Maria Grazia Bevilacqua
con Garbo
Un viaggio alla ricerca della Divina

Una donna eccezionale, che ha costruito, volente o nolente, attorno a sé un'aura e un mito intramontabili. Attraverso le parole degli amici, le ricerche documentali, l'autrice ricostruisce la vita della diva per eccellenza.

Greta Lovisa Gustafsson era nata al Sodra Maternity Hospital di Stoccolma il 18 settembre 1905. Vedeva la luce in quel momento, in una famiglia povera e modesta, un mito che ha attraversato il mondo dello Spettacolo del Novecento in un modo assolutamente unico e inimitabile. Il libro, scritto da una fan appassionata, racconta le tappe di questa carriera travolgente e gli aspetti più importanti di una personalità particolare. Volutamente isolatasi dal mondo, dopo anni di successo travolgente, di Greta Garbo si hanno poche interviste e ancor meno notizie tratte da fonte diretta. Quindi, per ricostruirne la vita e la personalità, è necessario cercare chi ha avuto con lei maggiori contatti, chi l'ha conosciuta e frequentata, le persone che l'hanno amata. Tra questi anche alcuni italiani, come Federico Zeri, che per circa quindici anni ha avuto modo di frequentarla abbastanza assiduamente. Tutte le testimonianze raccolte dall'autrice contribuiscono a formare un ritratto completo non solo di lei, ma del mondo dello spettacolo e del cinema di quegli anni negli Stati Uniti.
La Garbo, che parlava di se stessa al maschile e si vestiva con abiti da uomo, cravatte e scarpe tipo Oxford, piaceva particolarmente agli omosessuali del mondo dello spettacolo e della cultura, come Tennessee Willimas, George Cukor, Cecil Beaton, Noel Coward, Somerset Maugham, Gayelord Hauser, Jean Cocteau, e forse era anch'essa bisessuale. Tuttavia nel campo delle esperienze amorose, come in tutti gli altri, poche sono le notizie che trapelavano dal suo 'bunker' di privacy. Dopo il ritiro dagli schermi, nei primi anni Quaranta, si trasferì a New York, dove visse sempre da sola, ma accompagnata spesso da uomini come il suo amministratore-amante George Schlee, il barone Erich Goldschmidt-Rothschild, Cecil Beaton...
La Divina, come veniva definita, era all'epoca quasi inavvicinabile e tale era l'alone di mistero del quale si attorniava, che nessuno nemmeno osava farlo. Ma, ed è una curiosità, quando questo accadeva si potevano avere anche sorprese spiacevoli, come quella narrata da Matteo Spinola, press-agent cinematografico che ebbe occasione di conoscerla a un pranzo a casa di Fredric March: "Quando tornai in Italia gli amici mi chiedevano: 'Ma com'è la Garbo? Che cosa ha detto?'. E io cercavo di tergiversare, di non dire che mi aveva deluso così tanto. Più tardi, conoscendo Maria Callas, sul set di un film di Pasolini, capii come queste straordinarie creature nate per lo schermo o per il teatro, sono nella realtà di tutti i giorni piuttosto inconsistenti, insignificanti".


con Garbo. Un viaggio alla ricerca della Divina di Maria Grazia Bevilacqua
276 pag., Lit. 32.000 – Edizioni La Tartaruga

