Jean-Dominique Bauby
Lo scafandro e la farfalla

"Ha voglia di dire qualcosa alle persone che si muovono?"
"Continuate. Ma fate attenzione a non essere divorati dalla vostra agitazione. Anche l'immobilità è fonte di gioia."

Da un'intervista rilasciata da Bauby a Erik Orsenna per "Elle"


In questa frase di Jean-Dominique Bauby sta forse l'essenza del suo libro. Un libro scritto con la passione e la determinazione di chi scrivere non può più e non può più fare nulla di ciò che la vita gli ha permesso di fare per quarantaquattro anni.
Redattore capo della prestigiosa rivista francese "Elle", Bauby è colpito improvvisamente da quella che i medici chiamano "locked-in syndrome" (un ictus che immobilizza il corpo lasciando lucida e perfettamente consapevole la mente): una sindrome rara ed estremamente grave che lo getta in un coma profondo da cui esce dopo molti giorni completamente paralizzato. Dopo l'impatto traumatico iniziale con questa nuova realtà, Bauby riprende con gran fatica le comunicazioni con il mondo esterno. L'unica parte del suo corpo ancora "dominabile" è una palpebra, quella dell'occhio sinistro. E con quella crea un sistema di comunicazione anche complesso, un codice alfabetico che gli permette di trasmettere i suoi pensieri a chi gli sta vicino. Con l'uso di questo codice Bauby detta il suo libro a una redattrice del suo editore, Claude Mendibil, che pazientemente annota, rilegge, riscrive insieme a lui.
Lo scafandro non ha impedito alla farfalla di uscire, di comunicare, di ricordare la vita vissuta (sempre più lontana e indistinta, quasi come un sogno) e immaginare un ipotetico futuro, di raccontare le sue sensazioni, le sue disperazioni ma anche le aspettative, le speranze e i rari momenti di felicità.


Lo scafandro e la farfalla di Jean-Dominique Bauby
Titolo originale dell'opera: Le scaphandre et le papillon

Traduzione di Benedetta Pagni Frette
pag. 126, Lit. 18.000 - Edizioni Ponte alle Grazie

Le prime righe
Prologo
Dietro le tende di tela tarmata un chiarore latteo annuncia l'avvicinarsi del mattino. Ho male ai calcagni, la testa come un'incudine e una sorta di scafandro racchiude tutto il mio corpo. La mia camera esce dolcemente dalla penombra. Guardo in ogni particolare le foto di coloro che mi sono cari, i disegni dei bambini, i manifesti, il piccolo ciclista di latta che mi ha mandato un amico la vigilia della Parigi-Roubaix e la forca che sovrasta il letto dove sono incrostato come un paguro bernardo nella sua conchiglia.
Non ho bisogno di molto tempo per sapere dove sono e per ricordarmi che la mia vita si è capovolta quel venerdì 8 dicembre dell'anno scorso.
Fino ad allora non avevo mai sentito parlare del tronco cerebrale. Quel giorno invece ho scoperto tutta in una volta questa parte maestra del nostro computer di bordo, passaggio obbligato tra il cervello e le terminazioni nervose, nel momento in cui un incidente vascolare ha messo fuori uso il suddetto tronco. Un tempo si chiamava "congestione cerebrale" e molto più semplicemente se ne moriva. Il progresso delle tecniche di rianimazione ha reso più sofisticata la punizione. Se ne scampa ma accompagnati da quella che la medicina anglosassone ha giustamente battezzato locked-in syndrome: paralizzato dalla testa ai piedi, il paziente è bloccato all'interno di se stesso, con la mente intatta e i battiti della palpebra sinistra come unico mezzo di comunicazione.
Ovviamente, il principale interessato è l'ultimo a essere messo al corrente di queste gratifiche. Da parte mia, ho avuto diritto a 20 giorni di coma e a qualche settimana di nebbia prima di rendermi veramente conto dell'entità dei danni. Ne sono emerso solo alla fine di gennaio nella camera numero 119 dell'ospedale marittimo di Berck, dove penetrano ora le prime luci dell'alba.
È una mattina come tutte le altre. Alle sette la campana della cappella ricomincia a segnare il fuggire del tempo, quarto d'ora dopo quarto d'ora. Dopo la tregua della notte, i miei bronchi intasati si rimettono a brontolare rumorosamente.
Contratte sul lenzuolo giallo, le mani mi fanno soffrire senza che io arrivi a capire se sono bollenti o gelate. Per lottare contro l'anchilosi faccio scattare un movimento riflesso di stiramento che fa muovere braccia e gambe di qualche millimetro. Talvolta basta a dare sollievo a un arto indolenzito.
Lo scafandro si fa meno opprimente, e il pensiero può vagabondare come una farfalla. C'è tanto da fare. Si può volare nello spazio e nel tempo, partire per la Terra del Fuoco o per la corte di re Mida.


