Luciano De Crescenzo
Nessuno
L'Odissea
raccontata ai lettori d'oggi


"O Alcinoo di stirpe divina, e voi nobili Feaci, non c'è gaudio maggiore che ascoltare un narratore mentre la tavola è stracolma di carni e dal cratere ognuno attinge il vino che desidera. Il mio nome è Ulisse e sono figlio di Laerte. Itaca è il mio paese, un'isola aspra e selvaggia, ma non per questo a me meno cara"

I singoli episodi dell'Odissea sono riproposti ai lettori d'oggi con vivacità e con notazioni personali da De Crescenzo.
È una rilettura del poema omerico, spesso molto fedele, che riesce a comunicare con il lettore contemporaneo, giovane e non, in modo diretto. Vizi e virtù sono presentati come pregi e difetti di un uomo contemporaneo, senza perdere però il fascino di un lontano e mitico passato.
Ulisse, Odisseo per i greci, è un uomo scaltro, infedele, amato dalle donne, appassionato a tal punto dell'avventura da lasciare, nella versione di De Crescenzo, ben presto la fedele Penelope e il biondo e bel figlio Telemaco per ritornare sui mari dove lo aspettano nuove avventure. "L'importante è partire", dice l'autore al suo lettore, nella prima pagina del libro, "Ragazzi, coraggio, si parte" sarà quello che dirà Ulisse ai suoi uomini nell'ultima, e forse questo è quello che più rimane di questa Odissea, l'invito a gettarsi nella vita con entusiasmo, a viaggiare, almeno con la fantasia e l'immaginazione, nel tempo e nello spazio.
E la variazione che conclude questa Odissea è la riprova di come l'autore ha interpretato il personaggio omerico.
L'ultima parte del libro è una postilla dell'autore: una serie di malefatte di Ulisse che non danno un quadro proprio positivo di questo personaggio. Qui appare piuttosto vigliacco, inaffidabile e imbroglione. Insomma è stato solo molto fortunato, probabilmente, a cavarsela sempre...

Nessuno. L'Odissea raccontata ai lettori d'oggi di Luciano De Crescenzo
Pag. 250, Lit. 25.000 - Edizioni Mondadori (I libri di Luciano De Crescenzo)

Le prime righe
Canto I
Il concilio degli Dei

Laddove si narra di come la Dea Atena protesti con Zeus per la sorte ingrata toccata a Ulisse, unico degli Achei a non essere tornato in patria, e di come, travestita da Mente, si rechi a Itaca per consigliare Telemaco.

Cantami, o Diva, l'uomo dal lungo viaggio,
che per tanti anni navigò sui mari, dopo
aver distrutto la sacra città di Troia.

Comincia così l'Odissea, il più bel romanzo di avventure che sia mai stato scritto nella storia della letteratura. Il primo canto ha come scenario il monte Olimpo.

Zeus entrò nel synedrion e tutti si alzarono in piedi. Non che avessero chissà quale timore reverenziale nei suoi confronti, ma, conoscendolo, sapevano quant'era formale. Una volta, solo perché a un banchetto uno degli Dei aveva cominciato a mangiare prima di lui, fece diluviare per un anno intero sulla sua isola.
C'erano tutti. Gli unici assenti, a parte Ade che non saliva mai sull'Olimpo, erano Artemide, la Dea della caccia, e Poseidone, il Dio che scuote la terra. Quest'ultimo era andato in Etiopia, ai confini del mondo, per godere di non so quale ecatombe. D'altra parte Poseidone era fatto così: bastava che qualcuno, in qualche remoto angolo del pianeta, anche il più sconosciuto, gli scannasse un centinaio di pecore, pronunziando ad alta voce il suo nome, che lui subito si precipitava. Come a dire: "A me levatemi tutto, ma non mi toccate l'ecatombe".

© 1997, Arnoldo Mondadori S.p.A.

L'autore
Luciano De Crescenzo, ingegnere, scrittore, regista, è autore di Così parlò Bellavista, Raffaele, La Napoli di Bellavista, Zio Cardellino, Storia della filosofia greca, Oi Dialogoi, Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo, Elena, Elena, amore mio, I miti dell'amore, Il dubbio, I miti degli eroi, Croce e delizia, Socrate, I miti degli dei, Usciti in fantasia, I miti della guerra di Troia, I miti greci a fumetti, Panta rei, Ordine e Disordine.



