Rick Bass
Un inverno nel Montana

"Una coppia nel gelo del Montana, senza radio né corrente elettrica, nell'ultima valle in fondo alla civiltà."

Uno scrittore e una pittrice decidono di trasferirsi per un certo periodo nel Montana, sulla frontiera canadese, ai margini di un villaggio sulle Purcell Mountains. Gli stanziali sono "vasai, taglialegna, cacciatori, guide (per caccia e pesca), un ex clown da rodeo, un ex acchiappa-cavalli selvaggi e un carpentiere". Vivono tra le montagne, la neve e faticose giornate accompagnate costantemente da un freddo terribile, ma per i protagonisti questa esistenza è una scoperta appassionante.
Il libro si struttura in un vero e proprio diario che, giorno per giorno, ci fa superare con i protagonisti avventure quasi "al limite". Nelle brevi, spesso telegrafiche impressioni, che l'autore appunta sulle pagine, viene ricostruita una situazione, riproposto un modo di vita, descritto un ambiente che si percepisce sin dalle prime righe come affascinante ma estremamente difficile, con i suoi diciotto gradi sotto zero (dentro la casa, naturalmente...), le sue distanze, la sua natura selvaggia e pericolosa. In questo contesto il tempo ha un valore differente, si "allunga" e si "allarga" permettendo di viverlo appieno, senza fretta, con i ritmi di un'esistenza rallentata, alla continua riscoperta di sé stessi.
"Non è che siamo veri eremiti - afferma l'autore - è soltanto che in linea di massima noi vogliamo, come diceva Thoreau, esaminare la nostra vita, così come il mondo in cui viviamo, un mondo che, quassù, non è controllato da altri quanto, lo si creda o no, dal proprio sé."


Un inverno nel Montata di Rick Bass
Titolo originale dell'opera: Winter. Notes from Montana

Traduzione dall'americano di Maura Pizzorno
138 pag., Lit. 25.000 - Edizioni Feltrinelli, (Traveller/Feltrinelli)

Le prime righe
13 settembre
Prima giornata nuvolosa. Stupenda, grigia, fredda e carica di umidi vapori al mio risveglio. Ma poi, a metà mattina, il sole faticosamente compie la sua opera e pratica un buco nella bruma, spargendo l'azzurro nella valle. Aspetto con impazienza di vedere come qui cade la pioggia, ma so anche che non mancherà l'occasione. C'è quiete, silenzio. Si odono appena suoni che arrivano da lontano: cani che masticano e rosicchiano come orsi le zampe di un cervo trovate nei pressi di un vecchio mattatoio; uccelli di cui ignoro il nome, uccelli che se ne sono tornati nei boschi; un camion di passaggio. Là sulla valle si stende l'azzurro, ma qui sulle pendici della Lost Horse Mountain regna il silenzio, il sole brucia attraverso le nuvole cariche di pioggia, ma rimane velato. Mi stavo dimenticando che stasera mi aspetta un piatto di spaghetti, da Dave Pruder e la sua ragazza.
Quando cadrà la prima neve, andrò a scrivere nella serra.
C'è una stufa a legna, che mi consentirà di stare al caldo. Due ciocchi dovrebbero corrispondere a una pagina, se avrò fortuna. Nel loft, lì nella serra, ho predisposto una piccola palestra, per fare piegamenti e torsioni, per esercitarmi alle sbarre e con gli estensori in una giungla di verde, mentre, madido di sudore, guarderò l'inverno lì fuori, quando arriverà.
Ho comprato una bottiglia di vino da portare a Dave Pruder stasera. Dave è un tipo alto e cordiale, un esperto di cavalli, e possiede i due che pascolano da Holger (da noi), oltre al Dirty Shame Saloon. Suzie, la sua ragazza, prima faceva il croupier a Las Vegas. Ha i capelli rossi, gli zigomi alti, è piccola e graziosa. Speriamo che lei ed Elizabeth diventino amiche. Dave ha un'aria fanciullesca, e occhi che brillano per l'entusiasmo. Sta qui da otto anni, ma, a guardarlo bene, si direbbe che ogni anno è per lui il primo.


© 1997, Feltrinelli Traveller S.r.l.

L'autore
Rick Bass, geologo specializzato in giacimenti di petrolio e ambientalista, è nato e vissuto in Texas, fino a quando ha deciso di trasferirsi con la sua compagna in uno sperduto ranch in Montana. Ha pubblicato la raccolta di racconti The Watch e i testi particolarmente attenti all'ambiente come Oil Notes e The Book of Yaak.



