Gigi Garanzini
Il romanzo del vecio
Enzo Bearzot, una vita in contropiede

"Il vero, grande fuoriclasse è quello che, attraverso il sacrificio e l'altruismo, riesce ad aggiungere qualcosa di suo, in funzione degli altri, a tutto quello che ha avuto in dono dalla natura"

Un libro-intervista che Gigi Garanzini, giornalista sportivo ben noto al pubblico televisivo per quelle serate intorno a un tavolo a discutere di calcio, scrive a quattro mani con Enzo Bearzot, il grande vecio del calcio italiano. La vita del "mister" è da una parte uno spaccato dell'evoluzione delle grandi città italiane dal dopoguerra a oggi e un po' una storia del calcio e dei suoi protagonisti vista attraverso gli occhi di uno "che se ne intende". Da studente liceale a giocatore di calcio, una dote naturale quella di Bearzot come giocatore che viene subito scoperta e valorizzata. E poi la conoscenza via via di squadre e città diverse. Ogni città, ogni squadra rappresentano un momento di vita, un tassello in più nella conoscenza del gioco e dei suoi segreti, ma nello stesso tempo anche tante conoscenze umane, compagni di squadra, allenatori e pubblici diversi. Centrale in questo libro-intervista è il glorioso Mondiale dell'82 in Spagna. Le polemiche che avevano preceduto l'evento, il nervosismo dei giocatori, la felicità delle vittorie, la gloria e il bisogno di raccoglimento e di silenzio: tutta l'Italia aveva trepidato, sperato, gioito grazie a Bearzot.
A questo friulano, milanese d'adozione, che preferisce star lontano dalla sua regione d'origine per mantenere intatti i ricordi e non confrontarli col presente, non è proprio mai piaciuta la "Milano da bere" degli anni Ottanta. Lui così schivo e onesto non poteva certo adeguarsi al clima fittizio e corrotto di quegli anni e nell'intervista dirà con vero risentimento: "La città che ho conosciuto io nel '48, e che ho imparato ad amare sino a scegliere di viverci per sempre, non meritava di essere tradita da questa gentaglia".
Per capire meglio Enzo Bearzot forse è sufficiente leggere quello che dice nel libro circa le sconfitte: "Ecco, la sconfitta va vissuta come una pedana di lancio: è così nella vita di tutti i giorni, come deve essere nello sport."


Il romanzo del Vecio. Enzo Bearzot, una vita in contropiede di Gigi Garanzini
Prefazione di Indro Montanelli
Pag. 176, Lit. 22.000 - Edizioni Baldini & Castoldi (Storie della storia d'Italia 39)

Le prime righe
Il patriarca
Sentimentali si nasce. E a difendersi non si impara mai. Enzo Bearzot, il vecio, classe 1927, è un antico prototipo e col tempo non poteva che peggiorare. Così, in questi ultimi anni vissuti lontano dai riflettori ha rischiato a più riprese la salute per il tifo, che razionalmente detesta, e la reputazione per la politica, che istintivamente disprezza.
Dei due pericoli corsi, il secondo si è rivelato di gran lunga il più subdolo. L'aritmia lo ha colto a tradimento agli europei d'Inghilterra, dopo qualche modesta avvisaglia due anni prima ai mondiali americani, mentre soffriva per gli azzurri contro cechi e tedeschi, si scalmanava, preparava mentalmente i cambi per poi realizzare, madido di sudore, che lassù in tribuna poteva cambiare sì e no il vicino di posto. Ma almeno, una volta rientrato a Milano, con qualche farmaco e tanto riposo il cuore si è dato una calmata e ha smesso di saltellargli in petto.
Trovare gli antidoti alla tentazione della rappresentanza, più che della politica in senso stretto, non si è rivelato altrettanto semplice. I collegi erano sicuri, di quelli considerati blindati, e l'idea di rappresentare la sua gente del Friuli innegabilmente lo lusingava. Per un po' ci si è abbandonato, immaginandosi senatore, tra i velluti e gli stucchi di palazzo Madama, col principe di Galles e la pipa d'ordinanza. Si vedeva già, al telegiornale, nel discorso d'insediamento: era fiero davvero di far qualcosa per la sua terra, no, non si spiegava l'emarginazione dal mondo del calcio, insomma, diventare senatore della Repubblica era innanzitutto un onore ma anche una rivincita rispetto a quell'incomprensibile condanna all'oblio.


