli studi. È deputato dell'Ulivo e coordinatore del movimento Italia Democratica. È autore di numerosi libri fra cui Delitto imperfetto, Storie, Il giudice ragazzino, I trasformisti, La farfalla granata e La politica della doppiezza.



Jean Giono
Un re senza distrazioni

"Chi ha detto: Un re senza distrazioni è un uomo pieno di miserie?"

"Si faccia una prova: si lasci un re completamente solo, senza alcuna soddisfazione dei sensi, senza alcuna cura dello spirito, senza compagnia, che abbia l'agio di pensare soltanto a se medesimo; e si vedrà che un re senza distrazioni è un uomo pieno di miserie." (Pascal, Pensieri)
Siamo nel 1943. Nel paesino di Chichiliane scompaiono due persone. Delle indagini è incaricato il capitano Langlois, ex combattente e reduce della campagna d'Algeria. Nelle prime pagine del romanzo già si trovano i cadaveri dei due scomparsi e, poco dopo, l'assassino. Ma la realtà spesso non è quella che appare e Langlois non è un semplice capitano, o meglio scopre nella sua anima qualcosa che va al di là della normale morale, che compare quando, non più distratto da fatti contingenti, si concentra su se stesso. Come afferma Francesco Bruno nella sua interessante Postfazione: "Il lettore... deve essere avvertito in ogni momento del cambio di registro – di interlocutore – perché non si 'rilassi' nell'ascolto, perché la sua mente assorba informazioni a prima vista oscure, incongrue addirittura, e invece essenziali per seguire il corso degli eventi e arrivare là dove vuole portarlo l'autore: non già al disvelamento del mistero del 'mostro'... ma alla rivelazione della minaccia incombente su ogni essere umano che, privato di distrazione, si lasci catturare dalla noia. Noia 'esistenziale', naturalmente, così come distrazione (divertissement, in francese) va intesa in senso filosofico, pascaliano: divertissement trae la sua origine dal verbo latino devertere, 'volgere altrove', 'stornare', e Pascal affermava: La distrazione ci svaga e ci fa arrivare senza che ce ne rendiamo conto alla morte".


Un re senza distrazioni di Jean Giono
Titolo originale dell'opera: Un roi sans divertissement Traduzione di Francesco Bruno 186 pag., Lit. 24.000 – Edizioni Guanda

Le prime righe


Frédéric ha la segheria sulla strada di Avers. Vi è subentrato al padre, al nonno, al bisnonno, a tutti i Frédéric.
È proprio alla svolta, nella curva a gomito, sul bordo della strada. Lì c'è un faggio; sono convinto che non ne esistano di più belli: è l'Apollo citaredo dei faggi. Non è possibile trovare in un altro faggio, ovunque sia, scorza più liscia, colore più bello, struttura più esatta, proporzioni più giuste, più nobiltà, grazia e giovinezza eterna: Apollo, per l'appunto, si dice non appena lo si scorge, e si continua a ripeterlo per tutto il tempo che lo si guarda. La cosa più straordinaria è che possa essere tanto bello e rimanere tanto semplice. È fuor di dubbio che esso si conosce e si giudica. Come potrebbe, tanta perfezione, essere inconsapevole? Quando basterebbe una bava di vento, un cattivo utilizzo della luce serale, uno scompenso nell'inclinazione delle foglie per far sì che la bellezza, rovesciata, non sia assolutamente più strabiliante?

Nel 1843-44-45, M.V. si giovò spesso di quel faggio. M.V. era di Chichiliane, un paese a ventun chilometri da qui, seguendo tutti i serpeggiamenti, in fondo a un'alta valletta. Nessuno ci va, si va altrove, si va a Clelles (che è in quella direzione), si va a Mens, si va ancor più lontano in un'infinità di posti, ma non si va a Chichiliane. Se ci si andasse, che cosa ci si farebbe, poi? Cosa si potrebbe mai fare a Chichiliane? Niente. È come qui. Come altrove, naturalmente, ma altrove, sia a levante sia a ponente, non è raro trovare uno scoperto, o qualche macchia di arbusti, o dei crocicchi. Ventun chilometri, nel '43, erano poco più di cinque leghe, e ci si spostava soltanto in camicia, stivali e bardotto al passo. Era dunque una cosa fuori dall'ordinario andare a Chichiliane.


© 1997, Ugo Guanda Editore S.p.A.

L'autore
Jean Giono è nato a Manosque, in Provenza, nel 1895, in una famiglia di origine italiana. Qui ha per lo più vissuto, ed è morto nel 1970. Tra i suoi libri ricordiamo: L'ussaro sul tetto (di cui è stata fatta una celebre trasposizione cinematografica), Una pazza felicità, Il Disertore, Angelo e Colline, L'uomo che piantava gli alberi, Lettera ai contadini sulla povertà e la pace.



