Orson Scott Card
I figli della mente


"Il pianeta adottivo di Ender, Lusitania, è minacciato dalla stessa arma planetaria che egli stesso usò migliaia di anni prima. Lusitania ospita tre specie senzienti: i Pequeninos, una strana razza nativa; una vasta colonia di umani; e la Regina dell'Alveare, qui condotta dallo stesso Ender. Ma la Federazione Starways teme Lusitania e lo strano virus che si è propagato sul pianeta, quindi ha radunato una flotta per spazzarlo via.
Ender ha una vecchia amica, Jane, l'intelligenza artificiale che si è evoluta con lui nell'arco di tremila anni, ma la Federazione sta cercando di eliminarla, chiudendo la rete di computer e di ansible in cui vive; ha paura di lei e del controllo che può esercitare su tutte le comunicazioni umane.
Tuttavia Jane può salvare ugualmente le tre razze senzienti di Lusitania, perché ha imparato a far viaggiare le astronavi in una nuova dimensione dello spazio, materializzandole da un punto all'altro dell'universo, e quindi superando il limite della velocità della luce. Per fare questo le occorrono tutte le sue risorse, anche se la Federazione Starways sta chiudendo inesorabilmente la rete, un mondo dopo l'altro.
Ma c'è ancora una speranza; durante il primo viaggio, la mente di Ender ha assunto temporaneamente il controllo e ha creato due nuovi esseri ,una replica di suo fratello Peter, che era l'Egemone, e della sorella Valentine. Questi due figli della mente di Ender, insieme con quelli adottivi di Lusitania, lottano contro il tempo per scoprire nuovi mondi, per convincere la Federazione a richiamare la flotta, e infine per salvare Jane, cercando un luogo per accogliere la sua intelligenza incorporea una volta che la Rete Umana le sarà definitivamente preclusa."

I figli della mente di Orson Scott Card
Titolo Originale; Children of mind

Traduzione di Annarita Guarnieri
Pag. 365, Lit. 24.000 - Editrice Nord

Le prime righe
"IO NON SONO ME STESSO"

"Madre, Padre, ho agito bene?"

Ultime parole di Han Qing-jao, da
I Sussurri degli Dèi, di Han Qing-jao

Si Wang-mu venne avanti e il giovane di nome Peter la prese per mano per guidarla dentro l'astronave, mentre le porte si chiudevano alle loro spalle.
Una volta nella piccola stanza dalle pareti metalliche, Si Wang-mu sedette su una delle sedie girevoli e si guardò intorno, aspettandosi di vedere qualcosa di strano e di nuovo, ma a parte le mura di metallo quello avrebbe potuto essere un qualsiasi ufficio del mondo di Path, pulito ma non in maniera eccessiva, e arredato in modo pratico. Lei aveva visto in passato immagini olografiche di astronavi in volo: le affusolate navi da combattimento e le navette che entravano e uscivano dall'atmosfera, le vaste strutture rotondeggianti delle astronavi capaci di accelerare fino ad avvicinarsi alla velocità della luce quanto era possibile a oggetti fatti di materia... da un lato il potere penetrante e acuminato dell'ago, dall'altro quello massiccio del martello. Qui in questa stanza non c'era però potere di sorta, essa era soltanto una stanza.
Dov'era il pilota? Doveva essercene uno perché il giovane che le sedeva di fronte e che era impegnato a mormorare qualcosa nel ricevitore del computer non poteva certo controllare un'astronave capace dell'incredibile impresa di viaggiare più veloce della luce stessa, e tuttavia pilotare l'astronave doveva essere proprio ciò che stava facendo, perché non c'erano altre porte che conducessero ad altre stanze... e del resto poiché l'astronave era apparsa piccola già dall'esterno, era evidente che quella camera utilizzava tutto lo spazio disponibile. Laggiù in un angolo c'erano le batterie che immagazzinavano l'energia raccolta dai collettori solari posti sopra lo scafo, e in un contenitore che sembrava essere isolato come un refrigeratore dovevano esserci cibi e bevande, il che significava che il sostentamento vitale era garantito... ma dov'era il romanticismo di viaggiare fra le stelle, se questo era tutto ciò a cui si riduceva? Una semplice stanza.


