Pearl Abraham
La lettrice di romanzi d'amore

Una ragazzina inizia a scoprire la vita e le passioni attraverso i romanzi d'amore che legge, intensamente ma di nascosto. La sua famiglia, chiusa in una realtà religiosa ortodossa, non può permetterle di aprirsi al resto del mondo. Ma lei non si arrenderà.

Sin dalle prime righe l'autrice descrive magistralmente un mondo diverso, una realtà inimmaginabile per chi non è ebreo praticante e ortodosso, che avvolge subito in spire di regole, in un clima di divieti, di obblighi, ma anche di serenità pur di fronte agli incerti della vita.
In questo contesto familiare di ebrei chassidim residenti nello stato di New York, incontriamo Rachel Benjamin, figlia primogenita di un rabbino sognatore, che vuole allargare la sua comunità e costruire una grande sinagoga, difendendo al contempo la sua famiglia dai tanti pericoli esterni, portati da una cultura diversa. Anche Rachel sogna, ma, come molte sue coetanee, sogna storie d'amore, le storie che legge descritte nei romanzi di Barbara Cartland, Victoria Holt e Charlotte Brontë. Sogna di nascosto, perché sta commettendo un peccato, sta tradendo la fiducia dei genitori che da lei, prima figlia, si aspettano un appoggio e un aiuto anche per allevare i fratelli minori nel rispetto della parola di Dio. Di nascosto perché quando padre e madre sanno che lei si reca in biblioteca scoppia una tragedia. Di nascosto perché pur di leggere a volte ruba i libri che la appassionano...
Non è facile compendiare due realtà così differenti: il desiderio di indipendenza si scontra contro una madre che "ogni volta che diminuisce di peso, appena inizia ad avere un bell'aspetto, rimane di nuovo incinta" e un padre rabbino chassid "che non concede ai suoi figli di frequentare la biblioteca" perché "un Ebreo legge solo libri ebraici e deve rimanere per conto proprio". Lentamente Rachel elabora dentro sé pensieri che potranno renderla libera (anche se tormentata da dolorosi sensi di colpa) contro una mentalità per cui a lei non è permesso fare anche cose semplicissime come indossare una divisa di McDonald's e voler essere simpatica al conducente dell'autobus: "sono un'ebrea e tutti devono continuare a odiarmi". Lotta per cercare di svincolarsi da quelle regole ferree che nessuna sua coetanea deve sopportare, e continuerà a lottare, anche quando, sposata, si renderà conto di non aver trovato quell'amore da sogno che desiderava, quella vita diversa, e ricomincerà a cercarla.


La lettrice di romanzi d'amore di Pearl Abraham
Titolo originale dell'opera: The Romance Reader

Traduzione di Paola Novarese
329 pag., Lit. 28.000 – Edizioni Einaudi, (I coralli n.72)

Le prime righe
Prima parte

Mi sveglia la voce di mamma che parla in inglese.
Qualcosa non va. Telefona a notte fonda, durante lo shabbat. Sento mio padre muoversi in camera da letto, e mi chiedo perché, se davvero c'è qualche problema, non sia lui ad occuparsene.
Mamma sta chiamando qualcuno al di là della porta chiusa della cucina. Provo una strana sensazione a rimanere lì in piedi, nell'entrata, davanti a quella porta. Non mi ricordavo più, che ci fosse una porta.
Mio padre esce dalla stanza, già vestito, legandosi il caffetano nero a ricami dorati con una gartl. – È arrivato il momento che mamma vada in ospedale per avere il bambino, - dice.
-Adesso? Chi vi accompagna?
Mamma si affaccia dalla cucina e sussurra: - Zitta. Vieni dentro. Ti spiego.
Indossa il vestito premaman blu, lo stesso che usa ogni volta che esce, ma in testa adesso si è messa un morbido fazzoletto da notte trapuntato, non uno di quelli di seta stampata che porta di solito.
Mio padre ed io la seguiamo in cucina, e lei si affretta a richiudere la porta dietro di noi. Ha la pancia talmente gonfia da essere costretta a farsi da parte per lasciarci entrare. Dice che non ce la fa più a ripetere a tutti quanto sia diventata ingombrante; non era ingrassata così tanto quando era incinta di Aaron o degli altri figli.
Tiene la cornetta vicino all'orecchio, e io riesco a distinguere la voce di un uomo all'altro capo del filo.
-Cinque minuti? Bene, - dice lei, e riattacca. Poi appoggia una mano sul ventre, come per rimetterlo al suo posto, e subito un'espressione di dolore le attraversa gli occhi, invadendole il viso.
Fa un respiro profondo e bisbiglia sommessamente, in fretta; forse teme che, se riprendesse il fiato, non riuscirebbe più a finire la frase.– Stavo per venire a svegliarti, Rachel. Devo andare in ospedale. Il taxi sarà qui a momenti. Non svegliare i bambini. Domani mattina, manda i ragazzi alla sinagoga. Servi il pranzo; può darsi che a quell'ora tuo padre sia già rientrato. Non raccontare a nessuno dove si trova. È bene che si sappia tutto a tempo debito. Facciamo del nostro meglio per tenere lontano il malocchio.