© 1997, Baldini & Castoldi s.r.l.

L'autore
Gigi Garanzini, biellese, è giornalista dal 1974. Ha debuttato a "La Notte", attraversato il "Corriere della Sera" e "La Voce", attualmente collabora a "la Repubblica". Sul fronte televisivo, tre anni alla Fininvest sino all'89 e dal '95 è alla Rai. Oltre al calcio è appassionato di montagna, enogastronomia e musica lirica. Anzi, di Verdi.



Patricia Highsmith
Urla d'Amore

"Miss Highsmith è una crime novelist i cui libri possono essere riletti molte volte. Sono pochi gli autori di cui si può dire altrettanto."

Graham Greene


Una raccolta di racconti, undici per l'esattezza, da cui il titolo originale Eleven. Si tratta di racconti che la Highsmith ha scritto con lo stile rapido e incisivo che la contraddistingue quando si dedica alla narrazione breve, al contrario della tecnica di descrittiva "larga" e diffusa dei suoi romanzi più famosi, come L'amico americano o Il talento di Mister Ripley, per esempio. Sono testi scritti molti anni orsono, ora presentati ai lettori italiani in questa selezione.
Alcuni racconti, che si inseriscono nel filone della nota raccolta Delitti bestiali, ruotano attorno a figure di animali: lumache in quantità, come nel caso di Il Guardalumache e de La ricerca della Limax Claveringi, o una piccola tartaruga che finisce in pentola ma viene vendicata ne La Tartaruga. Altri sono basati sulla personalità inquietante, tormentata, un po' perfida ma anche nebulosa, dei protagonisti. Tra questi Urla d'Amore (che dà il titolo alla raccolta) presenta due donne anziane, Hattie e Alice, che convivono in una stanza d'albergo, per abitudine, perché si sentono entrambe troppo sole, ma anche per una antipatia e un odio reciproci che sfociano in dispetti crudeli e in una ferocia a lungo meditata. Tutti i racconti, del resto, condividono un andamento che parte dalla descrizione di un ambiente, un contesto, un momento di relativa tranquillità arrivando a un finale drammatico, quasi sempre senza riscatto.
Graham Greene nell'introduzione all'edizione originale della raccolta del 1970, per definire con un solo termine il tema delle opere di questa autrice, per fissare di che tratta, dice "di inquietudine". E non si potrebbe trovare un termine più appropriato.


Urla d'Amore di Patricia Highsmith
Prefazione di Graham Greene
Titolo originale dell'opera: Eleven
Traduzione di Sergio Claudio Perroni
196 pag., Lit. 25.000

Le prime righe
Il Guardalumache
Quando Mr. Peter Knoppert cominciò a praticare l'hobby di guardare le lumache, non immaginava che quella prima manciata di esemplari ne avrebbe prodotto centinaia nel giro di pochissimo tempo. Già dopo due mesi dal momento in cui i capostipiti avevano fatto ingresso nello studio di Knoppert, almeno una trentina di scodelle e vasi di vetro, tutti pullulanti di lumache, erano allineati contro le pareti, appoggiati sulla scrivania e sui davanzali, e persino cominciavano a coprire il pavimento. Mrs. Knoppert era fortemente contrariata, e aveva smesso di entrare nella stanza. C'era puzza, aveva detto, e tra l'altro una volta per sbaglio aveva messo un piede su una lumaca, ricavandone un'orribile sensazione che non avrebbe mai dimenticato. Tuttavia, più la moglie e gli amici deploravano quel suo passatempo inconsueto e vagamente ripugnante, più Mr. Knoppert sembrava ricavarne piacere.
"Prima d'ora non mi ero mai interessato alle cose della natura," diceva spesso Mr. Knoppert - che lavorava in una banca d'affari e aveva dedicato tutta la vita alla scienza della finanza - "ma le lumache mi hanno aperto gli occhi sulla bellezza del mondo animale."
Se i suoi amici gli facevano notare che le lumache non sono esattamente animali, e che ci vuole una bella fantasia per includere tra le bellezze della natura le loro viscide dimore, con un sorriso di superiorità Mr. Knoppert rispondeva che essi non sapevano quello che sulle lumache sapeva lui.