Umberto Eco
Cinque scritti morali

I brevi saggi del volumetto "malgrado la varietà dei temi, sono di carattere etico, e cioè riguardano quello che sarebbe bene fare, quello che non si dovrebbe fare, o quello che non si può fare a nessun costo".

Il volumetto di Eco, che fa parte della collana "pasSaggi" della Bompiani, è una interessante raccolta di brevi interventi su temi dettati dall'attualità ("Pensare la guerra") o dal dibattito in corso ("Sulla stampa") o sulle recenti problematiche dettate dalle forte presenza di immigrati in Europa ("Le migrazioni, la tolleranza e l'intollerabile"). Altri due saggi nascono invece da tematiche meno legate alla cronaca o alla specificità del momento storico. In "Il fascismo eterno", viene proposta un'analisi del fascismo italiano come regime che "non possedeva alcuna quintessenza, e neppure una singola essenza", era infatti "un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni". È possibile invece delineare alcuni elementi caratterizzanti il "fascismo eterno", l'Ur-fascismo, come dice Eco.
L'ultimo di questi Cinque scritti morali è "Quando entra in scena l'altro", che riproduce una risposta dell'autore al card. Carlo Maria Martini sulla possibilità che esista una "religiosità laica", una morale non fondata su principi metafisici o imperativi categorici.
Umberto Eco dichiara che certi problemi etici sono per lui diventati più chiari dalla riflessione su alcuni problemi semantici. Infatti il riflettere se esistano "universali semantici" lo conduce a identificare una nozione che appare comune a tutte le culture ed è quella che si riferisce alla posizione del nostro corpo nello spazio, quindi al concetto di alto e basso, destra e sinistra e così via. Anche le sensazioni sono universali, così come la concezione di "costrizione". Questi "diritti del corpo" possono essere così quasi una base dell'etica. La vera dimensione etica però inizia quando "entra in scena l'altro", ed è nel rapporto con l'altro che si attualizza.
A conclusione si afferma la convinzione che "sui punti fondamentali, un'etica naturale - rispettata nella profonda religiosità che la anima - possa incontrarsi coi principi di un'etica fondata sulla fede nella trascendenza".

Cinque scritti morali di Umberto Eco
pag, 113, Lit. 8.000 - Edizioni Bompiani (pasSaggi Bompiani)

Le prime righe
Pensare la guerra
Questo articolo parla della Guerra, con la G maiuscola, come guerra "calda" e guerreggiata per esplicito consenso delle nazioni, nella forma che essa assume nel mondo contemporaneo. Siccome viene consegnato in redazione nei giorni in cui le truppe alleate sono entrate in Kuwait City, è probabile che - se non vi saranno colpi di scena - esso venga letto quando tutti riterranno che la guerra del Golfo abbia ottenuto un risultato soddisfacente, perché conforme ai fini per cui era stata iniziata. In tal caso parlare della impossibilità e inutilità della guerra apparirebbe una contraddizione, perché nessuno sarebbe più disposto a considerare inutile o impossibile una impresa che ha permesso di raggiungere i risultati previsti. Eppure le riflessioni che seguono debbono valere comunque vadano le cose. Anzi, debbono valere a maggior ragione nel caso che la guerra permetta di conseguire risultati "vantaggiosi", proprio perché questo potrebbe persuadere tutti che la guerra sia ancora, in certi casi, una possibilità ragionevole. Mentre rimane doveroso negarlo.
Dall'inizio della guerra si sono ascoltati o letti vari appelli che rimproveravano agli "intellettuali" di non prendere la dovuta posizione nei confronti di questo dramma. Siccome la maggioranza vocale che parlava o scriveva così era di solito rappresentata da intellettuali (nel senso sindacale del termine), ci si chiede chi appartenesse alla minoranza silenziosa a cui si chiedeva un atto di parola.


© 1997, RCS Libri S.p.A.

L'autore
Umberto Eco è nato ad Alessandria nel 1932. Ordinario di semiologia all'università di Bologna, dirige la rivista VS. Tra le sue opere di saggistica si ricordano: Opera aperta (1962), Diario minimo (1963), La struttura assente (1968), Trattato di semiotica generale (1975), Lector in fabula (1979), I limiti dell'interpretazione (1990), Sei passeggiate nei boschi narrativi (1994). Nel 1980 ha esordito nella narrativa con Il nome della rosa, seguito nel 1988 da Il pendolo di Foucault e nel 1994 da L'isola del giorno prima.



