Poppy Z. Brite
Cadavere squisito

"Ma nel seme della coscienza si annida il germe dell'io. Non avevo mai dubitato che l'io fosse l'ultima parte dell'organismo a morire. Talvolta negli occhi dei miei ragazzi avevo visto balenare l'ultimo lampo di furia impotente nell'istante in cui capivano che stavano davvero andandosene".

Un romanzo sconvolgente, una narrazione cruda e brutale che presenta un mondo disperato dominato dalla droga e dalle perversioni sessuali.
Giovani, giovanissimi, i personaggi del romanzo, senza coscienza, senza spiragli, sono immersi in una solitudine immensa che nulla riesce a riempire. Assassino, in carcere per aver commesso ventitré omicidi, il protagonista riesce a fuggire, fingendosi morto e uccidendo i medici che stavano per fargli l'autopsia. Totale il dominio sui propri organi, totale la freddezza con cui ha elaborato il piano di fuga, spietata l'esecuzione. Il suo mondo devastato si imbatte con quello di altri giovani, tutti gay, tutti in bilico tra vita e morte, tra Aids e sieropositività. Ricchi, poveri, intellettuali, di umili origini: tutti ugualmente uniti da un destino di distruzione e di autodistruzione. Il bisogno di possesso dell'altro è così violento in loro che solo la morte dell'amato lo appaga, così inutile che non lo esaurisce. Amore e morte, binomio classico della letteratura e del mito, in questo romanzo trovano espressione nel modo più cruento e esplicito. Forse è proprio la paura di morire che innesca la voglia di uccidere, forse è il bisogno di dominare questa nemica sempre sfiorata e temutissima che porta Andrew a uccidere anche l'amore della sua vita e a possederlo "almeno fino a quando lui stesso vivrà".


Cadavere squisito di Poppy Z. Brite
Titolo originale: Exquisite Corpse

Traduzione di Maria Teresa Marenco
Pag. 248, Lit. 24.000 - Edizioni Frassinelli (Strade)

Le prime righe

A volte una persona si stanca di portarsi addosso tutto quello che il mondo gli scarica sulla testa. Le spalle tracollano, la spina dorsale s'incurva in modo allarmante, i muscoli tremano di sfinimento. Ti muore dentro la speranza di trovare sollievo. E allora bisogna decidere se scrollarsi di dosso quel peso o sopportarlo sino a che il collo ti si spezza come un rametto secco in autunno.
Verso la fine del mio trentatreesimo anno mi trovavo in questa situazione. Benché meritassi tutto quello che il mondo mi aveva scaraventato contro - e, dopo la morte, tormenti di gran lunga peggiori di qualsiasi cosa ti possa riservare il mondo... lo scheletro torturato, l'anima immortale violata e lacerata - benché meritassi tutto questo e qualcosa di più, capii che non potevo più sopportare quel peso.
Insomma, mi resi conto che non ero costretto a portarmelo addosso. Mi resi conto che avevo un'alternativa. Dev'essere stato difficile perfino per Cristo sopportare i tormenti della crocifissione - il sudiciume, la sete, le tremende spine che penetravano nella carne gelatinosa delle sue mani - sapendo di avere un'alternativa. E io non sono certo Cristo, neanche di striscio.
Mi chiamo Andrew Compton. A Londra, tra il 1977 e il 1988, ho ucciso ventitré ragazzi. Avevo diciassette anni quando ho cominciato, ventotto quando mi hanno beccato. Per tutto il tempo in cui sono stato in prigione, sapevo che, se mai mi avessero rilasciato, avrei continuato a uccidere. Ma sapevo anche che non mi avrebbero mai mollato.


© 1997, Edizioni Frassinelli

L'autrice
Poppy Z. Brite è nata nel 1967 a New Orleans, dove tuttora risiede. Autrice emergente, corteggiata dalle riviste più in voga d'America e citata come fenomeno letterario degli anni Novanta. Ha già pubblicato due romanzi e una raccolta di racconti, nonché una controversa biografia di Courtney Love.



Ernst Peter Fischer
Aristotele, Einstein e gli altri
I grandi scienziati tra pensiero e vita quotidiana

Per tutti gli appassionati di storia delle scienze, ma anche per i lettori di biografie, un libro ricco di notizie, curioso e interessante.

