Gene Gnocchi
Il mondo senza un filo di grasso
dizionario delle impressioni del mondo licenziate dall'autore senza il consenso del mondo

"Le persone che si perdono in Internet non danno tantissime notizie di sé"

Una vera enciclopedia, divisa in sezioni e contenente voci ordinate alfabeticamente. Da "Alce" a "Zampone": impressioni e riflessioni umoristiche sulla quotidianità. Le situazioni, grazie allo stravolgimento operato dalla intelligente vena comica di Gnocchi, si offrono al lettore come un grande puzzle che, ricomposto, sono il quadro della nostra vita di tutti i giorni, i piccoli eventi di una vita comune, le frasi fatte, le banalità, prospettate però con uno scarto dalla "norma" e quindi, proprio per questo, fonte di divertimento.
Nella scia dei grandi umoristi della tradizione letteraria, da Jerome K. Jerome a Campanile, Gene Gnocchi mostra una scrittura curata e attenta, sicuramente "letteraria", che non vuole essere confusa con le veloci e approssimative produzioni di molti comici di successo.
Questa enciclopedia non è infatti la trasposizione di battute televisive, ma è pensata per la stampa, per la pagina scritta e quindi anche l'elemento comico è legato alla lettura, e ne permette una rilettura, senza perdere in vivacità e colore. Molti anni di lavoro hanno infatti preceduto la stesura definitiva del volume.
L'enciclopedia è corredata da illustrazioni di Hendrik W. Van Loon, di cui è straordinaria, a distanza di tanti anni, la perfetta rispondenza ai testi. Tra le illustrazioni di van Loon sono inserite alcune tavole disegnate dallo stesso Gnocchi che sono difficilmente riconoscibili, tanta è la consonanza con quelle dello scrittore e illustratore olandese.


Il mondo senza un filo di grasso di Gene Gnocchi
Pag. 496, Lit. 20.000 - Edizioni Bompiani

Le prime righe

Alce
L'alce è l'unico animale al mondo che capisce quando è ora di smettere.
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È stato osservato che quando l'alce non sa cosa fare sputa sulla moquette.
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Un'altra singolarità dell'alce è che non è capace di prendersi le urine da sola.
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In certi zoo non tengono l'alce perché sporca.
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Un recente studio, da verificare, ha dimostrato che l'alce quando è in difficoltà la butta sul ridere.
Ape
A un concorso da ape operaia si sono presentate in settantamila.
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L'ape operaia, siccome muore dopo sei o sette mesi, non riesce mai a raggiungere l'età pensionabile.
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Ci sono delle api che come secondo lavoro fanno le punture agli anziani.

© 1997, RCS Libri S.p.A.

L'autore
Eugenio Ghiozzi, in arte Gene Gnocchi, è autore di Una lieve imprecisione (Garzanti, 1991), Stati di famiglia (Einaudi, 1993), Il signor Leprotti è sensibile (Einaudi, 1995) e, insieme a Mauro Bellei, di La casa di chi (Il Melangolo, 1996)



Marco Paolini e Gabriele Vacis
Il racconto del Vajont

"Uno Stato nello Stato che tiene a distanza, nasconde, occulta, insabbia, scantona, collude...". Cronaca di una strage annunciata: la costruzione e la tragedia del Vajont.

