Mia Farrow
Quel che si perde
Memorie

Quel che si perde lungo il cammino, ma anche quel che si conquista: tra malattie, matrimoni, figli e cinema, la vita di una donna "speciale" ma uguale a tante altre.

Possiamo suddividere in due grandi gruppi i lettori potenziali di questo libro: quello allegro dei "curiosi" del mondo dello spettacolo, e quello dei lettori "sofferenti", che sfogliano le pagine con "timore", con la paura di incontrare l'immagine di un mito caduto, di scontrarsi frontalmente con il vero volto di Woody Allen.
Nel libro, naturalmente, non si parla esclusivamente del rapporto tra l'attrice e il regista: la vita della Farrow, che nasce da due genitori già popolari nel mondo del cinema (Maureen O'Sullivan, attrice nota per le sue interpretazioni di "Jane" nei film della serie Tarzan e John Villiers Farrow, regista di origine australiana) è ricca di avvenimenti, di unioni, di figli, di fratelli, di amicizie importanti, di film... ma le pagine dedicate ad Allen (del resto moltissime), per la loro drammaticità, l'intensità della narrazione e il forte impatto che hanno sull'immagine pubblica del regista newyorkese, sono le più attese e le più importanti, forse, dell'intera autobiografia.
Grande ottimismo e positività trasmettono invece i paragrafi dedicati alla sua famiglia e al suo ambiente d'origine (descritto in modo quasi mitico) e ai figli, nati da più unioni e adottati nell'arco di una vita dall'attrice che ad essi si è sempre dedicata con affetto e di cui parla con orgoglio.
Per rimanere in tema cinematografico, quasi una citazione dal celebre "Lenny" con Dustin Hofmann l'appendice, in cui viene riportato il testo della sentenza della Corte Suprema nella causa avviata da Woody Allen contro Mia Farrow per l'affidamento dei figli Dylan, Satchel e Moses.

Quel che si perde. Memorie di Mia Farrow
Titolo originale dell'opera: What Falls Away

Traduzione di Mariapaola Dèttore
310 pag. e illustrazioni, Lit. 28.000 - Edizioni Mondadori, (Ingrandimenti)

Le prime righe
Avevo nove anni quando la mia infanzia terminò. Il giorno prima, un sabato, avevamo festeggiato il mio compleanno e non era andata molto bene. Il nostro giardino era invaso da sani ragazzini rumorosi e io provavo una sensazione che avevo imparato a conoscere bene nelle ultime settimane: quella di osservare ogni cosa come da molto lontano. Mia madre mi aveva portata da vari medici ma nessuno era riuscito a individuare la causa della stanchezza e dell'insonnia di cui soffrivo.
Così, alla festa per i miei nove anni, ero ormai abituata a sentirmi fiacca e indolenzita: me ne stavo seduta su un muretto a guardare i miei amici che giocavano a palla sul viale. Quando la palla finì contro i mattoni proprio sotto di me, tutti si misero a strillare: "Dài, rimandala, sbrigati!". Ricordo chiaramente di essermi detta: "Meglio di no". Ma ugualmente mi lasciai scivolare giù dal muretto e una fitta improvvisa, molto dolorosa, mi percorse gambe, schiena, collo, e io finii lunga distesa a terra. Gli amici mi si radunarono attorno e io cercai di ridere: ero umiliatissima. Era il mio compleanno e non riuscivo neppure a rimettermi in piedi. Poi Eileen, la nostra cuoca irlandese, e Barbara o Lucille, non ricordo quale delle due tate, mi misero a letto e io rimasi là distesa e immobile ad ascoltare i rumori allegri della festa.
L'indomani era domenica, e negli anni Cinquanta non andare a messa era peccato mortale, ma alzandomi caddi di nuovo per terra. Sentivo male dappertutto. Brutto segno quando il dottor Shirley, il nostro pediatra, comparve nella nursery e neppure mi sorrise.

© 1997, Arnoldo Mondadori Editore

L'autrice
Maria Villiers Farrow è nata a Los Angeles nel 1945 ed è una delle attrici più famose di Hollywood. Ha debuttato nel 1963 con il serial televisivo Peyton Place. Tra i suoi film più noti: Rosemary's Baby di Roman Polanski, Zelig e Radio Days di Woody Allen.