Eduardo Galeano
Splendori e miserie del gioco del calcio

"Ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio"

Galeano propone la lettura del gioco del calcio, non solo e non tanto come prova atletica, quanto come espressione della psicologia di un popolo o di un individuo. Sicuramente uno sport così popolare e così coinvolgente rispecchia gli umori, le tendenze culturali dei singoli momenti in cui si esprime, e questo anche in negativo: certo razzismo, ad esempio, si tramuta nel grido "ebrei" lanciato come insulto agli avversari dalle gradinate.
Così anche i "padroni" delle squadre utilizzano per scopi del tutto estranei allo sport i successi o le sconfitte calcistiche.
Tutto ciò però non toglie nulla all'autentica gioia che attraversa migliaia e migliaia di persone al momento di un gol, alla capacità di assoluto "straniamento" che una partita della Nazionale provoca in un Paese, alla magia imprevedibile di una sconfitta della squadra favorita o della vittoria di una squadra data per perdente.
A questo si aggiunge la grande capacità di Galeano di tratteggiare, in poche righe, le personalità dei giocatori più noti della storia del calcio desumendo, dal loro "stile", il carattere. Anche alcuni elementi della biografia o delle scelte di vita (ad esempio per Baggio la religione buddista), hanno influenzato i comportamenti dei giocatori, tutti famosi campioni, sul campo di gioco.
Il divertimento che un pallone può procurare a chi ci gioca o a chi assiste al gioco è comunque considerato da Galeano una specie di magia positiva su cui si riflettono le tradizioni e le culture di un popolo o le aspirazioni e l'intelligenza di un singolo individuo.


Splendori e miserie del gioco del calcio di Eduardo Galeano
Titolo originale: El fútbol a sol y sombra

Traduzione di Pier Paolo Marchetti
Pag. 252, Lit. 20.000 - Sperling & Kupfer Editori (Continente desaparecido)

Le prime righe
Confessione dell'autore
Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese.
Anche come tifoso lasciavo molto a desiderare. Juan Alberto Schiaffino e Julio César Abbadie giocavano nel Peñarol, la squadra nemica. Da buon tifoso del Nacional facevo tutto il possibile per riuscire a odiarli. Ma Pepe (Beppe) Schiaffino coi suoi passaggi magistrali orchestrava il gioco della squadra come se stesse osservando il campo dal punto più alto della torre dello stadio, ed el Pardo (il Bruno) Abbadie faceva scorrere la palla sulla linea bianca laterale e si lanciava con gli stivali delle sette leghe distendendosi senza sfiorare il pallone né toccare i propri avversari: e io non avevo altro rimedio che ammirarli, avevo addirittura voglia di applaudirli.
Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: "Una bella giocata, per l'amor di Dio".
E quando il buon calcio si manifesta, rendo grazie per il miracolo e non mi importa un fico secco di quale sia il club o il paese che me lo offre.


© 1997, Sperling & Kupfer Editori S.p.A.

L'autore
Eduardo Galeano, scrittore e giornalista, è nato a Montevideo (Uruguay) nel 1940. Espulso dal suo paese dopo il colpo di Stato del 1973, ha vissuto in esilio in Argentina e in Spagna. Nel 1985 è tornato nella sua città d'origine, dove ha fondato una piccola casa editrice. È autore di libri tradotti in tutto il mondo, fra i quali Parole in cammino, Il libro degli abbracci, Giorni e notti di amore e di guerra, la trilogia Memoria del fuoco e Le vene aperte dell'America Latina, opere fondamentali per conoscere la storia, le condizioni sociali e la gente del continente sudamericano.



Nico Ivaldi
Sul fiume dei Profumi
Presentazione di Furio Colombo

Non è un libro sulla guerra, non è una narrazione di fatti storici fondamentali, è una raccolta di impressioni di viaggio con piccole e grandi descrizioni, piccoli e grandi personaggi del Vietnam della fine degli anni Ottanta.