Col tono e la vivacità dell'affabulatore, con la spontaneità di una narrazione popolare, viene presentata, dalle sue origini, la vicenda della costruzione della diga del Vajont, le perizie controverse, l'inizio della grande opera ingegneristica, la sua conclusione, i primi segni premonitori della tragedia imminente, le prime denunce rimaste inascoltate e quindi, in tutta la sua drammaticità, la dirompente, devastante frana.
Sei anni dura la guerra tra chi denuncia l'imminenza del pericolo e la catastrofe che ne può derivare e chi minimizza, chi non vuole rinunciare agli immensi guadagni che la diga prometteva. Relazioni, controrelazioni, polemiche e insabbiamenti precedono la tragica notte del 9 ottobre 1963 quando 260 milioni di metri cubi di roccia cascano nel lago dietro alla diga e sollevano cinquanta milioni di metri cubi di acqua. "La seconda più grande frana che sia caduta sul pianeta da quando è apparso l'uomo: la più grossa è caduta in India, nel Pamir, sul tetto del mondo. La seconda nel cuore dell'Europa. E non è caduta. È stata provocata".
Le pagine che narrano, con l'incalzante tensione di una tragedia greca, la notte del 9 ottobre sono coinvolgenti e sconvolgenti: il rumore, la luce, e poi l'oscurità e la morte, il terrore e l'amore di chi non sa quale persona scegliere da salvare, l'inutile fuga e poi la "livida" mattina che segue e lascia vedere il disastro accaduto. E infine le domande che ognuno si pone: perché si è permesso che tutto questo accadesse? Come hanno potuto vivere da quella notte quelli che sapevano? Gli interessi economici possono mettere così a tacere le coscienze degli uomini?


Il racconto del Vajon di Marco Paolini e Gabriele Vacis
Pag. 142, Lit. 18.000 - Edizioni Garzanti

Le prime righe

Quanto pesa un metro cubo d'acqua?
No, no, non preoccuparti di rispondere esattamente. Basta che ci mettiamo d'accordo.
Un metro cubo d'acqua? Mille chili, una tonnellata. Una tonnellata va bene?
Le frane le misurano a metri cubi. Il metro cubo è l'unica cosa che resta fissa, perché poi la densità, e il peso, cambiano. Allora bisogna prendere quest'unità di misura, l'unica cosa abbastanza certa, bisogna prendere i numeri, però poi bisogna metterli vicino alle cose, ai nomi, per vedere se scatta qualcosa.
Un nome: Stava.
Ti dice niente?
Val di Stava, una conca tra Bolzano e Trento. In cima alla Val di Stava, lassù in alto, c'era una diga di terra e dietro c'erano i fanghi, gli scarichi di una miniera Montedison. Dopo che è piovuto un bel po', il 18 luglio 1985 la diga non ce la fa più: scoppia. Tutto quello che c'è dietro alla diga, 450.000 metri cubi di fango, va giù a spazzare via dalla faccia della terra il paese di Stava e una fetta del paese vicino, Tesero. Duecentosessantotto morti.
Quattrocentocinquantamila metri cubi.
Un altro nome: Valtellina. Stesso mese, luglio. Però del 1987. La frana della Valtellina è più grossa di quella della Val di Stava, è parecchio più grossa, cento volte più grossa: 45 milioni di metri cubi di montagna cascano in fondo alla Valtellina a fare uno schizzo lungo due chilometri che cambia la geografia della valle.
Quarantacinque milioni di metri cubi.
E allora un altro nome: Vajont. Ti dice niente Vajont?
9 ottobre 1963. Dal monte Toc, dietro la diga del Vajont, si staccano tutti insieme 260 milioni di metri cubi di roccia.
Duecentosessanta milioni di metri cubi.
Vuol dire quasi sei volte più della Valtellina.
Vuol dire seicento volte più grande della frana della Val di Stava.
Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia cascano nel lago dietro alla diga e sollevano un'onda di cinquanta milioni di metri cubi. Di questi cinquanta milioni, solo la metà scavalca la diga: solo venticinque milioni di metri cubi d'acqua... Ma è più che sufficiente a spazzare via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè.
Duemila i morti.
La storia della diga del Vajont, iniziata sette anni prima, si conclude in quattro minuti di apocalisse con l'olocausto di duemila vittime.


© 1997, Edizioni Garzanti s.p.a.

Gli autori
Nel 1993 Marco Paolini, attore con il Teatro Settimo diretto da Gabriele Vacis, ha iniziato a raccontare questa grande tragedia civile: prima nelle case degli amici, e poi, centinaio e centinaia di volte, in un monologo che dura più di tre ore, di fronte a un pubblico attento e partecipe, nelle piazze, nelle scuole, nei circoli culturali, negli ospedali, nelle radio e naturalmente, qualche volta, anche nei teatri e nei festival di tutta Italia.



