Francesco Attardi Anselmo e Elisa De Luigi
Le ricette di Lady Macbeth
Verdi e Shakespeare in cucina

Un invito a cena molto speciale: un menù interamente ispirato al dramma di Shakespeare e alla trasposizione musicale verdiana, con piatti che si trasformano in citazioni dotte.

Sedici minuti di applausi hanno acclamato proprio in questi giorni (il 7 dicembre, esattamente) l'edizione, che inaugurava la stagione 1997-98 del Teatro alla Scala di Milano, del Macbeth di Verdi, con la direzione di Riccardo Muti. Contemporaneamente è uscito nelle librerie questo originale volumetto di ricette basate sulla vicenda che vede Lady Macbeth protagonista e ispiratrice, con molti altri personaggi della storia, di raffinate opere culinarie. Il libro è suddiviso secondo la medesima struttura dell'opera: Ouverture pot-pourri (carni e verdure cotte insieme); Atto Primo, con ricette demoniache, stregonesche e magiche, come la Frittura di neonata (a base di bianchetti...), la Lattuga divinatoria, i Gufi di pera "Belle Helene"; segue un Intervallo dedicato a Verdi (i Vol–au-vent alla Busseto "parlano chiaro") e l'Atto Secondo (dominato dalle Voluttà di Lady, con fragole, panna, amaretti); non poteva mancare un Intervallo Elisabettiano (Stratford-on-Avon pork pie, per omaggiare il paese di nascita di Shakespeare) seguito dal Terzo Atto (Polpette sataniche al curry e Elmi di frutta con gelato), un Intervallo demoniaco (Magia bianca, con panna, Magia nera con mandorle e nocciole, Bagna cauda apotropaica) e il gran finale del Quarto Atto, a base di Cuore di Lady (croccante e al cioccolato!), Gran Fuga di desserts e Torta "Re di Scozia", consacrata al nuovo e legittimo re. E sono solo alcuni dei molti suggerimenti per un pranzo letterario-teatrale destinato agli amanti della cucina, della letteratura e della musica lirica.
Come si legge nell'Introduzione, con le Ricette di Lady Macbeth gli autori, ispirati in particolare alla protagonista femminile del dramma, hanno voluto non solo raccontare in maniera originale la storia del Macbeth, ma anche entrare nel mondo di Verdi e in quello di Shakespeare, realizzando alcuni piatti che si rifanno direttamente alla cucina tradizionale dei rispettivi luoghi di nascita.


Le ricette di Lady Macbeth. Verdi e Shakespeare in cucina di Francesco Attardi Anselmo e Elisa De Luigi
Illustrazioni di Elisabetta Bevilacqua
152 pag., ill., Lit. 24.000 – Edizioni Publigold (Golosia & C.)

