Jerome Charyn
Chiamatemi Malaussène

"Non voglio vedere il mio Proust su uno schermo, né il mio Melville con un asterisco sotto il nome che seduca la gente a disegnare la gobba di Moby Dick o la forma esatta della penna di Bartleby. Preferisco che i miei eroi e i miei demoni riposino all'interno della mia immaginazione."

Un giallo "letterario": il titolo, la vicenda, i personaggi, tutto è all'insegna della letteratura. Non per questo però l'intreccio è meno ricco di suspence, e di colpi di scena. Certo che solo il lettore che conosce i romanzi di Pennac può godere appieno delle allusioni frequenti a luoghi o personaggi della saga dei Malaussène.
Il mite Isaac Sidel, uomo dai mille nomi e dalla sessualità in disarmo, intorno al quale ruota l'intera vicenda, si scopre essere (forse) un personaggio inventato dalla penna di Pennac. Belleville è un luogo letterario, un "topos", e un po' tutti i lettori possono scoprirvi, passeggiandovi, di avere qualche parentela, qualche stretto legame con i suoi abitanti. Potere della letteratura! Potere del denaro anche, che è poi il motore dichiarato della vicenda, denaro che non disdegna di utilizzare il culto degli autori più illustri, per riuscire a truffare spietati e sanguinari killer.
Le donne del romanzo sembrano quasi personaggi da cartone animato: belle e indomabili, astute e appassionate, dai corpi provocanti e dalle lingue biforcute, simili a Jessica Rabbit, innocenti e perverse nello stesso tempo.
L'odio per la perdità di sacralità dell'opera letteraria è vero o è solo un pretesto? È più dissacrante mettere su Cd-Rom l'opera di Proust o utilizzarlo per sporchi giri di denaro? Isaac Sidel è un ingenuo o un furbo incredibile? Solo il gioco letterario può dirci la verità, la verità della letteratura appunto, forse l'unica davvero reale per chi dalla lettura è capace di ricostruire tutt'un mondo per poi andarci ad abitare.


Chiamatemi Malaussène di Jerome Charyn
Titolo originale: Call me Malaussène

Pag. 80, Lit. 10.000 - Edizioni Marco Tropea (I Mirti)

Le prime righe

Stracciai la lettera e la buttai nel cesso. Non mi sentivo sicuro di niente, con le bombette puzzolenti che l'ometto scaricava. Eravamo in fuga, e lui se ne stava sdraiato sul divano con un libro in grembo a ridere come un pazzo.
"Il Piccolo" diceva. "Bouc Emissaire... Belleville."
Non riuscivo a capire una sola parola. E poi si voltò a guardarmi con gli occhi color ocra. "Albert, ho bisogno di un passaporto nuovo."
Dovevo assecondarlo. "Cristo" dissi "ne hai già diciassette." Ed era vero. Li ricordavo uno per uno. Jason Compson. Squire Allworthy. Peter Stavrogin. Sam Spade. Isaac Sidel. Jerome Fandor. Mandrake il Mago...
... Tesoro.
Antonia chiamava dalla nostra camera da letto. Avevamo una suite all'Hotel Aiglon, e non era Sam Spade a pagare il conto. Erano il vostro affezionatissimo Albert Pearl e la sua Antonia, la più dolce principessa creola mai venuta al mondo. Antonia si stava pettinando allo specchio e intanto fumava una sigaretta. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Ero disposto a uccidere per lei. Avevo già strangolato uno dei suoi belli.


© 1997, Marco Tropea Editore s.r.l.

L'autore
Grande amico di Daniel Pennac, Jerome Charyn vive e lavora tra New York, dove è nato, e Parigi. È stato attore e sceneggiatore, ma è soprattutto autore di numerosissimi romanzi, molti dei quali hanno come protagonista la New York dolce amara degli immigrati. In Italia sono disponibili: Il naso di Pinocchio, Metropolis, Paradise Man, Marilyn la selvaggia, Il pesce gatto e Occhiblù.



