Erri De Luca
Alzaia

123 "pezzi" scritti per il quotidiano "Avvenire", che non occupano mai più di una pagina, ma che in un pur così breve spazio sanno metterci più o meno velatamente, ma inesorabilmente, di fronte alle tante responsabilità collettive e personali della nostra società.

L'autore ci spiega subito il senso di un titolo così "strano", quando nell'introduzione, intitolata anch'essa Alzaia, ci dice che, dovendo scegliere un nome per la sua rubrica sul quotidiano "Avvenire": "Trovai nel vocabolario 'alzaia', fune che serve a tirare dalla riva chiatte e battelli controcorrente lungo fiumi e canali", anche se lo stesso De Luca afferma di non avere "pretese di controcorrente. Dovrei prima riconoscere una corrente, un verso, per poi tentarne resistenza e controspinta". Non si tratta infatti di pezzi "contro", "anti" nel senso usuale del termine, ma piuttosto di analisi di costume, di ricordi, di momenti fermati dalla descrizione, rapida e succinta, ma efficace, che fornisce la sua scrittura e ispirati da frasi appuntate, piccoli episodi, conoscenze casuali. Soprattutto momenti di riflessione sul destino comune, sia quello che tutti ci unisce, come, ad esempio, nel ricordo di Jacob Beser, il pilota che sganciò la bomba atomica su Hiroshima, sia il modesto destino personale di protagonisti presi a modello: disoccupati, poeti e poetesse, artisti più o meno infelici, operai... Modelli di felicità e infelicità, di successo e insuccesso, di vite segnate e di futuri ancora da determinare. E l'analisi che l'autore fa di questi eventi piccoli e grandi ne sviluppa l'aspetto etico e "pedagogico". Non a caso molti pensieri ("uno su sette" tra i più di cento che compongono il volume) sono ispirati a versi delle sacre scritture. E non a caso la frase finale dell'introduzione ci illumina sul senso di questo lavoro: "Ecco "alzaia", nome di corda che trascina sull'acqua un carico lento, nel cammino".


Alzaia di Erri De Luca
123 pag., Lit. 21.000 - Edizioni Feltrinelli, (I Narratori / Feltrinelli)

Le prime righe
AGGUATI
Il 18 luglio del 1610 sulla spiaggia della Feniglia presso Orbetello un colpo di sole finiva di uccidere Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio. Ma i colpi che gli accorciarono il tempo se li era buscati a Napoli nell'ottobre dell'anno prima, in un agguato fuori d'osteria. Così il pittore del buio squarciato a coltellate di luce, morì da cittadino del Mediterraneo, spezzato a Napoli e cotto al sole del Tirreno. Conobbe la malaria e le risse, cercò il Sud in fuga dalle conseguenze di un delitto: aveva ucciso in un parapiglia tal Ranuccio Tommasoni da Terni, consegnando all'eternità il nome di uno sconosciuto attaccabrighe.
Visse a Napoli, a Malta e non capì mai il mare e non volle dipingerlo. A volte dipinse su tela di vela. Il panorama gli era indifferente. Amava solo le figure umane e le dipinse al varco del loro dramma: Pietro appena crocifisso, Paolo precipitato di sella, Giovanni sotto il pugno del boia, Abramo sulla gola di Isacco. L'opera che amo di più è perduta, distrutta col nazismo nella Berlino del 1945. Anche i quadri subiscono agguati. È un Matteo massiccio che scrive in ebraico le prime parole del suo vangelo, mentre un angelo femmineo gli sfiora e gli corregge la mano. L'angelo arriva a suggerire a fior di labbra e in punta di dita le generazioni che calano lungo le scritture sacre fino a Gesù e nell'Antico Testamento innestano il ceppo di un'altra rivelazione. Come si sa, tutto il Nuovo Testamento fu scritto direttamente in greco, saltando la lingua madre degli apostoli e di Gesù. Caravaggio immaginò il vangelo di Matteo in lingua originale. Ne sento la mancanza. Il greco non mi restituisce la sicura bellezza delle parole di Gesù nella sua lingua. È per giunta una lingua greca in fine di civiltà.
Il quadro, come l'ebraico di Gesù, è andato perduto. Ne restano riproduzioni in bianco e nero. Non so rassegnarmi alla perdita dell'originale: della tela e della lingua di Gesù.


