Enrico Bertolino
Milanesi
Lavoro, guadagno, spendo, pretendo

Una malattia colpisce i milanesi: la sindrome del tempo perduto. Tra i sintomi più evidenti: "mangiare un panino in macchina a colazione, per poter essere al lavoro in anticipo, oppure fare la spesa alle undici di sera all'ipermercato, convinti di aver guadagnato tempo libero, da investire lavorando altrove".

La collana della casa editrice Sonda Le Guide Xenofobe è ormai presente da tempo in quella fascia di lettura tra il serio e il faceto che un po' intende far ridere e un po' far pensare. Nata inizialmente come guida alle idiosincrasie degli stranieri, si è in seguito allargata all'analisi umoristico-satirica dei migliori difetti degli italiani, dai romani ai liguri, dai valdostani ai romagnoli, fino, adesso, ai milanesi. I difetti degli abitanti di questa metropoli sono descritti con il tratto pungente di chi questi difetti li conosce bene, li ha sempre accanto e (perché no) se li vede addosso. L'autore è infatti un comico milanese che proprio sui tic e sulle manie dei suoi concittadini ha costruito i suoi personaggi e i suoi monologhi teatrali e televisivi. Il volumetto è diviso in alcune "sezioni", tra cui i ruoli sociali, le ossessioni, la moda, la grande fuga del week-end, il tempo libero... Per ogni argomento Bertolino sottolinea quali siano gli aspetti più divertenti e caratteristici della personalità del milanese-tipo: lavoratore indefesso, automobilista scatenato (colpito dalla sindrome da Gran Premio dei pirla), assolutamente dipendente dal telefonino ("come minimo Gsm, meglio se satellitare, perché permette di parlare con la Lapponia senza sgradevoli interferenze dal box di casa passando per l'Antartide"), in fuga di massa durante il week-end ("che gusto ci possano trovare i milanesi a passare una giornata sempre in coda – al casello, alla funivia, allo skilift, poi di nuovo al casello – rimane uno dei misteri più impenetrabili della natura, insieme con l'origine della vita e il successo dei telequiz"), o votato all'hobbistica ("a Milano il lavoro è un hobby, e quindi gli hobby sono veri e propri lavori"), ecc.
Per imparare a ridere dei propri difetti e, magari, per migliorare un po'...


Milanesi. Lavoro, guadagno, spendo, pretendo di Enrico Bertolino, a cura di Federico Calì
95 pag., Lit. 10.000 – Edizioni Sonda, (Le Guide Xenofobe, a cura di Federico Tibone)

Le prime righe

MILANO E IL RESTO DEL MONDO

Non è che i milanesi abbiano un'alta opinione di sé: sono gli altri a dimostrarsi oggettivamente inferiori. Loro non fanno altro che comportarsi come Dio si aspetta da qualsiasi persona di buon senso: lavorano senza mai fermarsi dimostrando efficienza, preparazione professionale e dedizione appena normali. Sono gli altri i fannulloni incapaci di fare il loro dovere.

Come vedono se stessi

I milanesi vivono la propria indiscutibile superiorità con atteggiamento fatalistico: non è colpa nostra se siamo i migliori, sembrano dire. Sono convinti di essere i soli a tirare la carretta, ma considerano la cosa inevitabile: sentono il peso di essere un popolo eletto.
A dire il vero, ai milanesi meno abbienti ogni tanto capita di chiedersi se aver lavorato tutta la vita senza risparmiarsi – mai una vacanza, una distrazione, un vestito alla moda – per comprarsi con il mutuo un triste appartamento in un anonimo palazzone, con l'esaurimento nervoso e i polmoni anneriti dallo smog, sia stato davvero un buon affare.
Per un attimo, li coglie il dubbio di essere dei pirla.
Ma non c'è tempo di pensarci: domani li aspettano dieci ore di lavoro più le due di metropolitana; è ora di andare a dormire.
Per diventare buoni milanesi – o baùscia, che letteralmente vuol dire "bava", ossia colui che lascia le bave al suo passaggio – bisogna sgombrare la mente dai pensieri negativi e tornare ad avere una forte autostima e uno sfrenato senso di ammirazione per la propria persona.