Corrado Guzzanti
La seconda che hai detto!
Il libro di Quélo e di altra gente in grossa grisi

Ti chiedi i "come mai", i "come dove" nel mondo... Dove chi? Perché quando? Dov'è la risposta? Ti chiedi i "quasi quasi" e miagoli nel buio... ma la risposta non la devi cercare fuori, la risposta è dentro di te, e però è sbagliata...

Corrado Guzzanti ha in questo volumetto deciso di trasporre sulla pagina scritta alcuni personaggi da lui creati per la trasmissione televisiva "Pippo Kennedy Show" e le cui frasi caratterizzanti erano già entrate nel linguaggio corrente, soprattutto giovanile. "La seconda che hai detto", oppure "per questo, questo e quest'artro motivo" sono espressioni che ormai si sentono ripetere dai ragazzi nel loro dialogare corrente. Diviso in capitoletti, o meglio in giornate, il libro ha come personaggio centrale il Messia di Quélo, che dà la sua buona novella e mette tutti al corrente della grossa grisi che si è abbattuta sull'umanità e, soprattutto, della sua personale grossa grisi. Sveglia alle sette meno un quarto, bambina dall'apparato digestivo un po' debole (i cibi che è costretta a ingurgitare non l'aiutano di certo), moglie dai curiosi impegni notturni, viaggi da Foggia disastrosi, insomma una vita in cui è costretto a fare tutto lui... Non si può poi pretendere che abbia un pensiero organizzato, è già tanto che abbia deciso di fondare una nuova religione!
Anche altri due personaggi "culto" del "Pippo Kennedy" appaiono nel volumetto: Gianni Livore e il "Il tecnico del computer".
Costretto dalla moglie a mangiare continuamente cibi fritti (nello stesso olio da 25 anni),Gianni Livore è un consumatore accanito di medicinali di ogni tipo. Il suo fegato è messo a dura prova anche dall'esosità del suo commercialista e da certe menzogne storiche, come l'affermazione che la terra è rotonda, mentre in realtà la terra è piatta, irrimediabilmente piatta.
Il tecnico del computer parla solo una strana lingua informatica, e comunica solo con chi possiede il punto giusto: "Superata punto quattro. Tu stai andando in rete con una configurazione fantasmata col BPS nominale e tutto quanto: ci avrai un derivatore a doppia mandata!".
Tre personaggi assolutamente diversi tra loro a testimoniare l'abilità di Guzzanti nel vestire i più diversi panni, e nel saper cogliere certe caratteristiche umane del nostro tempo, esasperandole naturalmente, ma cogliendo nel segno, colpendo le nevrosi, le ossessioni, gli abbrutimenti di questa società in cui c'è grossa grisi.


La seconda che hai detto! Il libro di Quélo e di altra gente in grossa grisi di Corrado Guzzanti
Pag. 132, Lit. 18.000 - Edizioni Baldini & Castoldi (Le Formiche 49)
ISBN 88-8089-370


Le prime righe

PRIMA GIORNATA DI VIDEOCONFERENZA

Tu come lo vedi?

QUÉLO: Buonasera, volevo dire al mondo e a tutti gli amici di Internet che in questi tempi stiamo vivendo una grossa grisi! C'è una grossa grisi... grisi dei valori... c'è molto egoismo... molta violenza...

É vero, ma lei chi è?

QUÉLO: Io sono un Messia e porto la parola.

La parola di chi?

QUÉLO: La parola di Quélo.

Indica un piccolo totem di legno con occhi e bocca disegnati e chiodi al posto delle braccia e dei capelli.

Quélo? E cos'è? Una nuova religione, un culto?

QUÉLO: Per adesso c'è Quélo!

Cioè?

QUÉLO: Tu come lo vedi?

Io vedo un pezzo di legno... no, non lo so, un dio, un amuleto...

QUÉLO: La seconda che hai detto, un dio (scrive su un foglio) "un... dio..."


© 1997, Baldini&Castoldi s.r.l.

L'autore
Corrado Guzzanti è nato a Roma il 17 maggio 1965. Ha studiato filosofia all'Università la Sapienza di Roma. Ha esordito come attore nell'89 con Il fidanzato di bronzo, di Sabina Guzzanti e David Riondino. È autore e protagonista di programmi storici per la tv. Questo è il secondo libro, il primo è Il Libro de Kipli.



i quaderni di Panta
Scrittura creativa
La scrittura creativa raccontata dagli scrittori che la insegnano
a cura di Laura Lepri

"Bisogna allenare il talento, tutto qui. Per istinto si può anche fare a botte ma se combatti con uno bravo e non hai allenamento, le prendi".