Ivan Della Mea
Sveglia sul buio

"Qui l'avvenire è già presente.
Chi ha compagni non morirà"

Franco Fortini


Con la tensione, la suspence di un giallo, si snoda la vicenda dell'ultimo libro di Ivan Della Mea, un racconto insolito e ricco d'azione, ma anche un libro di riflessioni sulla giustizia, sulla vita, sull'amore.
Un gruppo di anziani si fa carico, per amicizia, ma anche per amore di verità, di vendicare una tragica imboscata in cui morì un gruppo di giovani molti anni prima.
Il potere, sia quello militare che quello dei media, non fa una gran bella figura in questo romanzo: esiste sempre una ragione "superiore" che giustifica il tradimento, l'imbroglio, la menzogna.
Solo degli ultrasettantenni che non hanno paura della morte, considerata ormai quasi una naturale compagna della loro vecchiaia, possono impegnarsi, rischiando la vita, a far emergere una verità troppo a lungo nascosta, una verità scomoda e che non salva nessuno.
La favola di "Biancaneve e i sette nani", citata con ironia disillusa come simbolo di questi "terroristi" forse ben rappresenta la voglia di illusioni che non può essere schiacciata dalle amare prove di colpevolezza di alcuni "compagni" o dalla concreta ragion di Stato, che tutto dovrebbe coprire. Bisogna essere un po' "kurdi" dentro, viene detto nel libro, solo chi si sente almeno un po' così riesce a capire che nonostante tutto e tutti "la fiaba deve continuare".


Sveglia sul buio di Ivan Della Mea
Pag. 224, Lit. 13.000 - Edizioni Marco Tropea (EST 88)

Le prime righe
Capitolo 1
Le tre del pomeriggio. Una nebbia alta appiattisce il cielo e lo abbassa e uccide i colori e, stanca, si abbiocca infine sui rumori della tangenziale sud e fonde e fa tutt'uno con quelli.
In una villetta di Via Zobrani, quella al civico 31, una fra le tante schierate, piccole, gemelle, col pezzo d'un giardino di miseria per cani e i metri tutti stretti dentro e fuori, Giovambattista Pagani sta morendo. Muore a sessantacinque anni. Muore male, squassato dai dolori di un cancro alla prostata che soltanto il laudano concentrato può lenire rincoglionendolo. Dorme come un morto: steso di schiena, le mani crociate sullo stomaco gonfio, un respiro greve, affanno senza ritmo, dice la pena di una resistenza in vita. La moglie Cecilia è al suo fianco. Il figlio Attilio sta studiando.
Con un rantolo fondo e catarroso Giovambattista Pagani si sveglia.
- Sto bene, Cecilia - dice. - Ora sto proprio bene. Accendimi una sigaretta per favore, ho voglia di fumare.
- E quando mai non hai voglia di fumare? - dice la moglie accendendogli una Ms e mettendogliela tra le labbra.
Giovambattista Pagani aspira.
- Bianca, la mia Bianca - sussurra. Poi, rivolto alla moglie: - Ricorda a nostra figlia che la verità e la giustizia sono nel codice. Ricordaglielo.
Sorride il Tista ed è fatica.
Cecilia guarda il suo uomo e gli prende la mano e l'accarezza piano piano e piange, in silenzio.
Giovambattista Pagani chiude gli occhi. La sigaretta ancora accesa. Ancora aspira il Tista: boccate piccole, lente, ma non c'è spazio per il fumo nei suoi polmoni, per l'aria nemmeno.


© 1997, Marco Tropea Editore s.r.l.

L'autore
Ivan Della Mea è nato a Lucca nel 1940, ma dagli anni Cinquanta vive a Milano. Narratore, poeta e cantautore (è stato uno dei fondatori del Nuovo Canzoniere Italiano - Dischi del Sole), ha pubblicato numerosi libri, fra i quali: Il sasso dentro, Se nasco un'altra volta ci rinuncio, Cantata italiana e Un amore di luna.



William Gibson
Aidoru

"Se lui l'aveva in qualche maniera immaginata, era stato come una specie di sintesi industriale delle ultime tre dozzine di facce femminili più famose sui media giapponesi. Era il sistema normale a Hollywood. Ma lei, l'aidoru, non era per niente così..."