José Cardoso Pires
Lisbona. Libro di bordo
voci, sguardi, memorie

Un ritratto struggente e dotto della sua amata città, una città che non si può non amare.

Un ritratto letterario della Lisbona a cui l'autore "dà del tu", come dice Antonio Tabucchi nella sua bella introduzione. Una città che Cardoso Pires conosce visceralmente e che con passione ama, come ama la gente che vi abita.
"La gente che qui si forgia è gente di mare e di destini a cavallo di un diavolo compiacente."
Tra le storie raccontate per dipingere un affresco generale della città, troviamo le leggende sui corvi, abitanti di Lisbona a tutti gli effetti. Tanto da aver dato il proprio nome al Pátio do Corvo, Rua dos Corvos, Terreiro do Corvo, nei pressi della Cattedrale. Oggi sono quasi completamente scomparsi, ma hanno lasciato il proprio segno anche nello stemma municipale. E le storie di gatti, che popolano ampiamente la città, questi sì ancora ben presenti, insieme a gruppi di anziani che si danno appuntamento nei giardini a giocare a carte, a passeggiare, a chiacchierare sulle panchine, panchine di maiolica con disegni di scimmie e ancora gatti... Intrecci e incontri, elementi che si ripropongono in momenti diversi e in zone diverse della città, collegate fra loro dal grande fiume Tago.
Un lungo ricordo del grande incendio, dei luoghi irrimediabilmente persi, presenti ormai solo nella sua mente e in quella di chi li aveva visti: la Pastelaria Ferrari, la tricentenaria Casa Batalha, i Grandi Magazzini Grandella... e un ritratto dei posti ancora intatti, come la piccola piazza dove sono seduti "sotto la pioggia, indifferenti l'uno all'altro", Fernando Pessoa e "il frate delle puttane, meglio conosciuto come Chiado". E tra i disegni dei selciati e gli azulejos decorativi, tra i bar tradizionali e le chiese monumentali, attraversiamo le vie di una città-ponte fra l'Europa e l'America, salutata da Tirso de Molina come "l'ottava meraviglia" e maledetta da Fielding come un incubo lebbroso.


Lisbona. Libro di bordo. Voci, sguardi, memorie di José Cardoso Pires
Titolo originale dell'opera: Lisboa. Livro de bordo

Traduzione dal portoghese di Cecilia Pero
91 pag., Lit. 20.000 - Edizioni Feltrinelli, (Feltrinelli / Traveller)

Le prime righe

Tierra, tierra! Aunque mejor diría Cielo,
Cielo!
Porque sin duda estamos en el paraje de
la famosa Lisboa


Terra, terra! Sebbene meglio sarebbe
dire Cielo, Cielo!
Perché senza dubbio siamo nei paraggi
della famosa Lisbona

Cervantes, Los Trabajos de Persiles y
Sigismunda


Apertura
Da subito, mi appari posata sul Tago come una città che sta navigando. Non mi stupisco: ogni volta che mi sento in vena di acchiappare il mondo, dall'alto di un belvedere o adagiato su una nuvola, ti vedo come una città-nave, un'imbarcazione con strade e giardini al suo interno, e perfino la brezza che soffia mi sa di sale. Onde di mare aperto sono effigiate sui tuoi selciati, e ancore, e sirene. Il ponte di questa nave - l'ampia piazza con una rosa dei venti ricamata sul selciato - è comandato da due colonne emerse dalle acque che fanno da guardie d'onore alla tua partenza verso gli oceani. Fiancheggiano la prua o sembrano fiancheggiarla, questa è l'impressione che provocano. Un po' più indietro c'è un re-bambino in sella a un cavallo verde che, attraverso quelle colonne, scruta l'altra sponda della Terra mentre ai suoi piedi si possono leggere nomi di navigatori e date di scoperte geografiche incise sul basalto della enorme piazza battuta dal sole. Davanti c'è il fiume che corre verso i meridiani del paradiso. Si tratta di quel Tago di cui parlano antichi cronisti matti, popolandolo di tritoni che cavalcano delfini.


© 1997, Feltrinelli Traveller s.r.l.