Philip K. Dick
Cronache del dopobomba

In una situazione post-bellica, la storia della spietata lotta per il potere dell'autore di Blade Runner.

"Be', ho sbagliato la profezie, nel 1964, quando ho scritto Cronache del dopobomba. Gli eventi che ho previsto non si sono mai verificati, e leggendo questo romanzo ve ne rendete conto. In realtà, però, fare profezie non è il compito della fantascienza. Questa predice solo in apparenza. È come gli alieni di Star Trek, tutti in inglese. Qui c'è di mezzo una convenzione letteraria. Nient'altro.
Mi diverte, però, vedere in che senso ho sbagliato. Il peggio è che ho completamente travisato il futuro delle missioni spaziali con equipaggio umano. Ma questo testimonia soltanto della velocità a cui procede la storia. In Cronache del dopobomba c'è un americano che orbita all'infinito intorno alla Terra. Questo, ovviamente, non ha senso: o ci sono molti americani - e molti russi, se è per quello - o neanche uno."
Così esordisce l'autore nella postfazione al romanzo, pubblicata su concessione dell'editore Feltrinelli e tratta dal volume "Mutazioni". Un testo breve, ma estremamente utile per la comprensione della genesi dell'opera e dell'estremo sforzo immaginativo che deve compiere uno scrittore di fantascienza.
"Sono fiero dei personaggi di questo romanzo" scrive ancora Dick "e mi piacerebbe poter essere uno di loro. Mi è capitato, un tempo, di scopare il marciapiede in Shattuck avenue a Barkeley, e conosco la gioia dell'attivismo, dell'operosità che Stuart prova, l'euforia e l'apertura al futuro.
E come racconta il romanzo, nonostante la guerra - la guerra che in realtà non c'è stata - il futuro è bello. Io mi sarei divertito nel loro microcosmo, nella West Marin postbellica."


Cronache del dopobomba di Philip K. Dick
Con una postfazione dell'autore
Titolo originale dell'opera: Doctor Bloodmoney
Traduzione dall'americano di Ginetta Pignolo 262 pag., Lit. 15.000 - Edizioni Einaudi, (Einaudi Tascabili. Vertigo n.466)

Le prime righe

Di buon'ora, nella luce dorata del mattino, Stuart McConchie spazzava il marciapiede davanti alla Modern Tv Vendita e Riparazioni; sentiva il viavai delle auto lungo Shattuck Avenue, i tacchi alti delle segretarie che si affrettavano verso gli uffici, tutto il fermento e gli odori pungenti di una nuova settimana, un'altra settimana in cui un buon commesso poteva mandare in porto un mucchio di cose. Pensava alla bella brioche calda col caffè che avrebbe preso verso le dieci, come una seconda colazione. Pensava ai clienti coi quali aveva parlato: forse sarebbero tornati a comprare oggi stesso, tutti, e il suo registro delle vendite sarebbe traboccato come quella famosa coppa nella Bibbia. Spazzando cantava una canzone dal nuovo album di Buddy Greco.Si chiese quale impressione doveva fare essere famoso, un grande cantante famoso in tutto il mondo, che tutti pagavano per vedere in posti come Harrah's a Reno o nei club eleganti e costosi di Las Vegas che lui non aveva mai visto ma di cui aveva sentito tanto parlare.
Aveva ventisei anni e certi venerdì sera aveva guidato di notte sulla grande autostrada a dieci corsie da Berkeley fino a Sacramento e poi, attraverso le Sierras, fino a Reno, dove si poteva giocare d'azzardo e rimorchiare ragazze. Lavorava per Jim Fergesson, titolare della Modern Tv, a stipendio fisso più le percentuali e, visto che era un buon venditore, guadagnava bene. E in ogni caso era il 1981 e gli affari non andavano male. Un altro anno di boom, con un ottimo inizio, con l'America che si faceva più grande e forte, e tutti che portavano a casa più soldi.


© 1997, Giulio Einaudi editore s.p.a.

L'autore
Philip Kindred Dick (1928-1982) è l'autore del testo da cui Ridley Scott ha tratto Blade Runner e di centinaia tra racconti e romanzi di fantascienza contraddistinti da una scrittura avvolgente che procede per stati di paranoia, presupposto di quella che è stata definita la poetica dell'incubo assoluto. Della sua sterminata produzione vanno segnalati La svastica sul sole, Ubik, I simulacri.



