Carlos Fuentes
La morte di Artemio Cruz

"Come se tornassi da un viaggio senza origine né fine nel tempo, sulla tua testa cadranno le promesse di amore e di solitudine, di odio e di sforzo, di violenza e di tenerezza, di amicizia e di disinganno, di tempo e di oblio, di innocenza e di stupore."

Gli ultimi istanti di Artemio Cruz, di un uomo potente, forte, sicuro di sé, vincitore e nello stesso tempo vinto dalla vita, dall'odio e dal rancore di chi ha ferito.
Attento, negli ultimi momenti, ad osservare ogni parte del suo corpo in disfacimento, quel corpo forte, che sentiva quasi immortale, sopravvissuto a uomini ben più giovani, coglie il senso della vita e della morte, ripercorrendo il suo passato.
L'amore delle donne, quella da lui amata, profondamente, appassionatamente amata, le altre i cui corpi lo hanno fatto sentire vivo e forte, e infine la moglie che lo disprezza, che mai gli perdonerà la morte del fratello, ma che in questi dolorosi momenti di morte avrà per lui pietà e gesti nascosti di tenerezza (gli accarezza la fronte, pensando che Artemio non se ne possa accorgere più).
La figlia Teresa, fredda con lui anche sul letto di morte, che si sente, sempre si è sentita così, presa in giro da quest'uomo egoista e arido, ma che non gli nega la consolazione di avere accanto il giovane sguardo della nipote.
Il ricordo dei momenti di guerra, di battaglie spietate, a difesa dei più diversi ideali, anzi forse senza ideali, solo per amore dell'azione e della conquista, e il prezzo pagato: la morte del figlio più amato, l'unico maschio, quello in cui narcisisticamente si rispecchiava.
Il potere, la forza, la conquista di cose e di persone, l'orgoglio di saper dominare tutti e tutto, lasciano il posto a domande a cui non c'è più tempo di rispondere. Guardando il proprio corpo che, quasi sotto i suoi occhi, si va decomponendo, Artemio improvvisamente sente l'inutilità di tutta una vita, la solitudine che lui stesso si è creato, ma non può, e forse nemmeno vuole, recuperare quello che per tutta la vita non ha cercato. "Sono un sopravvissuto", viene spesso ripetuto nel romanzo, sopravvissuto alle morti, ai dolori, alle tragedie collettive e individuali, e per questo forse gli sembra così strana questa morte che si avvicina e che non può dominare.


La morte di Artemio Cruz di Carlos Fuentes
Titolo originale: La muerte de Artemio Cruz

Traduzione di Carmine Di Michele
Pag. 263, Lit. 26.000 - Edizioni Il Saggiatore (Scritture 51)

