Chino Alessi
L'intimo nemico
Fiabe per adulti

Nel dialogo continuo con quell'estraneo che altri non era se non la trasfigurazione letteraria di lui stesso, l'autore ritrovava il passato e riscopriva il presente illuminandoli di quieta saggezza.
(Lino Carpinteri)

È questa la prima volta che i linfociti vengono assunti all'onore della letteratura; o più precisamente, di un romanzo breve, configurato strutturalmente come una serie di (quasi) autonomi racconti. I linfociti o, piuttosto, il Linfocita: è questi, infatti, il protagonista della narrazione; o, meglio, il co-protagonista, poiché l'altro protagonista è l'autore, l'"io" narrante, che intreccia con quello una relazione talmente conflittuale da sembrare amichevole. Il Linfocita è l'"intimo nemico" del narratore; e all'insegna di un simile, singolare rapporto di odio-amore o di "ambivalenza" affettiva nasce e si sviluppa una storia che ha il pregio incontestabile dell'originalità e che si dipana in una sequenza di episodi dall'accento ironico e umoristico, sospesi tra la realtà e la fantasia, tra la cronaca e l'immaginazione; o, se si preferisce, in una serie di "favole" o "fiabe" per adulti, spesso dotate di soprasensi simbolici e politici, con riferimento alla situazione attuale del paese: è esemplare al riguardo il capitolo intitolato La corriera. Nel racconto si avverte costantemente l'esperienza, anche tecnica dell'autore, che delinea con grande abilità personaggi e situazioni, a metà strada fra realismo e surrealismo, e tutto investe del suo sorriso garbato e bonario, venato da un'ombra di melanconia e insieme ricco di umanità affabile e comprensiva, coronamento e approdo di una lunga, complessa e non indolore vicenda esistenziale.

L'intimo nemico. Fiabe per adulti di Chino Alessi
pag. 96, Lit. 15.000 - Edizioni PGS Press

Le prime righe
Il Linfocita
Lo incontrai per la prima volta a Grado sulla mia barca. Ma non lo notai subito, anche perché non disse una parola, non mosse un dito.
Avevo dormito a bordo, come spesso amo fare d'estate anche se non sono in navigazione, ma la notte era trascorsa male. Una tosse petulante, dura e talmente incontrollabile da essere sospettata persino di tosse canina o convulsa, come si dice per i bambini, così poco probabile alla mia età, mi aveva fatto perdere il sonno e la serenità.
Perché era da ottobre, da quando avevo fatto l'antinfluenzale, che raffreddori, tossi, mal di gola, febbri, disturbi così detti "di stagione", anche se "di stagione" non erano più, mi perseguitavano. Ed eravamo ad agosto! La speranza, a lungo cullata, che i mesi estivi mettessero una fine a quella singolare situazione era fallita. Il caldo, anzi, sembrava aver eccitato ancora di più tutte le infiammazioni. Era venuto il momento di affrontare l'emergenza e mi ricordai di Giulio, il coetaneo diventato famoso per la sua scienza in fatto di malattie polmonari e respiratorie, che da poco era andato in pensione e forse poteva dare un giudizio definitivo sui miei disturbi.
Raccolsi le mie cose, rinunciai alla barca, e tornai a casa deciso a farmi vedere da lui.
Giulio non trovò nulla che riguardasse il suo campo. E si era già rassegnato a concludere che, appunto, non trovava niente, quando, con uno di quei colpi di fantasia che vengono solo a chi nella vita, o anche solo nella professione, dispone di una marcia in più, disse: "Perché non facciamo l'esame del sangue?".
E proprio lì, dietro a quell'esame del sangue, si nascondeva lui, il grande personaggio nuovo e minaccioso della mia vita, il Linfocita; che adesso vorrebbe farla da padrone e permettersi licenze e dettare regole che, prima, nessuno si sarebbe mai permesso con un tipo come me. Vive mescolato in un mazzo di linfociti, probabilmente suoi fratelli, che, a mia insaputa, si sono fatti in tanti, quasi certamente per nasconderlo.

© 1997, MGS PRESS Sas

L'autore
Chino Alessi, giornalista e scrittore, è stato corrispondente di guerra sul fronte occidentale e in Africa settentrionale. Ha diretto "Il Piccolo" di Trieste dal 1954 al 1977. Ha pubblicato: "Un ombrello di filo spinato", "Debiti d'amore", "L'esame di maturità", "L'altra radice", "Rino Alessi" (biografia), "Zibaldone 70". È morto, dopo lunga malattia, il 12 ottobre 1996, pochi giorni dopo aver scritto l'ultimo capitolo di questo libro.