© 1997, R.C.S. Libri S.p.A.

L'autrice
Patricia Highsmith, nata a Fort Worth, nel Texas, nel 1921 e morta a Locarno nel 1995, é stata autrice di romanzi polizieschi, ambientati prevalentemente in Europa, che hanno spesso come protagonista il collezionista d'arte e assassino Ripley. Tra questi L'amico americano, Il talento di Mister Ripley, Il ragazzo di Tom Ripley, Ripley sott'acqua. In altri romanzi viene tratteggiato magistralmente un protagonista femminile, come ne Il grido della civetta e Il Diario di Edith. Tra le raccolte di racconti: Piccoli racconti di misoginia e Delitti bestiali.



Stephen King
L'uomo in fuga

Un romanzo che procede alla velocità "di un film muto e tutto quello che non è storia viene allegramente buttato da parte".

Stephen King costruisce in questo suo romanzo una trama scandita da un drammatico e ansiogeno conto alla rovescia, meno 100..., meno 099..., meno 098..., fino al tragico ...00.
Un'America cupa e desolata calata in un non così lontano 2025, viene rappresentata nei suoi emarginati, vittime di un mercato spietato e distruttivo, nella sua piccola borghesia, assetata di capri espiatori su cui riversare paura e odio, e infine in coloro che detengono il potere e utilizzano la persuasione occulta del mezzo televisivo come strumento di cruento ammortizzatore sociale. Chi è stato espulso dal sistema produttivo in quanto "potenziale sovversivo" può solo vendere la propria vita, farsi protagonista di un gioco circense televisivo che lo vedrà inevitabilmente soccombere. L'intera popolazione, spettatrice e attrice, caricata, attraverso ogni forma di falsificazione, di tutto l'odio possibile dal conduttore del gioco contro questo "nemico", sarà autorizzata a cacciare come una belva feroce, il disperato che si sottopone volontariamente a questo martirio pur di avere del denaro.
Solo alcuni emarginati sembrano aver mantenuta integra la propria capacità di giudizio, la propria anima, ma sono ineludibilmente dei perdenti. Gli altri, i benestanti, sono stati ormai totalmente plagiati dalla Rete, vedono solo ciò che la televisione vuole che vedano, sentono tutto l'odio che viene loro inculcato, tutti potenziali assassini. Ma è anche facile far vacillare queste terribili certezze e Richards, l'uomo in fuga del romanzo, ne intuisce la possibilità in certi terribili momenti. Un incalzare senza tregua di fatti, di situazioni, di personaggi, fino al sorprendente momento conclusivo; l'abilità narrativa di King in questo romanzo si unisce a una lettura del futuro come naturale epilogo di uno spietato presente.
Il romanzo è preceduto da un breve saggio dell'autore in cui viene spiegato il perché della scelta dello pseudonimo, Richard Bachman, per la pubblicazione di alcuni suoi romanzi. "Bachman era il luogo dove andavo a sfogarmi": cioè la possibilità di scrivere in modo difforme dalle aspettative dei lettori abituali di Stephen King



L'uomo in fuga di Stephen King (Richard Bachman) Titolo originale: The Running Man
Traduzione di Delio Zinoni Pag. 240, Lit. 26.900 - Edizioni Sperling & Kupfer (Narrativa)