© 1997, Giulio Einaudi editore s.p.a.

L'autrice
Pearl Abraham è nata a Gerusalemme ed è cresciuta in una comunità di chassidim a Brooklyn e in una cittadina dello Stato di New York. Vive e lavora a New York. Questo è il suo primo romanzo.



Samuel P. Huntington
Lo scontro delle civiltà
e il nuovo ordine mondiale

"Nell'epoca che ci apprestiamo a vivere, gli scontri fra civiltà rappresentano la più grave minaccia alla pace mondiale, e un ordine internazionale basato sulle civiltà è la migliore protezione dal pericolo di una guerra mondiale"

Il miglior modo per affrontare la lettura del denso saggio di Huntington è analizzare alcune frasi della Prefazione che presentano i temi più significativi che verranno sviluppati.
Dice infatti l'autore che questo volume ripropone in parte le tesi già presenti in un suo precedente articolo, quali, ad esempio, il concetto di civiltà, il rapporto tra potere e cultura, l'indigenizzazione culturale nelle società non occidentali, i conflitti generati dall'universalismo occidentale. Inoltre vengono sviluppati temi non precedentemente presi in considerazione come, in modo particolare, il "fortissimo impatto prodotto dallo sviluppo demografico in termini di instabilità e di equilibrio dei poteri".
Appare emblematico l'episodio che Huntington cita nel primo capitolo del volume. "Il 18 aprile 1994 duemila persone scesero in piazza a Sarajevo sventolando le bandiere dell'Arabia Saudita e della Turchia. Esibendo tali vessilli, anziché quelli delle Nazioni Unite, della Nato o degli Stati Uniti, intendevano identificarsi con i loro correligionari musulmani e mostrare al mondo intero chi fossero i loro veri amici e chi solo i presunti". I riferimenti di un popolo quindi, e in proposito vengono riportati altri analoghi episodi, sono sempre più di ordine culturale e non politico, in più si può dedurre che lo scenario politico mondiale appare multipolare e caratterizzato da un alto numero di civiltà diverse, che modernizzazione non è sinonimo di occidentalizzazione, che gli equilibri di potere tra le varie civiltà stanno mutando, e infine che le civiltà non occidentali in generale riaffermano il valore delle proprie culture.
Così si può anche dedurre che aree culturalmente affini tendono a cooperare tra loro e che l'Occidente sta entrando sempre più in conflitto con le altre civiltà (l'Islam e la Cina in particolare).
Nell'ultimo capitolo viene posta una domanda cruciale. Ci si chiede se l'Occidente sarà capace di "arrestare e invertire i processi di decadimento interno", se sarà in grado di rinnovarsi, oppure se finirà "per accelerare la propria fine e/o la propria subordinazione ad altre civiltà economicamente e demograficamente più dinamiche". Oggi l'Occidente è investito da un profondo degrado morale, un vero e proprio "suicidio culturale" e dalla frammentazione politica e per preservare la civiltà occidentale, per non soccombere definitivamente, Huntington propone delle urgenti misure, ma avverte anche come oggi gli Stati Uniti non possano "né dominare né evitare il mondo. Né l'internazionalismo né l'isolazionismo, né il multilateralismo né l'unilateralismo possono ben servire i suoi interessi, che saranno protetti al meglio ignorando gli opposti estremismi e adottando invece una politica di stretta cooperazione con i partner europei allo scopo di proteggere e promuovere gli interessi e i valori peculiari della civiltà occidentale."


Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale di Samuel P. Huntington
Titolo originale: The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order

Traduzione di Sergio Minucci
Pag. 499, Lit. 49.000 - Edizioni Garzanti (Saggi Blu)

Le prime righe
CAPITOLO PRIMO
La nuova era della politica mondiale

Bandiere e identità culturale

Il 3 gennaio 1992, nell'auditorium di un edificio governativo di Mosca si svolse un incontro tra studiosi russi e americani. Due settimane prima, l'Unione Sovietica aveva cessato di esistere e la Federazione russa era diventata un paese indipendente. Di conseguenza, la statua di Lenin che prima ornava il palco dell'auditorium era scomparsa, e al suo posto sulla parete di fondo, campeggiava la bandiera della Federazione russa. L'unico problema, come ebbe a osservare un delegato americano, era che la bandiera era stata appesa alla rovescia. Allorché fu fatta notare la cosa, alla prima interruzione dei lavori gli ospiti russi provvidero celermente e compostamente a correggere l'errore.
Gli anni successivi alla Guerra fredda videro l'inizio di mutamenti drammatici nelle identità dei popoli e nei simboli che le incarnavano. Il quadro politico mondiale iniziò a essere riconfigurato in base a criteri culturali. Le bandiere appese alla rovescia furono un simbolo di tale transizione, ma sempre più numerose sono oggi le bandiere pienamente e correttamente dispiegate al vento, e i russi e tanti altri popoli vanno mobilitandosi e marciando dietro questi e altri simboli delle loro nuove identità culturali.
Il 18 aprile 1994 duemila persone scesero in piazza a Sarajevo sventolando le bandiere dell'Arabia Saudita e della Turchia. Esibendo tali vessilli, anziché quelli delle Nazioni Unite, della Nato e degli Stati Uniti, intendevano identificarsi con i loro correligionari musulmani e mostrare al mondo intero chi fossero i loro veri amici e chi solo i presunti.
Il 16 ottobre 1994 settantamila persone manifestarono a Los Angeles sotto "un mare di bandiere messicane" per protestare contro la "Proposition 187", un referendum che se approvato avrebbe abrogato in California numerosi sussidi statali a tutti gli immigrati illegali e ai loro figli.


© 1997, Garzanti Editore s.p.a.

L'autore
Samuel P. Huntington insegna alla Harvard University, dirige il John T. Olin Institute for Strategic Studies ed è presidente della Harvard Academy for International and Area Studies. È stato fondatore e condirettore di "Foreign Policy" ed è autore di numerosi saggi, tra cui la Terza ondata, I processi di democratizzazione alla fine del XX secolo, tradotto anche in Italia (1995).



Georges Lapassade
Dallo sciamano al raver
Saggio sulla transe
a cura di Gianni De Martino


Un saggio sul fenomeno della transe nelle varie culture e società e sull'evoluzione che questo fenomeno ha subito nel corso dei secoli, arrivando fino alle forme più attuali, che si manifestano anche in imprevedibili ambiti metropolitani.

Si tratta di una nuova edizione, completamente rivista e aggiornata, di un saggio del 1978. Lapassade ha analizzato sotto un nuovo punto di vista alcuni fenomeni che nella società contemporanea richiamano antiche tradizioni culturali legate alla transe intesa come uscita "fuori" di sé o come immersione "al fondo" di se stessi. Per questo motivo ha deciso di aggiungere alla nuova edizione oltre a un capitolo sui "nuovi visionari", un capitolo dedicato alla techno-transe e all'antropologia del raver.
Come l'autore spiega nella prefazione, "La ricerca di un numero crescente di giovani di una rottura con lo stato di coscienza ordinario, perseguita con una certa sistematicità, non viene sempre definita dagli attori in termini di "transe", benché tale termine non sia loro totalmente estraneo. Le loro dichiarazioni rivelano infatti l'esistenza, nella loro cultura, tramite il ricorso abbastanza sistematico a sostanze psicoattive come l'ecstasy, di una ricerca deliberata di stati non ordinari, ancora poco conosciuti e che variano da un individuo all'altro, da un gruppo all'altro. Vi sono i 'neo-mistici' e anche, presumibilmente in più gran numero, gli 'edonisti' e gli adepti dello 'sballo'. Tutti hanno comunque in comune una volontà deliberata di essere per un certo periodo di tempo 'fuori di sé', espressione che mi pare indicare la dimensione essenziale della transe."
Per chiarire ulteriormente questo concetto, riportiamo un brano del Preludio del curatore: "Allorché evochiamo la transe ci troviamo ... di fronte a una risorsa vitale e a una complessa esigenza antropologica di non dimenticare la nostra incompiutezza, ma anzi di ritrovare la genesi, la struttura e la funzione nella prospettiva del contesto storico, sociale e culturale di cui essa fa parte. Specialmente oggi che la transe evade il suo tradizionale ricettacolo religioso o esotico, e affiora altrove, negli ambiti più diversi della vita corrente, con situazioni di SMC (Stati Modificati di Coscienza) effettive, talvolta brancolanti e spesso disconosciute."