Torgny Lindgren
Per amore della verità
resoconto del corniciaio Theodor Marklund di sua stessa mano

Un modesto e ingenuo corniciaio si imbatte contemporaneamente in un capolavoro d'arte (vero o falso?) e nella difficile personalità di una rockstar "costruita", Paula.

In tutti i suoi romanzi Lindgren "gioca di fantasia con storie e personaggi di un mondo che sembra fermo nel tempo, avulso e lontano dalla nostra moderna civiltà" come afferma Carmen Giorgetti Cima nella prefazione al volume, e prosegue "Con Per amore della verità, uscito in Svezia nel 1991, compie un'operazione ancora più ardita: riesce infatti a scatenare la fantasia intorno a una storia che appartiene in tutto e per tutto ai giorni nostri. Basta dire che il personaggio centrale, Paula, è una rockstar: perfetto emblema dei valori distorti che governano la nostra epoca idolatra, manipolata dai media, votata al culto dell'immagine e del successo. Paula è falsa già a partire dal suo nome; è stata costruita con diabolica abilità dal suo disinvolto manager che la sfrutta prima come bambina prodigio e poi come adolescente trasgressiva, capace di mandare in delirio le platee di mezzo mondo". Senza una vera famiglia e senza radicati affetti, l'unica figura di sostegno ai sentimenti calpestati di Paula è un vecchio amico, "figlio di corniciai e corniciaio a sua volta, con il quale ha diviso i momenti felici della prima infanzia. È questo giovane uomo, stravagante come si conviene a un tipico personaggio di Lindgren, che si propone di salvarla dalla sua esistenza di aberrante falsità e lo farà attraverso una serie di avventure strabilianti, tragicomiche e grottesche che hanno come punto di partenza la scoperta di un capolavoro sconosciuto del grande pittore surrealista svedese Nils von Dardel."
Il romanzo si propone anche come momento di riflessione sui concetti di vero e falso, di autenticità e falsità, dove l'autenticità è una qualità intrinseca dell'opera (in questo caso l'opera d'arte, il quadro di von Dardel) e non ha nulla a che vedere con l'esecutore. Come sottolinea ancora Carmen Giorgetti Cima, "romanzo anche filosofico dunque, con quel Schopenhauer che occhieggia continuamente tra le righe, ma soprattutto gioco narrativo che nella sua brillante imprevedibilità finisce quasi per ricordare proprio un quadro del mitico Dardel".

Per amore della verità di Torgny Lindgren
Titolo originale dell'opera: Till sanningens lov
Traduzione dallo svedese e introduzione di Carmen Giorgetti Cima
281 pag., Lit. 26.000 - Edizioni Iperborea

Le prime righe

Ovunque. Ovunque. Purché sia lontano
da questo mondo.

Baudelaire

La vidi non appena entrai nella sala d'aste di Ryda. Era appesa alla parete di fondo, in mezzo a una decina di pastelli, paesaggi a olio e vedute aeree di tenute di campagna.
Oggi, a posteriori, sono quasi portato a credere che fu lei a chiamarmi al di sopra delle teste di tutta la gente che affollava la sala.
Non ricordo come riuscii ad avvicinarmi, devo essermi gettato a capofitto a spinte e urtoni, pestando i piedi alla gente, come se ne andasse della mia vita. Esattamente quel che non si deve fare quando si esaminano gli oggetti all'asta. Ma nessuno mi prestò attenzione. E nessun altro pareva averla scoperta.
La Madonna del pugnale. Anche se allora naturalmente non si chiamava così, non aveva nome, furono i giornalisti che cominciarono a darle questo, più tardi.
Era avvolta in un manto color rubino, i capelli d'oro intrecciati in un anello di luce intorno alla fronte, le labbra leggermente socchiuse come se avesse voluto dire qualcosa, senza riuscirci. Una figura di rara bellezza con uno sguardo perfettamente puro. E nella mano destra stringeva il pugnale, quel pugnale che alcuni critici hanno voluto interpretare come un simbolo fallico.
Non posso naturalmente affermare che la riconobbi. Eppure non ho altro modo per esprimerlo: La riconobbi.
Adesso so che il pugnale risale al quattordicesimo secolo, è moresco e fatto d'argento e di rame, ed è conservato nel palazzo vescovile di Senlis.
E non arrivavo a capire come un quadro del genere fosse potuto finire lì, nella sala d'aste di un piccolo paese di campagna nel cuore della Svezia.