Cristina Garcia
Le sorelle Agüero

"I nostri sforzi sono sempre insufficienti. Cuba è come una matrigna cattiva, violenta e ingrata. Bisogna fare di più, sempre di più, in cambio di niente."

È un romanzo che vede presentate, in modo parallelo, le figure delle due sorelle Agüero, Reina e Constancia. Le due storie sono inframmezzate da pagine scritte dal padre, celebre ornitologo, che introduce temi e misteri che sicuramente hanno condizionato la psicologia e la vita delle figlie.
Cuba rimane, nella sua tragica e affascinante realtà, nelle contraddizioni, la miseria e l'orgoglio di chi vi abita, come una passione spesso non corrisposta, come una madre snaturata che però non si può e non si vuole dimenticare ("si rischia sempre di dimenticare, come si rischia sempre di non esistere"). Reina se ne va dall'isola, Constancia se ne è andata da un pezzo, però c'è in tutte e due la volontà di mantenere vive molte delle abitudini cubane e, non certo per scelta razionale, la sensualità che le pervade. Miami sembra così lontana nella sua ricchezza, nella sua possibilità di promozione sociale dalla sconfortante povertà de L'Avana dove prostituirsi è una forma di sopravvivenza, dove la rivoluzione è spesso un peso da sostenere per i figli di quegli eroi. Quando le sorelle si riuniscono, quando si rivedono, è la straordinaria somiglianza di Constancia con la madre, tanto difficile per lei da sopportare, che crea turbamento e apre la strada alle domande più inquietanti su di lei e sul padre.
L'ultima generazione, i figli delle due sorelle, sembra ormai così lontana dallo spirito rivoluzionario! Sfuggiti, con ogni mezzo, alla povertà, cercano nuove forme di vita, più libere e anticonformiste. Però Isabel, figlia di Constancia, torna dalla madre quando sta per partorire. A Cuba le famiglie si poggiano sempre sulla figura della madre, gli uomini inseguono altre donne, altri sogni, ma è intorno alla madre che la famiglia si ricompone e così anche in questo romanzo saranno le donne che cercano di tenere vivi i legami familiari, anche se l'ultima generazione appare così diversa, distante e spregiudicata. È però nella magica isola che si conclude il romanzo con il ritrovamento, sulla spinta di una voce interiore, di un ossicino e di un documento autografo del padre (che viene presentato in corsivo nel volume) che forse potrà chiarire molti misteri del passato delle sorelle.


Le sorelle Agüero di Cristina García
Titolo originale dell'opera: The Agüero Sisters

Traduzione di Cristina Stella
Pag. 274, Lit. 29.000 - Edizioni Mondadori (Omnibus)

Le prime righe
PROLOGO
Paludi di Zapata
8 settembre 1948

Ignacio e Blanca Agüero si erano messi in viaggio diretti alle lontane paludi della penisola di Zapata, cavalcando in silenzio lungo il corso del fiume Hanábana in uno scenario familiare, spazi aperti punteggiati di palme e macchie di alberi e cespugli. Avevano visitato le paludi di Zapata in più di un'occasione, ma questa volta il caldo era insopportabile. Dopo nove anni che non partivano insieme per una spedizione, erano tornati laggiù allo scopo di catturare alcuni gobbi della Giamaica su incarico di un museo di Boston. La caccia a quelle anatre rossicce, note per la loro astuzia, era un'impresa che richiedeva una pazienza infinita. Si alzavano in volo assai di rado e preferivano spostarsi nuotando sott'acqua, lasciando emergere solo la punta del becco. Quando si fermavano a riposare sulla fragile crosta della palude, non abbandonavano mai il riparo delle malanguetas, le grandi foglie erette delle ninfee gialle. Gli unici capaci di farle uscire allo scoperto erano i guajiros locali: scivolavano sull'acqua a bordo di piroghe, sorprendevano i volatili nei loro nascondigli e, mirando un po' più avanti del punto in cui si tuffavano, coglievano infallibilmente il bersaglio. In passato, prima che Blanca si ammalasse, gli Agüero avevano catturato molti esemplari pregevoli nelle paludi di Zapata: poiane nere, ralli macchiati, polli sultani americani, persino un coccodrillo di una specie altrove sconosciuta. Una volta avevano visto anche la Capromys nana, un umile roditore che discendeva da un antico ordine di mammiferi.


© 1997, Arnoldo Mondadori Editore S.P.A.