L'autore

José Cardoso Pires, nato a Lisbona nel 1925, è uno dei maggiori scrittori portoghesi contemporanei. Romanziere, saggista e drammaturgo, ha segnato con la sua presenza tutta la cultura portoghese recente. Negli anni sessanta fondò la rivista "Almanaque", punto d'incontro degli scrittori e intellettuali democratici. La "favola" Dinossauro Excelentissimo (1971), feroce e grottesco ritratto del dittatore Salazar, fu sequestrata dalla polizia politica. Da ricordare anche i romanzi Il Delfino e Ballata della spiaggia dei cani.



Silvana Quadrino
Più che una figlia

Un romanzo di sentimenti forti, viscerali, di angosce profonde, di gelosie e d'amore, un amore non sempre positivo.

Il momento dell'adolescenza, difficile, tormentata da mille impulsi e frustrazioni, ma anche i rapporti tra genitori e figli, che spesso sfociano in violenza, talora in incesto, sono tra i temi più trattati dalla letteratura (ed anche nella saggistica sociologica) degli ultimi anni. Ma non è facile raccontare una storia dove il disagio e la difficoltà di vivere portano a comportamenti che rasentano il crimine, e non sempre i romanzi basati su questi problemi hanno quella componente di verità necessaria a renderli credibili, come succede invece in questo caso. Con una scrittura diretta, rapida e a tratti angosciosa, con frasi brevi e dialoghi concisi, l'autrice descrive questa non facile realtà.
Mara è una ragazza, una studentessa con una vita apparentemente normale, con una famiglia che, vista superficialmente, potrebbe essere normale. Mara sta attraversando il difficile periodo dell'adolescenza con le crisi che l'accompagnano, con il grande desiderio di libertà, di autonomia. La casa e la famiglia sono diventate "strette" e in lei si sovrappongono le immagini, i ricordi della serenità passata, dell'infanzia sostanzialmente felice e alcuni momenti più recenti che vuole rimuovere ma che la tormentano. A volte la mente ritorna a struggenti nostalgici ricordi: come il suo primo albero di Natale, il primo tutto suo dopo gli anni (quattro) passati all'Istituto prima di essere adottata... Sì perché i genitori di Mara non sono i suoi veri genitori e questo complica ulteriormente le cose, creando una sorta di gelosia, non sempre mascherata, della madre (un sentimento che si dimostrerà premonitore) nei confronti dello stretto legame che si è instaurato con il padre.
Per fortuna c'è Silvia, una professoressa interessata a lei, che le trasmette un po' di sicurezza, comprensione e affetto... Ma la morale del romanzo, se morale deve esserci, è che l'affetto va ricercato nelle persone più vicine. Mara infatti ritroverà l'amore della madre e la madre scoprirà quanto grande e forte sia il legame con questa figlia che ha così tanto bisogno di lei.


Più che una figlia di Silvana Quadrino
231 pag., Lit. 25.000 - Edizioni e/o, (Dal mondo)

Le prime righe
PRIMA PARTE
Un autunno

"Mara".
È ancora buio, in casa. Fuori il cielo comincia a schiarirsi appena, dietro le colline disegnate a toppe geometriche, triangoli, rettangoli, trapezi tratteggiati dai filari delle vigne nei colori rugginosi dell'autunno, un bizzarro patchwork vegetale.
Cani che abbaiano a turno, seguendo ritmi ordinati, quasi musicali; solo la voce acuta di Blac, il più piccolo, si inserisce fuori tempo, un po' isterica.
Il letto di Mara è vuoto. La luce che entra dalla finestra, aperta nervosamente da sua madre, rivela il disordine abituale. Letto sfatto da giorni. Indumenti ammucchiati a caso, sulle sedie, per terra.
Odore di stanza di adolescente, odore di chiuso, di sudore, di scarpe da ginnastica, di biancheria dimenticata chissà dove. L'aria profumata di terra umida che entra da fuori lo disperde, mentre Carlina, automaticamente, raccoglie e ripiega magliette, jeans, calze.