© 1997, IPERBOREA S.r.l.

L'autore
Torgny Lindgren è nato nel 1938. Ha raggiunto il successo internazionale con Il sentiero del serpente sulla roccia, racconto-monologo del 1982. Molti dei suoi libri sono stati tradotti nelle principali lingue. Tra i titoli tradotti in italiano, Betsabea (1989), che ha ottenuto in Francia il Prix Fémina, e la raccolta di racconti La bellezza di Merab (1990). All'inizio degli anni Novanta è stato eletto membro della prestigiosa Accademia di Svezia.



Amin Maalouf
Gli scali del Levante

"L'avvenire non abita tra le mura del passato"

Colui che racconta la sua storia, l'immagine dell'uomo che l'autore aveva visto su un suo libro di scuola e che ritrova in carne ed ossa in un incontro casuale, rappresenta fin dall'inizio l'incontro con una cultura che non ha confini geografici. Al matrimonio del padre, un principe, nipote di un sovrano, ad esempio, sono presenti turchi, armeni, arabi, greci ed ebrei, le varie comunità dell'Impero Ottomano. In quell'epoca uomini "di tutte le origini vivevano gli uni accanto agli altri negli scali del Levante e mescolavano le loro lingue" quasi a prefigurare un futuro di cui Maalouf è portavoce e protagonista, e questo è in effetti il valore e il significato che questo libro vuole avere.
Il padre del narratore lo educa a diventare "un grande dirigente rivoluzionario", ed essendo un vero despota illuminato, rappresenta una specie di incubo per il figlio che già nel nome Ossyan (Rivolta, Ribellione), appariva predestinato a questa scelta paterna.
Invece il giovane Ossyan aveva in mente studi di psichiatria e di medicina e riesce ad accedervi grazie alla sorella che sa convincere il padre che questa strada in realtà gli renderà più facile l'altra, quella di rivoluzionario e così può imbarcarsi, destinazione Marsiglia, per frequentare in Francia l'università.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale, le dichiarazioni di Pétain, le leggi razziali promulgate a Vichy, non sembrano provocare in lui grandi turbamenti fino, almeno, a una discussione in birreria. Da quel momento la sua vita cambia: inizia la sua collaborazione con la Resistenza. La storia d'amore che il protagonista-narratore vivrà sarà poi con una donna che si batte per un'altra ingiustizia, quella contro gli arabi, e, nonostante le difficoltà, la ragazza, Clara, riuscirà a diventare sua moglie. A Parigi prima e a Haifa poi si festeggeranno le nozze: ma durante la festa in Libano già si sentono i primi spari: un "tornado stava per abbattersi sul Levante".
Ossyan parte, proprio quando Clara sta per dargli un figlio, per correre al capezzale del padre, e così si trova a Beirut, separato da una frontiera invalicabile. Il padre muore, una insolazione lo costringe a letto per più di un mese e lo lascia in una situazione di alienazione mentale. Ricoverato in una clinica per malattie mentali, vi resta chiuso quattro anni, finché il fratello, diventato un potente uomo d'affari, non lo fa uscire per un pranzo ufficiale a cui partecipava Bertrand, ora ministro francese, un tempo compagno di Ossyan nella Resistenza. L'intorpidimento provocato dai sedativi impediscono però al narratore di lanciare all'amico un grido di aiuto.
Passano gli anni, sempre in manicomio, e l'unico elemento che lo tiene in vita è la mancanza di energia per darsi la morte, mentre il fratello, personaggio sempre più ambiguo, diventa ministro.
Ma ecco riappare la speranza nella persona della figlia ormai ventenne, Nadia, che, andata in Francia a studiare, incontra Bertrand, il vecchio amico del padre, ex eroe della Resistenza che le riaccende nel cuore la figura lontana del padre. Si precipita subito a Beirut, ottiene dai medici la possibilità di incontrarlo e gli consegna una lettera, nascondendola in un libro. Ossyan resterà per anni in attesa di un ritorno della figlia e cercherà giorno dopo giorno di recuperare un po' di normalità.
Anni Settanta, violenza nelle strade che si avverte anche all'interno dell'ospedale. E poi la guerra vera e propria, la fuga del direttore, le porte aperte del manicomio, la fuga e infine l'ambasciata francese, la salvezza. Questa tragica vicenda di vita è intervallata da brevi intrusioni dello scrittore che ci descrive il luogo o il momento del colloquio col narratore, con molto pudore e grande rispetto, ma l'elemento che più resta impresso nel lettore è questa ricchezza di culture così diverse tra loro e nello stesso tempo così intrecciate da rappresentare una nuova più ricca cultura: quella dell'umanità.


