Stephen Baxter
L'incognita tempo

"Sono tentato di dire che mai come in questo caso il seguito è superiore all'originale"

Arthur C. Clarke


"Il Viaggiatore del Tempo nel grande capolavoro di H.G. Wells La macchina del tempo pensa con rimpianto a 'come sia stato breve il sogno dell'intelletto umano'. Ma Stephen Baxter sa quello che Wells non poteva sapere, cioè proiettandosi nel tempo il Viaggiatore ha cambiato il futuro e sarà destinato a cambiarlo ancora.
Svegliandosi nella sua casa di Richmond, il Viaggiatore non riesce a soffocare i rimorsi. Ha abbandonato la bella e indifesa Weena, del mite popolo degli Eloi, alle brame cannibalesche dei Morlock, la razza umana degenerata da cui è stato costretto a fuggire.
Decide così di ripartire prontamente per un nuovo viaggio nell'anno 802.701 d.C., ma scopre con sgomento di essere entrato in un altro futuro. Approda infatti nell'anno 657.208 all'interno di una sfera di Dyson costruita da una razza di Morlock infinitamente più evoluta: il suo viaggio ha inevitabilmente innescato ramificazioni temporali che si aprono su nuovi universi paralleli. Non rimane quindi che tornare nel passato, affrontare una versione di se stesso più giovane e impedire l'invenzione della macchina del tempo. Ma non è così semplice, perché ecco apparire un'enorme e misterioso congegno, costruito per difendere a tutti i costi la macchina del tempo, che nel frattempo è diventata un'irrinunciabile arma segreta in una guerra futura... Ormai è chiaro, il destino del Viaggiatore non è solo quello di affrontare una sequela di avventure mozzafiato, ma di risolvere una catena di paradossi che si stanno moltiplicando attorno a lui. E soprattutto non ha abbandonato l'idea di ritrovare e salvare la sua Weena.
Stephen Baxter reinterpreta le idee di Wells alla luce delle più recenti scoperte sulla natura dello spazio, del tempo e della meccanica quantistica, ma soprattutto, con estrema fedeltà e vigore narrativo, riscopre e rilancia verso nuovi orrizzonti l'emozione che La macchina del tempo aveva saputo regalare."
Da aggiungere infine che il romanzo, apparso in lingua originale nel 1995, ha vinto il Philip K. Dick Award 1996, il John W. Campbell Award, il Premio della British SF Association come miglior romanzo di fantascienza ed è stato tra i finalisti del Premio Hugo 1996.

L'incognita tempo di Stephen Baxter
Titolo originale dell'opera: The time ships

Traduzione di Alessandro Zabini
385 pag., Lit. 26.000 - Edizioni Editrice Nord, (Narrativa Nord)

Le prime righe
Prologo
La mattina di venerdì, dopo il mio ritorno dal futuro, mi destai a un'ora piuttosto tarda da un sonno profondo senza sogni.
Scostando le coperte, mi alzai dal letto. Osservai il sole, che come al solito avanzava lentamente nel cielo, rammentando come dalla prospettiva accellerata di un Viaggiatore nel Tempo pareva invece spostarsi a grandi balzi nel firmamento! Ormai mi sentivo nuovamente imprigionato nel lento fluire del tempo, come un insetto in una goccia d'ambra.
I consueti rumori mattutini di Richmond si affollavano fuori della mia finestra: lo scalpiccio dei cavalli, il rumoreggiare delle ruote sull'acciottolato, lo sbattere degli sportelli. Un tram a vapore percorse goffamente Petersham Road eruttando fumo e faville, mentre le urla dei venditori ambulanti, simili alle strida dei gabbiani, rieccheggiano nell'aria. Poco a poco, i miei pensieri si allontanarono dalle strepitose avventure nel tempo per tornare alla realtà quotidiana: scorsi gli articoli della Pall Mall Gazette, studiai l'andamento del mercato azionario, e sperai che con la posta del mattino arrivasse l'ultimo numero dell'American Journal of Science, che avrebbe dovuto ospitare alcune mie riflessioni sulle scoperte di A. Michelson e E. Morley a proposito di certe peculiarità della luce, di cui la stessa rivista aveva riferito quattro anni prima, nel 1887... e via di questo passo!
I dettagli della vita quotidiana mi affollarono la mente, talché il ricordo della mia vita avventura nel futuro parve diventare una fantasia, o persino un'assurdità.
Ripensandovi, mi sembrò che l'intera esperienza avesse qualcosa di allucinatorio, una qualità quasi di sogno. Rammentavo la sensazione di precipitare, la vaghezza che tutto assumeva durante il viaggio nel tempo, e infine il mio tuffo nel mondo d'incubo dell'Anno del Signore 802.701.