Le prime righe
Meno 100
La donna scrutò il termometro alla luce della finestra. Dietro di lei, nella pioggerellina, le case popolari di Co-Op City si alzavano come grigie torrette di un penitenziario. Sotto, nel pozzo d'aerazione, il bucato steso sbatteva nel vento. Topi e grossi gatti randagi si aggiravano fra la spazzatura.
La donna guardò il marito. L'uomo era seduto al tavolo e fissava la tri-vu con vuota concentrazione. Erano settimane che la guardava. Non era normale. Lui odiava la tri-vu, l'aveva sempre odiata. Naturalmente ogni nuovo appartamento ne aveva una : era la legge, ma era ancora legalmente permesso spegnerla. La legge sui Benefici Obbligatori del 2021 non aveva raggiunto per sei voti la maggioranza necessaria dei due terzi. Di solito non la guardavano mai. Ma da quando Cathy si era ammalata, lui non smetteva di guardare le trasmissioni a premi. La cosa le faceva paura.
Soffocato dalle concitate farneticazioni dell'annunciatore che commentava i filmati del telegiornale, il lamento di Cathy, roco per effetto dell'influenza, non smetteva un istante.
"Ha molta febbre?" chiese Richards.
"Non tanta."
"Non raccontare balle."
"Trentanove e mezzo."
L'uomo batté tutti e due i pugni sul tavolo. Un piatto di plastica saltò in aria e ricadde.
"Chiameremo un dottore. Non preoccuparti. Senti..." La donna prese a balbettare freneticamente, per distrarlo ; si era voltato e guardava di nuovo la tri-vu. L'intervallo del telegiornale era finito, il gioco a premi ricominciava. Non era uno di quelli più ricchi, naturalmente : solo un programma pomeridiano da quattro soldi, che si chiamava Il macinadollari. Accettavano solo ammalati cronici al cuore, ai polmoni o al fegato, e ogni tanto uno storpio, per dare una nota di comicità.


© 1997, Sperling & Kupfer Editori S.p.A.

L'autore

Stephen King, definito dalla critica "il re del brivido", vive e lavora nel Maine. Tra il 1977 e il 1984 ha pubblicato cinque romanzi - tra i quali L'occhio del male e I vendicatori - sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. Le sue storie hanno ispirato registi come Stanley Kubrick, Brian De Palma e Rob Reiner.



Sergio Saviane
El còce

"C'è poco da scherzare, caro romanziere. Si fa presto a parlare. Un conto però è parlare e muoversi con le proprie gambe, e un conto è parlare e soprattutto muoversi senza gambe. Questo è il problema. Non per niente la Giovanna è andata verso Giulio, un'altra carrozzella. Lo si era capito benissimo. Un amore a quattro ruote."

Le prime pagine ci fanno conoscere il personaggio di Costantino, un giornalista serio, impegnato, che si è sempre battuto per i diritti civili e con un passato di tutto riguardo: vent'anni di lavoro all'Espresso e cofondatore del periodico satirico "Il Male". Costantino decide di svolgere un'inchiesta su un Centro per paraplegici situato a Spilimbergo e lì conosce i protagonisti del romanzo, un gruppo di giovani "carrozzati" con storie tristi e difficili alle spalle, ma con tanta voglia di continuare a vivere il più normalmente possibile. Tra gite in macchina, in barca, incontri e discorsi difficili, nasce un amore, quello tra Giovanna e Giulio, che malgrado la disgrazia loro capitata non hanno perso la voglia di vivere sentimenti d'amore e sensazioni erotiche. Per Costantino, un po' innamorato di Giovanna, è motivo di disappunto, un sentimento che tuttavia sa mascherare bene, continuando a frequentare gli amici...
Ma al di là della storia, che lascia comunque una porta aperta alla speranza e all'ottimismo, rimangono alcune considerazioni che l'autore attribuisce ai suoi personaggi e che sono frutto della sua stessa esperienza. Nelle note finali si scopre infatti che Saviane ha svolto personalmente, come Costantino, una ricerca "sul campo", anche se la sua verteva prevalentemente sul mondo delle discoteche, legate a quello dei paraplegici a causa degli incidenti stradali "del sabato sera" da cui molti giovani escono paralizzati. In questa occasione ha conosciuto un gruppo di ospiti del Centro paraplegici di Spilimbergo che gli hanno inevitabilmente fornito l'ispirazione per la storia, basata in gran parte proprio sui racconti di queste esperienze sconvolgenti e vere. Saviane destina infine un particolare omaggio a Marco Ferreri per il suo film "El cochecito", che narra la storia di anziani paraplegici (da cui deriva il titolo di questo libro), per la sua capacità di denunciare la "follia dell'individuo che, perseguendo la massima soddisfazione dei sensi, persegue anche la propria distruzione in una spirale di solitudine finale".