Le prime righe

OUVERTURE POT-POURRI

Ad annunciarci il dramma di Macbeth ed immetterci nel vivo della vicenda è il Preludio dell'opera, un' Ouverture pot-pourri che, anticipando i temi salienti, ci predispone spiritualmente all'ascolto.
Il motivo che balza subito al nostro orecchio è quello strisciante e lugubre delle Streghe, che Verdi ottiene con l'unisono di oboe, clarinetto e fagotto, tema che udremo poco dopo, nell'Introduzione, quando le donne compiranno i loro riti infernali intorno al calderone fumante. Ad esso, quasi ad esprimere lo sguaiato cicaleccio delle megere, si alternano i rapidi e sulfurei frizzi dei violini.
Al termine di questa breve e "diabolica" premessa, ecco lo schiantarsi compatto ed improvviso degli accordi degli ottoni, quasi il precipitare del fato che, inesorabile come una mannaia, si abbatte su Macbeth. Su questo motivo di possente energia, che ritroveremo nel terzo atto, durante la Scena delle Apparizioni, lampeggiano improvvisi e lancinanti bagliori di tempesta, dove l'ottavino, lo strumento più piccolo ma più penetrante dell'orchestra, fa da protagonista.
Tutto ciò è una premessa, poiché il tema principale del preludio è quello del Sonnambulismo della Lady che contraddistinguerà la grande scena dell'ultimo atto, dove con gli occhi spalancati "sul buio della coscienza", la donna fatale cerca di cancellare la macchia delle sue colpe.
La melodia del Sonnambulismo, che si intreccia al tema veemente dei tromboni, è affidata alla toccante espressività dei violini; il momento centrale di questo episodio, di un'espressione quasi dolorosa, interrotta qua e là da brevi sussulti di inquietudine, esprime non tanto il vagare della Lady nel castello, quanto il senso di pietà di chi la osserva. Raggiunto il suo acume drammatico, il tema ripiega su se stesso, in una splendida dissolvenza dei violini sull'arpeggiare del clarinetto.
Il Preludio del Macbeth è costruito secondo la logica musicale dell'Ouverture pot-pourri, ovvero una successione di temi e frammenti melodici tratti dall'opera e riuniti assieme in forma sinfonica.
Il termine francese Pot-pourri, adottato dal gergo musicale, è preso a prestito dal magico mondo della gastronomia, ed a sua volta deriva dallo spagnolo Olla Podrida, uno stufato misto di carni e verdure.
Come non dedicare a questa drammatica OUVERTURE POT-POURRI la gioiosa prima ricetta del nostro libro, suggeritaci dalla cucina spagnola: un succulento piatto di carni e verdure cotte assieme.

Ricetta

Ingredienti per 6 persone: 80 gr di ceci secchi, 100 gr di lardo, 100 gr di prosciutto crudo in un sol pezzo, mezza gallina, 100 gr di salsiccia, 200 gr di carne di manzo, 1 osso completo di midollo, 1 piedino di maiale, fegatini di pollo, 1 orecchio di maiale, 2 zampe di gallina, prezzemolo, 1 cipolla steccata con un chiodo di garofano, 1 gambo di sedano, 1 carota, sale.


© 1997, Publigold s.r.l.

Gli autori
Francesco Attardi Anselmo è laureato in musicologia, ha studiato pianoforte, composizione e direzione d'orchestra al Conservatorio di Milano, perfezionandosi successivamente in Austria e negli Stati Uniti. Tra le sue pubblicazioni figurano un volume sulla musica a Roma nell'Ottocento e svariati saggi su Mozart, Donizetti, Ponchielli, Stravinskij, Britten. È titolare della cattedra di Storia ed Estetica musicale presso la Civica Scuola di Musica di Milano e con la moglie, Elisa De Luigi, ha pubblicato Il Flauto Magico, opera gastronomica.

Elisa De Luigi è diplomata in pianoforte e canto e ha svolto un'intensa attività concertistica nelle principali città italiane. Ha effettuato registrazioni discografiche per la Ducale, la De Agostini e trasmissioni televisive Rai. Insegna al Conservatorio "G. Verdi" di Milano.



Gino Bottiglioni
Leggende e tradizioni di Sardegna
Introduzione di Enrica Delitala


Si tratta della riproduzione dell'edizione Leo S. Olschki del 1922 di un'opera, ovviamente introvabile, che testimonia in maniera piuttosto scientifica le caratteristiche formali e linguistiche delle leggende sarde, riportate anche nella forma grafica fonetica originale. Bottiglioni, professore ordinario di italiano e studioso di tradizioni e cultura sarde, raccolse nel volume numerose leggende trascritte dalla diretta testimonianza degli abitanti e le abbinò a una introduzione in forma di breve saggio esplicativo dal titolo Elementi e caratteri generali della leggenda sarda.
Nella sua introduzione, Enrica Delitala sottolinea: "La parte essenziale del lavoro è naturalmente l'antologia di testi, tuttora la più ampia ad estensione regionale sarda. Bottiglioni pubblicò, come si è detto in grafia fonetica e con traduzione letterale, 127 testi di 'leggende e tradizioni' provenienti complessivamente da 56 punti di rilevamento e dovuti a 83 narratori; si tratta indubbiamente di un campione significativo anche se la scelta delle località obbediva a criteri di documentazione linguistica e, per quanto ne sappiamo, fu abbastanza casuale così come la scelta degli intervistati. Le informazioni fornite da Bottiglioni per quanto precise sono limitate all'essenziale: di ciascun narratore egli indica nome, cognome e località di provenienza, il che permette di stabilire il numero di intervistati per ogni punto di indagine e la percentuale di uomini e di donne; viceversa rimane indeterminata l'età e solo in casi eccezionali è possibile risalire al mestiere o alla condizione sociale del narratore." Del resto l'interesse dell'opera è nella sua testimonianza storica e letteraria, nel suo essere ormai un classico della glottologia, infarcito di apparizioni diaboliche, storie di magie e di personaggi fantastici.