© 1997, Casa Editrice Nord

L'autore
Stephen Baxter è nato nel 1957. Cresciuto a Liverpool, si è laureato in matematica all'Università di Cambridge. Ha pubblicato i suoi primi racconti nel 1986 sulla rivista inglese Interzone. Nel 1991 ha esordito con il romanzo Raft. Attualmente lavora a un romanzo interattivo, Irina.



Paolo Crepet
Solitudini
Memorie di assenze

"Viviamo uno strano paradosso: nessuno può dirsi più solo, eppure tutti, in qualche misura, sentiamo, e temiamo di esserlo."

Un libro che ci mette di fronte alla solitudine in senso lato, a una solitudine legata al nostro tempo, al nostro modo di vivere e morire, alla mancanza di rapporti stabili e sereni. Le esperienze personali di Crepet, nell'ambito del proprio lavoro di psichiatra, sono trasposte in forma narrativa, ma non perdono di incisività e di capacità di analisi.
Conosciamo così una donna che non riesce a stabilire un rapporto duraturo con gli uomini, reduce da un'infanzia e un'adolescenza difficili con un padre spietato, crudele, totalmente inadeguato; un ragazzo che non ha alcuna comunicazione nell'ambito familiare e che cerca sfogo e comprensione in un dialogo a distanza, via computer, con una coetanea; il difficilissimo dialogo di una ragazza anoressica con la madre; una mamma che vede spegnersi rapidamente la figlia giovanissima, malata di cancro, e poi disgregarsi il rapporto con il marito, sino al suo suicidio di lui. Sono storie drammaticamente vere, che non lasciano "aperture", non promettono nuove visioni e assunzioni di responsabilità. Specialmente nell'ultima vicenda, quando la madre, disperata per la malattia mortale della figlia, vorrebbe aggrapparsi a qualche speranza, anche fittizia, ma né i medici, né la famiglia le offrono una pietosa, momentanea ancora di salvezza. Estremo senso di solitudine e abbandono nella presenza di Madre Teresa di Calcutta, casualmente in visita all'ospedale, anch'essa presa nel vortice della fredda ripetitività di gesti e atteggiamenti di conforto, che conforto non danno più.
Forse il vero senso del libro è "rintracciare il senso della nostre esistenze senza cercare vanamente di eclissarne la pena".

Solitudini. Memorie di assenze di Paolo Crepet
94 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Feltrinelli, (Serie bianca / Feltrinelli)