Le prime righe
La leggenda
Greta Garbo è stata l'unica, vera leggenda della storia del cinema. La Divina è la meno diva di tutte. Non fu mai schiava dello star-system hollywoodiano. Detestava la pubblicità e la stampa, non concedeva autografi o interviste: le ultime sono del 1928 alla scrittrice Rilla Page Palmborg e del 1929 a Mordaunt Hall del New York Times. Fuggiva dai fotografi e dai fans di cui non apriva mai le lettere che le arrivavano a migliaia. Non sopportava le prove dei costumi di scena e non le importava niente degli abiti e della moda. Appena fuori dal set, si infilava i pantaloni, le giacche da uomo, camicia e cravatta, scarpe maschili dal tacco basso, creando così lei una moda, la moda-Garbo che influenzò tutte le donne della sua epoca. Era nata a Stoccolma nel 1905 e ha interpretato 28 film dal 1924 al 1941, anno in cui si ritirò per sempre dalle scene, a 36 anni, quando era al culmine della carriera e ancora bellissima.
L'hanno definita "il viso del secolo" e Mauritz Stiller, il regista svedese che la scoperse e fu il suo Pigmalione, le disse la prima volta che la incontrò e la mise davanti alla macchina da presa: "Il tuo è un viso che compare davanti a un obbiettivo una volta ogni cento anni". Nessun attore o attrice ha mai esercitato un tale magnetismo dallo schermo. Ogni suo film era un evento. E ancora oggi, vedendo alla televisione Mata Hari o Margherita Gauthier, La Regina Cristina o Ninotchka, ci accorgiamo di come la Garbo sia ancora moderna. Datati sono quasi tutti i suoi partners e le trame, ma mai lei. Grande attrice o donna dal fascino straordinario? "Grandi enigmi da Sfinge sui quali si sono affannati i critici, non solo di cinema, per decenni: Greta Garbo era una grande attrice o solo una presenza carismatica? E vi pare poco?" dice Alberto Arbasino.


© 1997, La Tartaruga edizioni

L'autrice
Maria Grazia Bevilacqua, nata a Roma, ha iniziato la carriera giornalistica scrivendo per Il Secolo XIX e Il Corriere Lombardo. Ha sempre amato il cinema e, come inviato di Famiglia Cristiana, ha intervistato decine di attori e registi tra i più famosi: da De Sica e Fellini a Wim Wenders e Oliver Stone; da Lillian Gish e Katharine Hepburn, a Glenn Close e Kathy Bates. Vive e lavora a Milano.



Enzo Biagi
Scusate, dimenticavo

"Sono un uomo dei monti: mi piace la nebbia che fa sparire i costoni, le nuvole che scendono a un tratto. Se fossi cieco, capireri le ore ascoltando i rumori del bosco"

Un libro di ricordi, questo di Biagi, ma i ricordi di un grande giornalista spesso coincidono con la Storia e l'interesse che la lettura di "Scusate, dimenticavo" può suscitare non è solo legata alla simpatia e alla stima che l'autore ha da sempre sucitato intorno a sé, ma anche alla possibilità di guardare con uno sguardo particolare gli eventi che hanno contrassegnato questi ultimi cinquant'anni.
Si parte da un piccolo paese dell'Appennino emiliano, dall'autenticità della vita che vi si trascorre e dai ricordi dell'infanzia: la famiglia, la scuola, le prime letture, i primi contatti col fascismo.
Ma questi ricordi sono spesso inframmezzati da notizie su incontri, letture, eventi più recenti, mai si resta alla semplice cronaca autobiografica, perché chiaramente non è questo l'intento del volume. Fin dalle prime pagine emerge un quadro della società italiana in continuo confronto tra l'ieri e l'oggi, ma non con il tono di un'indagine sociologica, quanto piuttosto con quello ironico e attento del giornalista. Quando parla di sé Biagi sottolinea l'aspetto da "medico dei bambini" che gli viene attribuito, anche perché non vuole assolutamente enfatizzare gli incontri importanti o gli innumerevoli viaggi attraverso tutto il mondo che la sua professione gli ha permesso. Vuole mettere in risalto l'interlocutore, la situazione, la storia, non tanto la sua funzione. Modestia? Forse. Ma direi soprattutto uno stile personale, vera classe, vera professionalità.
Poi il volume entra nel vivo della Storia contemporanea: il comunismo e Stalin, il nazismo e i suoi gerarchi, Havel e il crollo del Muro di Berlino.
Anche i grandi nomi della cultura sono stati intervistati da Biagi, anche se "gli scrittori, dicono, è meglio leggerli che conoscerli". E poi ecco personaggi dello spettacolo, del cinema e dell'editoria, tutti così ben caratterizzati all'interno del loro speciale universo di vita.
Nulla è più inutile dei rimpianti, dice Biagi, e infatti questo libro è ricco di ricordi, di un po' di nostalgia, e di tanta ironia e affetto per questa povera umanità.