© 1997, Edizioni Sonda srl

L'autore
Enrico Bertolino è nato in uno dei più vecchi quartieri di Milano, quello in cui durante i moti del 1898 il generale Bava Beccaris fece sparare sulla popolazione affamata che dava l'assalto alle panetterie. Ama i milanesi perché gli ricordano suo nonno, che, quando era bambino, lo portò in visita a una bocciofila e realizzò un punto memorabile. Nel 1997 ha partecipato a numerosi spettacoli teatrali e radio-televisivi, tra cui Mai dire gol della Domenica (Italia 1), Facciamo cabaret (Italia 1), Il programma lo fate voi (Radio Rai), Il figlio di Target (Italia 1)



Colin Bruce
Sherlock Holmes e i misteri della scienza

Un'avvincente narrazione gialla per scoprire, attraverso i dialoghi e le indagini di Sherlock Holmes e di Watson, alcuni intricati misteri della scienza.

Leggendo le prime righe del volume si ha l'impressione di aver iniziato una appassionante vicenda: un romanzo giallo di Arthur Conan Doyle. I personaggi sono proprio quelli, Sherlock Holmes e Watson, e il dialogo che si svolge tra loro è un classico preludio alle indagini su un "caso". Ma il caso in questione, anzi, i casi, sono paradossi scientifici, di cui l'autore vuole darci una spiegazione semplice ed efficace. Di un "omicidio in una camera chiusa" il colpevole è un insospettabile pendolo di Foucault; responsabile di una tragedia negli abissi marini è il principio di conservazione dell'energia; ancora, un gruppo di anarchici minaccia l'ordine sociale grazie alla formula di Einstein... Com'è nato il volume ce lo spiega l'autore stesso nella Prefazione: "Due motivi mi hanno spinto a raccontare la storia in questo modo piuttosto non ortodosso. Il primo è che mi trovo pienamente d'accordo con l'implorazione che Watson fa in queste pagine: 'Per favore, Holmes, niente matematica: l'algebra mi fa orrore!' Ho voluto evidenziare gli apparenti paradossi della relatività speciale e della teoria dei quanti in termini puramente visivi e logici, così da dare a qualsiasi lettore la possibilità di riflettere su di essi e di chiedersi se esistano alternative alla bizzarra descrizione della natura proposta dai fisici contemporanei. Il secondo era l'intento di rendere queste informazioni il più facile possibile da digerire. Quando capito in una libreria, sono sempre intimidito dalle dimensioni dei volumi scientifici esposti. Sarei sicuramente una persona migliore se leggessi questo libro, penso, prendendo in mano un qualche tomo che certamente contiene un'enorme messe di dati. Ma non sono un uomo migliore: sono un tipo più pigro, e così passo a curiosare in settori meno impegnativi. Oggi siamo tutti travolti da valanghe di informazioni: per questo ho fatto del mio meglio per rendere la lettura delle mie storie facile quanto quella di una normale storia poliziesca".


Sherlock Holmes e i misteri della scienza di Colin Bruce
Titolo originale dell'opera: The Strange Case of Mrs. Hudson's Cat

Illustrazioni di Alex Jeapes da schizzi di Colin Bruce
Traduzione di Marco Poli
VII, 326 pag. Lit. 39.000 – Edizioni Raffaello Cortina, (Scienza e idee, collana diretta da Giulio Giorello)