Le prime righe
Queste sono storie di persone che ho incontrato nel mio mestiere di psichiatra.
Sono voci, ma anche urla, a volte pianto o ancora silenzi brevemente interrotti.
Non parlano a me solo.
Sono storie vere, ancorché rese irriconoscibili quel che basta per garantirne l'anonimato.
Sono storie vere e dunque marginali: ché del loro dolore e del loro senso nessuno debba sapere, ché il nostro infinito bisogno di rassicurazione non venga lacerato da alcun vento imprevisto, ché le nostre malferme certezze non vengano inquietate dai nostri sensi di colpa. Al centro del nostro interesse deve rimanere l'irreale, la quotidiana finzione. Tutto il resto va allontanato, rimosso. A meno che non si tratti di cronaca, che preferiamo perché effimera, fatta per essere costantemente superata da un'altra più recente e sbalorditiva, dunque ansiolitica.
Queste storie non consentono consolazione, né pretendono di insegnare. Non ostentano di sé, parlano in privato, richiedono complicità.
Scrivendole ho cercato di rendere la loro identità annodandone i nuclei più esposti con quelli più intensamente interiorizzati. Sono storie di frammenti che pure compongono un senso; rappresentano, al di là dei nodi biografici, qualcosa per ognuno. Ci appartengono: per capirlo basterebbe sporgersi dalla trappola in cui siamo caduti, basterebbe allentare la vertigine delle nostre ansie, basterebbe tacere l'eco della nostra baldanza.


© 1997, Giangiacomo Feltrinelli Editore

L'autore
Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, è docente di Psicopatologia dell'adolescenza presso le università di Napoli e Siena. Collabora con l'Unità e Amica. Ha pubblicato Psichiatria senza manicomio. Epidemiologia critica della riforma, Le dimensioni del vuoto. I giovani e il suicidio e Cuori violenti. Viaggio nella criminalità giovanile.



Lorenzo De Carli
Internet
Memoria e oblio

L'evento della vita di un testo, cioè la sua autentica essenza, si svolge sempre sul confine tra due coscienze, tra due soggetti

Michael Bachtin


"La tesi qui sostenuta è che Internet - soprattutto dopo lo sviluppo che la possibilità di navigazione intertestuale mediante il World Wide Web ha conosciuto - è un testo, e che i più accreditati a studiarla sono coloro che hanno pratica di commenti testuali. Internet, che prefigura il mondo interconnesso dei prossimi decenni, si distende sul pianeta come una fitta rete intertestuale, avvolgendolo in una sottile ragnatela.
Come un testo, Internet evolve facendo riferimento a coordinate spaziali e temporali intrinseche (deissi), e conferendosi coerenza semantica mediante la ripetizione di elementi che già fanno parte del suo sistema (anafora). Sennonché la direzione che ha preso il suo sviluppo - complice anche la contesa tra digitale e analogico - rende Internet simile non tanto a una raccolta di testi correlati ipertestualmente che fanno riferimento a una realtà tangibile fuori di essa, quanto piuttosto, in virtù del suo crescente grado di autoreferenzialità al testo di un'opera narrativa, la quale fonda solo in se stessa, nella dimensione spaziale e temporale in cui si muovono i suoi protagonisti, la sua ragion d'essere. Come il castello al quale l'agrimensore K. non può avvicinarsi acquista per noi lettori gradualmente esistenza in virtù delle descrizioni fatteci da Franz Kafka, nello stesso modo l'attuale tendenza di Internet a far riferimento solo a se stessa, fa sì che per i suoi utenti avranno sempre più vivida esistenza i luoghi descritti nella rete, i quali, ai loro occhi, avranno la stessa consistenza tangibile che per K. ha l'agognato castello..."

dall'Introduzione


Internet. Memoria e oblio di Lorenzo De Carli
Pag. 155, Lit. 24.000 - Edizioni Bollati Boringhieri, (Temi 66)