© 1997, Casa Editrice Nord

L'autore
Orson Scott Card è nato nel 1951 ed è cresciuto in California, Arizona e Utah. Attualmente vive a Greensboro (North Carolina) con la moglie Kristine e i tre figli. Dopo aver frequentato la Brigham Young University, ha svolto varie attività prima di dedicarsi alla fantascienza, tra cui quelle di responsabile di una casa editrice universitaria, impresario di una compagnia teatrale e missionario in Brasile per la Chiesa dei Mormoni. Tornato negli Stati Uniti, ha intrapreso la carriera narrativa, debuttando col racconto "Il gioco di Ender" (1977) da cui ha ricavato il romanzo omonimo, vincendo il premio John W. Campbell come miglior autore esordiente. Sono però gli anni '80 a consacrarlo come autore di grande popolarità, grazie alla saga narrativa di Andrew "Ender" Wiggin, vincitrice del Premio Hugo e del Premio Nebula. La sua attività prosegue con; Ender III; Xenocidio , I ribelli di Treasor, Il popolo dell'orlo, Il settimo figlio, Il profeta rosso, Il custode dell'uomo.



Aldo Cazzullo
I ragazzi di via Po
1950-1961
Quando e perché Torino ritornò capitale


Questa è veramente la città che mi occorre
Friedrich Nietzsche, Lettera all'amico Overbek, Torino, 7 aprile 1888

Un grande elenco di nomi, di personaggi, di fatti decisamente interessanti, non solo per chi conosce Torino e le sue potenzialità, ma per tutti coloro che vogliano ricordare l'Italia degli anni Cinquanta.

Prima capitale d'Italia, cuore dell'industria automobilistica, sede della Sindone e del Museo Egizio: queste le banali informazioni che tutti gli italiani possiedono su Torino, città in gran parte misconosciuta. Ma il fermento culturale che la metropoli ha vissuto, specie nel periodo preso in considerazione dall'autore (1950-1961) è passato silenziosamente attraverso il tempo, in punta dei piedi, come del resto molti altri momenti vissuti dalla città. Ora Cazzullo ha tolto la "sordina" su quel magico decennio e ci svela come in quegli anni Torino fu realmente capitale culturale d'Italia. I nomi e gli episodi narrati sono talmente tanti da non poterli elencare tutti. La famiglia Agnelli, naturalmente, e in particolare Giovanni e Umberto, protagonisti in primo piano della vita cittadina. L'Einaudi di Pavese, Calvino, Foà, Bollati, Fruttero, Natalia Ginzburg, Massimo Mila, Norberto Bobbio, "Einaudi non badava soltanto alle ideologie, ma a circondarsi di persone intelligenti e attive nella cultura italiana", come afferma Paolo Boringhieri. E non manca il mondo dell'arte e del design, da Italo Cremona a Carol Rama, Ponte Corvo, Colombotto Rosso, Michelangelo Pistoletto, Pininfarina, Casorati, Armando Testa, Luciano Berio. Geymonat " raduna attorno a sé matematici come Frola, fisici come Persico e Conforti, biologi come Buzzati, filosofi del diritto come Leoni". La Torino politica de "l'Unità" di Palmiro Togliatti, Massimo Mila, Raf Vallone, e gli oppositori Giulio De Benedetti e Edgardo Sogno, ma torinesi di nascita o di formazione sono anche Giancarlo Pajetta e Umberto Terracini, Pietro Secchia e Luigi Longo, Ugo Pecchioli e Achille Occhetto. Gli intellettuali "puri" come Guido Ceronetti e Elémire Zolla, il collegio universitario di via Galliari con Umberto Eco e Claudio Magris, Edoardo Sanguineti e ancora l'università di Nicola Abbagnano, Luigi Pareyson e Giovanni Getto, con gli allievi Giorgio Barberi Squarotti, Folco Portinari, Gian Luigi Beccaria... e l'emarginazione, caratteristica negativa di questa città in fermento, "miete vittime" anche tra i più stimati intellettuali, come Nicola Tranfaglia, napoletano appena assunto alla "Stampa" che ha "trovato casa alla Crocetta. Il proprietario però è allarmato e chiede alla moglie: 'Ma lei ha sposato un oriundo?'. Solidale con il marito, la signora Tranfaglia se ne va" e la ricerca di un'abitazione deve riprendere...
Ricordi e impressioni di Norberto Bobbio, Furio Colombo, Gianni Vattimo, Gian Paolo Pansa e molti altri sono intercalati nelle pagine alla narrazione storica dei fatti.
Ma, al termine del libro rimane un dubbio, un quesito in gran parte irrisolto: perché "nella seconda metà degli anni Sessanta, dei ragazzi formatisi a Torino nel decennio precedente quasi nessuno è rimasto"?