Le prime righe

IL CASO DELL'ARISTOCRATICO
CHE SI DILETTAVA DI SCIENZA


"Watson, mi auguro per lei che la divulgazione scientifica non si riveli dannosa per il suo cervello".
Sollevai gli occhi dalla rivista illustrata che stavo leggendo. Sherlock Holmes era sdraiato davanti a me sulla più comoda delle nostre poltrone, del tutto immobile, eccezion fatta per un filo di fumo che usciva dalla pipa.
"Sto cercando di ampliare le mie conoscenze", dissi con un certo risentimento. "Senza dubbio lei mi ritiene incapace di comprendere le sottigliezze..."
"Niente affatto, Watson! Stavo semplicemente per esprimere l'augurio che l'articolo che sta leggendo non sia aridamente scolastico, come capita troppo spesso, ma fornisca informazioni sufficienti a permettere a un lettore intelligente, come lei sicuramente è, di giungere da solo a qualche conclusione".
Gli occhi di Holmes esaminarono la copertina. "Quale articolo sta leggendo? Quello sulla natura delle stelle? O quello sulle origini della Terra?"
Mi sentii avvampare. "Beh, Holmes, in realtà questa rivista, tra gli altri articoli, pubblica a puntate una delle opere di Herbert George Wells, La macchina del tempo, e io stavo appunto dando un'occhiata..."
Il mio amico sbuffò.
"Insomma, Holmes! Sto facendo del mio meglio!" esclamai. "Ma, se vuole tentare di istruirmi, deve pur farmi qualche concessione. Per esempio, le sottigliezze matematiche sono assolutamente al di fuori della mia portata".
Holmes sorrise, poi sollevò solennemente la mano destra con il palmo rivolto verso di me. "D'accordo, Watson. Ha la mia parola che, se cercherò di mettere alla prova la sua intelligenza, certo non sarà con la matematica. In realtà, i dettagli matematici generalmente sono secondari nella logica della ricerca scientifica. Ciò che veramente importa è la comprensione dei principi, non il mero calcolo".

© 1997, Raffaello Cortina Editore

L'autore
Colin Bruce, fisico e scrittore di scienza, vive a Oxford (Inghilterra). Si diverte con enigmi e paradossi, scientifici e di altro genere.



André Malraux
La regina di Saba

"I villaggi sono scomparsi: solitudine geologica. Il regno minerale ritorna vivo, le montagne sorgono dalle brume come obbedendo al richiamo di Dio".

Un viaggio per ritrovare un luogo magico, il luogo del sogno, della bellezza e del mito, la città della regina: Saba, verità o leggenda?
Malraux parte, vola su un aereo verso luoghi sconosciuti, descrive le sensazioni e l'ebbrezza della scoperta. "È l'inizio dell'ignoto", dice avvicinandosi alla città misteriosa della Regina. Templi e sparvieri che spiegano le loro ali gettando un'ombra protettiva sui visitatori. Grandi, maestosi edifici, architetture fantastiche e, in lontananza, tende di nomadi. Le rovine testimoniano il passato splendore: da lì partivano gli incensi "di tutte le adorazioni del mondo antico". Fuori città, le tombe dei re...
Qui la leggenda è più forte: fughe di diavoli, morti misteriose, tesori nascosti.
Se la regina di Saba è conosciuta solo attraverso due testi sacri, la Bibbia e il Corano, anch'essa e la sua città fanno parte della leggenda. Esistono però testimonianze storiche, la città esiste, Malraux l'ha vista. Ma perché è nato in lui il desiderio irrefrenabile di ritrovare questa magica città e i ricordi di questa regina, una delle poche donne entrate nella Bibbia? Il sito era conosciuto solo attraverso i racconti, nessuno aveva osato addentrarsi laggiù, quei luoghi appartenevano alle leggende e la stessa partenza in aereo di Malraux è un'avventura, l'aereo è un "vero scarabeo cieco", il rischio della vita è palpabile, ma il fascino dell'impresa supera ogni resistenza e ogni tentennamento, essere uomini significa anche questo: giocarsi tutto per un sogno.


La regina di Saba. Un'avventura sul deserto yemenita di André Malraux, prefazione e note di Philippe Delpuech
Titolo originale: La Reine de Saba. Une aventure géographique

Traduzione di Silvia Vacca
Pag. XLV-71, Lit. 22.000 - Edizioni EDT (Viaggi e Avventura 23)