Scusate, dimenticavo di Enzo Biagi
pag. 179, Lit. 28.000 – Edizioni Rizzoli

Le prime righe

Sono una conseguenza del primo conflitto mondiale. I reduci, sfuggiti alla morte, riacquistavano fiducia nella vita. Forse mio padre non l'aveva mai persa perché, da sergente, comandava un reparto della sussistenza. Portava rifornimenti alla prima linea, ma si fermava lo stretto necessario.
Sono nato in un villaggio di montagna, al confine tra l'Emilia e la Toscana: potrei essere anche la sintesi di strampalati caratteri razziali. Il babbo andò a chiamare la levatrie, come si usava, e annunciò poi con esultanza ai parenti: "È un maschio". Suonavano le campane: era mezzogiorno.
Agosto 1920: Benito Mussolini faceva ancora il giornalista. Lo ricordavano anche come un terribile polemista. Definì "puttano" un direttore del Carlino: lo so, perché ho imparato in quel giornale il mio mestiere e c'erano vecchi redattori che raccontavano di quel tempo.
C'era anche un centralinista che una volta mandò il Duce, che telefonava da Predappio, a fare delle pipe, perché gli facevano sempre scherzi e non riconobbe la voce del capo: fu il solo italiano, suppongo, che avanzò una proposta così diretta e ragionevole.
Quello che segue non è un racconto ma un montaggio di ricordi. Elias Canetti ha scritto che un diario che non è segreto non è un diario: ed è vero, ma le memorie, ammesso che interessino a qualcuno, mi sembrano, di solito, anche più accomodanti, meno spontanee.


© 1997, RAI-ERI / R.C.S. Libri S.p.A.

L'autore
Enzo Biagi è nato nel 1920 a Lizzano in Belvedere (Bologna). Giornalista e scrittore, tra le sue opere ricordiamo: Un anno e una vita, La disfatta, "I" come italiani, L'albero dai fiori bianchi, Il fatto, Lunga è la notte, Quante donne, La bella vita, Sogni perduti.



Kinky Friedman
Elvis, Gesù e Coca-Cola

"A volte la vita salta su e ti mozzica il sedere. Come la barzelletta: Cos'è che ha quattro zampe e un braccio?. La risposta: Un pit-bull terrier."

Un romanzo dallo stampo tipicamente americano, una scrittura rapida, ma descrittiva che trascina immediatamente il lettore dentro la sceneggiatura di un film su New York dei fratelli Cohen più che di Woody Allen, di un giallo anni Cinquanta in bianco e nero più che di A piedi nudi nel parco.
Case grigie, fredde, strade fumose, una gatta, alcol a profusione, loft, Manhattan, morti, donne, un documentario sugli imitatori di Elvis...
Elementi di un mosaico dai difficili contorni, le cui tessere si confondono su uno scenario fatto di luci e immagini del Village popolato di editori, giornalisti, musicisti, poliziotti, bionde affascinanti, cani e misteriose ragazze.
Un investigatore dello stampo di Philip Marlowe, ma catapultato nella contemporaneità newyorkese, piuttosto spiritoso e senza troppi scrupoli morali indaga sulla scomparsa di un'amica, Uptown Judy, soprannominata così per non confonderla con un'altra Judy della sua vita, Downtown Judy.
E il titolo si spiega così, proprio nel cuore del romanzo: "Una volta, molti anni fa, quando ero nell'Esercito di Pace in Borneo, trascorsi diversi mesi in un luogo dove la cosiddetta vita civilizzata non poteva raggiungermi. Vissi in mezzo alla tribù dei Punan, un gruppo nomade di pigmei che errava nel profondo cuore della giungla mangiando cervello di scimmia e uccidendo cinghiali selvatici con la cerbottana. Mi sentivo rappacificato dal potere della loro primitività. Una volta ogni vent'anni circa, un concetto occidentale si rifletteva su questa tribù come uno sperduto raggio di luna in cerca di un'amante. I loro unici contatti con idee occidentali erano avvenuti attraverso rari interludi come il missionario smarrito o il mercenario mascalzone. Le uniche parole inglesi a creare un barlume di riconoscimento nei loro occhi castani pieni di incertezza erano Elvis, Gesù e Coca-Cola."


