Nadia Fusini
Due volte la stessa carezza

"Non ero nata libera, ma prigioniera di un amore che non era il mio, ma a cui credevo"

È una storia che mette in discussione che cosa significhi essere morti o vivi e come queste categorie possano essere sconvolte dall'amore, quando l'amore è assoluto e irriducibile. Clara, fin da bambina, è segnata da un destino: la sua somiglianza con la zia da cui ha preso il nome e l'aspetto, morta proprio quando lei nasceva, si trasforma poco a poco in una reincarnazione e la sua giovane vita è usata per placare la sofferenza di chi non sa rassegnarsi davanti alla morte di chi ha amato e sa amare una donna sola. Vittima, ma nello stesso tempo complice, perché lei stessa accentua questa somiglianza straordinaria, si sente attratta da un amore che non è per lei, ma per la donna che lei personifica e lentamente si trasforma in quella, non solo nell'aspetto, ma anche nella personalità. Quando però l'artefice di questa "reincarnazione" scompare, a lei non resta più nulla, non sa più vivere perché la sua era la finzione di una vita, era una "rappresentazione" e non può che portare a compimento un cammino di morte e di annientamento.
Sicuramente la bambina che piano piano diventa donna è plagiata da Luigi, lo zio-Pigmalione, lo zio-amante, vittima lui stesso di un amore che non sa domare, ma anche gli altri personaggi del romanzo, la madre, la nonna in particolare, sono complici di questo abuso, inconsapevoli forse perché tutti dominati dal ricordo e dal rimpianto per quella giovane donna morta a ventun anni, dopo un anno di sofferenza e di dolore.
Il romanzo tratta un tema classico della letteratura moderna, quello del doppio, ma Nadia Fusini tratteggia, con particolare sensibilità, l'iter di una psicologia femminile nel suo evolversi e (attraverso le lettere della giovane zia) quello di una donna che guarda con sgomento la propria morte.
Studiosa e straordinaria traduttrice delle più grandi scrittrici del Novecento, l'autrice propone personaggi che, proprio nella volontà di affermare la vita, in realtà cercano un inevitabile annientamento nella ricerca dell'amore assoluto.


Due volte la stessa carezza di Nadia Fusini
Pag. 126, Lit. 20.000 - Edizioni Bompiani

Le prime righe

L'estate per me non era un tempo, era piuttosto uno spazio aperto, stupefatto. O se era una stagione, era immobile, sprofondata in sé nell'illusione di una durata che non sarebbe finita mai. Il tempo non passava, ma si accumulava in giorni tutti uguali, sconfinati, senza orizzonte, e un sentimento di evasione ne nasceva, che non c'entrava con la libertà - era semplicemente un mancare a tutto, non rispondere di niente, a nessuno. La scuola scomparsa, il babbo e la mamma svaniti al di là del cancello, entravo nella villa degli zii agli inizi di giugno e ne uscivo alla fine di settembre.
Nel recinto di quella casa di pietra, col giardino affacciato sul mare, tra rocce a picco che difendevano un'insenatura naturale, guardata da due grandi scogli all'entrata, per me dimorava l'estate. Era, ripeto, un luogo - e un colore cangiante, il celeste chiaro del cielo e del mare al mattino, che si incupiva man mano nell'azzurro smagliante e assoluto del mezzogiorno, più intenso e dorato nel pomeriggio, fino al blu cobalto della sera, al nero di seppia della notte. Non c'erano altri ragazzi lì intorno; la casa più vicina era lontana chilometri. Lo zio e la zia non avevano figli, s'erano affezionati a me, e mi tenevano con loro; si consolavano così di ciò che avevano scelto di non avere.
Più che con me, in verità, la zia si confortava dell'assenza di figli con Lilla - una bassotta che a me personalmente non piaceva affatto: né v'era dubbio che Lilla fosse, benché di razza, una cagna veramente brutta. A Lilla però era permesso di fare tutto ciò che a me ormai adolescente era proibito; ad esempio, sedersi sul divano con tutte e quattro le zampe, mentre io, appena ci poggiavo i piedi, anche i miei scalzi, venivo sgridata. Lilla inoltre poteva rifiutare il cibo, lasciare gli avanzi nel piatto, mentre io ero obbligata a trangugiare fino all'ultimo boccone ciò che mi mettevano davanti.


© 1997, R.C.S. Libri S.p.A.