L'autrice

Cristina García ha 39 anni, è nata all'Avana e vive a Los Angeles, dove lavora come giornalista. Ha esordito nel 1992 con il romanzo Questa notte ho sognato in cubano (pubblicato in Italia da Anabasi e di prossima pubblicazione da Mondadori), finalista del National Book Award, il più importante premio letterario americano.



Roberto Pazzi
Cercando l'imperatore

Un testo interessante, per sfatare il mito che in Italia non si sappiano scrivere romanzi storici di largo respiro. La prova che questa opinione è infondata ce la offre una storia Russa con sentimenti universali.

Il romanzo è basato sulla ricostruzione di alcune vicende storiche russe avvenute nell'anno 1917 e della leggenda che vuole che un esercito, comandato dal principe Ypsilanti, vagasse nel gelo della Siberia alle ricerca dello zar prigioniero. Pazzi, a sua stessa detta, è stato colpito profondamente sin da bambino dalla vicenda dello zar Nicola e della famiglia Romanov, tanto da avere, visitando una residenza imperiale durante un viaggio in Unione Sovietica, l'impressione di rivivere e rivedere cose già viste, in un classico episodio di déjà vu. Da qui il desiderio di narrare sensazioni ed emozioni fortemente sentite, quasi vissute in prima persona...
La struttura della narrazione è a capitoli "alternati". Da un lato si descrive lo stato d'animo dello Zar Nicola II, e della sua famiglia, in un esilio che si trasforma rapidamente in vera e propria prigionia, dall'altro quello del principe Ypsilanti e del suo esercito, formato da uomini rozzi e superstiziosi. L'alternarsi dei due scenari e dei due stati d'animo in parallelo ne sottolinea le affinità: sia i prigionieri che i soldati che cercano di raggiungerli, diventato via via sempre più angosciati e disperati, quasi certi sia della fine imminente che del fallimento dell'impresa. E se la famiglia reale non è a conoscenza dell'iniziativa che è stata presa per venire loro in aiuto, l'esercito non è certo che si giungerà a una meta reale, che vi sia davvero la famiglia imperiale prigioniera a Tobolsk.
Nella postfazione Giovanni Raboni dice di questo doppio aspetto della vicenda: "Due cause perdute in partenza, insomma, giustamente perdute, perdute nel più amaro, irreparabile ed esaltante dei modi. E spero mi si consenta di osservare - aggiungendo, ahimè, luogo comune a luogo comune - che i poeti prediligono le cause perdute".


Cercando l'imperatore di Roberto Pazzi
201 pag., Lit.14.000 - Edizioni TEA, (TeaDue n.538)

Le prime righe

A Vachitino il telegrafo non funzionava già da qualche mese. Il governatore Ivan Alexandrovich aveva progettato, quel febbraio, di organizzare una sortita per raggiungere Tobolsk, ma poi ci aveva ripensato. Dicevano le ultime notizie dell'estate che grosse cose erano accadute a Pietroburgo - a Vachitino ancora nessuno chiamava la capitale col nuovo nome -, che alcuni eserciti si erano ammutinati ma l'autorità dello Zar era stata ristabilita. Qualcuno però aveva detto, ma nessuno credeva a tale assurdità, che lo Zar in persona era a Tobolsk:
- Questa gente non sa quel che dice. Lo Zar a Tobolsk! figuriamoci... - e Ivan Alexandrovich scuoteva brontolando le spalle.
- Vachitino era così lontana che i mercanti tartari, quando partivano in primavera per andarci, facevano testamento. Il governatore aveva molto tempo per litigare con la moglie Tania, le sue incombenze non richiedevano più di controllare la popolazione del fiume; quella gente se n'era andata dopo aver combattuto col gelo e aver perduto la sua guerra. Una volta non era così fredda quella terra, ci si stava bene, dava in abbondanza da mangiare e l'inverno si poteva vivere delle provviste dell'estate come in tante altre parti della Siberia.
Ora che tutte le terre del fiume erano di ghiaccio, Ivan Alexandrovich passava sulla slitta con le guardie, e le case abbandonate erano legna per la gente di Vachitino. Ci voleva poco a indovinare che di quel passo anche Vachitino sarebbe stato invaso dal gelo, ma chi si provava a dirlo lo trattavano come un pazzo. Anche il governatore vedeva trascorrere tranquillamente gli anni, senza immaginare nel futuro nulla che gli impedisse di morire vecchissimo, come tutti i suoi predecessori, e di raggiungerli, accompagnato dal pope e dell'intero paese, nel cimitero dietro l'abside della chiesa dove dormivano con le loro consorti.