Elvis, Gesù e Coca-Cola di Kinky Friedman
Titolo originale dell'opera: Elvis, Jesus & Coca-Cola

Traduzione dall'inglese di Francesca Albini
210 pag., Lit. 23.000 – Edizioni Feltrinelli, (I Canguri)

Le prime righe

Alla veglia di Tom Baker, cui era intervenuta una discreta folla, come spesso succede alle veglie e ai funerali di persone incomprese, cantai Ride 'em Jewboy. La canzone è una traduzione western di quella che è essenzialmente un'esperienza eastern: l'olocausto. Non sorprende che questa canzone fosse stata una delle preferite da Baker. Come disse Brendan Behan: "Gli irlandesi e gli ebrei non condividono una nazione; condividono una psicosi".
Goat Carson recitò una poesia che aveva scritto per il Bakerman, di cui ricordo gli ultimi due versi: "Tra le fogne e le stelle del cie' / la gente è quello che è".
Tom Baker fu.
Incontrai il Bakerman la prima volta sulla passerella dell'Arca di Noè. L'ultima volta che lo vidi, a distanza di una vita da tartaruga di mare, fu dalla finestra appannata di un taxi, alle quattro di mattina, davanti al vecchio Lone Star Cafe a New York. Non c'è più, il Lone Star. Il quartiere aveva bisogno di un'altra filiale di Benningan. New York è ancora lì, naturalmente, si fa per dire. O comunque esiste almeno nell'immaginazione recentemente colorizzata di bambini con malattie mortali. E chi di noi non è uno di loro?
Il Lone Star era pesantemente chiuso, il Bakerman era pesantemente inciuccato, sul bordo del marciapiede, con un paio di calzoni vecchi, un lungo cappotto di lana grigia residuato di qualche guerra dimenticata, un berretto di maglia blu, e un'espressione indiscutibilmente irlandese a mezza via di campagna fra la felicità e la disperazione. Ricordo fiocchi di neve turbinargli tutto intorno come lacrime al rallentatore di uno spossato angelo custode.


© 1997, Giangiacomo Feltrinelli Editore

L'autore
Kinky Friedman è un ex musicista country, autore di canzoni satiriche e provocatorie che riscossero negli anni settanta molti consensi, sia nel pubblico sia tra i grandi della musica come Bob Dylan (che ha suonato più volte con lui), Waylon Jennings e Willie Nelson. Nel 1986 si trasferisce in un loft a Manhattan e comincia a scrivere gialli, conquistandosi un nutrito seguito di ammiratori. Fra i più noti, Bill Clinton e Nelson Mandela. Kinky ora è tornato in Texas dove vive in un camper color "broccolo" insieme a vari gatti e un armadillo. È autore di una serie di otto romanzi ora pubblicati in 14 lingue, di cui è sempre il personaggio principale.



Lou Andreas-Salomé
Figure di donne

I personaggi femminili dei romanzi di Ibsen visti e analizzati come figure reali, come persone conosciute di cui si studiano i comportamenti, i sentimenti e la personalità. Con non comune capacità critica.

"Stando alla sua testimonianza, Lou si sarebbe avvicinata a Ibsen prima ancora di assistere alle rappresentazioni berlinesi dei suoi drammi: 'conoscevo le sue opere, non ancora pubblicate in tedesco', afferma in un passo della sua autobiografia Lebensrückblick 'grazie a mio marito che me le aveva lette traducendole direttamente dal norvegese'. Il saggio su Ibsen scaturisce in primo luogo dalle impressioni di quella prima lettura, dalla profonda suggestione che le eroine ibseniane – lacerate dal conflitto fra l'anelito alla libertà e la 'prigione storico-sociale', come scrive Claudio Magris ne L'anello di Clarisse, entro cui sono costrette a vivere – esercitano su di lei. Alla genesi dell'opera concorrono, altresì, la fama di Ibsen nei circoli della bohème letteraria frequentata in quegli anni da Lou, nonché gli echi del dibattito sulla questione femminile che si faceva allora sempre più acceso."