Pietro Cavallo
Italiani in guerra
Sentimenti e immagini dal 1940 al 1943

Parole rubate dall'informatore, lettere sequestrate alla censura, relazioni settimanali degli organi di polizia che, come odierni sondaggi d'opinione, registrano per le superiori autorità, per il Duce, lo "stato d'animo della popolazione".

Rimettendo ordine in questo enorme brusio di voci, Cavallo è riuscito a ricostruire come la pensavano gli italiani, quasi giorno per giorno, sulla guerra: come vedevano i nemici, come giudicarono la campagna di Grecia, poi l'intervento russo e americano, come reagirono alle avvisaglie della sconfitta e ai bombardamenti delle città. E insieme come ne sentivano parlare dalla propaganda, o dal cinema, come ne ridevano o cantavano. È una parabola discendente, che disegna la progressiva perdita di credibilità del fascismo e lo scollamento della comunità nazionale fino alla crisi del 25 luglio e dell'8 settembre, dove davvero la patria (una certa idea di patria, la patria fascista) muore. Questo libro non costituisce dunque una storia della guerra in Italia, dei fatti politici e militari, ma una storia dei sentimenti, dell'immaginario che la guerra ha generato, in breve una storia di come essa è stata percepita e vissuta. Un tema in larga parte inedito, studiato anche su fonti e materiali come canzonette, film, commedie e barzellette, ossia tutta quella produzione che al tempo stesso rispecchia e influenza l'immaginario collettivo. Emergono da queste pagine le aspettative, le speranze e le paure che gli italiani nutrirono nei confronti della guerra dal 1940 al 1943, vale a dire fino alla caduta del fascismo e all'arrivo del conflitto sul territorio nazionale.

Italiani in guerra. Sentimenti e immagini dal 1940 al 1943 di Pietro Cavallo
pag. 397, Lit. 38000 - Edizioni Il Mulino (Biblioteca storica)

Le prime righe
Una scena del film Giarabub, uscito sugli schermi nella primavera del '42, mostra l'accampamento italiano di notte, poco prima della battaglia finale. La macchina da presa segue il maggiore Castagna (Carlo Ninchi) e il capitano Del Grande (Mario Ferrari) nel loro giro d'ispezione. I due ufficiali si fermano a parlare prima con due soldati, due fratelli, che scrivono al padre. Entrati poi nella tenda, guardano con sollecitudine paterna i soldati che dormono. Seguendo i loro sguardi, la macchina effettua una lunga carrellata sui militari e sugli oggetti che ingombrano la camerata fino ad inquadrare alcuni fogli di carta spiegazzati su un tavolo: la lettera di un soldato. L'ingrandimento successivo ne rivela le righe conclusive: "e adesso cara madre non ne posso più perché me se chiudono li occhi sono stanco adesso ti lascio e tanti abbraccio forte forte tuo figlio Giovanni". La sequenza mette così in risalto la centralità della corrispondenza durante il conflitto. Una centralità esaltata da quasi tutti gli altri film incentrati sulla guerra, dalle canzoni, dai lavori teatrali e confermata dalle stesse lettere dei combattenti. Scriveva un capitano dalla Libia:
A tutto ti rassegni poca acqua scarsa, o magari nessuna comodità ecc. ma quella della posta che sogni la notte, che alle prime luci dell'alba dici subito al tuo compagno: speriamo che almeno oggi sia arrivato l'aereo, rappresenta tutta la tua vita.
"Per noi la corrispondenza è tutto", ribadiva un soldato dal fronte tunisino. Il suo mancato arrivo contribuiva - aggiungeva un altro dalla Russia - a deprimere ulteriormente il morale dei militari: "Altra cosa importante, la posta, siamo da 24 giorni fermi e posta non ne arriva, questo è anche lui un fattore che mette il morale a terra, caro mio, essere sinceri, il morale è basso, anzi bassissimo". La posta rappresentava per chi era al fronte l'unico collegamento con quanto si era lasciato in patria: essa era - sottolineava un colonnello, lamentandosi anche egli del disservizio per cui arrivava "prima la lettera che ti annuncia il battesimo e dopo quella che ti annuncia la nascita!" - "il pensiero fisso del soldato. Il rancio spirituale più atteso. È tutto ciò che gli rimane di un mondo perduto al quale agogna illuso, che lo troverà migliore...".