Gli scali del Levante di Amin Maalouf
Titolo originale dell'opera: Les échelles du Levant

Traduzione di Egi Volterrani Pag. 192, Lit.26.000 - Edizioni Bompiani (Le Finestre)

Le prime righe
Questa è una storia che non mi appartiene, racconta la vita di un altro. Con parole sue, che ho soltanto risistemato quando mi sono sembrate poco chiare o prive di coerenza. Con le sue verità, che valgono quanto valgono tutte le verità.
Che mi abbia mentito qualche volta? Non lo so. Non su di lei, in ogni caso, sulla donna che ha amato, non sui loro incontri, sui loro sbandamenti, le loro convinzioni, le loro disillusioni; ne ho la prova. Ma delle sue motivazioni personali nelle diverse tappe della vita, sulla sua famiglia così poco comune, di quella strana marea del suo modo di ragionare - voglio dire quei flussi e riflussi dalla follia al buon senso, dal buon senso alla follia - è possibile che non mi abbia detto tutto. Penso, comunque, sempre in buona fede. Senza dubbio mal sicuro nella memoria come nei giudizi: questo voglio pur ammetterlo. Ma costantemente in buona fede.
È stato a Parigi che l'ho incontrato, per caso, in un vagone della metropolitana, nel giugno del 1976. Ricordo di aver mormorato: "È lui!" Mi sono bastati appena pochi secondi per riconoscerlo.


© 1997, R.C.S. Libri & Grandi Opere S.p.A.

L'autore
Amin Maalouf è nato in Libano nel 1949 da una famiglia per generazioni illustre di letterati e giornalisti. Dopo gli studi universitari nel campo dell'economia e della sociologia, si è trasferito a Parigi nel 1976. Il suo primo libro, Les Croisades vues par les Arabes (1983) è ormai un classico tradotto in moltissime lingue. Ha successivamente pubblicato cinque romanzi: Lèon l'Africain (1986), Sarabande (1988, Prix des Maison de la presse), Le Jardin de Lumière (1991), Le I siècle après Béatrice (1992), Le Rocher de Tonios (1993, Prix Goncourt), edito in Italia nel 1994 da Bompiani col titolo Col fucile del Console d'Inghilterra.



Candia McWilliam
Terra di confine

"Il mare contava come spazio, pur essendo al di fuori della barca? Sicuramente era piuttosto uno spazio esterno e la sua distesa era troppo grande per figurarselo come la stanza silenziosa di una casa o di uno studio."