(dall'Introduzione di Laura Meattini)

Lou Andreas-Salomé descrive l'assoluto infantilismo di Nora (protagonista di Casa di bambola), figlia unica viziata, moglie e madre superficiale, e la trasformazione che la porta a una nuova presa di coscienza della realtà, del senso della vita, della libertà, che trasformerà anche il marito.
La signora Alving (da Gli spettri) è vista come una sorta di "proseguimento" rispetto alla figura precedente: "Nora arriva solo a varcare la soglia da dove la vita – quella vita che lei stessa si è scelta – prende il via. Per questo il dramma del suo sviluppo interiore, della sua protesta contro ogni cosa che lo reprima, è come il preludio alla tragedia della figura femminile che segue: Helene Alving."
E via via il racconto (perché da un personaggio all'altro si snoda una vera e propria narrazione senza soluzione di continuità) si dipana tra altri personaggi femminili: Hedvig, da L'anitra selvatica, Rebekka, da La casa dei Rosmer, Ellida, da La donna del mare, Hedda, da Hedda Gabler, che chiude il cerchio e ci riporta a Nora.
L'introduzione, infine, è una curiosa metafora delle storie successive, con una protagonista, un'anatra selvatica che, privata della sua libertà, si può supporre abbia sei tipi di reazioni differenti di fronte a questa situazione: sei ipotesi che partono da presupposti diversi, da condizioni diverse, da esperienze di vita diverse, proprio come le donne di Ibsen.


Figure di donne di Lou Andreas-Salomé
Le figure femminili nei sei drammi familiari di Henrik Ibsen
Titolo originale dell'opera: Henrik Ibsen's Frauen-Gestalten nach seinen sechs Familien-Dramen

Introduzione e traduzione dal tedesco di Laura Meattini
201 pag., Lit. 24.000 – Edizioni Iperborea

Le prime righe

Console Bernick: "Anche questo ho imparato in
questi giorni: siete voi donne i veri
pilastri della società!"
Lona Hessel: "Allora devi ancora imparare molte
cose, caro cognato! No, vedi, il
vero pilastro della società è lo
spirito di verità e di libertà."

(Henrik Ibsen, I pilastri della società, Conclusione)

UNA FIABA PER INTRODUZIONE

C'era una volta una soffitta.
Le pareti basse scendevano oblique verso il pavimento di legno e la luce filtrava a fatica dagli abbaini coperti di ragnatele e dalle fessure del tetto.
Sul tavolato era sparsa con cura della paglia fresca e sopra era stata messa una botte piena d'acqua. Perché in quella soffitta gli uomini tenevano prigionieri animali di tutti i tipi e li disabituavano, con l'educazione e la disciplina, alla loro libera vita naturale. Vi schiamazzavano ogni sorta di volatili, piccioni gozzuti tubavano sul bordo d'ottone della botte e codirossi svolazzavano fra i nidi sotto le travi del tetto. Più in basso, nella paglia, dei conigli si rintanavano timidi sotto i rami secchi di alcuni abeti che dovevano rappresentare un bosco, nonostante i lustrini rimasti ancora attaccati dal Natale precedente.
In un angolo semibuio c'era una cesta da poco intrecciata e accuratamente imbottita. Ospitava la più nobile fra tutte quelle creature private della loro libertà: un'anitra selvatica, cioè un 'vero selvatico'. Non solo pareva la più nobile fra tutte quelle creature, ma anche quella più da compiangere. Perché se i suoi compagni potevano adattarsi magari anche volentieri a quel paradiso artificiale, - un uccello selvatico in una soffitta: non è necessariamente una tragedia?
A questa domanda si possono dare sei risposte, sei storie diverse.


© 1997, IPERBOREA S.r.l.

L'autrice
Lou Andreas-Salomé (1861-1937), nata a Pietroburgo e vissuta a Zurigo, Roma, Berlino, Parigi e infine a Gottinga, è una delle figure simbolo dei fermenti culturali dell'Europa a cavallo del secolo. Frequenta le avanguardie, stabilendo legami profondi e complessi con numerosi "grandi" del suo tempo; oltre a Nietzsche, Rée e Andreas, saranno fondamentali i suoi rapporti con Rilke e Freud. Lascia una vasta produzione poetica, narrativa e saggistica, scritti autobiografici e lettere.