Le prime righe

La porta dell'ignoto
L'aereo aspetta nel primo mattino.
Quanti aerei simili avrò già visto, come appiattiti sul terreno che nella luce incerta dell'alba si stende a perdita d'occhio in un odore musulmano di erba bruciata, di pepe e di cammelli? Campi del sud della Persia, steppe dell'Asia centrale - con i piloti russi che passano la notte nudi su amache per sfuggire all'intollerabile calura - ai piedi dell'Himalaya, nei giardini bruciati, oppressi dal profumo selvaggio e rovente della lavanda già secca delle montagne... L'Islam è intorno a noi, fino in fondo all'Africa, fino al Pamir; e ripenso alle parole con cui i viaggiatori di questi luoghi risvegliano gli animali delle carovane: "Questa fu una notte del destino. Benedizione su di essa fino al sorgere dell'aurora!...".
Eccola, l'aurora. Il giorno sommerso solleva poco a poco sulla linea del mare la sua potenza, sorda e minacciosa, senza fretta libera dalle tenebre le nuvole immobili, come flotta spiegata.
Dalla costa araba, nessuna informazione meteorologica, ma è normale. Sappiamo soltanto che in questa stagione il litorale è quasi sempre coperto, la regione montagnosa solitamente sgombra; ma i geografi segnalano in marzo una breve stagione di piogge. Siamo al 7 marzo. Per ogni giorno perduto, si aggrava il rischio di tempo insidioso. Cosa ci aspetta a duecento chilometri, al di là degli stendardi asiatici di queste nuvole sparse? Cieli azzurri? Oppure altre nubi, e cioè l'impossibilità di distinguere le montagne in una regione pressoché sconosciuta?


© 1997, E.D.T. Edizioni di Torino

L'autore
André Malraux (1901-1976), scrittore e giornalista, fu per tutta la vita attratto dalla storia e dall'archeologia. Pubblicò il suo primo libro a vent'anni, e viaggiò a lungo in Estremo Oriente e in Indocina. Nel 1936 si arruolò nelle brigate internazionali a fianco dei repubblicani spagnoli e durante la seconda guerra mondiale si unì alla Resistenza; al termine del conflitto aderì al gollismo e ricoprì la carica di ministro dell'informazione nel governo provvisorio del 1945-46. La sua fama resta legata soprattutto a due romanzi: I Conquistatori (1928) e La Condizione umana (1933), ambientato a Shangai durante la lotta tra i comunisti cinesi e Chiang Kai-shek.



Molière
Don Giovanni
A cura di Delia Gambelli
Traduzione di Delia Gambelli e Dario Fo

Dario Fo traduce Molière. "È straordinario che il Nobel vada a un comico, a uno che fa ridere e pure scrive. Un connubio scandaloso. Ne sapeva qualcosa anche Molière, costretto a subire il disprezzo dei dotti".

Dario Fo il giorno dell'assegnazione del Nobel


"Una domenica d'inverno del 1665 una folla impressionante faceva ressa intorno al Palais-Royal di Parigi, attirata dalla novità in cartellone: Le Festin de Pierre di Molière... Pièce nouvelle de Mr de Molière scrive La Grange nel suo registro (dove annota puntualmente tutte le notizie concernenti la compagnia nella quale recita del 1659); ma checché dica La Grange, per il pubblico l'argomento era tutt'altro che nuovo. E se accorreva in massa, era proprio perché quel titolo rievoca alla memoria rappresentazioni anteriori, l'immagine o il fantasma di spettacoli impressionanti".
Questo brano, tratto dall'interessantissima Introduzione di Delia Gambelli al volume, ci porta direttamente dentro il clima in cui l'opera di Molière ha avuto origine, nel suo contesto storico e culturale. Il testo della Gambelli sviluppa poi una critica storica e contenutistica del Don Giovanni, approfondita e circostanziata, che prelude al suo lavoro di ricerca e traduzione. Nelle Notizie sull'opera questo lavoro viene brevemente descritto. Partendo da un testo da ricostruire attraverso le versioni contrastanti che nei secoli si sono succedute, la traduttrice ha lavorato sulle parti censurate, confrontato le precedenti traduzioni italiane, analizzato le varianti comunemente accettate. In particolare, "in contrasto con le precedenti traduzioni (che si rifanno a dialetti nordici, o rinunciano a ogni coloritura dialettale) si pone poi l'adozione del napoletano – o meglio: di un grammelot, di un'invenzione linguistica sul napoletano, direbbe Dario Fo – per le scene 1 e 3 dell'atto II. Tale scelta si presume giustificata dalla didascalia iniziale (La scène est en Sicilie: il rinvio a una regione mediterranea, a una terra del Sud, autorizza l'uso di un dialetto teatrale e come luogo comune del comico). Ma tiene conto soprattutto dell'uso non realistico di quel patois molieriano (in cui si confondono l'imitazione di Cyrano de Bergerac, la presa in giro di una parlata incolta, l'invenzione verbale), della sua funzione di gioco con le lingue e le voci, in linea del resto con la messa in causa di ogni moda e di ogni contesto che tanta parte ha nella tragedia in burla molieriana". Naturalmente nessuno come Dario Fo poteva realizzare questo lavoro sulla lingua napoletana, della quale, tra l'altro, si è occupato con studi approfonditi nell'ultimo periodo.