© 1997, Giangiacomo Feltrinelli Editore

L'autore
Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950. Tra le sue opere Non ora, non qui (1989), Una nuvola come tappeto (1991), Aceto, arcobaleno (1993), Prove di risposta (1994) e Pianoterra (1995). Ha anche tradotto e curato Esodo / Nomi, Giona / Ionà e Kohèlet / Ecclesiaste per Feltrinelli.



Alex Garland
L'ultima spiaggia

"In questo preciso momento sono seduto di fronte al computer. In questo preciso momento sto battendo questa frase. In questo preciso momento sono trascorsi un anno e un mese da quando il nostro aereo lasciò la Thailandia."

L'ultima spiaggia, è il romanzo di una esperienza, di un viaggio, di una serie di situazioni limite in cui un ragazzo può o vuole immergersi.
I luoghi sono visti attraverso lo sguardo del protagonista-narratore e possono apparire ostili, spaventosi, affascinanti, inebrianti, quasi mitici, a seconda della condizione psicologica di chi li guarda. Distese di marijuana, spiagge nascoste e inaccessibili, e un'isola misteriosa come meta e come "prova": tutto ciò a contatto con un'umanità giovanile spesso sconvolta. Morire non è difficile, la giovinezza non sembra una condizione capace di preservare da questa esperienza, anzi è proprio la spinta a percorrere strade mai battute, a immergersi completamente in quella realtà così estranea che rende questi ragazzi più esposti, forse più fragili. Il tono della narrazione è ben poco emotivo, vengono riportati direttamente i dialoghi, i brevi capitoli rompono la tensione e danno al romanzo un andamento spezzato: flash, immagini aspre o anche tenere di giorni e di situazioni particolari che, al ritorno (per chi ritorna) lasciano traccia in incubi notturni o in cicatrici sul corpo. Una forma di iniziazione alla vita con le modalità di un giovane occidentale che sa e può guardare ad altre civiltà e culture.


L'ultima spiaggia di Alex Garland
Titolo originale: The Beach
Traduzione di Sergio Claudio Perroni
Pag. 393, Lit. 32.000 - Edizioni Bompiani

Le prime righe
Bum-Bum
Vietnam, faccio amore lungo lungo. Tutta notte, tutto giorno, faccio amore lungo lungo.
"Delta uno-nove, qui pattuglia Alfa. Ci troviamo sul versante nord-est del rilievo sette-zero-cinque e stiamo subendo il fuoco nemico, ripeto, fuoco nemico. Si richiede immediata copertura aerea sulla zona. Conferma?"
Scariche radio.
"Ripeto, pattuglia Alfa, siamo sotto il tiro nemico. Immediata copertura aerea. Conferma, conferma. Ci sparano addosso. Conferma. Stiamo...
Arriva, Arriva!"
Bum.
"... Barella!"
Stramazzare d'acido sul Delta del Mekong, fumare erba dalla canna di un fucile, volare in elicottero con gli altoparlanti che sparano musica lirica, tra risaie e traccianti, l'odore del napalm al mattino.
Amore lungo lungo.
Si, cammino nella valle della morte ma non avrò paura, poiché il mio nome è Richard. Sono nato nel 1974.



© 1997, RCS Libri S.p.A.

L'autore
Figlio del cartoonist Nick, Alex Garland è nato a Londra nel 1970. Ha studiato storia dell'arte all'università di Manchester e ha disegnato fumetti. L'ultima spiaggia è il suo primo romanzo.



David Hays e Daniel Hays
Il Mio vecchio e il mare

Un racconto di viaggio, una storia appassionante di mare, ma anche la faticosa ricerca di un nuovo rapporto tra padre e figlio, da scoprire e inventare insieme, passo per passo. Un libro che ha "stregato" anche Spielberg, che ne ha comprato i diritti cinematografici.