Leggende e tradizioni di Sardegna di Gino Bottiglioni
Introduzione di Enrica Delitala

Ristampa anastatica di Leggende e tradizioni di Sardegna di Gino Bottiglioni, prima edizione, Olschki, Ginevra 1922
XVIII, IV, 157 pag., ill., Lit. 48.000 – Edizioni Meltemi (Gli Argonauti. Collana diretta da Luigi M. Lombardi Satriani)

Le prime righe


Dimorando in Sardegna per un tempo assai lungo, è accaduto a me, come a tanti altri, di non poter resistere al desiderio di conoscere un po' intimamente quell'isola piena d'interesse e di attrattive per chi voglia studiare la sua natura, la sua storia, il suo popolo. Nelle mie peregrinazioni per la terra dei Sardi, attesi soprattutto a raccogliere documenti linguistici, con l'intento di servirmene per l'esame di alcune particolarità dialettali non ancora ben lumeggiate; e ad ottenere dalla viva voce del popolo la parlata nativa, schietta e genuina, pensai che il mezzo migliore fosse quello d'indurre le mie fonti a narrare liberamente ciò che più poteva interessarle, cioè le varie leggende arrivate fino a loro attraverso i racconti dei più anziani. La trascrizione fonetica rapida ed esatta non mi riuscì facile per i primi tempi, sicché non pochi furono gli appunti che, nella revisione finale, mi parvero insufficienti, ma poi a poco a poco, con una serie di esercizi, pervenni a educare il mio orecchio e acquistai la pratica necessaria a fissare con i segni diacritici il discorso che fluisce spontaneo dalla bocca di un narratore.
Dopo essermi così procurata una buona messe e varia di documenti, mi accinsi a studiarli e qualche profitto ne trassi in un mio articolo che vide la luce or non è molto; ma poi ebbi a convincermi che i miei testi potevano ben rendere qualche servigio alla glottologia, pubblicati così come furon raccolti ed ecco la ragione principale per cui questo lavoro non mi parve inutile. Infatti, quantunque la letteratura dialettale sarda sia fra le più ricche d'Italia, tuttavia non sono molti i testi trascritti in modo da poter servire al glottologo il quale, per procedere con franchezza nelle sue ricerche, ha bisogno di documenti sicuri ed esatti.


© 1997, Meltemi editore srl

L'autore
Gino Bottiglioni (1887-1963) fu glottologo e studioso di tradizioni popolari, a lungo docente nella Scuola Normale di Cagliari. Dalla sua ampia bibliografia ricordiamo l'Atlante linguistico-etnografico della Corsica (1933-40).



Franco Del Moro
Ultimo avviso prima del collasso
L'obiettivo non dichiarato del progresso, dell'economia, del potere

Dobbiamo reimparare a dubitare delle apparenze, perché nella maggior parte dei casi questo non rimane uno sterile esercizio.