© 1997, Ponte alla Grazie spa

L'autore
Jean-Dominique Bauby nasce nel 1952. Giornalista e redattore capo di "Elle", era padre di due bambini. Dall'8 dicembre 1995 ha condotto un'esistenza di grande disabile. È morto in seguito a un arresto cardiaco il 9 marzo 1997, all'età di 45 anni, pochi giorni dopo aver visto pubblicato il suo libro in Francia. Prima di morire ha fondato l'A.L.I.S. (Association of the locked-in syndrome).



Dalai Lama
Il senso dell'esistenza

"Cominciando questo e lasciando quello,
entra nell'insegnamento del Buddha.
Come un elefante in una casa di paglia,
distruggi le forze del Signore della Morte.
Coloro che in tutta coscienza
praticheranno questa dottrina della disciplina
abbandoneranno la ruota delle rinascita,
mettendo fine alla sofferenza."

Versi che accompagnano la ruota dell'esistenza ciclica


Il volume presenta il testo di una serie di conferenze che Sua Santità il Dalai Lama tenne alla Camden Hall di Londra nella primavera del 1984. In cinque sessioni, riproposte dai cinque capitoli del libro, presentò i punti base della pensiero buddhista sul mondo: La visione buddhistica del mondo, La vita sotto la spinta dell'ignoranza, I livelli del Sentiero, Il valore dell'altruismo, Compassione e saggezza insieme.
Rivolti essenzialmente a un pubblico buddhista, i testi delle conferenze non sono di semplice e immediata comprensione. È necessario concentrare l'attenzione della propria lettura su termini e su concetti non affrontati con frequenza dalla cultura occidentale. Per aiutare il neofita in questa impresa in appendice è presente un Glossario italiano / sanscrito / tibetano. Nelle pagine iniziali sono invece riportate una Presentazione di Jeffrey Hopkins dell'Università della Virginia che ha fatto da interprete all'epoca per queste conferenze e le ha ulteriormente riviste e tradotte per il volume, e un'Introduzione di Richard Gere, il noto attore cinematografico statunitense, da tempo convertitosi al buddhismo.
Hopkins ricorda all'inizio della Prefazione le domande a cui il Dalai Lama (Tenzin Gyatso) risponderà nelle pagine successive: "Perché ci troviamo in questa situazione? Dove stiamo andando? Come dovremmo vivere la nostra vita? La nostra esistenza ha un significato?"
Richard Gere sottolinea invece come "questo libro offre a tutti noi una meravigliosa occasione per prendere contatto con questo grande uomo e con i suoi principi. Contemplare e meditare su questi ultimi sarà estremamente benefico per i lettori".


Il senso dell'esistenza del Dalai Lama
Titolo originale dell'opera: The meaning of life, from a Buddhist Perspective

Traduzione di Olivia Crosio dalla traduzione inglese di Jeffrey Hopkins
Glossario a cura di Laura Liberale
156 pag., 2 tavole a colori, Lit. 24.000 - Edizioni Rizzoli