"Questo libro descrive un passaggio; racconta di due uomini che hanno navigato insieme, quasi sempre a meno di un metro di distanza l'uno dall'altro, su una barca così piccola che al massimo altre sei della sua stazza erano passate prima di lei da un oceano all'altro, laggiù, ai piedi del mondo.
È il libro di due autori, ciascuno dei quali parla con la propria voce. Occasionalmente ci siamo trovati in sintonia. Mio figlio Dan narra di un viaggio esterno e interiore, di un autentico momento di passaggio, fatto di lotta e di crescita. Il mio è il resoconto di una storia d'affetto e della più grande fra le avventure. Ma per entrambi è il racconto di un viaggio su una piccola barca, della sua progettazione e costruzione, di come l'abbiamo resa confortevole per poi condurla su oceani dove per trenta giorni non avremmo scorto né la scia di un aereo né altre tracce di civiltà.
Alla partenza ci domandavamo: ammesso che si riesca a sconfiggere la forza del mare, sopporteremo anche la nostra vicinanza - e la nostra distanza - di padre e figlio, chiusi in una minuscola cabina? Anche questo era un rito di passaggio.
Che cosa è cambiato dentro di voi? Ci hanno chiesto i giornalisti. Perché l'avete fatto? Io ho navigato per alzare la mia soglia di tolleranza - personale e professionale - alle inezie. A Dan serviva un altro anno per riuscire a dare una direzione alla sua vita. Io volevo liberarmi da qualche sovrastruttura per tornare più 'fresco', più simile a lui. Lui voleva diventare più deciso, scegliersi una carriera, essere più simile a me. Devo ammettere che in sostanza ce l'abbiamo fatta tutti e due. Sì, un cambiamento c'è stato, ma forse non di quelli che possono appagare i giornalisti".
(Dal Prologo degli autori)


Il mio vecchio e il mare di David Hays e Daniel Hays
Titolo originale: My Old Man and the Sea

Traduzione dall'americano di Massimo Bocchiola
237 pag., Lit. 26.000 - Edizioni Longanesi & C., (Il cammeo n.311)

Le prime righe
L'idea

In verità, benché il passaggio sia durato poco (cir-
ca due settimane), i nostri patimenti sono stati così
grandi, che consiglio a chi sia diretto verso il Pa-
cifico di non tentare mai di doppiare capo Horn se
appena può seguire un'altra rotta.


Comandante David Porter, Uss Essex, marzo 1914

DAN
Papà è un romantico. È cresciuto in un mondo che sembrava illimitato. Nessuno aveva ancora corso il miglio in quattro minuti. Seppe della conquista dell'Everest da studente, mentre passava la notte in piedi sotto la pioggia londinese insieme al suo compagno di stanza Norman Geschwind "Aspettando il passaggio della regina d'Inghilterra nel giorno della sua incoronazione". O almeno così dice. Era il 2 giugno 1952, giorno del suo ventiduesimo compleanno. Poco meno della mia età di adesso. È cresciuto con Richard Halliburton, e ha letto delle spedizioni dell'ammiraglio Byrd mentre queste si svolgevano. Lindbergh è atterrato a Parigi tre anni prima della sua nascita. Il padre di papà - me lo ricordo vagamente - era nato quando non esistevano le automobili, ed è quasi vissuto abbastanza da vedere l'uomo camminare sulla luna. La mia nonna paterna è ancora viva, ed è in grado di recitare perfettamente la sua poesia prediletta, che ha imparato prima della Grande Guerra. È una poesia di Longfellow, il quale l'ha scritta solo venticinque anni prima che lei nascesse. Papà era troppo giovane per combattere nella seconda guerra mondiale, ma alcuni suoi amici appena più vecchi ci sono morti. Tutti credevano in quella guerra: un'idea che per me è più remota di tutte le altre cose che ho elencato.


© 1997, Longanesi & C.

Gli autori
David Hays, dopo aver conseguito la laurea all'università di Harvard, ha lavorato per molti anni come scenografo nei maggiori teatri americani. Nel 1967 ha fondato il Teatro nazionale dei sordi, di cui è tuttora direttore. Marinaio da sempre, vive nel Connecticut.

Daniel Hays, laureatosi in scienze ambientali, lavora attualmente come supervisore a un programma terapeutico riservato ai giovani disadattati. Insieme con il padre David è il primo navigatore americano ad aver doppiato capo Horn su una barca inferiore ai dieci metri.



Jack Ritchie
Le tasse, la morte e tutto il resto

"Va bene, signor Billins. Da quanto tempo fa l'assassino?"
Sorrise. "Da sei anni".
"E paga l'imposta sul reddito?"
Annuì affabilmente. "Molte persone che esercitano professioni non ortodosse hanno commesso l'errore di non farlo e lo stato ha colto l'occasione per liberarsene. Poco corretto, non crede? Però è così".