Nel "Paese delle meraviglie" Alice ha "gli occhi tanto buoni" da poter vedere quel nessuno sulla strada che il gatto del Cheshire le indica. Nel romanzo di William Gibson un cantante rock sino-irlandese vuole addirittura sposare nessuno. E tutto avviene in un mondo, apparentemente, senza più meraviglie, un mondo dove tutti vanno alla ricerca di qualcosa "che veramente non c'è mai". Come dice uno dei personaggi minori, "noi siamo circondati dall'acqua, dopotutto, e bisogna prenderla con filosofia".
Ma quello che non c'è lo si può inventare, programmare, costruire. È l'aidoru, "l'idolo" che la tecnologia riesce a far emergere dalle pieghe del vuoto. Fisica e informatica ci hanno insegnato che questo può essere fatto, e che prima o poi sarà fatto. L'aidoru della favola di Gibson è "un costrutto di simulazione, un insieme di componenti software, la creazione di progettisti informatici", ma al tempo stesso una "architettura di desideri" che esercita in modo stupendo il potere della seduzione. Nel racconto, solo un cieco "percepisce" l'aidoru per quello che è, una sorta di "grosso thermos" che costituisce il supporto dell'ologramma, cioè di un'immagine "generata, animata, proiettata" artificialmente. Chi, invece, ha occhi buoni non può non venir coinvolto nel gioco della simulazione.

dalla Postfazione di Giulio Giorello


Aidoru di William Gibson
Titolo originale: Idoru

Traduzione di Delio Zinoni
Pag. 298, Lit. 30.000 - Edizioni Mondadori

Le prime righe
1
CUBO DI MORTE K

Dopo Slitscan, Laney ricevette una proposta di lavoro da Rydell, il guardiano notturno allo Chateau. Rydell era uno di quei tipi grossi e tranquilli del Tennessee, con un sorriso triste e timido, occhiali da sole a buon mercato e un walkie-talkie perennemente collegato a un orecchio.
- Paragon-Asia Dataflow - disse Rydell, verso le quattro del mattino, mentre tutti e due se ne stavano seduti su un paio di vecchie poltrone. Le travi di cemento sul soffitto erano dipinte a mano in maniera da assomigliare vagamente a rovere biondo. Le poltrone, come tutto il resto dell'arredamento nella hall dello Chateau, erano talmente grandi che chiunque ci si sedesse sembrava fatto in miniatura.
- Davvero? - chiese Laney, dando corda a Rydell, come se uno come lui fosse davvero in grado di procurargli un lavoro.
- Tokyo, Giappone - disse Rydell, succhiando un latte ghiacciato con la cannuccia. - Un tizio che ho conosciuto a San Francisco l'anno scorso. Yamazaki. Lavora per loro. Dice che hanno bisogno di un net-runner che ci sappia fare.
Net-runner. Laney, che preferiva considerarsi un ricercatore, represse un sospiro. - Un lavoro a contratto?
- Immagino di sì. Non me l'ha detto.
- Non credo che mi piacerebbe abitare a Tokyo.
Rydell usò la cannuccia per mescolare la schiuma e il ghiaccio in fondo alla tazza di plastica, come se sperasse di trovarci dentro qualche tesoro. - Non ha mica detto che devi andarci ad abitare. - Alzò gli occhi. - Mai stato a Tokyo?


© 1997, Arnoldo Mondadori Editore S.P.A.

L'autore

William Gibson è nato nel 1948 a Conway, in Carolina. Diciannovenne si trasferisce in Canada, a Vancouver, dove ancora vive con la moglie e i figli. Il suo primo romanzo, Neuromante (Editrice Nord, 1986), ha vinto il premio Hugo e il Nebula. Con Gibson, i concetti di Internet e di realtà virtuale sono diventati di comune dominio. Gibson è l'autore di "La notte che bruciammo Chrome" (1989), "Giù nel cyberspazio" (1990), "Monna Lisa Cyberpunk" (1991) e "Luce virtuale" (1994), tutti pubblicati da Mondadori.



Nico Orengo
Il salto dell'acciuga

L'acciuga salta nel mare, salta dai mari ai monti, salta da una regione all'altra e da un secolo all'altro. L'acciuga è sostegno economico e fondamento alimentare per interi paesi ed è ispirazione poetica e artistica. L'acciuga è la vita.