Le prime righe
1. La visione buddhistica del mondo
MARTEDÌ MATTINA
Prima di tutto, lasciate che parli ai buddhisti praticanti presenti tra il pubblico delle giuste motivazioni per ascoltare delle conferenze sulla religione. Avere una buona motivazione è importante. Se discutiamo di questi argomenti non è certo per soldi, fama o qualunque altro aspetto del nostro sostentamento durante questa vita. Soldi e fama possiamo procurarceli con moltissime altre attività. La ragione principale per cui siamo venuti alla Camden Hall deriva da una preoccupazione a lungo termine.
Tutti vogliono la felicità e nessuno vuole soffrire: è un indiscutibile dato di fatto. Ma esistono diversi pareri su come raggiungere la felicità e superare i problemi. Ci sono molti tipi di felicità e molti modi per raggiungerla, e anche molti tipi di dolore e molti modi per superarlo. In qualità di buddhisti, però, come scopo non ci poniamo solo il sollievo temporaneo e benefici temporanei, ma risultati a lungo termine. Ai buddhisti non interessa solo questa vita, ma la vita dopo la vita, e così via. Noi non contiamo le settimane o i mesi, e neppure gli anni, ma le vite e gli eoni.
I soldi hanno la loro utilità, ma è limitata. Tra i poteri e i possessi mondani ne esistono senza dubbio di buoni, ma sono cose limitate. Tuttavia, dal punto di vista buddhistico, lo sviluppo mentale si trasmette da una vita all'altra, perché la natura della mente è tale che certe qualità mentali, se sviluppate su basi solide, rimangono per sempre, non solo, ma possono accrescersi. Le buone qualità mentali infatti, una volta sviluppate in modo adeguato, si accrescono all'infinito. Pertanto la pratica spirituale ci dà sia la felicità a lungo termine sia una maggiore forza interiore giorno dopo giorno.
Perciò, mantenete la vostra mente concentrata sugli argomenti in discussione: ascoltate con una motivazione pura... non dormite! Anche da parte mia la motivazione principale è un sentimento sincero verso gli altri, la preoccupazione per il benessere altrui.


© 1997, R.C.S. Libri S.p.A.

L'autore
Il Dalai Lama (Tenzin Gyatso) è uno dei più importanti leader spirituali del nostro tempo. È la massima autorità dei buddhisti tibetani, e con il suo esempio di saggezza e non violenza mantiene vivo nella coscienza del mondo il ricordo della spietata aggressione a cui da quarant'anni soggiace il Tibet. Nel 1989 gli è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace.



Rob DeSalle - David Lindley
Come costruire un dinosauro
La scienza di Jurassic Park e del Mondo perduto

Tra le complesse regole del DNA e le documentate critiche al film di Spielberg tratto dal romanzo di Crichton, un'avventura nel mondo dei dinosauri e della scienza "possibile".

"Basta dire "Jurassic Park" e la gente capisce subito di cosa di tratta. Il libro è stato pubblicato nel 1990, e da allora è stato comprato da 10 milioni di persone. Il film ha fruttato la bellezza di 350 milioni di dollari da quando è apparso sugli schermi nel 1993. E tutti questi lettori e spettatori possono raccontarvi, senza esitazione alcuna, di cosa parli la storia: nei laboratori di John Hammond sull'Isla Nublar, al largo del Costa Rica, un gruppo di ingegnosi scienziati riportano i dinosauri in vita; i dinosauri si rivelano più furbi e più difficili da controllare di quanto si potesse sospettare e ne segue un'ira di Dio... Ma gli scienziati saranno un giorno veramente capaci di ricreare i dinosauri? Se si possono trovare frammenti del DNA di insetti di 125 milioni di anni fa, perché non di dinosauri di 65? E se si recuperasse il DNA di un dinosauro, non si sarebbe ritrovato così il suo piano di costruzione genetico, cioè la ricetta biochimica per costruire l'animale stesso? L'idea di costruire un dinosauro potrà anche essere completamente speculativa, non c'è dubbio, ma si tratta di speculazioni che si basano su risultati e conoscenze scientifiche. D'altro canto, non c'è bisogno di essere scienziati per indovinare che potrebbe trattarsi di un lavoretto alquanto complicato... Ma anche se un numero indefinito di questi problemi possono essere oggi insolubili, non è affatto detto che siano insolubili in linea di principio. La genetica e la biologia molecolare sono, relativamente parlando, ancora all'infanzia. C'è un'enorme quantità di cose che, per usare un'espressione cara agli scienziati, "non sono ben comprese". Questo libro, nonostante il titolo, non vi dà la garanzia che, quando avrete letto l'ultima pagina, saprete come costruire un dinosauro. Non pretende nemmeno di mettervi in grado di decidere se costruire un dinosauro sarà mai possibile. Ma avrete, speriamo, un 'idea migliore di che tipo di problemi vi attraverserebbero il cammino e di quanto lavoro avreste da fare per risolverli."