Uno strumento indispensabile per chi ama scrivere, ma anche per coloro che vogliono semplicemente esercitare una forma di lettura ragionata e attenta. I contributi, numerosissimi, degli scrittori che hanno partecipato alla realizzazione di questo volume, sono diversificati nella forma e nel contenuto, ma vertono tutti sull'analisi della scrittura creativa, sia dal punto di vista del proprio lavoro, che analizzando l'opera di altri. Essenzialmente si tratta di interviste in cui si presentano i criteri, i modi, le forme, i tempi con cui il singolo scrittore trasforma in narrazione pensieri e idee, corredate di una fotografia scelta dall'autore per testimoniare visivamente il proprio pensiero. Gli intervistati hanno inoltre in comune l'esperienza di insegnamento, di collaborazione con scuole di scrittura e hanno dunque già affrontato i problemi, le difficoltà del diretto rapporto con gli "allievi". E proprio di questi allievi, o meglio, di quelli che si sono distinti nell'ambito dei corsi organizzati in tutta Italia, si presenta in Appendice una selezione di lavori. Sempre in Appendice, anche un elenco di scuole di scrittura selezionate in base a criteri di serietà e validità.
La curatrice, Laura Lepri, è un nome molto noto per coloro che si interessano di editoria: ha svolto e svolge infatti il lavoro di editor, ma ha avuto anche il compito di proseguire nel lavoro iniziato da Pontiggia con la scuola di scrittura creativa del Teatro Verdi di Milano. Una garanzia, dunque, per la corretta impostazione del saggio. Mi sembra interessante concludere con una frase della sua Piccola avvertenza introduttiva: "Come in ogni libro che parla di scrittura creativa, ma anche come ogni manuale, è carente, inevitabilmente, di un aspetto fondamentale, insostituibile e forse irriproducibile sulla pagina, delle lezioni: il rapporto diretto, coinvolgente e complesso, con l'insegnante. Molto spesso impastato, come direbbero gli piscoanalisti, di proiezioni, tensioni, ambivalenze, veri e propri transfert. Questo livello emotivo è quasi impossibile da ricreare, anche se si è cercato almeno di evocarlo. Chi legge lo immagini, se possibile, perché in ogni corso si istituisce, più o meno forte".


Scrittura creativa. La scrittura creativa raccontata dagli scrittori che la insegnano, a cura di Laura Lepri
409 pag., ill., Lit. 29.500 – Edizioni Bompiani, (i quaderni di Panta)
ISBN 88-452-3527-0

Le prime righe

Alessandro Baricco
Percepire


Torino. L'appuntamento è alle undici e trenta di un venerdì mattina di inizio estate. Arrivo qualche minuto prima. La scuola Holden è deserta. Non ci sono gli allievi, ormai tutti rientrati nelle loro città. Né tanto meno i professori, ognuno tornato a fare il suo lavoro di sempre: lo scrittore, il regista cinematografico, l'editor, il giornalista, lo sceneggiatore, il critico teatrale, il pubblicitario, il baritono. Sì, insegna anche un baritono alla scuola multimediale di tecniche della narrazione intitolata al giovane eroe salingeriano.
Lo spazio è luminoso, allegro, caldo. Il pavimento è di legno chiaro, i grandi finestroni della palazzina liberty fanno entrare tutta la luce possibile. I muri bianchi la riflettono. Una cortese impiegata mi permette di andare in perlustrazione: nella biblioteca, dove gli scaffali contengono libri, cassette di film, raccolte di fumetti, riviste di ogni genere. Nelle piccole aule, arredate con poche sedie e un tavolo ovale intorno al quale si riuniscono in seminari ristretti gli allievi. Nel salone degli incontri più affollati, dove i ragazzi hanno a disposizione alcuni computer e una macchina per il caffè. C'è un palco, appena sopraelevato, dal quale parlano gli oratori in visita, o suonano i musicisti; e tanti piccoli tavoli tondi, come in un bistrò. Alcune foto alle pareti avvertono che non si può fumare. L'avvertenza è apposta sopra i volti in bianco e nero di Humphrey Bogart, Lauren Bacall o James Dean, ma tutti hanno fra le labbra una sigaretta. Da quelle di Groucho Marx, invece, pende l'immancabile sigaro. Piccolo, ironico paradosso.