"La scienza è opera umana ma, per ragioni che a me restano incomprensibili, quasi nessuno conosce le donne e gli uomini che vi si adoperano concretamente. Eppure, possiamo imparare molto dalla vita di queste persone e divertirci mentre lo facciamo. Il libro vuole offrirne l'occasione: l'intento è di raccontare la vita di una ventina e più di uomini e donne che hanno contribuito in maniera decisiva all'impresa scientifica, così da consentire al lettore di accedere personalmente alla potenza che più ha influito sul destino del mondo occidentale... Il testo vuole essere solo una sorta di "storia della scienza raccontata agli amici davanti al caminetto", e le note a piè pagina, più che fingere acribia filologica, devono permettere e raccogliere le divagazioni aneddotiche più minute."

(Dall'Introduzione dell'autore)

Con queste premesse si dipana un testo piacevole per il modo semplice e immediato con cui è scritto, divertente per le innumerevoli notizie curiose che l'autore ha ricercato e selezionato su ogni personaggio, dotto per i riferimenti puntuali al lavoro svolto dai singoli scienziati e studiosi.
Da Aristotele a Avicenna, da Copernico a Keplero, da Newton a Darwin, da Mendel a Marie Curie, a Pauling, a Fermi... presentati con altri loro contemporanei in una suddivisione che rispetta l'ordine cronologico delle vite e l'evoluzione del pensiero scientifico che loro stessi hanno contribuito a formare.


Aristotele, Einstein e gli altri. I grandi scienziati tra pensiero e vita quotidiana di Ernst Peter Fischer
Titolo originale dell'opera: Aristoteles, Einstein & Co.

Traduzione di Corrado Sinigaglia
VIII, 426 pag., Lit. 42.000 - Edizioni Raffaello Cortina, (Scienza e idee. Collana diretta da Giulio Giorello)

Le prime righe
ANTICHI INIZI

ARISTOTELE (384-322 a.C.)
ALMAGESTO E ALCHEMIA
ALHAZEN (965-1038) E AVICENNA (980-1037)

Ogni inizio è difficile, ma ancor più difficile è liberarsene. Ciò che Aristotele ha fatto con tanta passione per la scienza, ha avuto come conseguenza che tutte le forme moderne di ricerca scientifica si siano potute sviluppare soltanto dopo che le loro pratiche si erano emancipate dalle sue idee. Ancora oggi, come capita nel caso dei più recenti sviluppi della logica, si ripropone il problema. Senza dare particolare risalto a singole figure, quali Euclide o Tolomeo, ci pare opportuno tuttavia delineare i contenuti delle principali tendenze di quel millennio che va dagli iniziali sforzi degli antichi ai primi contributi arabi, poiché tali tendenze si rivelano influenti all'alba dell'epoca moderna. L'analisi della scienza araba mostrerà come essa non possieda soltanto un carattere di mediazione, ma riveli anche degli aspetti originali che hanno avuto grande seguito. La lettura dovrebbe risultarne facilitata.

IL MOTORE IMMOBILE:
ARISTOTELE

Aristotele era alquanto debole sulle gambe, aveva occhi piccoli ed era un poco bleso. Questo a stare ai resoconti dei suoi contemporanei, che descrivono così l'aspetto esteriore di un uomo destinato a diventare l'alpha e l'omega di ogni scienza d'Occidente e che fu prima di ogni altra cosa un grande filosofo. Aristotele, che pose al centro del suo sistema un motore immobile quale fondamento dell'ordine cosmico e ragione della sua eternità, rappresenta a sua volta il motore immobile della scienza moderna. L'idea del motore immobile, che in quanto istanza ultima e suprema non dà inizio a nulla, limitandosi a mantenere in atto il movimento delle sfere celesti, può essere trasposta con facilità, quasi per gioco, in altri ambiti della scienza. In biologia, per esempio, può essere identificata con i geni che in se stessi non avviano a nulla, ma consentono soltanto la circolazione delle informazioni che rendono possibile la vita. Aristotele avrebbe sicuramente vinto il premio Nobel per la fisiologia e la medicina; peccato che lo statuto dell'Accademia di Stoccolma non preveda alcun conferimento postumo.


© 1997, Raffaello Cortina Editore

L'autore
Ernst Peter Fischer è professore di storia delle scienze naturali all'Università di Costanza. Autore di numerosi volumi, svolge anche un'ampia attività di pubblicista.