Don Giovanni di Molière
a cura di Delia Gambelli
Traduzione dal francese di Delia Gambelli e Dario Fo

Con testo a fronte
222 pag., Lit. 24.000 – Edizioni Marsilio, (Letteratura universale Marsilio. I fiori blu, Collana di classici francesi diretta da Francesco Fiorentino)

Le prime righe

DON GIOVANNI
O IL CONVITATO DI PIETRA
commedia


DOM JUAN
OU LE FESTIN DE PIERRE
comédie


ATTO I
Scena prima
Sganarello, Gusmano


SGANARELLO
(con una tabacchiera in mano) Checché dica Aristotele e tutta la Filosofia, non c'è niente come il tabacco: è la passione di tutta la gente per bene, e chi vive senza tabacco non è degno di vivere. Non soltanto diletta e depura il cervello umano, ma fa di più: educa gli animi alla virtù, e con lui si imparano il buon gusto e le buone maniere. Non vedete come chi ne fa uso diventa subito gentile con tutti, appena ne prende un po', e come ne offre con entusiasmo a destra e a sinistra, dovunque si trovi? Precorre il desiderio altrui, senza nemmeno aspettare che glielo chiedano: prova che il tabacco ispira pensieri d'onore e di virtù a chiunque lo prenda. Ma basta con quest'argomento. Riprendiamo un po' il nostro discorso. Così, dunque, caro Gusmano, Donna Elvira, la tua padrona, sorpresa per la nostra partenza, si è messa in viaggio per seguirci e il suo cuore, che il mio padrone ha saputo far palpitare fin troppo, non avrebbe retto, dici, se non fosse venuta a cercarlo fin qui. Vuoi che ti dica, tra noi, quel che ne penso? Temo che il suo amore sia mal ripagato, che il viaggio in questa città produca scarsi frutti, e che per quel che ci guadagnerete, tanto valeva non muovervi di là.
GUSMANO
Ma per quale motivo? Dimmi, ti prego, Sganarello, chi può ispirarti una previsione di così cattivo augurio? È stato forse il tuo padrone ad aprirti il suo cuore, a confidarti una qualche freddezza nei nostri confronti che l'avrebbe spinto a partire?
SGANARELLO
Questo no; ma a occhio e croce riconosco l'andazzo; e senza che m'abbia detto niente, sarei pronto a scommettere che la faccenda sta prendendo la piega che penso. Certo, potrei sbagliarmi, ma in fin dei conti ne ho viste tante, di storie del genere, e qualcosa mi avrà pur insegnato l'esperienza.


© 1997, Editore Marsilio

I traduttori
Delia Gambelli, dell'Università di Roma "La Sapienza", ha pubblicato Arlecchino a Parigi. I. Dall'inferno alla corte del Re Sole, vincitore del premio letterario di francesistica Terme di Saint-Vincent nel 1994, e Arlecchino a Parigi. II. Lo Scenario di Domenico Biancolelli, volumi che ripercorrono il cammino dei comici dell'Arte in viaggio tra Italia e Francia e le trame dei canovacci di Biancolelli, di cui è presentata l'edizione critica.

Dario Fo, attore (nel Seicento l'avrebbero definito farceur, come Molière); autore, spesso in collaborazione con Franca Rame, di opere tradotte in molte lingue (Mistero buffo, Tutta casa, letto e Chiesa...); regista di teatro (di Molière ha messo in scena Le Médecin volant e Le Médecin malgré lui alla Comédie Française nel 1990) e di teatro in musica. Nel 1997 ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura, anche per il profondo valore sociale del suo riso d'arte.