L'autrice
Nadia Fusioni insegna letteratura inglese all'Università di Roma "La Sapienza". Ha tradotto e curato poeti inglesi e americani, da Keats a Stevens. A lei si devono le splendide traduzioni di Al faro, La signora Dalloway, Le onde di Virginia Woolf (Premio Mondello per la traduzione 1995). Fra i suoi libri: Nomi (Feltrinelli, 1986), Due. La passione in Kafka (Feltrinelli, 1988), La luminosa. Genealogia di Fedra (Feltrinelli, 1990), Uomini e donne. Una fratellanza inquieta (Donzelli, 1995), La bocca più di tutto mi piaceva (Donzelli, 1995).



Fabio Metitieri e Giuseppina Manera
Incontri virtuali
La comunicazione interattiva su Internet

Un manuale dedicato a chi vuole usare Internet come un vero mezzo di comunicazione, di scambio intellettuale, di arricchimento personale, non dimenticando il fattore umano, elemento caratterizzante della rete.

"Internet ha ormai una lunga storia alle spalle. Nata nel mondo accademico e della ricerca scientifica, all'inizio con finanziamenti dell'esercito degli Stati Uniti, la rete è rimasta molto a lungo rinchiusa nelle torri d'avorio dei laboratori e dei centri di calcolo. Il boom di Internet come mezzo di comunicazione di massa è molto recente, soprattutto nel nostro paese. Quanti, fino a due anni fa, avevano anche solo una vaga idea di cosa fosse Internet? Oggi, al contrario, chiunque è sicuro di sapere tutto della rete, al punto che gli esperti improvvisati ormai si sprecano. In realtà, pochi riescono a usare tutte le risorse presenti in Internet ... l'esistenza di comunità, di singole persone che senza conoscersi e senza mai essersi incontrate prima discutono, lavorano o giocano insieme non fa notizia, anche se è proprio il popolo di Internet la risorsa più ricca e più interessante che la grande rete può offrire ... Chi parla e scrive di Internet, insomma, tende a trascurare il fattore umano, l'elemento forse più importante e caratterizzante della rete. Questo libro si propone di descrivere gli ambienti e gli strumenti di rete che è necessario conoscere per comunicare con il popolo di Internet, diventandone parte, di fornire qualche consiglio e qualche regola di comportamento per diventare in fretta degli esperti di Computer Mediated Communication, e di suggerire qualche spunto di riflessione sul significato, tutto nuovo, dell'esistenza di un luogo che riapre la discussione non solo sui concetti di comunicazione e informazione, ma anche su quelli di spazio, tempo, identità, e di distinzione tra soggetto e oggetto della comunicazione."

Dall'Introduzione al volume


Incontri virtuali. La comunicazione interattiva su Internet di Fabio Metitieri e Giuseppina Manera
295 pag., Lit. 24.000 - Edizioni APOGEO

Le prime righe
Il fattore umano

L'evoluzione della rete:
Internet tra contenuti e forma

Tra BBS, Internet e UseNet, tre diversi tipi di rete, che hanno avuto una storia diversa, chi ha vinto è Internet, ormai è chiaro. I BBS, i Bulletin Board System, esistono ancora, ma tutti, a poco a poco, si trovano costretti a decidere se aprirsi a Internet, permettendo ai propri abbonati di accedere anche alla grande rete, o se rassegnarsi a perdere a poco a poco i propri utenti. Le eccezioni sono poche; la Rete Civica Milanese (RCM), infatti, è forse l'unica rete civica italiana degna di nota che riesce ancora a ignorare la caotica evoluzione del mondo telematico italiano, ma può farlo solo perché Milano, tra le grandi città, è l'unica dove l'Amministrazione ha ostinatamente ignorato Internet e le comunità telematiche per troppo tempo, e dove l'opposizione dei cittadini a Formentini e il leghismo non ha avuto in rete molti altri modi per incontrarsi, esprimersi e farsi sentire. UseNet, invece, era l'alternativa a un'Internet che nei primi tempi era disponibile solo per qualche Università statunitense e solo per alcuni ricercatori; gli esclusi da Internet, spesso studenti, inventarono una rete più povera, utilizzando il sistema operativo Unix e il protocollo UUCP (Unix to Unix Copy Protocol) per costruire i Newsgroup, la versione povera e aperta a tutti delle liste di discussione. Oggi i Newsgroup fanno parte di Internet, e molti ormai li usano senza sapere neppure che in origine si trattava di una rete diversa.
Dopo aver fagocitato i suoi concorrenti, Internet si sta dividendo in due parti. La distinzione non è tecnica, ma dipende dalle scelte di chi la usa, a dimostrazione del fatto che il fattore umano in rete è l'aspetto più importante e che l'evoluzione di Internet, in fondo, è solo una continua battaglia tra chi vuole controllarla, sottomettendola a regole che permettano di utilizzarla soprattutto a scopo commerciale e politico, e chi invece sulla rete ha idee diverse, aspettative che è disposto a difendere con decisione, perché vede in Internet qualcosa di nuovo, un luogo in cui tutti possono sentirsi alla pari con gli altri.