Emile Habibi
Peccati dimenticati

"I suoi crimini? Iniziamo dal primo, il primo in assoluto, quello di essere uscito dal ventre di sua madre senza chiedere permesso."

Un intreccio tra la storia del popolo ebraico, il conflitto arabo-israeliano, i collegamenti tra Israele e Stati Uniti... visti attraverso una sorta di metafora rappresentata da un gigantesco ingorgo stradale. Un ingorgo di cui si ignorano le origini, anche da parte della "voce narrante", il protagonista, che si ritrova tra i primi a essere bloccati inesorabilmente tra le altre auto. Haifa è in poche ore paralizzata e le truppe dell'esercito israeliano riusciranno a sgomberare le strade dalle auto abbandonate dagli automobilisti esasperati solo dopo cinque giorni. Il fenomeno è strano e le autorità decidono di istituire una commissione d'inchiesta che faccia luce sull'avvenimento, per capire se vi siano in esso cause politiche, sovversive, terroristiche.
L'inchiesta si snoda lungo le pagine del romanzo con toni a volte drammatici, a volte grotteschi, alla ricerca del bandolo della intricata vicenda
Ma se l'ingorgo è la rappresentazione della Palestina attuale, in contrapposizione si presenta l'eden della regione nei tempi passati, quando era possibile giocare per le strade e vivere con ritmi sereni e tradizionali. Il tempo in cui i ragazzi si davano i primi appuntamenti sulle pendici del Monte Carmelo, quando la Palestina era ancora protettorato britannico. Una tradizione di radici arabe che l'amministrazione contemporanea, ridicolizzata nella descrizione dello scrittore, ha tentato di cancellare del tutto.
Un romanzo "viscerale" d'amore: verso le proprie origini, la propria terra, la cultura dei padri e della Palestina.


Peccati dimenticati, di Emile Habibi
Titolo originale dell'opera: Achtayeh

Traduzione di Barbara Marziali
136 pag., Lit. 20.000 - Edizioni Marsilio, (Farfalle)

Le prime righe

O luoghi che avete valore nei cuori
Luoghi che siete diventati vuoti mentre questi cuori
sono pieni di voi
Sono io che, senza sapere, ho creato il mio destino
Chi sarà dunque il responsabile, chi è al tempo stesso
la vittima e l'assassino?

Abu al-Tayyib

AVVERTENZA

Per la prima volta mi trovo a dover iniziare un romanzo con la tradizionale avvertenza che è propria degli scrittori occidentali. Intendo dire che questo romanzo è frutto della mia alata immaginazione orientale. E perciò qualsiasi somiglianza tra i suoi personaggi, o uno di essi, e persone realmente esistenti, è frutto di un caso indipendente dalla mia volontà. Arriverò ad affermare, contro ogni possibile ambiguità, che qualsiasi analogia tra la Haifa di questo romanzo e quella reale è un puro delirio nostalgico!
Dunque ho cercato, tra i romanzi occidentali della mia biblioteca, qualche esempio di una simile avvertenza per tradurla e mettere così in salvo la mia penna. Ma con mio grande stupore non ne ho trovato uno, sia che la lontananza di quei romanzi da ogni realtà fosse lampante, tanto da non esser necessaria una premessa, sia che fossero così fedeli al vero da non richiedere alcuna precauzione.
Non sarà che, questa volta, ritengo necessaria un'avvertenza perché dubito che esista la libertà di nostalgia per questo paese e in questo paese, per Haifa e a Haifa?

(L'autore)


© 1997, Marsilio Editori S.p.A.

L'autore
Emile Habibi, nato a Haifa nel 1922, è morto nel 1996. Ha diviso la sua vita tra l'attività militante e la scrittura. Fondatore e direttore della rivista comunista Al Ittihad, la abbandona per dissensi con la linea dura del partito. In Italia sono stati pubblicati La sestina dei sei giorni (1984), Le straordinarie avventure di Felice Sventura il pessottimista (1990) e il racconto La porta di Mandelbaum (1991). Nel 1992 è stato insignito del Premio d'Israele per lo sviluppo delle arti e delle scienze.



Douglas Kennedy
Morte di un fotografo

Un classico giallo psicologico, ricco di colpi di scena, costruito con intelligenza e strutturato in forma di dialogo stretto e continuo.