Le prime righe
Ipertesto
Internet, la rete di reti che collega fra loro milioni di computer, non è un mezzo di comunicazione popolare. Sebbene radio, televisione e giornali ne parlino quasi tutti i giorni, spesso concentrando l'attenzione su aspetti che per gli utenti della rete risultano marginali ma che ai giornalisti consentono di arricchire con una nota di esotismo tecnologico le pagine di cronaca che trattano di delitti, nefandezze e vessazioni, Internet è usata da pochi. La crescita geometrica dei siti che sulla rete offrono informazioni commerciali (contrassegnati dal suffisso com) indica con eloquenza che Internet, prima strumento solo della comunità scientifica, sta diventando sempre più un grande mercato elettronico. Nondimeno Internet continua a essere elitaria perché richiede l'utilizzo di un computer - strumento costoso, difficile da usare, che molti guardano con ostilità (tanto più oggi che il computer sta sostituendosi alla forza-lavoro umana).
Non è una contraddizione il fatto che alcune aziende svolgano attività commerciali usando Internet senza che né i dirigenti né gli impiegati abbiano mai visto lo schermo di un computer collegato alla rete: coloro i quali compiono oggi i procedimenti necessari per mettere sulla rete le informazioni atte a promuovere questo o quel prodotto sono tecnici, oppure persone particolarmente versate nell'uso delle tecnologie dell'informazione. Pochi tecnici, che vivono immersi nella realtà delle reti, plasmano così la forma della comunicazione di informazioni, che pochi utenti versati nell'uso dei computer possono acquisire. Per il resto della popolazione, Internet non è che una chimera.


© 1997, Bollati Boringhieri editore s.r.l.

L'autore
Lorenzo De Carli è nato a Ginevra nel 1960. Ha studiato a Pavia, laureandosi in filosofia del linguaggio. È autore di Proust. Dall'avantesto alla traduzione (Milano 1992) e lavora ai programmi culturali della Radio svizzera a Lugano.



Giuseppe Imbucci
Il gioco
Lotto, totocalcio e lotterie. Storia dei comportamenti sociali

Il gioco come consolazione, come elemento ludico, come regressione, il gioco come "fragile speranza affidata a un pezzo di carta"

Con una interessante appendice di cifre riferite alla storia del gioco in Italia e alla sua evoluzione nel tempo, con confronti fra epoche storiche e città (Napoli, Roma, Milano), questo saggio propone un'analisi del vasto e complesso mondo del gioco, dal totocalcio, al lotto, alle svariate lotterie, straordinariamente aumentate di numero negli anni più recenti.
Il giocatore di Dostoevskii alla fine esclama: "Domani? Domani non esiste", estremizzando così una mentalità, un modo di vedere la vita in funzione del gioco, tutta proiettata verso di esso, che non è necessariamente la visione del giocatore preso in esame nel libro.
"In realtà perché giocano gli italiani? A quali impulsi obbediscono? E perché i napoletani giocano in modo diverso dai milanesi?"
Se il gioco del lotto è una prerogativa del napoletano per cui "ogni fatto può tramutarsi in numero e il numero in biglietto", anche il Totocalcio (nato nel 1946), specie nel dopoguerra ha preso piede in questa città, pur partendo dal nord ed avendo "colonizzato" in pieno il centro. L'ammontare delle giocate è inversamente proporzionale, per tutti i giochi presi in esame, al reddito delle famiglie. Laddove la speranza in un futuro migliore e la certezza di lavoro è più limitata, più si investe in quelle strade alternative rappresentate dai giochi.
Imbucci afferma che "il numero di persone che sfida la sorte è molto aumentato" e che i giochi puramente numerici e di azzardo sono quelli che godono di maggior fortuna. Tra citazioni di Totò e Eduardo De Filippo, si arriva infine a un breve e gradevole excursus nel mondo del cinema, con l'analisi di due titoli fondamentali nella cinematografia sul tema: Settimo sigillo, di Bergman e Quintet di Altmann.