Un'analisi impietosa della realtà contemporanea, di un progresso solo apparente che viene troppo spesso presentato come strada per una nuova età dell'oro, ma che è solo un grande imbroglio nei confronti dell'umanità. Le grandi innovazioni tecnologiche non hanno salvaguardato l'ambiente, anzi ne hanno causato danni forse irreversibili. L'informazione ormai globale e "in tempo reale" data in pasto ad un pubblico che ha perso capacità critiche, è in realtà disinformazione, perché nessuna notizia ha la "durata" che meriterebbe, subito soppiantata da altre più clamorose. Nessuna notizia, dice l'autore, resiste più di pochi giorni, perché i media non possono permettersi approfondimenti, ma, incalzati dalla concorrenza, devono dare sempre nuove informazioni. I fatti vengono solo "guardati" e non certo "pensati" dal cittadino bombardato ogni momento da nuove raffiche di notizie. Il consumismo, come valore, si è impadronito delle coscienze, portando a forme di nevrosi fin dalla più tenera età: è documentato da recenti statistiche l'elevato numero di bambini e adolescenti curati negli Stati Uniti con farmaci antidepressivi.
Citando Gandhi, Del Moro sente l'esigenza di trovare una strada per coniugare progresso e felicità e prima di tutto vede l'urgenza di compiere un'opera di demistificazione e di sensibilizzazione delle coscienze. "All'antropocentrismo andrebbe opposto il biocentrismo", cioè la coscienza che il singolo deve acquisire di far parte dell'universo. Alla globalizzazione contrappone poi una forma di localismo che rispetti gli "equilibri della propria bioregione e dell'economia locale", sulla scia di una scuola economico politica che guarda a Marco Revelli.
In sintesi l'unica possibilità di salvezza è data dal nascere e dall'espandersi di una nuova cultura non violenta, legata alla natura e ai valori di solidarietà e fratellanza.


Ultimo avviso prima del collasso. L'obiettivo non dichiarato del progresso, dell'economia, del potere di Franco Del Moro
Pag. 128, Lit. 20.000 - Edizioni Ellin Selae


Le prime righe


Nel 1779 Ned Ludd fece a pezzi un telaio come reazione all'introduzione delle macchine nell'industria, sostenendo che il macchinismo avrebbe causato disoccupazione e salari più bassi. Diede così vita a un autentico movimento, il luddismo, che tentò di sbarrare la strada al "progresso". Proprio in nome del progresso questo movimento venne represso nel sangue e i luddisti considerati miopi e timorosi. Oggi, due secoli dopo, dobbiamo riconoscere che l'industrialismo e la globalizzazione sono all'origine delle percentuali in continua crescita della disoccupazione, della progressiva perdita dei diritti sindacali da parte di chi il lavoro ce l'ha ancora e della disgregazione dello stato sociale, ottenuto dopo anni di dure lotte.
Negli anni '30 il famoso economista John Maynard Keynes disse: "Ciò che ci affligge non sono i reumatismi dell'età, ma le difficoltà crescenti legate ai cambiamenti frenetici, i tormenti di una transizione da un periodo economico all'altro. L'aumento dell'efficienza tecnologica si è realizzato più rapidamente della nostra capacità di risolvere il problema dell'assorbimento della manodopera".
Negli anni '40-50, al termine del conflitto mondiale, ci fu chi dubitò della buona fede degli Stati Uniti e sospettò che dietro alla volontà di ricostruire l'Europa non sui nazionalismi, al fine di scongiurare nuove guerre, c'era in realtà la precisa volontà di creare in Europa un grande mercato unico da colonizzare, posto sotto il diretto controllo degli USA, interessati anche a imporre una "diga" al comunismo.


© 1997, Associazione letteraria Ellin Selae

L'autore
Franco Del Moro è direttore della rivista letteraria Ellin Selae e collabora con numerose altre testate dell'area letteraria, ecologica, politica. Sue opere precedentemente pubblicate sono: Cose che capitano e piccoli misteri, Uso e natura metafisica di un libro.



John Fante
Il Dio di mio padre

"La mia ultima notte a casa. Piansi a letto, ripensando a varie cose: ai miei fratelli, alle mie sorelle, alla vigilia di Natale, al mio cane Rex, ai miei conigli, a mia madre, ai giorni di scuola, al profumo del pane caldo. Addio a tutto questo, a mamma e a papà e al Colorado."