© 1997, Società editrice il Mulino

L'autore
Pietro Cavallo è ricercatore di Storia contemporanea nell'Università di Salerno e insegna Storia del giornalismo nella facoltà di Sociologia dell'Università Federico II di Napoli. Tra i suoi libri: Immaginario e rappresentazione. Il teatro fascista di propaganda (Bonacci 1990) e Riso amaro. Radio, teatro e propaganda nel secondo conflitto mondiale (Bulzoni, 1994).



Elisa Springer
Il silenzio dei vivi
All'ombra di Auschwitz, un racconto di morte e di resurrezione

Il libro della Springer può essere considerato uno di quei testi che sanno parlare agli uomini e alla storia, al cuore e alla mente.

Elisa Springer aveva ventisei anni quando venne arrestata e deportata ad Auschwitz con il convoglio in partenza da Verona il 2 agosto 1944. Salvata dalla camera a gas dal generoso gesto di un kapò, Elisa vive e sperimenta tutto l'orrore del più grande campo di sterminio nazista. Ben presto ridotta a una larva umana, umiliata e offesa, anche nel corso dei successivi trasferimenti a Bergen Belsen, il campo dove morì tra gli altri Anna Frank, e a Theresienstädt, riuscirà a tenere vivo nel suo animo il desiderio di sopravvivere alla distruzione. La sua forza e una serie di fortunate coincidenze, le consentono di tornare fra i vivi, dapprima nella sua Vienna natale e poi in Italia, dove all'inizio della persecuzione nazista contro gli ebrei d'Europa, spinta dalla madre, aveva cercato rifugio. Da questo momento e per cinquant'anni la sua storia cade nel silenzio assoluto: nessuno sa di lei, conosce il suo dramma; nessuno vede (o vuole vedere) il numero della marchiatura di Auschwitz che Elisa tiene ben celato sotto un cerotto. Il mondo avrebbe bisogno della sua voce, della sua sofferenza ma le parole non bastano a raccontare il senso del suo dramma infinito e sempre vivo.
La sua vita si normalizza, nasce un figlio. In quegli anni è proprio la maternità il segno della riscossa contro i carnefici. Cinquant'anni dopo proprio questo figlio, Silvio, vuole capire, sapere e lei, per amore di madre ritrova le parole che le sembravano perdute.

Il silenzio dei vivi. All'ombra di Auschwitz, un racconto di morte e di resurrezione di Elisa Springer
pag. 122, Lit. 20.000 - Edizioni Marsilio (Gli specchi della memoria, a cura di Frediano Sessi)

Le prime righe
Introduzione
1 novembre 1995: sono tornata ad Auschwitz.
Ho rivisto i reticolati, le torrette, quel che resta dei forni crematori e le baracche, dove ci raccoglievamo tremanti.
Ho risentito, nel silenzio assoluto di oggi, le voci e le invocazioni di ieri.
Ho capito che non bastano cinquant'anni, per cancellare il ricordo di un crimine così grande.
L'immagine di quei luoghi, e il dolore che ne derivò, sono impressi in maniera indelebile nei miei occhi: non mi hanno mai abbandonato.
Oggi più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano: è l'unico modo per sperare che quell'indicibile orrore non si ripeta, è l'unico modo per farci uscire dall'oscurità. E allora, se la mia testimonianza, il mio racconto di sopravvissuta ai campi di sterminio, la mia presenza nel cuore di chi comprende la pietà, serve a far crescere comprensione e amore, anch'io allora, potrò pensare che, nella vita, tutto ciò che è stato assurdo e tremendo, potrà essere servito come riscatto per il sacrificio di tanti innocenti, amore e consolazione verso chi è solo, sarà servito per costruire un mondo migliore senza odio, né barriere.
Un mondo in cui, uomini liberi, capaci e non schiavi della propria intolleranza, abbattendo i confini del proprio egoismo avranno restituito, alla vita e a tutti gli altri uomini, il significato della parola Libertà.
Oggi ho compreso che Dio mi ha concesso di liberarmi dalla prigionia del passato, attraverso le pagine di questo libro.
Mi ha fatto amare dai ragazzi che ho incontrato, dai germogli del domani.
Loro volevano conoscere, e allora a essi ho potuto raccontare il bene e il male, l'amore e l'intolleranza, a loro ho fatto conoscere i volti dei miei compagni, esortandoli a essere visitatori liberi di Auschwitz, Bergen-Belsen, Theresienstädt e di tutti gli altri lager, pellegrini d'amore e di speranza.
Un fiore... solo un fiore piantino, per ogni lacrima che cadrà dai loro cuori. Saranno loro, i fiori di quel deserto e lì, in silenzio, comprenderanno perché tanti milioni di innocenti, sono nati "solo" per morire.