Dallo sciamano al raver. Saggio sulla transe di Georges Lapassade
A cura di Gianni De Martino

LXIV, 272 pag., Lit.28.000 – Edizioni URRA

Le prime righe
Introduzione
È molto difficile, se non impossibile, dare una definizione preliminare della transe che sia adeguata per tutte le situazioni ed esperienze a proposito delle quali tale termine viene usato.
Il significato del termine ha subito e continua a tutt'oggi a subire un'evoluzione.
Nell'XI secolo significa la morte: il trapasso. Nel XV secolo ha il senso moderno di un sostantivo formato a partire dal verbo transire, sempre con significato di passaggio. Ciò introduce un'osservazione più generale: lo "stato di transe" è il contrario della stabilità che si collega generalmente alla nozione di "stato" poiché la parola, nella sua etimologia e nel suo senso originario, indica appunto un cambiamento di stato: la transizione, il trapasso da uno stato all'altro, la morte, e, con la nascita, il passaggio essenziale nel corso della vita umana.
Nel secolo XIX, la parola "trances" compare nel vocabolario inglese. Di qui rimbalza nel vocabolario francese nel 1891 e, questa volta, con un significato medianico: il termine designa, secondo il Robert, "lo stato del medium spersonalizzato, come se lo spirito estraneo si fosse sostituito a lui: medium in transe, che va in transe".
Come si vede, a quel tempo il termine viene messo in riferimento a due movimenti che si sviluppano parallelamente nel XIX secolo: il movimento dello spiritismo, con i medium (A. Kardec, ad esempio), e dall'altra parte il movimento che va da Mesmer (magnetismo animale, sperimentazione terapeutica del rapporto magnetizzatore-magnetizzato) fino a Freud passando da Charcot, Bernheim, per citare solo i più celebri.


© 1997, URRA – La metamorfosi consapevole / Apogeo srl

L'autore
Georges Lapassade è docente di Etnografia e Scienze dell'Educazione all'Università di Parigi. Ha svolto ricerche sulla transe in Africa, in Brasile e nell'Italia del Sud. Tra i saggi pubblicati in Italia: Naufragi albanesi. Studi, ricerche e riflessioni sull'Albania, La bioenergia, Stati modificati e trance.



Quim Monzó
Guadalajara

"In fin dei conti, non sta scritto da nessuna parte che la regola debba essere rispettata per l'eternità"

Brevi racconti che presentano situazioni rovesciate, il cui spunto è tratto o dalla letteratura (straordinario è il racconto "Gregor" che rovescia la situazione kafkiana de "La metamorfosi"), dalla leggenda (raramente si è preso in considerazione quello che pensavano i soldati greci chiusi nel cavallo di Troia!), dalla storia (il nipote di Guglielmo Tell e il suo coraggioso papà). Così anche stravolto è il concetto di tradizioni familiari: tagliare un dito della mano ad ogni componente della famiglia al compimento del nono anno, è una ben strana tradizione!
Così come l'esaminando che, stanco di essere perennemente promosso agli esami, sogna di farsi bocciare o il candidato che pensa di votare l'avversario, considerando che una vittoria che dipenda dal suo solo "miserrimo" voto sia ben piccola cosa, è uno specchio deformato, ma non così illogico, della realtà.
Ironico e dissacratore Monzò, diverte in modo "acido" il lettore che non si sente mai del tutto escluso dall'essere in qualche modo vittima dell'ironia dello scrittore.