I ragazzi di via Po. 1950-1961. Quando e perché Torino ritornò capitale, di Aldo Cazzullo
pag. VIII-296, Lit. 30.000 - Edizioni Mondadori, (Le Scie)

Le prime righe

IL PROFESSORE E L'AVVOCATO
La Fiat da Valletta agli Agnelli

La città sembra costruita da un solo impresario con i denari di un solo capitalista.
Herman Melville, Torino 1857

Il mattino del 19 dicembre 1945 non c'era il sole, ma nubi basse e un vento gelido, che dalle montagne dell'alta val Chisone soffiava su Villar Perosa e sul corteo funebre. In prima fila, dietro la bara, l'erede della dinastia, un ragazzo riccioluto di ventiquattro anni, Gianni Agnelli, tornato a casa da sei mesi, dopo aver risalito la penisola con le truppe alleate. Dietro di lui, i fratelli Giorgio e Umberto, le sorelle Clara, Susanna, Maria Sole e Cristiana, e i cugini Clara, Laura, Giovanni, Umberta ed Emanuele, figli di Carlo Nasi e Aniceta Agnelli, detta Tina, la zia di Gianni.
È il funerale di un uomo in disgrazia. Manca la vedova, la signora Clara Boselli, che il dolore non ha sottratto allo stato vegetativo in cui si trascina. Mancano i politici, vecchi e nuovi, i giornalisti, i notabili. Anche il giornale della famiglia e della città, "La Stampa", ribattezzata dai commissari che la amministrano "La Nuova Stampa", quasi ignora la morte del suo proprietario. Due giorni prima ha dedicato una pagina ai diari di Galeazzo Ciano, relegando l'altra notizia in un articoletto su due colonne: "In questo ultimi tempi egli era soltanto più l'ombra di se stesso. Il lottatore che sembrava temprato nell'acciaio era vinto ormai".
A mezzogiorno la salma di Giovanni Agnelli, cofondatore e presidente della Fiat, l'uomo che Piero Gobetti aveva definito "eroe solitario del capitalismo italiano" e Benito Mussolini "primo senatore del fascismo", scende nella tomba di famiglia a fianco della figlia Tina, del figlio Edoardo e della nuora Virginia Bourbon del Monte, madre di Gianni, la principessa bellissima e sorridente morta tre settimane prima, a quarantacinque anni, schiantandosi sull'auto che la portava da Roma a Forte dei Marmi.

© 1997, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

L'autore
Aldo Cazzullo è nato ad Alba nel 1966, giornalista, lavora a La Stampa, dove si occupa in particolare di politica e di cultura francesi. Collabora con la Rai e con la rivista Il Mulino. Nel 1996 ha pubblicato il saggio Il mal francese. Rivolta sociale e istituzioni nella Francia di Chirac (Ediesse) e il diario di viaggio Dio d'Oriente (Liber Internazionale).



Driss Chraïbi
L'ispettore Alì e la C.I.A.

L'alba dell'ispettore Alì: una laboriosa colazione, citazioni di poeti, i sensi tutti all'erta e un nuovo caso da risolvere.