Una raccolta di brevi racconti che immergono il lettore nella vivace atmosfera di un'America assolutamente particolare: vista attraverso gli occhi di un bambino, di un adolescente, di un giovane uomo, di un adulto... Rappresentanti di una società dalle molteplici radici geografiche, con ancora forti i segni, nei corpi e nelle psicologie, delle diverse origini e con l'idea di dover ancora conquistare qualcosa per essere all'altezza di questa America così opulenta e così forte che li ha accolti.
La scrittura vivacissima di Fante propone, attraverso veloci dialoghi o brevi commenti, spaccati di realtà quotidiana, mai drammatici o esasperati, ma assolutamente autentici. I rapporti intergenerazionali sono fortemente caratterizzati dalle specificità culturali delle origini: per chi arriva dall'Italia il non desiderare marito e figli, ma aspirare alla verginità religiosa, appare quasi "un'eresia", così come indiscussa è l'autorità paterna in un ambiente ancora fortemente contadino. Conquistare l'America è anche ottenere l'amore di una donna tipicamente americana, bionda, alta e formosa, molto vicina agli ideali femminili trasmessi dalla pubblicità. Per chi arriva dalle Filippine, e ha saputo affrontare anni di sacrifici e di lavoro, questa è la più difficile delle mete e delle integrazioni.
I sentimenti, le emozioni, la tenerezza e la spontaneità che emergono da questi racconti, così come l'autenticità dei personaggi, siano essi adolescenti irrequieti, o genitori comprensivi, rendono Fante un autore amatissimo da un pubblico di lettori giovani che non sopportano vezzi letterari o schematismi narrativi.


Il Dio di mio padre di John Fante
Traduzione di Francesco Durante
Pag. 125, Lit. 22.000 - Edizioni Marcos y Marcos (Gli Alianti 48)

Le prime righe

Suora non più


Alle medie mia madre andò a scuola dalle suore. E dopo voleva farsi monaca pure lei. Me l'ha detto nonna Toscana. Però la nonna, e con lei tutta la famiglia, non sentiva ragioni. Le dissero che magari in altre famiglie non ci sarebbe stato nessun problema se una ragazza si faceva monaca, ma non nella loro. Mia madre si chiamava Regina Toscana, ed era così santa che la santità le illuminava lo sguardo. Teneva in camera sua una statua di santa Teresa, e ogni volta che la tormentavano sulla faccenda del farsi o non farsi monaca si chiudeva là dentro e pregava davanti a santa Teresa, giorno e notte.
"Oh venerabile Santa!" la invocava. "Dammi la luce che io possa vedere il cammino che vuoi ch'io compia, sì che risponda al Tuo invito. Inondami della Tua grazia santificante nel nome della nostra Madre Benedetta e del Signore Gesù, amen!"
Una preghierona. Ma non funzionò. L'irremovibile nonna toscana ripeté: niente da fare. Disse a mia madre che la piantasse di bamboleggiare e si mettesse finalmente a ragionare. Tutti le parlavano così, lo zio Jim, lo zio Tony, nonna e nonno Toscana. Erano paesani italiani e non gradivano quel comportamento. Gli italiani non sopportano che le loro donne vogliano rimanere zitelle. Non lo sopportano e trovano che sia uno stupido capriccio. Meglio, molto meglio sposarsi, per le italiane. Paga il marito e tutta la famiglia risparmia. Questo andavano ripetendo a mia madre.


© 1997, Marcos y Marcos

L'autore
Dopo la riscoperta avvenuta in Francia negli anni Ottanta, John Fante (1909-1983), conosciuto in vita soprattutto come sceneggiatore cinematografico a Hollywood, sta diventando autore di culto anche in Italia. Tra i libri di Fante pubblicati da Marcos y Marcos: Chiedi alla polvere; Aspetta primavera, Bandini; La strada per Los Angeles; Sogni di Bunker Hill, infine La confraternita del Chianti e A ovest di Roma.