Del resto la scuola stessa ha il nome, "nella speranza che Salinger non lo venga mai a sapere", di un "ragazzino che non ne voleva sapere di scuola, college, insegnanti, materie, esami", come si legge nell'opuscolo che la promuove.


© 1997, RCS Libri



Christa Wolf
Nessun luogo. Da nessuna parte

"Dentro di me io porto un cuore, come una terra del Nord il germe di un frutto del Sud. Si sforza, si sforza, ma non riesce a maturare."

Kleist

"Così mi pare di vedere me stessa distesa nella bara, mentre i miei due Io si guardano fissamente con enorme stupore."

Günderrode


Una storia immaginaria che si inserisce nel filone delle immaginarie storie di incontri fra personaggi noti. I protagonisti sono Heinrich von Kleist e Karoline von Günderrode. L'autrice li fa incontrare in un salotto elegante, a casa del commerciante Merten, in un pomeriggio dell'estate 1804, in un'atmosfera di dialogo, discussione, interesse reciproco e nell'ambito di relazioni interpersonali molto complesse. Non sono soli, Kleist e Karoline, ma nella casa si trovano anche Clemens Brentano, le sue sorelle Bettina e Gunda con il marito, il giurista Savigny, il naturalista Esenbeck con la moglie.
Una narrazione intensa, a tratti difficile, con riferimenti continui a testi dei due scrittori, alla loro personalità, a quella che sarà la loro fine, a distanza di qualche anno, drammatica ma desiderata, terribile ma inesorabile per due personalità incapaci di inserirsi nella grande corrente della società, del mondo dei contemporanei. A distanza di poco tempo, nel 1806, si suiciderà Karoline, nel 1811 Kleist. Come afferma Anita Raja nella sua postfazione, "se per Kleist, soffocato dal suo tempo, non c'è spazio 'in nessun luogo, da nessuna parte', per Günderrode lo stesso disagio è centuplicato dall'essere donna in una società a misura maschile".
Da ricordare che la vita e l'opera della poetessa hanno interessato da sempre la Wolf. Questo stesso testo ha circa vent'anni e ha "tratto linfa", come dice ancora Anita Raja, "da un conflitto con uno stato che non esiste più (la Repubblica Democratica Tedesca) e da una rivendicazione che invece è sempre viva e attuale: il diritto al dissenso, il rifiuto di assoggettarsi a una norma che non ci contiene".


Nessun luogo. Da nessuna parte di Christa Wolf
Titolo originale dell'opera: Kein Ort. Nirgends

Traduzione dal tedesco di Maria Grazia Cocconi e Jan-Michael Sobottka
Postfazione di Anita Raja
134 pag., Lit. 22.000 – Edizioni e/o, (Dal Mondo)
ISBN 88-7641-334-0

Le prime righe

La traccia insidiosa nella quale il tempo si allontana da noi.
Voi, predecessori, sangue nella scarpa. Sguardi senza occhi, parole senza bocca. Forme, prive di corpo. Discesi al cielo, dispersi in tombe lontane, resuscitati dai morti, ancora, sempre rimettendo ai nostri debitori, triste pazienza d'angeli.
E noi, ancora, sempre avidi del sapore di cenere delle parole. Non ancora, come dovremmo, muti.
Di' per favore, grazie.
Per favore. Grazie.
Risa antiche, di secoli. L'eco, immane, più volte spezzata. E il sospetto che nulla più verrà all'infuori di questa risonanza. Ma solo la Grandezza giustifica la mancanza contro la legge e riconcilia il colpevole con se stesso.
Uno di loro, Kleist, colpito da quest'udito troppo sensibile fugge con pretesti che non gli è concesso penetrare fino in fondo. Senza meta, sembra, segna la lacerata carta d'Europa con la sua traccia bizzarra. Dove io non sono, lì c'è la felicità.
La donna, Günderrode, confinata in quel cerchio ristretto, meditativa, perspicace, integra, risoluta a vivere per l'immortalità, a sacrificare il visibile all'invisibile.
Che si siano incontrati: vagheggiata leggenda. Winkel sul Reno, noi l'abbiamo visto. Un luogo adatto.
Giugno 1804.


© 1997, Edizioni e/o

L'autrice
Christa Wolf è nata a Landsberg nel 1929. La sua opera testimonia le lacerazioni sociali di una Germania divisa e la difficile integrazione nel socialismo reale. Della scrittrice tedesca è particolarmente conosciuta l'opera Medea, scritta dopo che l'autrice era stata accusata di collusioni con il regime di Honecker. Ma il suo lavoro di ricerca delle radici femminili attraversa anche Cassandra, Recita estiva, Guasto.



19 dicembre 1997