"Ben Bradford, quarant'anni, ha tutto nella vita: è socio di un prestigioso studio legale di New York, ha una casa elegante, una bella moglie e due figli sani. Eppure, nonostante il benessere materiale, è profondamente infelice. Appassionato di fotografia, Ben aspirava in realtà a diventare un mago dell'obiettivo. Invece, per compiacere un padre ambizioso, è diventato avvocato e passa il suo tempo in un ufficio di Wall Street fra scartoffie stantie aspettando il momento più ambito, quello in cui finalmente potrà rifugiarsi nella sua attrezzatissima camera oscura, lontano dalle noie quotidiane della professione, lontano dagli sguardi sprezzanti di una moglie che pare non amarlo più come prima.
La crisi precipita quando scopre che lei lo tradisce: disperato, col cuore a pezzi, perde la testa
. E il fatto che l'altro sia un fotografo professionista aggiunge la beffa all'umiliazione. Un drammatico, burrascoso confronto tra i due uomini si tinge di sangue: volano parole aspre, offensive, e in un attimo di rabbia cieca Ben senza volerlo uccide il rivale.
Negli istanti convulsi che seguono, mentre fissa sconvolto il cadavere, Ben avverte l'enormità della catastrofe. Come in un film allucinante vede scorrere davanti agli occhi le immagini del futuro: l'arrivo della polizia, l'interrogatorio, la condanna, i molti anni di galera, il distacco dai figli. Tutto è perduto. In una frazione di secondo la sua vita è distrutta, nulla sarà mai più come prima. Una situazione disperata... che gli lascia un'unica via di uscita. Ma è una scelta estrema, da cui non si torna indietro. Una scelta che gli impone un prezzo che potrebbe non voler pagare."

(Dall'Introduzione)


Morte di un fotografo di Douglas Kennedy
Titolo originale dell'opera: The big picture

Traduzione di Stefano Bortolussi
375 pag., Lit. 30.000 - Edizioni Rizzoli, (La Scala)

Le prime righe

Erano le quattro del mattino, non dormivo da settimane, e il piccolo aveva ripreso a piangere.
Non mi aveva svegliato: quando aveva iniziato a strillare, io stavo già fissando il soffitto da qualche ora. Ma ero così stanco che non riuscivo ad alzarmi dal letto. Per diversi minuti rimasi disteso, rigido e inebetito, mentre Josh metteva alla prova i suoi minuscoli polmoni.
Le sue urla insistenti fecero riemergere mia moglie in uno stato di confuso dormiveglia. Allungandomi una gomitata, Beth mi rivolse la parola per la prima volta in due giorni.
"Pensaci tu", disse. Quindi si girò dalla parte opposta e si coprì la testa con un cuscino.
Obbedii all'ordine con gesti meccanici e insicuri. Mi drizzai a sedere. Posai i piedi a terra. Allungai la mano verso l'accappatoio a righe che avevo gettato su una sedia. Lo indossai a coprire il mio pigiama coordinato e me l'annodai in vita. Raggiunsi la porta e l'aprii. La mia giornata era cominciata... sebbene, a dire il vero, non fosse mai finita.
La camera dei bambini era di fronte alla nostra. Fino alla settimana prima, Josh dormiva con noi. Ma a differenza del nostro primogenito, Adam - che aveva ormai quattro anni e aveva iniziato a dormire come un angelo subito dopo l'ottava settimana -, Josh era affetto da una grave forma di insonnia. Si rifiutava di chiudere occhio per più di due ore di seguito, e quando si svegliava richiedeva a pieni polmoni la nostra esclusiva attenzione. Le avevamo tentate praticamente tutte per farlo dormire per otto ore di fila; l'avevamo tenuto sveglio fino a tardi, imbottito con due biberon per evitare il pasto della mezzanotte, drogato con la massima dose consentita di aspirina per neonati. Ma niente aveva funzionato.


© 1997, RCS Libri S.p.A.

L'autore
Douglas Kennedy, ex drammaturgo, giornalista, è nato a New York nel 1955 e vive a Londra con la moglie e i due figli. Scrive per The Sunday Times e The Indipendent. È autore di tre libri di viaggio e di un romanzo, Dead Heart, da cui è in lavorazione un film.