© 1997, Marsilio Editori s.p.a. in Venezia

L'autrice
Elisa Springer è nata a Vienna nel 1918 in una famiglia di commercianti ebrei di origine ungherese. Sopravvissuta ai campi di sterminio, nel 1946 si trasferisce in Italia. Ora vive a Manduria, in provincia di Taranto.



Lawrence Thornton
Teresa degli spiriti

Un incubo, una storia apparentemente senza uscita, ma con risvolti imprevedibili e misteriosi, nell'Argentina dei generali.

Gli squadroni della morte rapiscono, torturano, violentano impunemente. Le vittime spariscono nel nulla. La ragazza che una notte si trova con altri sventurati senza nome in un luogo sconosciuto nelle mani dei killer, vive paralizzata gli attimi dilatati di un incubo. Non c'è scampo per lei. Eppure, miracolosamente, sopravvive e, senza alcun ricordo del passato, inizia un lungo, tortuoso viaggio di perdita e di riscatto. Quale forza occulta si è interposta tra lei e i suoi massacratori? Chi la tiene per mano nella sua odissea? Chi difende gli innocenti?
La giovane è scampata al massacro perché su di lei, inconsapevole, incombe un compito enigmatico che la riporterà al confine tra la vita e la morte, questa volta per ritrovare il filo delle esistenze soppresse quella notte e, solo allora, ritrovare la memoria.
L'autore, dopo Tango degli innocenti, torna nell'Argentina dei generali e dei desaparecidos con un romanzo che, come ha scritto Isabel Allende, ha il dono di farci accettare senza discutere "le molteplici possibilità insite nel reale".

Teresa degli spiriti di Lawrence Thornton
Titolo originale: Naming the Spirits

Traduzione di Nicola Rainò
206 pag., Lit. 26.000 - Edizioni il Saggiatore (Scritture)

Le prime righe
PROLOGO
Finché non cominciarono gli spari nessuno di noi si era sentito destinato a intonare questo lungo canto di ossa notturne. Spaventati lo eravamo, non c'è dubbio; qualcuno era impietrito. Ma nonostante le pistole e la lanterna che riluceva nel buio come l'occhio di un grosso animale, ci era impossibile crederci candidati all'estinzione. Dopo tutto, a parte la ragazzina ancora adolescente, non eravamo altro che dodici individui qualunque, uomini e donne tra i venti e i trent'anni, in nulla diversi da migliaia di altri. Anche volendo, sarebbe stato impossibile individuarci su un marciapiede gremito di gente, e identica fortuna si sarebbe avuta fermandosi a un bar all'aperto sul Riachuelo nella speranza di intravedere uno di noi a un tavolo con un caffè o una birra. Semplicemente non c'era un segno qualsiasi che facesse dire di una donna con i capelli scuri in abito verde o di un uomo con la pipa "Ecco un probabile candidato". Per individuare ciò che ci rendeva tali, ci sarebbero voluti i raggi x, non quelli che avvolgono di una luce misteriosa ossa e organi, ma qualcosa di più tecnologicamente avanzato, in grado di penetrare all'interno della mente rivelando le idee che avevano acceso l'ira dei generali, idee che essi reputavano pericolose come fiammiferi accesi in un pagliaio, e che vennero a coincidere con i nostri nomi.
Assurdo? Certo che era assurdo. Buenos Aires pullulava di estremisti stralunati con una passione smodata per le bombe al plastico, ragazzi e ragazze che avevano imparato ad amare la persuasività del fuoco, ma noi non credevamo nella violenza. Persino i due tra noi ingenui al punto da esprimere opinioni in pubblico non avevano mai alzato un dito contro il regime. Non che questo contasse più di tanto: in quel periodo le idee erano più che sufficienti a farti sparire.