Giampaolo Pansa
La bambina dalle mani sporche

Un romanzo giallo, un romanzo d'amore, un romanzo politico: l'Italia di Tangentopoli e di Mani Pulite implacabile spettatrice di una drammatica passione.

I nomi dei personaggi del romanzo ricordano in modo esplicito i protagonisti delle vicende politiche e giudiziarie degli ultimi anni. Un paese drammaticamente squassato dal ciclone di Tangentopoli che aveva gettato nella polvere vecchie divinità del mondo politico, giovani rampanti e abili affaristi. Aveva anche messo a nudo le complicità di tanti uomini e donne che da quegli "sporchi" affari avevano ottenuti consistenti guadagni. I soldi mandati all'estero, fortune strepitose che restano in realtà a disposizione di chi le aveva illegittimamente conquistate, i suicidi misteriosi in carcere, di cui resterà sempre il sospetto che siano stati in realtà degli omicidi, i silenzi complici di chi si sta ricostruendo una nuova verginità senza però infierire sui costruttori delle proprie illegittime fortune, la tenacia un po' rozza degli inquirenti, il viso da contadino abruzzese del giudice Di Paolo che troppo ricorda nei tratti e nei modi il "Tonino nazionale". E infine una storia d'amore, una passione che si scontra con l'etica e che nella morte, una morte per malattia e non oscura, darà un futuro ad un sentimento che ha le sue radici nell'infanzia. Una bambina "dalle mani pulite" sarà forse in grado di purificare l'altra "bambina", quella "dalle mani sporche".


La bambina dalle mani sporche di Giampaolo Pansa
Pag. 314, Lit. 28.900 - Edizioni Sperling & Kupfer (Narrativa)

Le prime righe

"Ma tu sei Wanda!" esclamò lui. "Già, e tu sei Giulio", sbuffò lei, sorpresa e quasi infastidita.
Sino a un istante prima, nel tardo pomeriggio di quel giovedì 27 giugno 1991, Giulio Guala era stato tenuto sulle spine da un pensiero solo: il Segretario stava per morire. Nel binocolo lo scorgeva sciogliersi in una pozza di sudore, il petto squassato da un respiro via via più pesante, il faccione da luna malata più terreo del solito, la lingua spessa ormai incapace di alleviare la secchezza delle labbra.
Non l'aveva mai visto così frollo, il Segretario della Rosa, così esausto, un pupazzo in grado soltanto di rammollirsi e, insieme, di dilatarsi. Nel gigantesco forno del congresso, convocato chissà perché a Bari e schiacciato da un'afa che rendeva faticosa ogni parola, il Gran Capo sembrava lievitare attimo dopo attimo. Il gonfiore straripava dal camiciotto bianco, di un tessuto così sottile da lasciar intravedere la canottiera infradiciata. E questo indumento, una casalinga, innocua canotta, subito immortalato da dieci, venti, cento fotografi, era divenuto all'istante il simbolo del congresso. Un simbolo imprevisto e poco gradito, poiché giudicato di una grossolanità pacioccona, da festa paesana, per niente consona alla convention di un partito post-moderno, tecnologico, mediatico, tutto proiettato verso il futuro.
Giulio aveva pensato che il Segretario, per quanto fosse un uomo esageratamente burbero e spesso astioso, non meritava di tirare le cuoia in pubblico. E in quell'ambiente, poi: spiato da una selva di telecamere, dentro un baraccone di cartapesta, fra colonne di finto granito che sostenevano un archetto di tubi al neon con i colori dell'arcobaleno, una scenografia da luna park. E tanto meno meritava di lasciare la pelle al centro di quel palco gremito dall'intera nomenklatura della Rosa. Un palco scamiciato, anch'esso sudaticcio, colante i cattivi umori di un mondo partitico ancora potente, ma che già avvertiva nell'aria i presagi di una fine vicina.


© 1997, Sperling & Kupfer Editori S.p.A.

L'autore
Giampaolo Pansa è nato a Casale Monferrato nel 1935. Giornalista notissimo, è condirettore dell'Espresso. Tra i suoi ultimi libri, L'intrigo, Il regime, I bugiardi, L'anno dei barbari e i romanzi Ma l'amore no, Siamo stati così felici e I nostri giorni proibiti (Premio Bancarella 1997).



5 dicembre 1997