Paul Krugman
Un'ossessione pericolosa
Il falso mito dell'economia globale

"Su chi ricade la responsabilità di aver sostituito la discussione seria sul commercio mondiale con ciò che ho chiamato 'pop economia internazionale'?"

"In una certa misura, quanto è accaduto non è che il risultato di istinti umani fondamentali: la pigrizia intellettuale, anche tra coloro che vorrebbero essere considerati saggi e profondi, avrà sempre una potente forza. In qualche misura è il riflesso del declino dell'influenza degli economisti in generale: l'elevato prestigio della professione una generazione fa aveva molto a che fare con la presunta efficacia delle politiche macroeconomiche keynesiane, e ha sofferto molto della dissoluzione della macroeconomia in fazioni litigiose. E non dovrebbe essere ignorato il ruolo degli editori, che spesso preferiscono i discorsi dei pop economisti alle idee noiose perché difficili di persone che sono in grado di leggere i conti nazionali e sanno che il saldo commerciale è anche la differenza tra risparmi e investimenti. In realtà, alcuni importanti editori, come James Fallows di The Atlantic o Robert Kuttner di The American Prospect, sono essi stessi pop economisti: usano deliberatamente le loro riviste come piattaforme per ciò che in fondo non è che una crociata antintellettuale.
Ma una parte consistente della colpa per la diffusione della pop economia internazionale ricade sicuramente sugli stessi economisti, che non si sono davvero sforzati di comunicare con il pubblico più vasto...
Poiché lo sforzo maggiore in gran parte di ciò che avevo scritto sul commercio internazionale era diretto a smantellare l'idea che il nostro destino economico fosse legato in qualche modo a una lotta competitiva, è stato necessario dire qualcosa sul modo in cui pensavo le cose fossero andate realmente. La risposta, in breve, è che l'innovazione tecnologica - non la competizione globale - è ciò che conta veramente."

dalla Introduzione dell'autore


Un'ossessione pericolosa di Paul Krugman
Pag.159, Lit. 25.000 - Edizioni R.C.S.

Le prime righe
1. Competitività:
una pericolosa ossessione

L'ipotesi è sbagliata
Nel giugno 1993 Jacques Delors svolse davanti ai capi di governo dei paesi della Comunità Europea, riuniti a Copenaghen, un rapporto specificamente dedicato al problema - sempre più grave - della disoccupazione in Europa. Gli economisti che studiano la situazione europea erano curiosi di vedere che cosa avrebbe detto Delors, allora presidente della Commissione della Comunità Europea. Molti di loro condividevano più o meno la stessa diagnosi del problema europeo: il fisco e i vincoli legislativi imposti dai complessi sistemi di sicurezza sociale vigenti in Europa avevano reso gli imprenditori più riluttanti a creare nuovi posti di lavoro, mentre il livello relativamente generoso delle indennità di disoccupazione consentiva ai lavoratori di rifiutare gli impieghi a basso salario che avevano mantenuto la disoccupazione negli Stati Uniti a livelli relativamente bassi. Le difficoltà monetarie associate al mantenimento in funzione del Sistema Monetario Europeo a fronte dei costi della riunificazione tedesca avevano aggravato questo problema strutturale.
La diagnosi era persuasiva, ma anche politicamente esplosiva, e ciascuno voleva vedere come Delors l'avrebbe formulata. Avrebbe osato dire ai leader europei che i loro sforzi per perseguire la giustizia economica avevano generato il prodotto congiunto indesiderato della disoccupazione? Avrebbe ammesso che lo SME era sostenibile solo a costo di una recessione e avrebbe affrontato le implicazioni di questa ammissione per l'Unione monetaria europea?
Niente di tutto questo! Delors non affrontò né il problema del welfare state né quello dello SME. Spiegò che la causa di fondo della disoccupazione in Europa era la scarsa competitività nei confronti degli Stati Uniti e del Giappone e che la soluzione era un programma di investimenti in infrastrutture e alta tecnologia.
Era un modo deludente di eludere i problemi ma non una sorpresa.

© 1997, R.C.S. Libri S.p.A.

L'autore
Paul Krugman, considerato uno dei massimi esperti di economia internazionale, è professore al MIT. Democratico liberal, appoggiò Clinton nelle elezioni del 1992, senza rinunciare in seguito a essere uno dei più severi critici della politica economica della Casa Bianca.



31 ottobre 1997