Una serie di morti misteriose di personaggi importanti portano le indagini su una pista internazionale. Alì non ha più una gran voglia di trovare assassini e scoprire colpevoli, preferirebbe dedicare il suo tempo all'amore e alla poesia, ma rincorre il nuovo indiziato attraverso gli States, la Gran Bretagna e il Canada, per una consistente ricompensa in dollari.
Non ha molti elementi per trovare l'assassino, solo l'indicazione che il colpevole ha lunghe mani affusolate e ben curate.
In mezzo ai misteri e alle difficoltà della risoluzione però resta come motivo conduttore l'amore di Alì per la bella Sophia, ispiratrice di dolci poesie, sua moglie da un anno.
Le pagine in cui vengono descritte le conversazioni trai due sono piene di allegria e vitalità, elementi che caratterizzano proprio tutta la personalità del detective.
Anche l'incontro col giornalista "Salomone" è inconsueto: il tema più appassionante dei loro discorsi non è l'inchiesta poliziesca, ma la poesia che entrambi considerano "l'emozione in ogni istante della vita". Il mistero si risolve, e il romanzo si conclude, a Casablanca, tra musiche andaluse e raffinatezze incredibili quasi a fare da contrapposizione alla banalità della puritana cultura americana.


L'ispettore Alì e la C.I.A. di Driss Craïbi
Titolo originale: L'inspecteur Ali et la C.I.A.

Traduzione di Giulia Colace
Pag.125, Lit. 16.000 - Edizioni Marcos y Marcos (Le Foglie 56)

Le prime righe
L'alba cambiò il ritmo della sua respirazione, come se stesse emergendo dall'ultimo sogno della notte. Fra qualche istante si sarebbe svegliata - un solo attimo del tempo siderale. In piedi davanti alla finestra spalancata, l'ispettore Alì guardava, ascoltava il mare. Le tenebre si sfilacciavano a falde, le stelle impallidivano nel cielo, si stemperavano come intermittenti arrivederci. In un crescendo discontinuo, l'oceano Atlantico riprendeva forma e colore; la sua voce diveniva più giovane e più antica al tempo stesso. Si arricchiva di accenti più ampi e più profondi, di bronzo, di roccia e di desiderio d'eternità. E tutt'a un tratto nacque l'alba: sorta da dietro l'orizzonte, una nota luminosa fendé l'immensità liquida fino alla spiaggia in un'abbagliante nota musicale. Un'altra nota venne ad avvolgere la prima con il suo canto e il suo splendore, poi un'altra, un'altra ancora... tutta una sinfonia di toni e tinte con cui i giorni trascorsi generavano una nuova giornata. Prima dell'immagine, c'era il riflesso dell'immagine; prima del suono, la risonanza del suono, in una creazione e in un rinnovamento infiniti. All'unisono, le onde si misero a danzare. Tutte.
Nel parco popolato di sicomori, di lecci e di arbusti odorosi, un succiacapre lanciò un trillo modulato. Uno storno gli rispose quasi subito, poi un merlo, un verzellino, un colombaccio. Su un sottofondo di marea crescente, crebbe l'azione di ringraziamento del popolo degli uccelli. L'ispettore Alì chiuse lentamente la finestra, come a malincuore. Se rabbrividiva, era forse di freddo. E se provava qualcosa, era un sentimento di abbandono, come se si sentisse orfano rispetto a quel che era diventato: uno sbirro.


© 1997, Marcos y Marcos

L'autore
Driss Chraïbi (Magazan, 1928) è considerato il patriarca della letteratura magrebina contemporanea. Autore di una quindicina di romanzi, è stato il primo fra gli scrittori arabi a trattare il tema dell'identità culturale e razziale. Fra i suoi libri pubblicati in Italia, ricordiamo L'ispettore Alì (Zanzibar, 1992) e L'ispettore Alì al Trinity College (Marcos y Marcos, 1996)..



Colin Harrison
Notturno di Manhattan

"La mia regola per la vita quanto per il lavoro, è questa: evita le cazzate più ovvie. È una buona regola e vorrei averla rispettata più spesso."