Si può leggere questo libro anche "saltando" da una brano all'altro, da un episodio iniziale a uno molto successivo: la forma narrativa è pressoché quella dei racconti brevi, collegati tra loro cronologicamente e logicamente, ma non legati da una obbligatoria lettura consequenziale. Si tratta infatti di veloci "affreschi" colorati, scritti con estrema semplicità, di una società e un mondo da noi poco conosciuti o troppo legati al periodo bellico. Tra le molte avventure di viaggio (un viaggio compiuto dall'autore nel 1989) troviamo sì riferimenti inevitabili alla guerra (come nell'episodio dell'incontro con Sung, 12 anni nel 1972, ferito da una scheggia impazzita nel dicembre di quell'anno che rievoca situazioni e volti passati), ma soprattutto la descrizione di una civiltà antica e della sua gente. Dalle bellissime ragazze di Huè, le più belle di tutto il Vietnam, ai bambini, parte essenziale del paesaggio, dal mausoleo di Ho Chi Minh ad Hanoi, lo zio Ho (Bac Ho), come viene familiarmente chiamato dai vietnamiti, al Tempio della Letteratura, dedicato a Confucio e costruito nel 1070, quando la città di chiamava ancora Thang Long, dal Museo dei Crimini di Guerra di Saigon (che illustra i crimini di guerra americani, come si deduce anche dall'opuscolo distribuito all'ingresso) ai mercati festosi, colorati, con centinaia di banchi separati da corridoi strettissimi e un diffuso odore di spezie e pesce essiccato. I vari epsodi sono accompagnati dai disegni a carboncino di Giacomo Ivaldi.
Furio Colombo nella presentazione ringrazia Ivaldi per aver voluto ricordare un paese dimenticato dai Media: "Come accade nei mezzi di comunicazione di massa, - scrive - dopo l'ultima esplosione e l'ultima strage, si spengono le luci della televisione, le telecamere se ne vanno e resta solo silenzio. Resta un immenso vuoto, come il cratere di un vulcano spento. Di tutto ciò che è stato vissuto, patito, narrato e testimoniato non c'è più niente. Il niente di un mondo destinato a vivere senza memoria".

Sul fiume dei Profumi di Nico Ivaldi
Presentazione di Furio Colombo

111 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Musumeci

Le prime righe
Nel Nord Vietnam.
L'eterno dopoguerra di Hanoi

"Hai mai visto un popolo
che smette di crescere?
Hai mai visto un popolo
che smette di spingersi avanti?

Tu, piccolo, cresci nel tempo vietnamita,
tu scavi trincee nel profondo di te,
tu costruisci il paese nel tuo cuore.

In quella trincea sotterra l'odio feroce
e il frutto che nascerà, piccolo,
sarà l'amore"

(Strofa di una canzone studentesca vietnamita)


Il ponte sul Fiume Rosso

Lo sbarco all'aeroporto "Noi Bai" di Hanoi avviene sotto gli occhi di un ometto dall'aspetto dimesso, la camicia azzurra aperta sul davanti, le ciabatte ai piedi, il borsello a tracolla: Dang Sung.
Sung tiene bene in vista sul petto il "pass" azzurro di riconoscimento: è una delle guide in forza alla Vietnam Tourism, l'ente turistico di Stato vietnamita. Ha ventinove anni, parla inglese e russo e sulla gamba destra porta ancora il ricordo di un bomba americana.
Sung fa gli onori di casa in quello che più che un aeroporto internazionale sembra una stazioncina ferroviaria di campagna d'altri tempi, un po' deteriorata, povera, deserta. Prima di questo aeroporto, tutto in muratura, progettato dai giapponesi, c'erano delle baracche militari, vecchie e mal ridotte. Ma in pochi anni anche il nuovo edificio ha assunto l'immagine del vecchio. Vetri sporchi, condizionatori inservibili, banconi dove avvengono perquisizioni minuziose, porte chiuse e cento piccoli divieti.
I poliziotti addetti al controllo dei passaporti ci accolgono con rigida cortesia, ma anche con grandi sorrisi, e attendono che compiliamo, accucciati per terra, in un angolo del salone ingrigito dal tempo, i formulari doganali. Le giovani guardie, chiuse nelle loro verdissime divise con la piccola stella rossa cucita sul petto, e gli altri viaggiatori vietnamiti, ci osservano con occhi accesi dalla curiosità. Mi sento come un insetto sotto vetro.
Fuori, il cielo è basso, l'aria è calda e l'umidità si appiccica alle mani.

© 1997, Musumeci Editore

L'autore
Nico Ivaldi è nato a Torino nel 1958. Ha lavorato come cronista alla "Gazzetta del Popolo" e collaborato a Stampa Sera con inchieste sul mondo delle cultura torinese. Ha pubblicato articoli su molte altre riviste a diffusione nazionale e sta preparando un libro tratto dagli appunti di viaggio nel continente europeo.