Le foto di Mara bambina riempiono i ripiani della libreria. Tante foto. Era un piacere fotografarla. Una così bella bambina. E brava. Una donnina.
Siete stati fortunati, dicevano i vicini, cercando di nascondere l'imbarazzo. Avevano criticato, scuotendo la testa, parlandosi sottovoce, al principio. Chi ha mai visto. Prendersi in casa una figlia di chissà chi. E perché, poi? Succede, di non potere avere figli. Lì, in campagna, qualcuno cresceva il figlio di un fratello, di un parente, in quei casi. Ma che fosse uno di famiglia. Uno che si sa chi è. Che sangue è.
Lei, Carlina, fratelli non ne aveva. E la sorella di Mario, suo marito, i figli se li teneva attaccati stretti, come una gatta quando allatta.


© 1997, Edizioni e/o

L'autrice
Silvana Quadrino, psicologa e terapeuta familiare, è nata a Brusasco, in provincia di Torino. Attualmente vive e lavora a Torino. Ha scritto saggi di argomento medico-scientifico e un romanzo, La torta senza candeline, che ha vinto il Premio Rapallo opera prima.




Speciale TG
Forme e contenuti del telegiornale

Dal saggio introduttivo di Giorgio Simonelli, curatore dell'opera, dal titolo:

Il telegiornale: storia, modelli, funzioni

"Questo libro nasce da un'osservazione molto semplice e da un progetto ambizioso. L'osservazione riguarda l'oggetto del libro, cioè il telegiornale. Il telegiornale è, nell'attuale momento - ma la cosa dura ormai da parecchi anni - il programma televisivo più importante, un simbolo, spesso un'antonomasia della televisione stessa.
È il programma più diffuso sulle varie reti, visto il susseguirsi ormai quasi continuo di varie edizioni che costellano i palinsesti di giorno e di notte.
Ed è anche il più seguito: nessun altra trasmissione televisiva, che abbia una cadenza regolare, può contare il numero di spettatori che nell'arco di una giornata riesce a mettere insieme l'appuntamento con qualcuna delle molte edizioni del Tg.
Ma non solo, al di là dei suoi esplosivi dati quantitativi, il telegiornale presenta oggi un rilievo fortissimo da un punto di vista che potremmo definire generalmente culturale. Il Tg rappresenta, infatti, la forma fondamentale, e in alcuni casi esclusiva, di conoscenza del mondo, di quella grande fetta di realtà che supera i limiti dell'esperienza personale diretta".


Speciale Tg. Forme e contenuti del telegiornale, a cura di Giorgio Simonelli
Pag. 251. Lit. 40.000 - Interlinea Edizioni (Studi universitari. Serie Comunicazioni sociali)

Le prime righe

GAETANO TRAMONTANA
L'immagine di rete attraverso le scelte scenografiche dei Tg italiani

Il titolo alquanto pretenzioso che si è scelto introduce in realtà una trattazione ben lontana dall'essere esaustiva.
Questo breve excursus tra le componenti "esterne" dei nostri telegiornali non può che configurarsi come introduzione a una problematica - quella dell'immagine degli organi di informazione - che richiederebbe una sede molto più vasta e uno studio specifico molto più approfondito.
In realtà questo saggio nasce da un'urgenza istintiva: quella di rintracciare una sorta di consequenzialità tra le scelte di styling dei telegiornali - ciò che prima abbiamo chiamato "componenti esterne" - e la loro tipologia enunciativa nel fare informazione; nella consapevolezza di quanto siano inscindibili, oggi, in televisione, i contenuti e il linguaggio con il quale essi vengono veicolati; linguaggio televisivo, naturalmente, fatto di immagini, ritmo, cromatismo, scelte prossemiche e gestuali.
Partendo da questa esigenza, e con la consapevolezza di forzare un po' qualche conclusione, nella prospettiva di un approdo comunque incompleto - e proponendo i Tg come rappresentanti delle emittenti, si è provato a individuare dei segnali fisici, anche nella programmazione complessiva, che possano essere rivelatori dell'immagine che le maggiori reti televisive tendono a dare di sé.

© 1997, interlinea srl edizioni





3 ottobre 1997