Il protagonista, il romanzo è scritto in prima persona, si chiama Porter Wren ed è cronista di un giornale di New York. La concorrenza è spietata ma, ormai trentottenne, Porter ha imparato che può emergere se sa raccontare quello che gli altri giornalisti "non sanno vedere".
Tutto improvvisamente però cambia quando appare sulla scena Caroline Crowley, soprattutto la sua serenità coniugale.
Caroline ha del materiale sconcertante da mostrare a Porter, le foto di un cadavere piuttosto malconcio: il suo ex marito, un famoso regista, morto molto misteriosamente.
Nel frattempo però si devono affrontare i consueti casi di morti strane: chi muore cadendo da un ponte, senza perdere il berretto; chi viene uccisa perché non vuole più sposarsi, stringendo però sul cuore il suo abito da sposa.
Tra un lavoro e l'altro Caroline gli fa anche vedere una cassetta girata dal marito, una strana, inquietante dichiarazione d'amore per lei. E intanto gli confida un suo "piccolo problema", che si rivelerà tutt'altro che piccolo.
E poi ci sarà la scoperta di un cadavere, seminascosto dalla neve e una storia maledettamente complicata che metterà a repentaglio Porter e la sua famiglia.


Notturno di Manhattan di Colin Harrison
Titolo originale: Manhattan Nocturne

Traduzione di Maura Parolini e Matteo Curtoni
Pag. 443, Lit. 30.000 - Edizioni Garzanti (Narratori moderni)

Le prime righe
Io vendo violenza, scandali, omicidi e sciagure. Oh, Gesù, è proprio questo che faccio. Vendo le sofferenze dei poveri e le vanità dei ricchi. Bambini che cadono dalle finestre, convogli della metropolitana in fiamme, stupratori che si dileguano nel buio. Vendo rabbia e redenzione. Vendo il muscoloso eroismo dei pompieri e l'affannosa avidità dei boss mafiosi. Il fetore della spazzatura, il tintinnio dell'oro. Vendo il nero al bianco, il bianco al nero. Vendo ai Democratici e ai Repubblicani e ai fautori del libero arbitrio e ai musulmani e ai travestiti e agli abusivi del Lower East Side. Ho venduto John Gotti e O. J. Simpson e i terroristi del World Trade Center, e venderò chiunque altro verrà domani. Vendo la menzogna e quella che passa per verità e ogni sfumatura tra le due. Vendo i neonati e vendo i morti. Vendo le rovine e le meraviglie della città di New York alla sua stessa gente. Vendo notizie.
Il Sindaco mi legge a colazione, e gli agenti di borsa danno un'occhiata ai miei articoli sul treno dal New Jersey, e così anche i vecchi portuali italiani che siedono davanti ai loro portoni a Brooklyn, masticando sigari spenti, e le infermiere sull'autobus che da Harlem porta al Lennox Hill Hospital. Mi legge la gente della TV, che a volte ruba le mie storie. E il pakistano seduto nel suo taxi fuori dal Madison Square Garden, che, per riuscire a capire l'America, legge qualsiasi cosa.

© 1997, Garzanti Editore s.p.a.

L'autore
Colin Harrison è caporedattore di "Harper's Magazine". Ha scritto due thriller di successo, Bodies Electric e Break and Enter. Vive a New York, con sua moglie Kathryn, anche lei scrittrice.



Giuseppe Turani
Scappiamo in Europa
L'ultima occasione per salvarci dallo sfascio

"Gli italiani passeranno da un reddito pro capite di circa trenta milioni l'anno a uno di oltre cinquanta. E questo mi sembra un dato che dovrebbe essere in grado di accontentare tutti: maggioranza, opposizione, ulivisti, polisti."