© 1997, il Saggiatore

L'autore
Lawrence Thornton ha al suo attivo diversi romanzi. Il tango degli innocenti, edito in Italia dal Saggiatore e ora in edizione economica, gli ha dato la celebrità mondiale. Vive in California.



Andrew Vachss
Nato sotto una cattiva stella

Leggere Vachss è un po' come prendere un biglietto di sola andata per l'inferno.

"Autentico duro", più dei suoi stessi personaggi on the road, l'autore firma un viaggio all'inseguimento del male annidato nella quotidianità metropolitana. I riflettori sono sempre puntati su quel lungo "filo spinato", un prodotto della coscienza della nostra società che, latitante nella tutela e nel recupero dei soggetti a rischio, "genera i suoi stessi mostri". Un serial killer le cui trasgressioni nascondono un'infanzia segnata da un ripetuto abuso psicologico; un uomo che coltiva la sua ordinaria follia in un anonimo palazzone di città; incesti che si alimentano nel silenzio di chi li subisce e di chi sa e tace; amicizie vissute secondo le spietate leggi della strada; sogni e bisogni negati ai giovani d'oggi; una profezia cyberpunk sulla vita che si è trasferita sottoterra, rigidamente inquadrata in bande agguerritissime: appena sbirciamo dalle nostre finestre, loro sono là, senza scosse, senza futuro, senza niente di niente. Ecco, come ci appaiono i personaggi di Vachss. Una cosa però ce l'hanno: una storia alle spalle, pesante, nascosta, tremenda al punto di azzerare le loro esistenze trasformandoli da vittime di ieri in carnefici di oggi. Nato sotto una cattiva stella è una nonstop tesa e graffiante su una realtà da incubo, troppo vasta per essere compressa in una pagina, "Troppo e basta" per essere senza fine... eppure rappresentata con un'efficacia ricca di micidiali accelerazioni ironiche che rimanda alla migliore letteratura hardboiled.

Nato sotto una cattiva stella di Andrew Vachss, traduzione di Maria Teresa Marenco.
pag. 372, Lit. 28.500 - Edizioni Frassinelli (Strade)

Le prime righe
Un lampo bianco

La stronza del 24-G è una puttana. Una vera troia. Si esibisce davanti alla finestra della camera da letto provando vari capi di biancheria intima. Talvolta guarda fuori della finestra. Sa che sono qui.
L'edificio ha un sacco di finestre. E tutte hanno qualcosa che le chiude: tende, veneziane, pannelli. La stronza del 24-G ha le tende, ma non le tira mai.
Ho uno schema dell'edificio che ho tracciato io stesso. Entro ed esco di lì in continuazione. Faccio consegne per un fiorista. Mi hanno procurato quel lavoro quando mi hanno rilasciato.
A dir la verità non ho bisogno di quell'occupazione. Ho i soldi che mi ha lasciato mia madre. Ma la stronza della Sezione libertà condizionata ha decretato che dovevo avere un lavoro.

La stronza del 19-E è appena rientrata. È una sozzona. Quando rientra in casa, si spoglia mollando i vestiti sul pavimento. Quando torna in soggiorno è avvolta in un asciugamano. Non raccatta i vestiti se prima non beve qualcosa. Sono certo che è una bevanda alcolica perché c'impiega un sacco di tempo a prepararla. Io gli alcolici non li tocco.

Al 16-F c'è una bionda che proprio detesto. È la più stronza di tutte. Cammina come se avesse un bastone infilato nel culo. Mi piacerebbe cacciarle qualcosa nel culo. Un attizzatoio rovente.
A ogni pensata come questa dovrei dare una tirata all'elastico. Quello che ho intorno al polso. Devo ricordarmi che questi sono cattivi pensieri.

© 1997, Edizioni Frassinelli

L'autore
Andrew Vachss è un avvocato di New York i cui soli clienti sono bambini, molti dei quali vittime di abusi. È stato consulente dei servizi sociali statunitensi, direttore di un carcere di massima sorveglianza per giovani violenti, nonché animatore di una comunità per il recupero infantile. I suoi libri sono stati tradotti in venti lingue e hanno vinto il Grand Prix de Littérature Policière in Francia, il Falcon Award in Giappone e il Deutschen Krimi Preis in Germania.



4 aprile 1997