Dall'introduzione degli autori



Come costruire un dinosauro. La scienza di Jurassic Park e del Mondo perduto di Rob De Salle e David Lindley
Titolo originale dell'opera: The Science of Jurassic Park and The Lost World

Traduzione di Pier Daniele Napolitani
IX-223 pag., ill., Lit. 34.000 - Edizioni Raffaello Cortina, (Scienza e idee. Collana diretta da Giulio Giorello)

Le prime righe
1
Alla ricerca dell'ambra

Così, volete costruirvi un dinosauro?
Allora cominciamo dall'inizio. Per quanto se ne sa, la stoffa di cui erano fatti i dinosauri non era diversa da quella di una qualunque altra creatura vivente: proteine, grassi, carboidrati e zuccheri, un sacco d'acqua, un pizzico di sale, ferro per il sangue, calcio per le ossa, vari altri minerali qui e là per scopi speciali. Ciò che conta è come tutta questa roba era messa insieme.
Vale a dire che ciò che davvero vi serve è un manuale di istruzioni per fare un dinosauro. Un piano di costruzione, un progetto, se volete. Questo progetto gli scienziati lo chiamano codice genetico o genoma dell'animale: il suo DNA. Un essere umano ha DNA umano - il suo genoma completo - in quasi ogni cellula del corpo: della pelle, dei muscoli, del fegato, dei nervi. Potete prelevare un campione del vostro DNA con una semplice grattatina sulla pelle. Ma come fare a procurarsi il DNA di un animale estinto da 65 milioni di anni?
Nel romanzo di Michael Crichton, Lewis Dodgson, dirigente della Biosyn Corporation di Cupertino, California, uomo abbietto e privo di qualunque scrupolo, raccoglie voci secondo le quali i ricercatori di un'azienda rivale, la Ingen, si sarebbero procurati del DNA di dinosauro e suppone che possano averlo estratto dai fossili. Si pensava, medita Dodgson, che "la fossilizzazione distruggesse tutto il DNA. Adesso si sapeva che non era così".
Dodgson ha davvero trovato una traccia? Quasi tutto ciò che sappiamo sui dinosauri deriva dallo studio dei dinosauri fossili. I genetisti della Ingen potrebbero aver ottenuto dai fossili anche il DNA?


© 1997, Raffaello Cortina Editore

Gli autori

Rob DeSalle è condirettore dell'American Museum of Natural History di New York. Nel 1992 ha isolato quello che era allora il più vecchio frammento conosciuto di DNA.
David Lindley, laureato in fisica, è stato direttore di Science e di Nature ed è un apprezzato autore di testi di divulgazione scientifica.



Kathryn Harrison
Il bacio

"In qualche punto del mondo c'è un padre che non mi è dato di conoscere. Un tempo era sconosciuto in quanto assente, e adesso che l'ho conosciuto, e lui ha conosciuto me, il resto della mia vita dipende dalla nostra reciproca lontananza."

È la storia di una solitudine, di una iniziazione alla vita drammatica e sofferta. La protagonista del romanzo, cresciuta in casa dei nonni, senza mai vedere il padre e desiderosa dell'amore di una madre troppo distratta dalla sua solitudine e dalla sua frustrazione, narra in prima persona la sua storia, partendo dai più lontani ricordi della sua infanzia. Il primo incontro con il padre avviene quando ha dieci anni, un incontro imbarazzato e per lei deludente. A questo primo contatto seguiranno solo lettere che nemmeno più ricorda e qualche registrazione che la madre le impone di inviare al padre. Devono passare altri dieci anni prima che lo possa rivedere, ma le cose sono molto cambiate. Lei è ormai una ragazza, il suo bisogno d'amore è sconfinato, la madre non sa, non vuole rispondere alle timide e goffe richieste della figlia e così è fin troppo facile per il padre attuare il suo avvolgente piano di seduzione. In realtà la passività della ragazza davanti al padre è fin dall'inizio una forma di disperata chiamata in causa della madre, un modo stravolto di gridare a lei, e solo a lei, il suo amore.
Solo la morte di quella fragile creatura, incapace di dimenticare un matrimonio fallito fin dall'inizio e di cessare d'amare il marito assente, permetterà alla figlia di allontanarsi definitivamente da quel morboso e colpevole legame e di riconoscere le vere motivazioni che avevano determinato le sue azioni. In fondo il rapporto incestuoso è un altro modo di gridare alla madre il suo bisogno di lei, così come da ragazzina lo era stata l'anoressia e la malattia in generale.