Guadalajara di Quim Monzó
Traduzione di Gina Maneri
Pag. 149, Lit. 16.000 - Edizioni Marcos y Marcos

Le prime righe

Vita familiare
Armand entrò di corsa nel laboratorio, facendo il motore con la bocca e calpestando i trucioli che c'erano per terra in modo che schiacciandoli facessero più rumore possibile. Fece due giri intorno al banco da falegname, osservò i saracchi, le sgorbie, le morse, le pialle, tutti gli attrezzi perfettamente allineati lungo la parete, ognuno al suo posto (contrassegnato dalla sagoma corrispondente, dipinta in modo più o meno approssimativo), e imboccò il corridoio, in fondo al quale cominciava l'abitazione propriamente detta. Lo zio Reguard aveva il laboratorio sul retro della casa, e anche se i grandi entravano sempre dalla porta davanti, Armand preferiva entrare dal laboratorio. Lo affascinava il fatto che il posto di lavoro dello zio fosse proprio dietro casa sua. Lui, invece, abitava in un appartamento e la falegnameria di suo padre era un negozio a quattro isolati di distanza. Per gli altri cugini era lo stesso. Di tutta la famiglia, solo lo zio Reguard aveva casa e bottega insieme; una stanzetta fungeva da divisorio e da ripostiglio al tempo stesso. Venendo dal laboratorio, subito dopo c'era la sala, con il grande tavolo, il lampadario, le poltrone, i corridoi e le porte delle camere.
Quando Armand arrivò in sala c'erano già tutti. Si baciavano, ridevano, chiacchieravano a voce sempre più alta, per farsi sentire: suo padre, sua madre, i cugini, lo zio, le zie, gli altri zii e quei cugini più lontani, che in realtà non erano cugini ma chiamava così perché appartenevano a rami della famiglia talmente lontani che non sapeva in che categoria classificarli esattamente.


© 1997, Marcos y Marcos

L'autore
Quim Monzó (Barcellona 1952) ha scritto canzoni e sceneggiature di film, è stato giornalista radiofonico e mattatore di programmi televisivi, e viene considerato fra i più significativi scrittori catalani viventi: attualmente collabora a "El Pais". Fra i suoi libri, tradotti anche in numerose altre lingue, ricordiamo le raccolte di racconti Olivetti, Moulinex, Chaffotteaux et Maury e Il perché di tutto sommato, e il romanzo La magnitudo della tragedia, pubblicati in Italia da Marcos y Marcos.



Bruno Vespa
La sfida
dal patto alla crisi e oltre

Un quadro ironico di un'Italia che sta lentamente diventando un "paese normale"

Il volume di Bruno Vespa è di strettissima attualità. Presenta, "dall'interno", con i dettagli che conosce e può conoscere solo chi è ben addentro alle segrete cose della politica, gli eventi che hanno tenuto in sospeso gli italiani nell'ultimo mesi. Crisi sì, crisi no, fino al lieto fine dell'accordo tra Rifondazione e l'Ulivo: Vespa ci narra i retroscena, i particolari, le tensioni fino a pochissimi giorni fa. Miracolo dell'efficienza degli editori nello stampare in così poco tempo un volume!
Se il primo capitolo de "La sfida" propone la più immediata attualità, nei successivi vengono analizzate le varie tappe che hanno condotto a un Pds sempre più "centrista" (così come venne definito dal Manifesto il giorno successivo al discorso di D'Alema al Congresso), a un Bertinotti sempre più demonizzato da D'Alema, ma non certo da Prodi o dall'opinione pubblica ("Gli perdonate tutto solo perché ha l'erre moscia..." dice il militare segretario del Pds), il cammino di questi 500 giorni di Ulivo al Governo, l'ottimismo irriducibile di Prodi. Infine l'opposizione e la Bicamerale. Fini che non si fida di D'Alema, ma forse ancor meno dell'alleato Berlusconi, Bossi che gioca con le "sorti dell'Italia", e la durissima battaglia tra il pool di Milano e Forza Italia, o meglio il suo leader. Le pagine più intense e meno ironiche del libro sono quelle che trattano il tema delle carceri, o meglio dei carcerati di Tangentopoli: Gamberale e Cusani ad esempio. La sofferenza della famiglia Gamberale è tratteggiata con molto pudore, ma anche molta efficacia, così come la dignità rivelata da Cusani nel suo soggiorno a San Vittore.
Legata anche a un coinvolgimento personale, Vespa e Giorgio Pietrostefani erano stati compagni di classe dalle elementari al ginnasio, è la lunga intervista fatta nel carcere di Pisa. La storia di un ragazzo, di un uomo, della sua militanza, ma anche la storia di quegli anni bui, pieni di odio e di ferocia ideologica. Il lungo capitolo intitolato "Ciao, Giorgio", prosegue con un incontro con Marino il grande accusatore dei tre leader di Lotta Continua.
Il volume si chiude con il colloquio con Gemma Calabresi, la vedova del commissario assassinato: una ragazza di poco più di vent'anni con due figli e incinta di un terzo si trova al centro di una tragedia, ma ha il coraggio di educare i suoi tre figli alla democrazia, a non odiare, a crescere senza spirito di vendetta.