Filippo La Porta
Non c'è problema
Divagazioni morali su modi di dire e frasi fatte

Nuove mode linguistiche per una società che cambia. L'autore analizza e critica alcuni atteggiamenti e numerose "frasi fatte" che caratterizzano l'Italia dei nostri giorni.

Dopo una parte iniziale che introduce il tema in modo generale e analizza il fenomeno dell'omologazione linguistica, Filippo La Porta si addentra nel variegato e curioso mondo delle "frasi fatte". Questa seconda sezione, decisamente più ampia e particolareggiata, si apre con la presentazione del tema attraverso un dettagliato titolo d'insieme: "Le frasi. (Inventario provvisorio e incompleto di modi di dire dell'Italia contemporanea. Da immaginare preferibilmente con il "tono" abituale con cui vengono pronunciati)". Si può comprendere già da questa sorta di "cappello introduttivo" come verrà sviluppato l'argomento: con ironia e sarcasmo, pur nell'ambito di una seria analisi "storica" della genesi di ciascun modo di dire.
Suddiviso in brevi capitoli, che raggruppano fraseologie riconducibili a tipi standardizzati, il saggio analizza espressioni come E' un problema tuo ("generalmente pronunciata con il tono deciso, sicuro di sé, di chi è ben intenzionato a far rispettare confini e distanze regolamentari, e sa di averne tutto il diritto"), oppure Non c'è problema ("non conosco espressione più preoccupante, inattendibile e che mi getta in uno stato di ansia paralizzante ... pronunciata indifferentemente dal funzionario dell'anagrafe, dal datore di lavoro, dai figli..."), o ancora Come dire? ("è diventato assai più importante come dire le cose piuttosto che cosa dire"), lo sfruttatissimo Occhei, occhei ("per un filippino e un pakistano da poco nel nostro paese alcune espressioni della lingua italiana resteranno forse per sempre ignote, come va bene. Chi lo dice più") e il minaccioso "...e allora?" (l'ansiosissimo, adrenalinico '...e allora?' sembra sostituire perfino il 'come stai?' nell'incontro fra due persone").
Ne esce un ritratto dell'Italia contemporanea, di quel mondo piccolo e medio borghese che con espressioni ripetitive e con un gergo comune (e in comune) si rapporta a un livello di semplicità estrema, senza analisi né critica, in un dialogo che, soffermandosi ad analizzarlo in profondità, può solo "fare orrore".


Non c'è problema. Divagazioni morali su modi di dire e frasi fatte di Filippo La Porta
121 pag., Lit. 12.000 - Edizioni Feltrinelli, (Universale Economica Feltrinelli / Onde)

Le prime righe
Introduzione

Nascita del middle Italian (o sulla neolingua e i suoi tic)

"Ciao... allora?"
"Mm..."
"Tutto bene?"
"Beh, non saprei..."
"È che mi sembri un attimino depresso."
"Esatto!"
"Occhei, occhei, non vuoi parlarmene ora..."
"No è... tipo che a un tratto mi sento senza vere amicizie..."
"Ah, ma è un problema tuo!"
"... o forse si tratta del lavoro: mi sento così sprecato, inutilizzato."
"Sì, ma attento, non è saggio, come dire?, guardare a chi sta più in alto di noi."
"No, guarda, non me ne può frega' di meno di chi sta più in alto di me... e poi, dai, ora non farmi il moralista!"
"Vabbe', ma ero ironico... però adesso ti saluto perché mi si stanno scaricando le pile del cellulare."
"Sì, ma domattina ci possiamo andare a quel convegno sulla comunicazione?"
"Positivo, anche se spero che abbiano un po' spettacolarizzato il tema..."
"Sì, certo... e poi è previsto quel brillante semiologo, che, come sai, da solo fa la differenza..."
"Ma no, lo sai che è un trombone!"
"Dici così perché sei invidioso..."
"Va bene, ti riconosco che almeno è... tanto imprevedibile."
"Volevo anche chiederti se potevamo andarci presto."
"Non c'è problema."
"Allora a domani... buona giornata."


© 1997, Giangiacomo Feltrinelli Editore

L'autore
Filippo La Porta è nato a Roma nel 1952. È critico letterario militante e scrive su diverse testate, tra le quali l'Unità, il manifesto e Il Secolo XIX. Fa parte del comitato redazionale di Linea d'ombra. Ha pubblicato La narrativa italiana (Bollati Boringhieri 1995), un ampio saggio panoramico sugli ultimi vent'anni di produzione letteraria in Italia.



6 giugno 1997