Il bacio di Kathryn Harrison
Titolo originale: The Kiss

Traduzione di Marcella Dellatorre
Pag. 165, Lit. 23.000 - Edizioni Garzanti

Le prime righe

Ci incontriamo negli aeroporti. Ci incontriamo in città in cui non siamo mai stati. Ci incontriamo dove nessuno può riconoscerci.
Uno di noi due arriva in aereo, l'altro in macchina, e in macchina proseguiamo verso un'altra destinazione. I luoghi in cui andiamo sono, via via, più irreali: la Foresta Pietrificata, la Monument Valley, il Grand Canyon - luoghi spogli, splendidi, desolati come quelli che si vedono nelle fotografie di remoti pianeti. Senz'aria, ardenti, inumani.
Su quegli sfondi mio padre mi prende la faccia tra le mani. La solleva e mi bacia sugli occhi chiusi, sulla gola. Sento le sue dita tra i capelli, sulla nuca. Sento il suo alito caldo sulle palpebre.
A volte bisticciamo, a volte piangiamo. La strada si stende sempre all'infinito davanti a noi e alle nostre spalle, facendoci sentire fuori dal tempo e dallo spazio. Andiamo ai Muir Woods, nel nord della California, così avvolti dalla nebbia azzurrina che la strada neppure si vede; andiamo alla Natchez Trace, nell'intensa, verde estate del Mississippi. Gli alberi hanno fiori grandi quanto la mia testa; i loro petali d'avorio scivolano a terra e coprono le nostre orme.
Separati dalla famiglia e dal fluire del tempo, dal lavoro e dalla scuola; appoggiati a una nuda parete di roccia rossa alta trecento metri; inginocchiati in una grotta di duemila anni, a osservare un milione di pipistrelli che a frotte escono dall'imboccatura delle Grotte Carlsbad e si tuffano nella penombra violacea - quei luoghi isolati da tutto, sospesi nel tempo, sono l'unica cosa che abbiamo.

Mi allevano i genitori di mia madre. Fino a diciassette anni vivo in casa loro. Lì nessuno nomina mio padre, la sua esistenza viene completamente ignorata.
"Dov'è il tuo papà?", mi chiedono gli altri bambini.
"Non lo so", rispondo io.
"Come mai?", vogliono sapere, ma nemmeno a questa domanda so dare una risposta.


© 1997, Garzanti Editore s.p.a.

L'autrice
Kathryn Harrison autrice di tre romanzi assai apprezzati da pubblico e critica, Thicker Than Water, Exposure e Poison, è considerata tra le voci più interessanti della narrativa americana. I suoi saggi e scritti autobiografici sono stati pubblicati, tra l'altro, da "The Newyorker" e "Harper's Magazine". Vive a New York con il marito, lo scrittore Colin Harrison, e i loro tre figli.