Questo poche righe del racconto "Le tasse, la morte e tutto il resto", che dà il nome alla raccolta, sono indicatrici di quello che è il tono generale della scrittura di Ritchie.
Il lettore si sente perennemente "spiazzato". L'ironia che attraversa tutte le pagine non impedisce però la costruzione della suspence e la perfetta architettura di un "caso" poliziesco. Niente è meno cruento di questi racconti, dove domina l'intelligenza, uno sguardo sulla realtà (la realtà appunto deformata dal delitto) che vede anche l'altro aspetto, quello invisibile ai più, delle cose.
Ad esempio in "Benvenuti nella mia prigione", vittima e colpevole si scambiano il ruolo, oppure in "Soluzione salina" la sottile e non concordata complicità tra moglie e marito frenano lo spirito di conquista della giovane studentessa innamorata di lui, o in "I miei complimenti alla cuoca" l'assassino appare al lettore, fin quasi alla fine del racconto, la vittima innocente di una congiura di famiglia. Se "perturbante" è tutto ciò che rappresenta uno scarto dalla razionale prevedibilità delle cose, non rispettando il rapporto causa-effetto, si può dire che questi piacevolissimi racconti di Ritchie siano un esempio perfetto di questa categoria psicologica alla base di tutta la letteratura fantastica.


Le tasse, la morte e tutto il resto di Jack Ritchie
Traduzione di Sandro Ossola
Pag. 174, Lit. 16.000 - Edizioni Marcos y Marcos

Le prime righe
Dropout
Lo sceriffo Tate si presentò e poi si scusò. "Mi spiace disturbarla a quest'ora di mattina, signor Watkins, ma abbiamo bisogno di un avvocato".
Aprii un po' di più la porta della mia camera d'albergo. "Avete?"
"L'ufficio dello sceriffo" disse lui. "Abbiamo un tizio in stato di fermo che vuole confessare".
Guardai l'orologio. Erano le sette del mattino. "E allora lasciatelo confessare".
Tate sorrise tollerante. "Cerchiamo di stare al passo con i tempi da queste parti, signor Watkins. Non possiamo più accettare una confessione solo perché un fermato vuole renderla. Bisogna considerare i suoi diritti. Prima dobbiamo informarlo che non è costretto a dire una parola a meno che non lo voglia. È per via della sentenza Miranda, sa. Poi, se proprio insiste per confessare, è meglio per noi che parli in presenza del suo avvocato. Questo perché poi non possa ritrattare e dire che nessuno lo ha avvertito di niente. È tutto ben spiegato nell'opuscolo diffuso dall'Associazione Sceriffi".
"Be', senta, sceriffo," dissi "io devo occuparmi del mio lavoro. Uno dei miei casi sarà discusso davanti alla Corte Suprema dello stato oggi pomeriggio e io devo esserci".
"Questo non le prenderà più di mezz'ora" disse Tate. "La sentenza Miranda non dice per quanto tempo lei dovrà essere il suo avvocato. Voglio dire, lei lo rappresenta mentre rende la sua confessione, poi al processo potrà avere un altro avvocato".
Guardai le mie valigie pronte. "In questa città non c'è nessun avvocato?"
Lui annuì. "Ce ne sono due, ma questa settimana sono a Jefferson City. Il tribunale della contea è in sessione, sa". Spostò il suo peso da un piede all'altro. "Il fermato - Dawson si chiama - è stato preso mentre cercava di aprire la cassaforte dell'Harrigton's Superette".
Mi grattai il mento. "È lei che lo ha preso?"

© 1997, Marcos y Marcos

L'autore
Jack Ritchie (1922-1983) ha scritto quasi mille racconti, pubblicati sulle principali riviste americane di mistery. Da qualche anno, soprattutto in Europa, questi racconti vengono proposti in numerosi volumetti presso i principali editori. Ritchie è stato uno dei soggettisti preferiti da Hitchcock per la realizzazione dei suoi famosi telefilm.