© 1997, APOGEO - Informatica, Realtà Virtuale, Ciberspazio

Gli autori
Fabio Metitieri, laureato in agraria, lavora in Internet dal 1992. Come informatico si è occupato per anni di rete e di formazione utenti, anche scrivendo guide e manuali divulgativi e partecipando a convegni sull'argomento; ha fatto parte di alcuni gruppi di lavoro del GARR (Gruppo per l'Armonizzazione delle Reti di Ricerca). Giornalista, collabora come esperto di rete con varie testate, tra cui PCWeek, Virtual, Inter.Net e l'edizione online di La Repubblica.

Giuseppina Manera è laureata in Filosofia ed è approdata in rete per curiosità nel'95. In passato ha lavorato come ricercatrice universitaria e come giornalista free lance per testate economiche. Attualmente si occupa di formazione degli adulti ed Educazione Permanente, e collabora, per pura passione, con Radio Popolare.



Fernando Pessoa
Alla memoria del Presidente-Re Sidónio Pais

Non è, dunque, interamente assurdo il concetto
"provvidenzialistico" della vita delle società: la civiltà è
opera di uomini di genio.

Fernando Pessoa


Scrive José Augusto Seabra, poeta e critico portoghese, che nella poiesis di Fernando Pessoa "compaiono, architestualmente, avvicendandosi e scambiandosi, tutti i generi, discorsi e segni che il poeta sperimentò fino al parossismo, in un andirivieni permanente tra la modernità e la tradizione, in quella rosa incrociata di venti e di civiltà che va dal nord al sud e dall'oriente all'occidente, sempre alla ricerca dell'universale".
Sono considerazioni di certo scontate per chi possieda una visione ampia e globale della poesia pessoana, ma che hanno l'indubbio merito di (ri)posizionarla nel suo alveo naturale, tra le cui peculiarità figura per l'appunto l'alternarsi o il concorso di modernità e tradizione. Una precipua caratteristica, è bene premetterlo, posta non di rado in secondo piano dalla critica non portoghese, segnatamente quella italiana, che in generale, e con poche eccezioni, è solita soffermarsi solo sugli aspetti innovatori dei versi del grande poeta.
Più volte è stato sottolineato, e a giusta ragione, come Pessoa abbia contrassegnato meglio di chiunque altro le avanguardie portoghesi novecentesche, sia recependo ed elaborando correnti artistico-letterarie e di pensiero già codificate in Europa (futurismo, cubismo, orfismo, surrealismo, esistenzialismo), sia creandone delle altre ex novo (paulismo, sensazionalismo, intersezionismo).

Dal saggio introduttivo di Brunello De Cusatis



Alla memoria del Presidente-Re Sidónio Pais
Titolo originale: Á memoria do Presidente-Rei Sidonio Paes

Saggio introduttivo e traduzione di Brunello De Cusatis
Pag. 70, Lit. 16.000 - Angelo Pellicani Editore

I primi versi

Lontano da fama e da spade,
alieno dalle turbe egli dorme.
D'intorno, claustri o arcate?
Solo la notte enorme.

Perché per lui, già rivolto
dal lato ove solo Dio risiede,
sono più che Ombra e Passato
la terra e i cieli.

Lì, gesto, astuzia e lotta
sono ormai per lui, senza che li veda,
vuoto d'azione, ombra smarrita,
soffio privo di vita.

Solo con l'anima sua e con le tenebre,
quell'animo gentile che ci amò
ancora quell'amore e ardore serba?
Tutto è finito?


© 1997, Antonio Pellicani Editore

L'autore

Fernando Antonio Nogueira Pessoa nasce a Lisbona nel 1888 e qui muore nel 1935. Cresciuto in Sudafrica, studiò poi a Lisbona, dove fu tra gli iniziatori del modernismo portoghese. Influenzato, nel suo primo periodo, dal simbolismo francese, coltivò anche interessi per l'occultismo e l'esoterismo. Scrisse sotto vari pseudonimi, ciascuno dei quali dotato di differente sensibilità, espressione di quella frantumazione dell'io in cui Pessoa traduce la crisi dell'esistenza.