El còce di Sergio Saviane
195 pag., Lit. 22.000 - Edizioni Marsilio, (Farfalle)

Le prime righe

"Sei il solito facilone, Costantino. Capisco il tuo entusiasmo, i tuoi slanci generosi, ma sei pur sempre un giornalista."
"Non cominciare con le prediche, Paola; se non ti fidi di me, perché non vieni anche tu a Spilimbergo?"
"Perché oggi sono sola, devo lavorare qui a Udine, e non posso lasciare il consultorio."
"Hai già telefonato a Spilimbergo?"
"Ho telefonato stamattina, ti aspettano per mezzogiorno, ma ricordati che sono persone molto sensibili, devi stare attento."
"Non mi mangeranno, spero. Hai detto tu che Lasko desidera conoscermi e incontrarmi a Spilimbergo."
"Si chiama Kosic, Vladimiro Kosic, non Lasko, è un istriano tetraplegico presidente del Centro di Spilimbergo, un uomo un po' strano, di poche parole, ma molto serio e preparato. Legge i tuoi articoli da almeno vent'anni... e ricordati il nome, Kosic, Vladimiro Kosic."
"Sì, ma basta con le prediche e smettila di tagliarti i capelli, sembri un ciclista al giro d'Italia."
"Voi giornalisti siete sempre un po' sbruffoni, prepotenti, ci vuol niente per irritare delle persone che passano la vita sulla carrozzella."
"Non ti preoccupare, non sono così sprovveduto. Capisco che è un argomento delicato."
"Tu parti sempre con buoni propositi, ma poi..."
"Ma poi, cosa?"
"Hai esagerato con le tue battute, anche nell'inchiesta e nelle interviste sull'Aied."
"L'Aied non si occupa dei paraplegici ma del controllo delle nascite, di educazione demografica, di problemi diversi, è giusto metterci dentro un po' di pepe."


© 1997, Marsilio Editori S.p.A.

L'autore
Sergio Saviane è nato a Castelfranco Veneto ed è entrato giovanissimo a "L'Espresso", appena fondato, come "ragazzo di bottega". Negli anni successivi ha lavorato nello stesso giornale come inviato e caustico commentatore dei programmi televisivi. Ha pubblicato nel 1960 un primo romanzo, Festa di Laurea, che fu presentato da Vittorini e Calvino e vinse il Premio Viareggio Opera Prima, cui sono seguiti numerosi altri libri di attualità tra cui Caro nemico ti scrivo e I misteri di Alleghe.



Larisa Vasil'eva
Le donne del Cremlino
Le storie oscure e tragiche delle mogli dei capi del Partito Bolscevico

"Se le vite dei leader sovietici trascorse dietro le rosse mura del Cremlino sono ancora un tema di enorme fascino e mistero, quelle delle loro mogli rimangono un totale enigma. Chi erano queste donne? Erano solo le ombre di mariti terribili e al tempo stesso insignificanti? Quale fu il loro ruolo nel processo storico? Questi sono alcuni dei quesiti che mi hanno indotto a scrivere questo libro."
dall'Introduzione