La vita in mare crea strani e particolari rapporti di convivenza tra le persone: necessariamente si attenuano i desideri di scontro, isolarsi è difficile, e tutti recitano un ruolo che si assegnano all'inizio del viaggio. Anche il ricordo ha un peso particolare, tutti vivono contemporaneamente in quel preciso luogo e anche altrove, nei luoghi che la memoria riaccende. In "Terra di confine", la Polinesia e la Scozia, colori e luci sono ben diversi, tutto sfumato e ovattato in Scozia, colori vibranti e accesi in Polinesia.
Anche i bambini crescono in modo particolare su una nave. La loro educazione deve adeguarsi alle particolari condizioni di vita, il rapporto con gli oggetti, gli animali e gli esseri viventi in generale, è strettamente collegato ad uno spazio ristretto e nello stesso tempo libero.
Gli adulti sono strani, a volte sembrano sopraffatti dai ricordi, dominati dall'angoscia, eppure basta un attimo, il colore intenso del mare, una conchiglia, per ridar loro una leggerezza infantile.
La tempesta, poi, è il momento della verità. Quando il rischio è tangibile, quando non si può più giocare, quando la morte sembra vicina, rinascono sentimenti che sembravano spenti. C'è di nuovo il coraggio, la voglia di combattere, la speranza di chiarezza affidata a una prova decisiva, la riscoperta dei sentimenti più semplici e più immediati, la propria e l'altrui umanità.

Terra di confine di Candia McWilliam
Titolo originale: Debatable Land

Traduzione di Ilaria Dagnini Brey
Pag. 236, Lit. 35.000 - Edizioni Bollati Boringhieri

Le prime righe
Uno
A casa di Alec, quando era bambino, le pulizie si facevano con tale fervore da sembrare quasi una specie di espiazione. Una cosa, però, non si riusciva a lavare ed era un lontano, rivierasco sentore di pesce che al padre e alla madre era penetrato nella carne.
Oggi, a quasi quarant'anni, guardava dalla finestra dell'albergo quel mare del sud cui stava per consegnarsi. Il bagaglio per la traversata era pronto e ora non gli restava che raccogliere i suoi pensieri. Oltre il viale che costeggiava l'albergo c'era un lembo di Pacifico, docile e oleoso da questo lato a ridosso del molo, imponderabile più in là, dove l'azzurro accoglieva l'ampia volta del cielo. Il suo Mare del Nord non si era mai liquefatto in un simile blu. L'aria calda qui non si muoveva, ma era sospesa e sprofondava sotto il suo stesso peso. Pensava all'aria polemica della Scozia. Quel pensiero riusciva quasi a scacciare la nostalgia di casa.
Se ne era andato così lontano per vederlo con chiarezza. Era un pittore e come tale viveva per la luce, ma ora temeva che quella della mente gli si stesse spegnendo. Aveva deciso di vivere sull'acqua in compagnia di sconosciuti e ora doveva mantenere l'impegno, se non voleva perdere la stima di sé. Sapeva navigare, gli avrebbero dato vitto e anche un piccolo salario. Aveva trovato una barca. Non rimaneva che salpare.

© 1997, Bollati Boringhieri editore s.r.l.

L'autrice
Candia McWilliam è nata a Edimburgo nel 1955. Terra di confine è il suo terzo romanzo, dopo A Case of Knives (1987) e A Little Stranger (1989). Nel 1994 una giuria composta, tra gli altri, da Doris Lessing e Salman Rushdie l'ha segnalata sulla prestigiosa rivista inglese "Granta" tra i venti migliori giovani autori britannici.