Marcello Mastroianni
Mi ricordo, sì, io mi ricordo


"Forse nessun attore si è mai congedato dal pubblico con un testamento palpitante di vitalità come Mi ricordo, sì, io mi ricordo, il film-confessione con cui, alla vigilia dell'uscita di scena, Mastroianni racconta con stoico umorismo, pudica ironia e reticente tenerezza la sua vita d'arte e la sua arte di vivere. Negli intermezzi della lavorazione in Portogallo di Viaggio all'inizio del Mondo, fra le montagne e il mare, Marcello si mette di buon grado davanti alla cinepresa e tira i molteplici fili della memoria e della riflessione. Nella sua spericolata navigazione durata mezzo secolo, in mezzo alla vasta costellazione degli autori di Mastroianni, brillano le stelle-guida dell'adorato De Sica; di Visconti, spietato allenatore di palcoscenico; di Fellini, complice pigmalionico, di Ferreri, ispiratore di trasgressioni. E nei discorsi di questo commediante pragmatista emergono a sorpresa riferimenti più alti: Cechov, imprescindibile fratello di sangue; Diderot, con l'aureo precetto che l'attore deve far piangere senza piangere; Proust, Kafka. Quella dell'interprete di 8 1/2 è una lezione di orgogliosa professionalità, da lui giocata al ribasso: solidamente attestato sul suo talento e tuttavia consapevole che i soli veri divi restano gli idoli hollywoodiani della sua adolescenza. Imbattibili giganti dell'immaginario, soprattutto nell'odierna prospettiva in cui l'universo del cinema sta rinserrandosi sempre più nel rettangolo del video. Sicché il nostro si aggira in sogno lungo i viali di una Cinecittà miniaturizzata e invasa da orde di nani; ma senza mai rinunciare a quella che poeticamente definisce "la nostalgia del futuro".

Tullio Kezich


Mi ricordo, sì, io mi ricordo di Marcello Mastroianni, a cura di Francesca Tatò
Pag.185, Lit. 24.000 - Edizioni Baldini & Castoldi (I Saggi 93)

Le prime righe
COME UN VECCHIO ELEFANTE

Mi ricordo un grande albero di nespole.

Mi ricordo lo stupore e l'incanto guardando i grattacieli di New York, al tramonto, in Park Avenue.

Mi ricordo quel tegamino d'alluminio senza un manico. Mia madre ci friggeva le uova.

Mi ricordo la voce di Rabagliati che esce da un grosso giradischi e canta: "E tic e tac - cos'è che batte - è l'orologio del cuor".

Mi ricordo Clark Gable molto giovane, in bianco e nero, di schiena: poi si volta e sorride - così. Un mascalzone irresistibilmente simpatico. Che film era? Accadde una notte, forse.

Mi ricordo la bottega da falegname di mio nonno e di mio padre. Mio nonno fa una sedia. Mi ricordo l'odore del legno, l'odore del legno!

Mi ricordo le uniformi dei tedeschi. Mi ricordo gli sfollati.

Una volta, mi ricordo, ho sognato di abitare in un dirigibile. O forse era un'astronave.

Mi ricordo di H. G. Wells, Simenon, Ray Bradbury.

Mi ricordo le illustrazioni a colori della "Domenica del Corriere". E anche di Flash Gordon.

Mi ricordo che Fellini mi chiamava Snaporaz.

Mi ricordo del mio primo campeggio.

Mi ricordo Cechov: specialmente il capitano Solenyj, che nelle Tre sorelle fa "Pìo-pìo-pìo-pìo".

Mi ricordo la prima volta che ho visto le montagne, e la neve, e l'emozione che ho provato.

Mi ricordo la musica di Stardust. Era prima della guerra. Ballavo con una ragazza che portava un vestito a fiori.

Mi ricordo i cavalli della vecchia pubblicità della birra Peroni.

Mi ricordo perfettamente il sapore e l'odore della minestra con i ceci. E mi ricordo si giocava a tombola la notte di Natale.

Mi ricordo il rombo terrificante dei Liberators, gli aerei americani del primo bombardamento su Roma.

Mi ricordo la leggerezza così elegante di Fred Astaire.

Mi ricordo quando il primo uomo toccò la luna al rallentatore. Ma io dov'ero?

Mi ricordo che ho visto il mio primo film a Torino: Ben Hur, con Ramon Novarro. Avevo sei anni.

Mi ricordo di Parigi, quando è nata mia figlia Chiara.

Mi ricordo i supplì di riso. Ma comprarli tutti i giorni non si poteva. Costavano 40 centesimi.

Mi ricordo il mio primo cappello da uomo; era modello Saratoga.

Mi ricordo le comiche di Charlot.

© 1997, Baldini&Castoldi s.r.l.

L'autore
Marcello Mastroianni (Fontana Liri 1924-Parigi 1996) è stato il più grande attore italiano del dopoguerra, amatissimo e acclamato in tutto il mondo. Ricordiamo le sue interpretazioni in La dolce vita (1960), Otto e mezzo (1963), Una giornata particolare (1977), Verso sera (1990), Sostiene Pereira (1995).



26 settembre 1997