© 1997, TEA S.p.A.

L'autore
Roberto Pazzi vive a Ferrara. Poeta e narratore tradotto in quindici lingue, ha pubblicato la raccolta di versi Calma di vento e numerosi romanzi, tra cui La principessa e il drago, La malattia del tempo, Vangelo di Giuda, La stanza sull'acqua, Domani sarà re.



Michele Perriera
Con quelle idee da canguro
Trentasei anni di note ai margini

"Finalmente. Finalmente mi trovo a tu per tu con un canguro. È sempre stato l'animale delle mie fantasie. Non so perché, non l'ho mai veramente saputo, ma ho sempre provato per lui - fin da bambino - una speciale amicizia."

La descrizione dell'incontro dell'autore con l'animale dei suoi sogni è solo uno degli innumerevoli flash autobiografici riportati nel volume. Sono brevi racconti di vita, impressioni di viaggio, momenti di riflessione, tragiche prese di coscienza della realtà. Una realtà tormentata, continuamente segnata da fatti drammatici legati in particolar modo alla criminalità organizzata, ma anche, com'è naturale che sia, alla difficile condizione della società. Spesso ci colpiscono come un pugno nello stomaco con la loro intensità e forza, con il desiderio di riportare in pieno il senso tragico dell'esistenza. Altre volte la narrazione si fa più tenue, i colori meno intensi e abbiamo un momento di stasi, di sollievo prima della nuova tempesta (ma in realtà ci troviamo nell'occhio del ciclone e la calma è solo apparente...).
L'autore, palermitano, che è stato esponente di spicco dell'ala siciliana del Gruppo '63, salta come un canguro, con un ritmo martellante, da un argomento all'altro, attraversando trentasei anni di vita personale e sociale, "come chi è posseduto da un entusiasmo sognatore e da un virtuosismo naturale: ma intanto è anche assai prudente, piuttosto incerto, quasi obbligato a doversi sempre riscattare, riprovare, trasformare".
Il volume è suddiviso in quattro sezioni, con un titolo che le caratterizza, ma non ci fa capire esattamente cosa troveremo tra le pagine. E spesso, quello che scopriamo riga dopo riga, è poesia.


Con quelle idee da canguro di Michele Perriera
314 pag., Lit. 28.000 - Edizioni Sellerio (La diagonale n.95)

Le prime righe

Chi è l'alba non aspetta l'alba

A ventidue anni apprendo che mio padre, morto un mese prima che io nascessi, aveva cercato la morte. Chiedo: era così penoso per lui incontrarsi con me? La storia è più complicata. Comincia un anno prima, quando mia madre scopre che la sorella, donna assai schiva, è amante di mio padre. Ne rimane ovviamente stravolta. Mio padre - che le vuole bene - finisce per credere che il suo nuovo amore, ora non più segreto, sia troppo empio ed infelice. Abbandona dunque mia zia e tenta di provare a mia madre che niente è cambiato fra loro: sicché, fra l'altro, avviene d'un balzo il mio concepimento. Ma poi il pover'uomo non regge a tanto caos affettivo, allo stesso dolore dell'amante abbandonata, alla stessa silenziosa ma severa delusione di mia madre. Sceglie dunque di sfidare la vita e affronta un intervento chirurgico allora mortale al 98 per 100.
Muore prima che venga al mondo il suo ultimo rampollo, concepito con la legittima sposa mentre era ancora innamorato della sorella di lei.
È forse strano che io sia nato strabico?

Mia madre mi racconta di segreti, di insidie, di aspre sorprese. Dice di farlo perché, superata l'adolescenza, "si debbono conoscere le complicazioni della vita". Parla dunque con molta emozione, quasi nel timore di violare il mio candore. Ha dimenticato che la vita svela già nell'infanzia i suoi guizzanti imbrogli.

La verità più profonda ha sempre un che d'ingrato, ma niente vale più dei suoi colpi di luce.

© 1997, Sellerio editore

L'autore
Michele Perriera (1937) dirige il teatro e la scuola di teatro Teatés di Palermo. Regista e scrittore ha pubblicato, tra l'altro, A Presto (1990), Anticamera (1994) e La spola infinita (Premio Mondello 1995). I suoi testi teatrali sono raccolti in Teatro (1979) e in Qui è quasi giorno (1994). Dirige la collana Teatro della casa editrice Sellerio.



1 agosto 1997