Barbara Ronchi Della Rocca
Questioni di stile
Il galateo moderno

"Seguiamo le norme con l'allegria, il buon senso, anche l'umorismo necessari a non cadere nel ridicolo dell'affettazione"

Il piacevole galateo di Barbara Ronchi Della Rocca è sicuramente ricco di senso dell'umorismo, e offre un approccio del tutto inconsueto al tema in questione. Noterelle storiche, aneddoti, episodi anche spassosi, costellano le indicazioni e i suggerimenti che l'autrice impartisce al lettore e rendono la lettura un momento di riflessione, per quanto leggera, sul costume contemporaneo. Come ci si deve vestire, come ci si comporta nei momenti di socialità, qual è l'atteggiamento più corretto da tenere prima e durante gli esami o in famiglia, e poi ancora "il galateo ecologico", anche il nostro rapporto con la natura ha infatti oggi una nuova sensibilità da rispettare. Particolarmente interessante (e divertente) è la sezione che riguarda il lavoro: la Corte Federale tedesca ha definito ammissibile il "licenziamento per carenza nel comportamento sociale", cioè per maleducazione. Questo episodio riportato dal volume rende il capitolo anche molto utile!
Indubbia è l'attualità della sezione "netiquette", cioè il galateo della Rete, che affronta credo per la prima volta, una nuova forma di comunicazione che ha però già delle regole formali. In conclusione l'autrice formalizza molte delle regole che la convivenza civile e il buon gusto hanno reso logiche, anzi necessarie in un mondo sempre più informale e sempre più denso di contatti sociali.


Questioni di Stile. Il galateo moderno di Barbara Ronchi Della Rocca
Pag. 360, Lit. 26500 - Edizioni Sperling & Kupfer (Varia)

Le prime righe

L'ABBIGLIAMENTO

Fino a pochi anni fa l'educazione del gusto era più facile, perché l'eleganza si esercitava per censo ed era appannaggio di un ristretto gruppo, all'interno del quale l'informazione di moda circolava per passaparola. Regole, dettami, divieti, classificazioni imponevano abiti diversi per ogni occasione e per ogni ora del giorno: da mattina, da ufficio, da pranzo, da cocktail, da mezza sera, da gran sera, da cerimonia. Negli anni Cinquanta un uomo elegante non avrebbe mai portato scarpe marroni in città (lo facevano solo agli americani, ed erano assai criticati), così come nessuna signora indossava capi blu o bianchi in autunno, e marroni o verdi in primavera... Non possiamo che rallegrarci della nuova disinvoltura e praticità della moda dei nostri giorni, con il suo chic svelto, sfrontato, un po' disarmonico, se non fosse che quest'aria di libertà spesso genera eccessi di sciatteria, e l'illusione che basti esagerare per essere eleganti. Mentre è vero esattamente l'opposto. E si è talmente persa l'abitudine all'eleganza formale, che spesso, volendo fare bella figura, si commettono gravissimi errori di gusto: smoking ai matrimoni, minigonne ai funerali, jeans, giubbotti, tute e altri capi creati per la praticità sfoggiati - perché "firmati" e costosi - in occasioni eleganti.
Che cosa significa essere eleganti oggi? Significa esprimere attraverso l'abito la propria personalità, accettare solo i suggerimenti della moda che maggiormente si adattano al proprio fisico e al proprio stile di vita. Ma soprattutto saper rinunciare: rinunciare al "troppo", all'appariscente, allo stravagante e anche all'omologazione. Lasciamo ai giovanissimi il piacere di vestirsi tutti uguali - per identificarsi e riconoscersi - con gli stessi jeans a strappi e buchi, la stessa approssimazione nell'ordine degli accostamenti, lo stesso (finto) disinteresse per l'insieme e il rifiuto dei canoni di eleganza codificati dai padri e dalle madri.


© 1997, Sperling & Kupfer Editori S.p.A.

L'autrice
Barbara Ronchi Della Rocca, giornalista e scrittrice, collabora con il quotidiano La Stampa, nonché con numerosi settimanali e periodici, e con la Rai come ideatrice e conduttrice di programmi culturali. È autrice di diversi volumi dedicati al galateo, fra i quali Si fa, non si fa e Invito a nozze. Attualmente vive e lavora a Torino.