le prime pagine
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Mi sveglio... Mi sveglia il contatto di quest'oggetto contro il pene. Non sapevo che a volte si può orinare involontariamente. Rimango con gli occhi chiusi. Le voci più vicine non si sentono. Se apro gli occhi, potrò udirle?... Però le palpebre mi pesano: due piombi, rame sulla lingua, tonfi nelle orecchie, un... qualcosa come argento ossidato nel respiro. Metallico, tutto questo. Minerale, di nuovo. Orino senza saperlo. Forse - sono rimasto incosciente, ricordo con un sussulto - durante quelle ore ho mangiato senza rendermene conto. Perché albeggiava appena quando ho steso la mano e ho fatto cadere al suolo - anche questo inconsciamente - il telefono e sono rimasto bocconi sul letto, le braccia penzoloni: un formicolio alle vene dei polsi. Ora mi sveglio, però non voglio aprire gli occhi. Non voglio: qualcosa mi brilla vicino al viso. Qualcosa che mi si riflette dietro le palpebre chiuse, in una fuga di luci nere e di circoli azzurri. Contraggo i muscoli del viso, apro l'occhio destro e lo vedo riflesso nei frammenti di specchio incrostati su una borsetta da donna. Sono questo. Sono questo qui. Sono questo vecchio con i lineamenti scomposti nei rettangoli irregolari degli specchietti. Sono questo occhio. Sono questo occhio. Sono questo occhio solcato dalle radici di una collera accumulata, vecchia, dimenticata, sempre attuale. Sono quest'occhio gonfio e verde fra le palpebre. Palpebre. Palpebre. Palpebre oleose. Sono questo naso. Questo naso. Questo naso. Rotto. Dalle ampie narici. Sono questi zigomi. Smorfia. Smorfia. Smorfia. Sono questa smorfia che non ha nulla a che vedere con la vecchiaia o con il dolore. Smorfia. Con i denti anneriti dal tabacco. Tabacco. Tabacco. Il vaporevaporevapore del mio respiro appanna i cristalli e una mano ritira la borsetta dal comodino.
"Mi creda, dottore: fa apposta..."
"Signor Cruz..."
"Prenderci in giro anche in punto di morte!"
Non voglio parlare. Ho la bocca piena di monete vecchie, di questo sapore. Però apro gli occhi un poco e attraverso le ciglia distinguo le due donne, il medico che sa di antisettico: dalle sue mani sudate, che ora mi palpano il petto sotto la camicia, si sprigiona un sentore soffocante di alcol. Cerco di allontanare quella mano.
"La prego, signor Cruz, la prego..."
No, non voglio aprire le labbra: o quella linea rugosa, senza labbra, nell'immagine riflessa dal vetro. Terrò le braccia allungate sulle lenzuola. Le coperte mi arrivano fino al ventre. Lo stomaco... ah... E le gambe mi restano aperte, con quell'oggetto freddo tra le cosce. E ho ancora il petto insensibile, con lo stesso formicolio sordo che sento... che... che sentivo quando restavo molto tempo seduto in un cinema. Cattiva circolazione, ecco che cos'è. Nient'altro. Nient'altro. Nient'altro. Niente di più grave. Bisogna pensare al corpo. Esaurisce pensare al corpo. Al proprio corpo. Il corpo unito. Stanca. Non ci si pensa. C'è. Penso, testimone. Sono, corpo. Resta. Va via... va via... si dissolve in questa fuga di nervi e di squame, di cellule e di globuli dispersi. Il mio corpo, sul quale questo medico pone le sue dita. Paura. Sento la paura di pensare al mio corpo. E il viso? Teresa si è ripresa lo borsetta che lo rifletteva. Cerco di ricordarlo in quell'immagine era un volto diviso in pezzi di vetro senza simmetria, con l'occhio vicinissimo all'orecchio e lontanissimo dall'altro che gli fa da paio, con la smorfia distribuita in tre specchi circolanti. Il sudore mi scorre giù dalla fronte. Chiudo di nuovo gli occhi e chiedo che il mio viso e il mio corpo mi vengano restituiti. Chiedo, però sento quella mano che mi accarezza e vorrei sottrarmi a quel contatto, ma sono privo di forze.
"Ti senti meglio?"
Non la guardo. Non guardo Catalina. Guardo più lontano.


© 1997, il Saggiatore

biografia dell' autore
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Carlos Fuentes è nato a Panama nel 1928. Romanziere, critico letterario, professore a Harvard, è stato ambasciatore del Messico in Francia. Ha vinto il Premio Cervantes, il più alto riconoscimento per uno scrittore di lingua spagnola

bibliografia
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I titoli sono tratti da
Alice CD,
il catalogo su CD-ROM
dei libri italiani
pubblicato da
Informazioni Editoriali.


Cartier Bresson Henry - Fuentes Carlos, Messico (1934-1964), 1995, 89 p., ill., Lit. 55000, Motta Federico (ISBN: 88-7179-077-4)

Fuentes Carlos, La morte di Artemio Cruz, tr. di Di Michele C., 240 p., Lit. 26000, "Scritture", Il Saggiatore (ISBN: 88-428-0514-9)

Garduno Flor - Fuentes Carlos, Testimoni del tempo, 1992, 168 p., ill., Lit. 80000, Motta Federico (ISBN: 88-7179-033-2)



13 agosto 1997