Alison Owings
"Frauen"
Le donne tedesche raccontano il Terzo Reich

Non si può dire che la storiografia ufficiale abbia mai preso in grande considerazione la "voce" delle donne. Non è una novità, non è una particolare scoperta e non si intende fare né in questa sede, né nel volume, un processo a questa carenza culturale. Ma senza dubbio il libro di Alison Owings, americana appassionata di storia "al femminile", colma una lacuna. Le sue interviste, i suoi colloqui con donne reduci dal tragico periodo storico tedesco del Terzo Reich, forniscono nuovi interessantissimi spunti di riflessione. Il libro è frutto di una accurata indagine svolta tra molte donne tedesche che all'epoca avevano mediamente un'età compresa tra l'adolescenza e la prima giovinezza e che vissero nel Terzo Reich per tutti i dodici anni del suo regime. Donne integrate nella società tedesca, ariane, naziste o antinaziste, sposate o nubili, con figli o meno, ma tutte desiderose di esprimere in qualche modo, seppur a distanza di tempo (o forse proprio per questo) le proprie sensazioni, i ricordi, le esperienze tragiche (ed anche talvolta, sommessamente, quelle felici) di un periodo così cruciale della storia dell'umanità.
Un nuovo punto di vista su una realtà di per sé poco analizzata: la Germania vista dall'interno, da chi era parte integrante del Terzo Reich, da chi rappresentava il ruolo di "nazista" oppressore. E così leggiamo il racconto di Frau Wilhelmine Körner (che aveva aiutato le vittime del nazismo) e quello di Charlotte Müller (testimone delle atrocità dei campi di sterminio) o di Frau Margarete Sobiekowski, la più anziana delle intervistate (classe 1895) che afferma, a seguito della domanda della Owings "Cosa provava a essere tedesca, sapendo che il popolo tedesco aveva edificato i campi di concentramento?" "La cosa terribile era che non si poteva farci niente. Sotto Hitler eravamo del tutto privi di potere. Non si poteva nemmeno esprimere un pensiero libero, per l'amor di Dio".
Un libro nato con una regola fondamentale di lavoro stabilita dall'autrice: "Sbrigati-finché-sono-ancora-vive" che tuttavia al termine, dovendo sottostare a limiti di tempo e di disponibilità, si è tramutata in un nuovo mantra "Non-puoi-intervistarle-tutte".


"Frauen". Le donne tedesche raccontano il Terzo Reich di Alison Owings
Titolo originale dell'opera: Frauen. German Women Recall the Third Reich

Traduzione dall'americano di Massimo Birattari e Carlo Capararo
371 pag., Lit. 35.000 - Edizioni Mursia, (Testimonianze fra cronaca e storia. Fascismo, nazismo e antifascismo)

Le prime righe
DIECI VOLTE MADRE, E TANTO CIBO IN PIU'
(Frau Wilhelmine Körner)

Da bambina, Wilhelmine aveva un'amica che era nata con gambe di lunghezza leggermente diversa, e aveva difficoltà a camminare. "Le piaceva venire a passeggio con me, perché così poteva appoggiarsi." Mentre la ragazza si reggeva a lei, Wilhelmine le zoppicava allegramente a fianco, per imitazione, finché sua madre non la fece smettere.
Frau Körner narrava l'aneddoto con la stessa franchezza che riservava ad altri racconti della sua infanzia. La sua parlata ricordava in alcuni tratti il dialetto delle pianure della Germania nord-occidentale, che nelle brevi esclamazioni può sembrare quasi inglese ("Zovot?" suona come "So what?"), e rivelava una scarsa familiarità con la grammatica. Ma il modo in cui parlava non faceva distogliere l'attenzione da ciò che diceva. Una bambina che aiutava a camminare una ragazzina zoppa e si immedesimava nella sua condizione tanto da mettersi a camminare come lei aveva più probabilità di altri bambini di diventare un'adulta di un tipo particolare: quelli che aiutavano le vittime del nazismo. Frau Körner lo fece. Adulti di quel genere, tuttavia, di solito non ricevevano onoreficenze del Partito nazista, né sposavano membri del Partito. Eppure a Frau Körner accaddero entrambe le cose.

Frau Wilhelmine Körner aveva settantasei anni quando ci conoscemmo, e continuava a vivere in maniera del tutto non convenzionale. Trattava le limitazioni e gli ostacoli fisici con la stessa mancanza di riguardi che aveva dimostrato da piccola, e si riferiva tranquillamente a un figlia sovrappeso chiamandola "die Dicke" [quella grassa]. E si sollevava allegramente la gonna per farsi un'iniezione di insulina in una coscia grassoccia. Dal lato paterno della sua famiglia, mi disse, avevano tutti il diabete.

© 1997, Gruppo Ugo Mursia Editore S.p.A.

L'autrice
Alison Owings è una giornalista free-lance che ha lavorato per importanti telegiornali e vive con il marito a Mill Valley in California. Per la redazione di questo saggio è stata consigliata e incoraggiata dal dottor Gordon A. Craig della Stanford University, massimo esperto di storia della Germania negli Stati Uniti.



13 giugno 1997