Il titolo può far ipotizzare una visione pessimistica della situazione italiana, dei suoi sviluppi, delle prospettive (le parole "scappiamo" e "sfascio" hanno chiaramente una connotazione negativa). Invece la lettura del libro , soprattutto nei primi capitoli, offre una lettura assolutamente, e originalmente, ottimistica del futuro dell'economia italiana, del tenore di vita dei suoi abitanti (sempre e solo i 57 milioni di oggi anche nel 2005), del benessere che dovrebbe avvolgere le nostre vite a partire dal 1988. Tutto ciò, naturalmente, se continuiamo a comportarci bene, a non fare i gravi errori compiuti negli anni Ottanta, a non rendere vani quei continui e significativi miglioramenti ottenuti in questi ultimi cinque anni.
L'intera Europa, comunque, secondo Turani, renderebbe i suoi abitanti "ricchi e fortunati" e non vedrebbe vacillare il suo primato di benessere incalzata dalla mondializzazione. Anzi, i paesi dell'Oriente e l'America Latina avrebbero sì uno sviluppo delle loro economie, ma molto, molto lento. "In sostanza, in Asia ci sarà la gran parte della popolazione mondiale (i due terzi), ma ci sarà appena un terzo della ricchezza mondiale. Gli americani e i canadesi, con il 6 per cento della popolazione mondiale, avranno invece il 24 per cento della ricchezza mondiale. E l'Europa, con il 9 per cento della popolazione, arriva ad avere il 30 per cento della ricchezza prodotta nel mondo".
Da un certo punto di vista (da quello di un europeo occupato) la situazione è rosea.
Ben più severa è l'analisi del recente passato, di quello che l'Italia, sia nel suo ceto politico, che in quello industriale, è riuscita a combinare. Corruzione, malaffare, stupidità: queste sembrano essere le "doti" dei politici e degli industriali di casa nostra, veri responsabili (e non certo l'entrata in Europa) delle difficoltà di questi ultimi anni.
In ogni caso, il domani, può essere guardato con ottimismo se entriamo in Europa, unico autentico vaccino ai nostri mali "endemici", vera possibilità di rigenerazione e di crescita democratica.



Scappiamo in Europa. L'ultima occasione per salvarci dallo sfascio di Giuseppe Turani
Pag. 138, Lit. 22.000 - Edizioni Baldini & Castoldi (I Saggi 91)

Le prime righe

I. L'Europa dietro l'angolo

A. Due domande
Ma è così importante andare in Europa?
Basta aprire un qualsiasi giornale o accendere una qualsiasi televisione per vedere che questa è la domanda che ricorre, insistente, ossessiva, ormai da mesi. Accompagnata da quella che possiamo considerare la sorella gemella (nella famiglia delle domande), e cioè: riusciremo a rispettare in tempo i famosi criteri di Maastricht? Criteri che sono tanti e molto complicati, anche se tutti abbiamo capito che quello che conta è soprattutto uno, che è anche il più difficile: entro la fine del 1997 il disavanzo pubblico (della pubblica amministrazione) deve essere uguale, al massimo, al 3 per cento del Pil, il Prodotto interno lordo.

In termini pratici, rispettare questo parametro significa riuscire ad avere nel 1997 una differenza fra le entrate e le uscite pari al 3 per cento dell'intero Pil. Poiché quest'ultimo dovrebbe essere uguale a due milioni di miliardi, se ne ricava che il disavanzo pubblico non dovrà essere superiore ai 60 mila miliardi di lire.
Ci si chiede, e con accanimento, si scommette persino, se l'Italia riuscirà a rispettare questo criterio, e con qualche ragione. Infatti, il nostro disavanzo pubblico, nel 1995, appena due anni fa, era fermo al 7 per cento del Pil, cioè a più del doppio di quello che dovremmo far registrare quest'anno. E anche nel 1996 non siamo andati benissimo. L'anno scorso il disavanzo sul Pil è stato pari al 6,8 per cento. Per arrivare al 3 per cento entro la fine del 1997 dovremo ridurre il nostro disavanzo di oltre il 50 per cento. Impresa che molti giudicano priva di senso e impossibile.

© 1997, Baldini&Castoldi s.r.l.

L'autore
Giuseppe Turani è stato per anni inviato dell'"Espresso" (di cui è stato anche vicedirettore) e di "Repubblica". È stato editorialista del "Corriere della Sera" e del "Mondo". Autore di importanti libri - da Razza padrona (Feltrinelli 1974), scritto con Eugenio Scalfari, al recente I sogni del Grande Nord (Il Mulini 1996) -,oggi è inviato ed editorialista di "Repubblica" e direttore del mensile "Uomini & Business".



20 giugno 1997