Gertrude Stein
Paris France

"Parigi, Francia è eccitante e pacifica."

"La narrazione procede sul filo della memoria ma senza ordine cronologico, intrecciando aneddoti e divagazioni che mettono in evidenza le qualità e le caratteristiche che la Stein più apprezzava nei francesi, il rispetto per l'altrui vita privata, la propensione alla logica, il senso della moda, l'amore per l'arte e per le lettere. A coinvolgere non è soltanto il suo umorismo o l'acutezza delle osservazioni ma anche, come in tutte le opere dell'autrice, lo stile inconfondibile della sua scrittura. Dalla prima all'ultima pagina si subisce l'incanto di una lingua che suona ancora più nuova dopo più di cinquant'anni, forse ostica sulle prime, per l'estrema semplicità, il tono apparentemente colloquiale, l'assenza o quasi di punteggiatura: un risultato cui la Stein, come si sa, approda dopo anni di lucida e ambiziosa ricerca. Lei stessa ne ha dato conto in numerosi saggi, dai quali per esempio apprendiamo la sua avversione verso il punto interrogativo o la sua scarsa considerazione della virgola, segno di natura servile, che avrebbe l'unica funzione di indicare al lettore dove fare una pausa e prendere fiato, atto che il lettore dovrebbe pur essere in grado compiere da sé.
La stesura di "Paris France," come dicevamo, coincide con un conflitto mondiale e perciò sarà il pensiero della guerra a dominare l'ultimo capitolo e a ispirarne l'accorato auspicio che conclude il libro. Ignara come tutti degli orrori imminenti, la scrittrice afferma la propria fiducia nel principio di civiltà e nei popoli che lo incarnano, congedandosi elegantemente con un 'grazie'."

Dalla Prefazione di Sarina Reina


Paris France di Gertrude Stein
Pag. 99, Lit. 22.000 - E.D.T. Edizioni di Torino

Le prime righe

Parigi, Francia è eccitante e pacifica.
Avevo solo quattro anni quando fui per la prima volta a Parigi e lì parlavo francese e lì fui fotografata e lì andavo a scuola, e mangiavo brodo a colazione e a pranzo c'era coscia di montone e spinaci, mi sono sempre piaciuti gli spinaci, e un gatto nero saltò sulle spalle di mia madre. Questo fu più eccitante che pacifico. Non ho nulla contro i gatti, ma non mi piace che mi saltino sulle spalle. Ci sono molti gatti a Parigi e in Francia e possono fare quel che gli pare, sedersi sugli ortaggi o fra le cose da mangiare, uscire o entrare. È straordinario che combattano così poco tra di loro considerando quanti gatti ci sono. Ci sono due cose che gli animali francesi non fanno, i gatti non combattono molto e non urlano molto e le galline non si arruffano quando attraversano la strada, se incominciano ad attraversare la strada continuano a farlo esattamente come fanno i francesi.
Chiunque guidi un'auto a Parigi deve saperlo. Chiunque lasci il marcipiede per andare avanti o camminare in qualunque direzione procede a un certo passo e quel passo non cambia e nulla li turba nulla li spaventa nulla li fa andare più veloci o più lenti nulla neppure il rumore più violento o inaspettato li fa sobbalzare, o cambiare il passo o la direzione. Se qualcuno arretra d'un balzo o comunque dà un balzo per le vie di Parigi si può star certi che è uno straniero e non un francese. Questo è pacifico ed eccitante.

© E.D.T. Edizioni di Torino

L'autrice
Scrittrice fra le più significative e innovative del Novecento, Gertrude Stein (Allengheny City 1874 - Neuilly-sur- Seine 1946) si stabilì definitivamente a Parigi nel 1903, diventando una protagonista della straordinaria stagione artistica e letteraria che animò la capitale francese negli anni Venti e Trenta. Tra le sue opere più note, tradotte in italiano, Tre esistenze, C'era una volta gli americani, Autobiografia di Alice Toklas, Guerre che ho visto.



14 novembre 1997