Un quadro storico, artistico, poetico e sociale di una presenza che è stata di non poca importanza per le regioni nord-occidentali dell'Italia, ai confini con la Francia. Orengo traccia un percorso, una via "immaginaria" del passaggio che nel tempo e nello spazio ha portato questo pesce, semplice e modesto, a varcare confini e montagne, per diventare piatto fondamentale nella cucina di lontane località montane. Spingendosi in valli remote (in compagnia dell'indispensabile sale) l'acciuga si è trasformata addirittura nell'elemento principale di un piatto tipico della cucina piemontese, la bagna caoda, che l'autore ripropone nella sua ricetta tradizionale, gettando una affermazione provocatoria nello stagno degli appassionati: questo piatto è nato in Liguria?
Dalla valle del Roja a Moschiéres, borgata nei pressi di Dronero, l'acciuga ha scavalcato le montagne, ha passato il Tenda e si è insediata come elemento vitale per la sopravvivenza di tutti coloro che hanno fatto della vendita di questo pesce la propria fonte di sostentamento: gli acciugai. Orengo ha una poetica teoria in merito, assolutamente originale: afferma, infatti, che molto probabilmente questa migrazione è avvenuta sull'onda di quella dei Saraceni, stufi di una vita difficile, pericolosa e nomade e desiderosi di fermarsi definitivamente in un paese tranquillo, nascosto, come quelli che caratterizzano molte valli alpine. Al di là dell'effettiva veridicità di questa spiegazione, l'ipotesi è indubbiamente affascinante.
Oltre ai rapidi accenni storico-geografici, il volumetto è composto da brevi ritratti di personaggi curiosi in qualche modo legati a questo pesce, di artisti ad esso ispirati, di commercianti che tutt'ora vendono le acciughe conservate nel sale, in quelle grosse latte colorate che fanno allegria e nostalgia a un tempo. Nico Orengo dipinge così un affresco che va dal Medioevo ai giorni nostri e che si legge come un affettuoso omaggio alla Liguria, al Piemonte e ai ricordi comuni a tutti quelli che hanno visitato e conosciuto queste regioni o, ancor più, a quelli che qui sono nati.


Il salto dell'acciuga, di Nico Orengo
65 pag., Lit. 15.000 - Edizioni Einaudi, (I coralli n.69)

Le prime righe

In primavera attraversava cespugli di cisto, macchie di timo, fazzoletti di erba, veronica, ciuffi di valeriana rossa aggrappati ai muri, lance d'origano e di timo, onde di lavanda e di ginestrini. Mentre al riparo degli ulivi aglietti e iris blu rasentavano isolotti di borragine, acetoselle e piselli odorosi.
A giugno sotto gli ulivi c'è il giglio arancione di San Giovanni.
Dopo ulivi: querce, lecci, carpini, noccioli, castagne e sui prati primule, brughi, rose canine, crochi, timo, prugnoli e puiot di lavanda.

La seule intacte, et la plus ancienne chose du globe,
Tout ce qu'elle touche est ruine ;
Tout ce qu'elle abandonne est nouveauté ;
Celle, qui se ressaisit entre deux faire qu'elle se donne,
elle se donne et se retire amèrement.
Paul Valéry

La putina s'affacciò al mare. Era primavera, di mattina. Guardò intorno, cosa teneva unita l'acqua: le rocce del Darsnún, delle Funtanete, dei Cinenti, dei Tre Brechi, della Dormigliusa, della Punta d'a Miruna e poi l'Isorotu. Si voltò per continuare il suo giro di perlustrazione ed ebbe paura. Davanti a lei non c'era che mare e mare e poi altro mare. Provò un brivido, pensò che tutta quell'acqua, prima o poi, le si sarebbe riversata sul capo.
La putina si lasciò scivolare verso il fondo e con energici colpi di coda cercò la riva, la pace di uno scoglio.


© 1997, Giulio Einaudi editore s.p.a.

L'autore
Nico Orengo vive a Torino, dove lavora seguendo, tra l'altro, Tuttolibri, l'inserto settimanale de La Stampa dedicato all'editoria. Ha pubblicato molti titoli tra cui Ribes (1988), Miramare (1989), Le rose di Evita (1990), Figura gigante (1992), La guerra del basilico (1994), L'autunno della signora Waal (1995), Dogana d'amore (1996).