Il gioco. Lotto, totocalcio e lotterie. Storia dei comportamenti sociali, di Giuseppe Imbucci
162 pag., Lit. 24.000 - Edizioni Marsilio, (Gli specchi della memoria, a cura di Frediano Sessi)

Le prime righe
PRESENTAZIONE
Questo libro nasce come diretta gemmazione da un altro volume che mi è assai caro, dedicato alla storia della povertà a Napoli in età contemporanea. Ho trascorso la mia prima infanzia al primo piano di un palazzo signorile nel centro antico della città, nella poverissima Napoli dell'immediato dopoguerra. Relegato su un balcone per lunghe mattinate, osservavo solitario la brulicante e inquieta vita dei poveri giù nel vicolo. Mi giungevano voci, clamori, odori della loro vita e quell'osservatorio silenzioso è stato il mio primo teatro dell'anima. Quando, dopo molti anni, intervistavo i loro ultimi epigoni presso il banco dei pegni di Donnaregina e ne raccoglievo sfoghi e confessioni, in realtà non facevo altro che riconoscere uomini, donne e cose che avevo già visto. Fu proprio una giovane donna, che pareva uscita da un quadro di Irolli con la bellezza un po' aggressiva e nostalgica delle napoletane, a darmi l'involontaria occasione di questo studio. Mi disse: "Non ho i soldi per la pigione ma ho giocato un biglietto al Lotto." Quando osservai che aveva dissipato soldi che avrebbe potuto risparmiare, aggiunse: "Ma erano solo duemila lire."
Ecco, in quei due ma si riassume il senso di questo volume. Nel primo c'è la funzione consolatoria svolta dal gioco, nel secondo c'è l'induzione all'acquisto consentita dal prezzo ininfluente del biglietto.
L'analisi successiva ha permesso di scorgere nelle scelte individuali la realtà di un percorso pubblico fortemente influenzato dalle funzioni di gioco e ciò che era individuale e anonimo è divenuto pubblico e collettivo. In questo modo una città invisibile si è resa visibile.

© 1997, by Marsilio Editori® S.P.A. in Venezia

L'autore
Giuseppe Imbucci insegna Storia contemporanea presso l'Università di Salerno. Ha pubblicato diversi volumi tra i quali: Per una storia della povertà a Napoli in età contemporanea (1985) che ha vinto il Premio Giustino Fortunato e il Premio Cosenza della Confindustria; Temi meridionali, Napoli 1991; Itaca. Il problema del rientro migratorio, Napoli 1993.



Rosetta Loy
La parola ebreo

Il libro, prendendo spunto da elementi autobiografici, è la ricostruzione documentata di un momento particolare della storia e della società italiana.

Nel 1938 vengono emanate in Italia le leggi razziali a compimento di una campagna antisemita a emulazione di quanto si stava già facendo nella Germania nazista.
Rosetta Loy presenta, in chiave storica, ma anche attraverso le impressioni da lei, bambina di sei anni, colte in famiglia, le posizioni di personaggi autorevoli della cultura o della Chiesa a sostegno di questa campagna antisemita. Le motivazioni di questi paladini della razza ariana appaiono in tutta la loro meschinità. L'espulsione dei docenti ebrei dall'insegnamento universitario, ad esempio, "libera" un gran numero di cattedre e molti aspiranti cattedrattici vedono favorevolmente il provvedimento non certo per amore della razza ariana! Una delle poche figure che coraggiosamente, nonostante la pressione degli alti prelati, mostra autonomia di giudizio e anzi sa prendere posizione contro il dilagante razzismo è Pio XI. Anche la morte, che gli impedisce di pronunciare un discorso storico a condanna del nazismo e del razzismo, i cui appunti saranno resi noti solo da Giovanni XXIII, è in fondo collegabile al travaglio e alla sofferenza davanti tali crimini. A quella del Papa vengono contrapposte altre prese di posizione drammaticamente dure nei confronti degli "ebrei deicidi", come ad esempio quelle di padre Gemelli, rettore in quegli anni dell'Università Cattolica di Milano.
Ricordi personali si innestano sulla ricostruzione storica: la scomparsa di alcuni compagni di giochi "dalla stella d'oro", la gratuita violenza della portinaia contro il "ragazzo dei Levi", le paure notturne di essere in realtà ebrea "consegnata" per errore ad una famiglia ariana, il padre indignato dalle violenze subite da persone tanto "brave, anche se ebree".
Dolci i ricordi di collegio, le suore dai nomi francesi, l'odore che proviene dai banchi, i "fioretti" e i digiuni della settimana santa. Molto più doloroso il ricordo del silenzio che circonda l'appartamento dei Levi, appartamento da cui non hanno più la possibilità di allontanarsi.
La guerra è esplosa, la Germania è già ricca di conquiste, ma per l'autrice bambina è ancora una realtà lontana.
La morte di padre Maximilian Kolbe ad Auschwitz, così come quella di altre migliaia di innocenti, non impedisce a Pio XII di pronunciare parole di ammirazione nei confronti di Hitler fino a che non giunge chiara e precisa in Vaticano la notizia dello sterminio perpetrato nei confronti degli ebrei, ma anche allora non ci saranno prese di posizione ufficiali, forse anche per il timore di rappresaglie e la figura di papa Pacelli è proposta al giudizio del lettore, fino alla fine del libro, come quella di chi, col silenzio, è diventato un colpevole complice del massacro.
La guerra entra sempre più direttamente nella vita della famiglia Loy: il trasferimento in luoghi più sicuri, la fame, la povertà, la presenza dei tedeschi, il figlio maggiore in fuga.
Il libro si chiude con la documenta notizia della tragica deportazione e morte delle famiglie ebree Levi e Della Seta, i silenziosi vicini di casa.