José Saramago
Oggetto quasi

"Gli uomini non saranno mai più rimessi al posto delle cose"

Che cosa è oggetto? Le cose possiedono una vita propria? E gli uomini? Sono forse subordinati, vittime di oggetti che improvvisamente appaiono dotati di una loro anima?
Forse tutto ciò ha un significato simbolico: Saramago vuole mostrarci come questa umanità che ha sostituito i sentimenti, gli affetti, i valori con il possesso di oggetti, con appunto "le cose", lentamente ne diventa vittima. Oppure l'elemento fantastico che domina questi racconti mostra proprio la capacità dell'uomo di dare una vita alle cose che quotidianamente usa.
In "Embargo" protagonista non è tanto l'uomo che, dopo i tanti anni in cui aveva considerato inestinguibile il carburante con cui "nutrire" la sua auto, si ritrova colto dalla nevrosi di restarne privo, quanto l'auto stessa, ormai dotata di una volontà autonoma, dominante sull'uomo, capace quindi di scegliere la morte per sé e per lui. Così come il lungo racconto "Cose", forse il più angosciante e simbolico della raccolta, mostra una fantascientifica città in cui gli uomini ormai diventati "cose" catalogate dal potere, entrano in un impari conflitto con gli oggetti, esseri vivi e liberi, spietati rivoluzionari, sovvertitori di un ordine omologatore e disumano.
L'ultimo racconto è davvero una "Rivincita": l'uomo può ritrovare la propria naturalezza se è capace di spogliarsi, di mostrarsi nudo, coperto solo dalla sua giovinezza e dalla sua forza vitale e allora, solo allora, può ritornare ad essere uomo.


Oggetto quasi di José Saramago
Titolo originale: Objecto Quase

Traduzione di Rita Desti
Pag. 117, Lit. 22.000 - Edizioni Einaudi (Gli Struzzi)

Le prime righe

Sedia

La sedia cominciò a cadere, ad andare giù, a cascare, ma non a rigor di termine, a crollare o, come si dice in portoghese, a desabar. In senso stretto, desabar significa "abbassare le falde". Ebbene, di una sedia non si dirà certo che abbia le falde, e se le avesse, per esempio dei sostegni laterali per le braccia, si direbbe che stanno cadendo i braccioli della sedia e non che si abbassano le falde. Ma è pur vero che desabar si usa per desabar bátegas, come a dire "piovere a rovesci", dico io, anzi, mi viene in mente ora, perché non mi accade di cadere nelle mie stesse trappole: quindi, se "piove a catinelle", che è solo un altro modo di dire la stessa cosa, non potrebbero alla fin fine anche le sedie abbassare le falde, pur non avendole? Almeno per libertà poetica? Almeno per singolare artificio di un modo di parlare che si proclama stile? Si accetti allora che le sedie crollino, anche se sarebbe preferibile che si limitassero a cadere, a cascare, ad andar giù. E crolli pure, allora, colui che si è seduto sulla sedia, o che non è più seduto, ma sta cadendo, come in questo caso, e lo stile si avvantaggerà della varietà delle parole, le quali in fin dei conti non dicono mai la stessa cosa, per quanto lo si voglia. Se dicessero la stessa cosa, se si riunissero a gruppi per omologia, allora la vita potrebbe essere molto più semplice, per via di una riduzione successiva, addirittura fino all'onomatopea, anch'essa non tanto semplice, e così via di seguito, probabilmente fino al silenzio che definiremmo il sinonimo generale oppure onnivalente. Ma non si tratta neppure di onomatopea, o non la si può formare partendo da questo suono inarticolato (perché la voce umana non possiede suoni puri e quindi inarticolati, tranne forse nel canto, e comunque bisognerebbe ascoltarlo da molto vicino), che si forma nella gola del cascante o del cadente, anche se non è una stella, parole di risonanza araldica che adesso stanno a designare colui che crolla, perché non si è ritenuto corretto aggiungere a questo verbo la desinenza parallela (ante) che concluderebbe la scelta e completerebbe il cerchio. Ecco dunque provato che il mondo non è perfetto.

© 1997, Giulio Einaudi editore s.p.a.

L'autore
José Saramago è nato ad Azinhaga, in Portogallo, nel 1922. Narratore, poeta e drammaturgo, ha ripreso la tecnica della tradizione orale sudamericana. Tra le sue opere ricordiamo: Manuale di pittura e calligrafia(1976), Una terra chiamata Alentejo (1980), Memoriale del convento (1982), Storia dell'assedio di Lisbona (1989), Il Vangelo secondo Gesù (1991).



17 ottobre 1997