Enrico Remmert
Rossenotti

"Pensi: sono il gigolò dell'angoscia, ogni notte mi porto a letto una preoccupazione diversa. E sorridi."

Aprendo il volume, ancor prima di leggere il romanzo, sfogliando, come spesso si fa, alcune pagine (l'indice, l'introduzione, la postfazione, quando ci sono) ci si imbatte nei ringraziamenti. Generalmente si tratta di brevi citazioni formali, abitualmente concentrate in poche righe, raramente in una mezza paginetta. Ma in questo caso... troverete una sorpresa. Ben tre pagine di ringraziamenti scritti fitti fitti che connotano l'autore più di qualsiasi biografia. Sapremo che ama la musica, gli amici (e quanti amici!), la birra e il cinema e che non è certo uno che si dimentica di chi lo ha in qualche modo aiutato. Alla luce di ciò, ci potremo aspettare una lettura intensa, appassionata, giovane e nient'affatto superficiale, arricchita da dialoghi che sanno di "vissuto in prima persona".
Il romanzo inizia con la descrizione di un dato di fatto: Vittorio Rossenotti, "ventiquatrenne fesso" è stato lasciato dalla fidanzata Alice, con la quale conviveva, e torna a casa dai genitori. Nel capitolo successivo incontra un'altra donna, eccezionale, stravagante, un po' inquietante, giovanissima: Giulia. E da qui, incontro dopo incontro e capitolo dopo capitolo, compaiono personaggi, luoghi, abitudini di una delle città più citate nei testi italiani degli ultimi mesi: Torino. Una Torino vissuta da giovani, con i Murazzi e le discoteche, i bar e la droga, ma non per questo vista da una prospettiva generazionale chiusa. Infatti i personaggi di Remmert sono "personaggi veri" e non esempi di un comportamento stereotipato, quel comportamento che ci si aspetta dai "giovani" e non si tratta di una vicenda superficiale e spensierata, ma della spesso angosciosa scoperta di ciò che vivere significa veramente.


Rossenotti di Enrico Remmert
167 pag., Lit.20.000 - Edizioni Marsilio, (Farfalle)

Le prime righe


Elia ha un'immagine molto efficace per definire il nostro incessante tentativo di attribuire un senso al mondo e di spiegarci che cosa sta accadendo. Dice che tutto quello che registriamo quotidianamente, tutte le esperienze che ogni giorno ci modificano, noi cerchiamo di incasellarle dentro una specie di disegno esplicativo: qualcosa di simile a un enorme puzzle mentale - ecco l'immagine - che rimane inalterato per lunghi periodi durante cui il disegno in esso rappresentato si fissa e acquista colori e dettagli sempre più precisi. Ma a un certo punto accade qualcosa che non rientra nello schema del disegno: ed è come un nuovo tassello che si va a inserire proprio al centro del puzzle e, a mano a mano, si allarga a macchia d'olio ai tasselli vicini fino a modificare completamente tutti i pezzi del puzzle e, conseguentemente, il disegno originario.
Il nostro nuovo disegno, il nostro nuovo tentativo di spiegazione del mondo, dura anch'esso un limitato periodo di tempo, da pochi giorni a qualche anno, finché, nuovamente, accade qualcosa che sconvolge il tutto, un nuovo tassello con nuovi colori e nuovi dettagli, una nuova visione del mondo.
Così, a mano a mano che il tempo passa e, con esso, i disegni si modificano e lasciano spazio a nuovi disegni, comincia a sbocciare un senso di scoraggiamento: ci si fa meno domande, si indaga con meno accanimento, si rinuncia a incasellare le esperienze, consci dell'impossibilità di fermarsi su un disegno preciso, certi che, se si tendono con attenzione i propri sensi e il proprio intelletto, sicuramente accadrà qualcosa che il disegno non spiega, un nuovo tassello si inserirà e tutto ricomincerà dall'inizio.

© 1997, Marsilio Editori S.p.a. in Venezia

L'autore
Enrico Remmert è nato nel 1966 a Torino dove vive e lavora. Ha pubblicato numerosi racconti su varie antologie e riviste letterarie. Rossenotti è il suo primo romanzo.



13 agosto 1997