Enrico Ghezzi
Il mezzo è l'aria

si vede la
cosa
si pensa a
altro
e questo altro
è la cosa stessa


I mezzi avvicinano sempre di più, ma gli individuano comunicano sempre meno. Riprendendo Thoreau (che aveva in mente per il suo Ottocento "navi e ferrovie"), Enrico Ghezzi allude qui la televisione (protagonista del nostro Novecento). Sarebbe opportuno scrivere tele-visione, in modo da includere tutte le altre forme di visione "in lontananza" o, meglio, che annullano la lontananza. E il paradosso è tutto qui: in realtà, non comunichiamo proprio perché siamo troppo vicini, proprio perché il medium ha perso la sua distanza essenziale, in virtù della quale esso indicherebbe al tempo stesso il luogo dell'evento e ciò che sta in mezzo, ossia si "intro-mette" tra l'evento e la ricezione dell'evento.
Il mezzo è l'aria recita il titolo del pamphlet di Ghezzi. Ma l'aria era il "mezzo" attraverso cui Galileo faceva cadere una pietra e una piuma, ed era a causa di quel "mezzo" che egli non percepiva affatto come esse cadessero seguendo la stessa legge. Fu solo l'astrazione intellettuale (supporre sempre più "rarefatto" il mezzo) a permettere a Galileo di vedere "con l'occhio della mente" come in assenza d'aria la pietra e la piuma cadessero esattamente allo stesso modo ; e furono le generazioni successive a produrre addirittura il vuoto (annullare il mezzo) con la pompa aspirante. Oggi non sembra esserci, però, via d'uscita: nessun congegno "meccanico" e forse nessun artificio intellettuale. La tele-visione è già di per sé l'annullamento del mezzo e, come ricorda Ghezzi, proprio per questo "eccede" ogni congegno e ogni artificio.

dalla Nota di Giulio Giorello




Il mezzo è l'aria di Enrico Ghezzi
Pag. 72, Lit. 9.000 - Edizioni Bompiani (pasSaggi Bompiani)

Le prime righe

Credo sempre meno, o comunque pochissimo, nella comunicazione. Può anche essere paradossale fare questa affermazione. Ognuno (io per primo) sente nella sua vita affettiva, famigliare, professionale, comunque quotidianamente, gli effetti di mancate comunicazioni. Comunicazione insoddisfacente, scarsa comunicazione, scarsa comunione, scarsa comunità. E non confonderei questi termini con una matrice comune, ma il sospetto che mi consentirei di esprimere verso la comunicazione come fine, e anche come situazione, è che la comunicazione dominante, a portata di molti o di tutti oggi, è una comunicazione fasulla.
Non vorrei fare questioni di vero o di falso, ma è una comunicazione a bassa intensità, o meglio la cui massima intensità ci eccede proprio in senso tecnico. Prendiamo le grandissime dirette: le olimpiadi, per esempio, o il prossimo evento di esplorazione interplanetaria. Credo che in essi ci sia un fortissimo potenziale di tipo comunitario-religioso, quello che si esprime anche più banalmente, in Italia, col festival di Sanremo.
Il festival di Sanremo palesemente non ha nulla da comunicare, è sempre più onesto in questo. Che non si tratti più di canzoni e di musica è chiaro da molti anni. È una specie di gran gioco basato sulla canzone, su un parlare con musica, sugli ospiti e su una storia solidificata, stratificata, costituita, che permette di farne automaticamente una grande festa, deludente, sciapa, come tutte le grandi feste, alla fine però avvenuta. Avrà visto presenti non solo i protagonisti sul palco ma soprattutto (è potentemente interattivo, un evento come Sanremo) quei quindici, sedici, diciassette milioni di spettatori che sono l'unica grazia potente della situazione-Sanremo.
Non conta il fatto che vinca una cosa o un'altra, che ci siano delle gag o che ci siano degli orrori. Conta invece che sia una specie di vacanza, di carnevale, di eventino-eventone al quale il paese è invitato, e quando perderemo - se la perderemo (magari!) - questa possibilità di collegamento in rete di massa su eventi anche molto piatti e molto stupidi, perderemo qualcosa rispetto per esempio alle reti di tipo telefonico-telematico (Internet eccetera).


© 1997, RCS Libri S.p.A.

L'autore
Enrico Ghezzi si occupa di cinema e di televisione (è uno degli ideatori di "Blob" e di "Fuori orario"), per Bompiani ha già pubblicato Paura e desiderio - cose (mai) viste 1974-2001 (1995) e Cose mai dette - fuori orario di fuori orario (1996).



12 dicembre 1997