La parola ebreo di Rosetta Loy
Pag. 156, Lit. 16.000 - Edizioni Einaudi, (Gli struzzi 487)

Le prime righe
Se vado indietro nel tempo e penso come la parola "ebreo" è entrata nella mia vita, mi vedo seduta su una seggiolina azzurra nella camera dei bambini. Una camera con una carta da parati a fiori di pesco scarabocchiata in più punti; è primavera inoltrata e la lunga finestra che dà sul balcone di pietra è spalancata. Posso guardare nell'appartamento al di là della strada dove dai vetri aperti le tende dondolano all'aria. In quella casa c'è una festa, si vedono le persone andare e venire. In quella casa da poco è nato un bambino, quella festa è per lui. "Un battesimo?" chiedo. No, mi dice la donna che è seduta accanto a me su un'altra seggiolina dove il suo corpo rimane avvolto come una palla, certo che no, ripete: lei è Annemarie, la mia fräulein. Sono ebrei aggiunge accennando con il mento al di là della finestra, loro i bambini non li battezzano, li circoncidono. Ha detto "bechschneiden" con una smorfia di disgusto. La parola è incomprensibile ma contiene quello "schneiden" che conosco bene. Cosa? Mormoro incredula. Gli tagliano via un pezzettino di carne, risponde sbrigativa. "Mit die scheren...?" mormoro. Vedo il sangue, un mare di sangue che bagna il porte-enfant. La spiegazione è vaga ma agghiacciante, Annemarie accenna a qualcosa sul corpo che non capisco mentre il suo sguardo scruta severo attraverso i vetri "Vielleicht mit die scheren, ja, dass weiss ich nicht..." Al di là di quelle finestre vedo passare bambine con i fiocchi in testa simili al mio, signore con le perle al collo e i corpi fasciati da morbidi vestiti di maglia come quelli della mamma. "Sind Juden" lei ripete; e lo sguardo dei suoi begli occhi color cielo si fissa severo su una cameriera che va in giro con un vassoio. Forse nascosto tra le tazze del tè c'è il pezzetto tagliato via a quel neonato. Un ditino, un lembo di pelle.


© 1997, Giulio Einaudi editore s.p.a.

L'autrice
Rosetta Loy è nata a Roma, dove vive tuttora. È autrice di diversi romanzi, tra cui: Le strade di polvere (Premio Campiello e premio Viareggio 1988), La bicicletta, La porta dell'acqua, L'estate di Letuqué, All'insaputa della notte, Sogni d'inverno, Cioccolata da Hanselmann.



30 maggio 1997