La sfida. Dal patto alla crisi e oltre di Bruno Vespa
Pag. 490, Lit. 29.000 - Edizioni RAI Eri/Mondadori

Le prime righe
I
La crisi più pazza. O no?

Mai più al "Costanzo Show"
"Fausto, se esci dalla maggioranza, ti isoli, non conti più niente. Non t'inviteranno nemmeno al "Maurizio Costanzo Show". Ama i paradossi, Massimo D'Alema, e per convincere Fausto Bertinotti a non aprire "la crisi più pazza del mondo", come la definirà un incredulo presidente del Consiglio, accanto ad argomenti ideologici e politici, usa anche mezzi spicci. Come chi per spegnere un incendio getta sul fuoco acqua, coperte e ogni altra cosa gli capiti sotto mano.
Venerdì 3 ottobre a Roma è ancora una giornata di piena estate. I meteorologi sono indecisi nello stabilire se non faccia così caldo da cento o duecento anni. Ma insomma fa caldo: otto gradi più della media. Fa caldo anche alle otto e mezzo del mattino, quando D'Alema e Bertinotti s'infilano separatamente nel palazzetto dei gruppi parlamentari, in via deli Uffici del Vicario. L'incontro deve restare segreto. Vengono valutate diverse sedi e alla fine viene rispettata la classica regola dell'intelligence: il luogo più anonimo è quello pubblico. E il luogo più pubblico per due deputati è appunto la Camera.
I due leader usano una sola accortezza: per incontrarsi usano uno dei vecchi passaggi segreti che mettono in contatto alcuni piani con altri all'interno del labirinto a ostacoli di via della Missione. Ai tempo del ribaltone, fu preziosissimo quello che nella Prima Repubblica metteva in comunicazione gli uffici del Pci con quelli della Dc. Ora la Dc è scomparsa, i Popolari ne hanno ereditato un sesto dei voti e un quarto dei seggi e nella loro vecchia sede abita la Lega. La sala "Aldo Moro" è diventata la sala "Bruno Salvadori": ma insomma il passaggio è rimasto e fu di gran comodo a Bossi, D'Alema e Buttiglione che fecero qui la festa a Berlusconi, salvo ratificarla mangiando pane e sardine nella cucina proletaria del pied-à-terre romano del Senatùr.
Quando i due leader attraversano piazza Colonna, nell'edicola vicina i giornali gridano a tutta pagina titoli di guerra. "Corriere della Sera": "Prodi-Bertinotti, guerra di nervi". La "Repubblica": "Assedio a Bertinotti". "La Stampa": "Cresce il rischio di elezioni anticipate". Il "Giornale": "Bertinotti vuole tutto. Prodi gli dà di più".

© Rai, Radiotelevisione italiana, Roma/Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

L'autore
Bruno Vespa (L'Aquila 1944) ha cominciato a sedici anni il mestiere di giornalista nella redazione aquilana del "Tempo" e a diciotto ha iniziato a collaborare con la RAI. Dopo la laurea in legge a Roma (tesi sul diritto di cronaca), nel 1968 si è classificato primo in un concorso nazionale per radiotelecronisti bandito dalla RAI, ed è stato assegnato al telegiornale. È stato dal 1990 al 1993 direttore del TG1, dove è rimasto come inviato per i grandi avvenimenti. Da tre anni la sua trasmissione "Porta a porta" è il programma politico di maggior successo. Tra i suoi libri: E anche Leone votò Pertini, Intervista sul socialismo in Europa, Telecamera con vista, Il cambio, Il duello, La svolta.



7 novembre 1997