Ogni uomo che ha fatto la storia dell'Unione Sovietica aveva al suo fianco, ma in una posizione sicuramente marginale, una donna di cui ben poco ci è consentito sapere. Una lunga opera di ricerca ha permesso a Larisa Vasil'eva, nota poetessa russa, di ricostruirne le vite.
Storie spesso tragiche di violenze familiari e di abusi, storie di giovinezze e di intelligenze sacrificate alla "ragion di Stato", o meglio al potere del proprio compagno.
Esemplare è la vita e la morte della giovane compagna di Stalin, Nadezda Sergeevna. Vittima dell'amore per un uomo più vecchio di lei di ventidue anni, subisce ogni tipo di sopraffazione morale e di umiliazione. La sua brillante intelligenza e il suo senso del dovere, l'avevano resa una preziosa collaboratrice di Lenin, nei confronti del quale manterrà sempre un rispetto e una fedeltà che indispettiranno spesso il marito.
Convinta, da una rivelazione della madre che aveva avuto una relazione con Stalin, che avrebbe potuto esserne figlia, negli ultimi giorni di vita, prima della tragica e ancora oscura morte, si sentiva una dannata. La sua morte pesò sulla vita di Stalin come un tormento e anche come voglia di accentuare la sua crudeltà nei confronti delle donne dei suoi nemici politici.
Una vita, come esempio delle tante descritte, con una documentazione spesso inedita, dalla Vasil'eva.
Ma un'altra "vita" potrebbe essere portata ad esempio, ma con opposti (per fortuna) significati. Quella di una donna "nuova", moderna e vivace compagna di un uomo potente, consigliera attenta e intelligente, capace di svolgere "un ruolo molto più grande nella politica russa che qualsiasi altra moglie del Cremlino prima di lei": Raisa Maksimovna, moglie di Michajl Gorbacev. Forse proprio per questo i sentimenti suscitati nel popolo furono ambivalenti, molto amata e ammirata, ma altrettanto odiata e invidiata.


Le donne del Cremlino di Larisa Vasil'eva
Titolo originale: Kremlin Wives

Traduzione di Silvia leva e Alessandra Tiesi Pag. 342, Lit. 18.000 - Edizioni Rizzoli (BUR. Supersaggi)

Le prime righe
ONESTA NADEZDA
Nella primavera del 1918 una donna di quarantanove anni si stabilì al Cremlino. Il suo viso era comune, le labbra tumide - segno di una natura appassionata che pochi avrebbero osato supporre in lei. Aveva occhi distanti e un po' sporgenti, con pesanti palpebre che conferivano al viso un'espressione vagamente assonnata. La fronte era pensosa e i capelli lisci, divisi a metà e raccolti in una crocchia sulla nuca, con ciocche che sfuggivano disordinatamente coprendole le guance. Aveva una figura uniforme, priva di curve femminili; la schiena eretta e l'incedere lento suggerivano che era stata allieva di un buon ginnasio femminile, mentre le mani eleganti ma con le unghie trascurate facevano pensare a una donna volta più all'attività pratica che a mettere in risalto i propri attributi femminili. Era Nadezna Konstantinovna Krupskaja, moglie di Vladimir Lenin, il capo della rivoluzione bolscevica.
La nuova zarina, come inizialmente alcuni la chiamavano, aveva trascorso la maggior parte degli ultimi quattordici anni all'estero, e in Russia, prima del 1917, era praticamente una sconosciuta. Aveva conosciuto l'isolamento dell'esilio e, poiché non c'erano i moderni mezzi di comunicazione, tale isolamento era quasi totale. Ciò nonostante, anche se la Russia poteva non essere pronta per la Krupskaja, la Krupskaja lo era per la Russia - forse più di quanto non lo fossero state le principesse tedesche che negli ultimi due secoli avevano occupato il trono russo. Fin dall'infanzia si era posta il nobile scopo di conquistare la felicità per il suo popolo. E più tardi, quando la strategia globale di Lenin ampliò questo scopo nello slogan "Proletari di tutto il mondo unitevi!", ciò fu in perfetto accordo con i suoi desideri.

© 1997, R.C.S. Libri & Grandi Opere S.p.A.

L'autrice
Larisa Vasil'eva è una nota poetessa russa, scrittrice di prosa e di teatro. Ha scritto più di venti raccolte di versi, il libro di racconti "Albione e il segreto del tempo", il romanzo "Libro su mio padre", la pièce "Il colore del tiglio" e molte altre opere edite in Russia e all'estero. È presidente della Lega internazionale delle scrittrici.



19 settembre 1997