Alberto Schön
Vuol dire
Dal diario di uno psicoanalista

"Queste storie sono tutte vere. Sono avvenute, vissute, ripensate, sorrise, sofferte. E sono tutte fittizie. Non è mai possibile raccontare una storia vera. Ognuna ha la sua quota di rielaborazione in fantasia. Come mi sento attore e comprimario, anche altri possono farlo. Ognuno regoli la variabile distanza dal vero. Ogni storia può diventare altre storie"

Entriamo con l'autore in un ambulatorio medico. Incontriamo i pazienti, che ci vengono descritti talora più approfonditamente, altre volte nei tratti essenziali per comprenderne la personalità. E non ne vorremmo più uscire, perché la narrazione è scorrevole a tratti ironica e autoironica, perché i protagonisti sono sempre interessanti, spesso affascinanti, a volte ispirano tenerezza e comprensione, oppure rabbia, ma non lasciano mai indifferenti. È il racconto delle esperienze dell'autore nell'ambulatorio neuropsichiatrico presso il quale per molti anni ha lavorato (come medico) nella Clinica delle malattie nervose e mentali dell'Università di Padova, arricchito da brani di psicoterapie e psicoanalisi effettuate altrove o riferite dai colleghi. La narrazione, dedicata in particolare a lettori non specialisti, è sviluppata in modo semplice e naturale, in un linguaggio non elaborato, non "tecnico" e con trascrizioni dialettali venete laddove se ne presentava la necessità per meglio comprendere la situazione. Quasi sempre si tratta solamente di accenni a vicende complesse, brevi "pennellate" che non indicano una terapia, non stabiliscono cause e rimedi e, forse, proprio in questo sta l'interesse e l'autenticità del libro. E, come lo stesso Schön scrive nelle prime pagine, denominate "Antefatti", "certe storie mostrano come in molte tragedie possa spuntare un sorriso".
Un capitolo finale di stampo teorico (non a caso intitolato "Fine delle storie") è dedicato all'analisi generale delle vicende narrate e del lavoro di psicoanalista, con particolare riferimento al rispetto per il paziente, all'attenzione e al tema del controtransfert.
Completa il volume una "risposta" di Antonio Alberto Semi all'opera di Schön, dal titolo "Vuol dire che bisogna sospendere il giudizio", in cui Semi afferma che il saggio concentra il suo fuoco su attenzione e giudizio, meglio "sui pericoli dell'attenzione e sul fatto che, in clinica, solo il collegamento tra sospensione del giudizio e disattenzione consente il recupero di una vera attenzione e di un conseguente giudizio di realtà".


Vuol dire. Dal diario di uno psicoanalista di Alberto Schön
134 pag., Lit. 30.000 - Edizioni Bollati Boringhieri, (L'esperienza psicologica e medica)

Le prime righe
Storie di ambulatorio, di apprendistato
Avanti. Attendere
L'ambulatorio è il luogo dell'avvistamento. Quando ciascuno avvista l'altro, può esservi il primo incontro con le persone. Altrimenti si tratta di equivalenti degli esami di laboratorio, o di osservazioni al microscopio. Ambulatorio indica l'andare camminando, deambulando. Credo che non basti. È meglio pensare che ci si avvicini, che vi sia una reciprocità di moto.
Veniva a farsi visitare perlopiù gente modesta, negli anni in cui si sono svolte queste scene, contadini, piccoli artigiani, impiegati, insegnanti. Tutti si rivolgevano alla celletta-ufficio della suora, una garitta di vetro, chiamata "la guardiola", dove in due metri quadrati scarsi operavano, oltre alla suora, due ragazze addette al telefono, agli appuntamenti, alle informazioni. Tutte, nelle ore tranquille, erano impegnate in vivaci chiacchiere, la parte più simpatica. Spesso per gli stessi motivi in guardiola soggiornavano due o tre medici e bisognava controllare attentamente i gesti, compresa la respirazione. Ma questo non sembrava dare fastidio. Solo l'Aiuto a volte protestava che non ci si girava e non riusciva a sentire cosa gli stesse dicendo il tizio al telefono. La suora o le inservienti compilavano le liste per le visite del giorno e avviavano i pazienti a uno dei quattro ambulatori in un corridoio piuttosto buio, dotato di scomode panche, operando in questa funzione una loro prima diagnosi, di solito corretta, certo anche per il fatto che non usavano, né conoscevano, il DSM. Questa diagnosi era importante, perché ogni medico aveva la sua specialità, o i suoi pallini, ed era meglio mettergli in nota i pazienti giusti, sennò si sentiva il rosario prima dell'ora.

© 1997, Bollati Boringhieri editore s.r.l.

L'autore
Alberto Schön è nato nel 1934 a Padova. È medico, neurologo, psicoanalista ed è membro ordinario della SPI (Società Psicoanalitica Italiana). Ha pubblicato anche, con Anna M. Accerboni, Le frontiere della psicoanalisi.



11 luglio 1997