Donatella Bisutti
Voglio avere gli occhi azzurri
Storie di Simona

"Donatella Bisutti propone un romanzo che è pura poesia e una volta di più rivela quanto vi sia di artificioso nella distinzione tra generi: soprattutto per questa ragione si impone come scrittrice insolita e intelligente, lontana da maniere e facilonerie. Una scrittrice che riconcilia con la carta stampata".
Giampaolo Rugarli


La protagonista di queste storie di vita vissuta è Simona, una bambina che ama la madre ma al tempo stesso la sente estranea al suo mondo, reticente, incapace di mettersi al suo livello a causa di un tacito egoismo e di una dichiarata indifferenza. I racconti (che compongono un'unica vicenda), brevissimi e perfetti nella loro sinteticità, narrano tale difficile rapporto attraverso le forme del sogno, della fantasia ad occhi aperti, della descrizione di minimi fatti giornalieri, di paesaggi naturali e così via.
Il libro possiede una insolita delicatezza ma anche un fondo cinico in cui si riassume la malinconia dell'infanzia tradita o comunque accantonata dall'universo adulto.
Il finale vede la riconciliazione di una Simona divenuta adulta con l'immagine materna.

Voglio avere gli occhi azzurri. Storie di Simona di Donatella Bisutti
pag. 188 - Lit. 26.000 - Edizioni Bompiani (Le Finestre)

Le prime righe
Gli occhi azzurri
Simona era una bambina con i capelli biondi, lunghi e lisci e gli occhi marroni. Simona non era contenta del colore dei suoi occhi. Li avrebbe voluti azzurri. Tutte le bambine delle favole che le piacevano li avevano azzurri. Le sue bambole li avevano azzurri. E anche la sua mamma li aveva azzurri.
Simona chiedeva alla sua mamma: "Di che colore hai gli occhi?" E la mamma diceva: "Non vedi? Sono azzurri."
"E i miei?" chiedeva Simona.
"I tuoi sono marroni" rispondeva la mamma.
Allora Simona si buttava a pancia in giù sul pavimento e tirava calci e gridava, benché sapesse che alla mamma questo non piaceva affatto: "Non è vero, anche i miei sono azzurri."
"No, Simona," diceva la mamma, "e tu lo sai benissimo. Vatti a guardare allo specchio."
Simona andava a guardarsi nello specchio del bagno, dove si vedeva bene perché arrivava fino a terra, e vedeva una bambina bionda con gli occhi marroni. Però ritornava e diceva: "Sono azzurri, azzurri, azzurri."
Allora la mamma diceva: "Ma perché vuoi avere gli occhi azzurri? I tuoi occhi marroni sono bellissimi, e stanno benissimo con i capelli biondi. E poi sono grandi con le ciglia lunghe."
Ma Simona continuava a piangere e diceva: "Non è vero, sono azzurri."
"Perché li vuoi azzurri? Diceva la mamma."
"Perché tu li hai azzurri" rispondeva Simona.
"Questo non significa niente" diceva la mamma. "Tu per esempio hai i capelli lunghi e biondi e io non li ho. Eppure mi piacerebbe averli."
"Sai cosa faremo?" Disse una volta la mamma. "Inventeremo la storia di una bambina con gli occhi marroni."

© 1997, RCS Libri & Grandi Opere S.p.A.

L'autrice
Donatella Bisutti è nata a Milano e vive sul lago di Como. Nel 1984 ha vinto il Premio Internazionale Eugenio Montale per l'inedito con il volume Inganno Ottico. (Società di Poesia. Milano 1985). Nel 1992 ha pubblicato per Mondadori il saggio La Poesia salva la vita. Sempre per Mondadori ha curato e tradotto La memoria e la mano del poeta francese Edmond Jabès. Nel 1996 è uscito L'Albero delle parole. Grandi poeti di tutto il mondo per i bambini (Universale Economica Feltrinelli).



Nagib Mahfuz
Notti delle Mille e Una Notte

L'occasione di rileggere un classico della letteratura mondiale e di scoprirne i retroscena grazie alla penna del maggiore scrittore arabo contemporaneo.

Il romanzo inizia esattamente dove terminano Le Mille e Una Notte. Il sultano, dopo aver ascoltato per quasi tre anni le narrazioni di Shehrazade, decide di sposarla. Tutti credono che, grazie alla sua abilità di narratrice, Shehrazade non solo si sia salvata ma che abbia anche destato l'amore e la pietà nel cuore del sultano. Tutto il paese è convinto che di lì a poco regneranno solo pace e armonia. Purtroppo però il cambiamento da parte del sultano è stato solo apparente ed egli continua a non conoscere compassione, amore e giustizia. Come elevare allora la sua anima e risvegliare la coscienza? Solo attraverso una serie di avvenimenti che gli insegneranno il vero significato del potere...
Ricorrendo alla magia delle "Mille e Una Notte", Mahfuz traccia una vivace allegoria del mondo arabo contemporaneo, in particolare dei conflitti politici e del fanatismo religioso. Mahfuz stesso considera questo romanzo come l'opera più importante della sua vita.

Titolo originale dell'opera: Layali alf Laylah
Traduzione dall'arabo di Valentina Colombo
pag. 221, Lit. 24.000 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori)

Le prime righe
SHAHRIYÀR
Terminata la preghiera dell'alba, quando nubi d'oscurità si ergevano immobili ad affrontare vigorosi fiotti di luce, il visir Dandàn venne convocato al cospetto del sultano Shahriyàr. La compostezza, caratteristica principale di Dandàn, scomparve e nel petto dell'uomo prese a palpitare il suo cuore di padre. Mentre si vestiva balbettò: "Ora si compierà il destino, il tuo destino Shahrazàd!".
S'incamminò quindi per la strada che si inerpicava sul monte in groppa a un ronzino, seguito dalla scorta e preceduto da un uomo con in mano una fiaccola che ardeva nell'aria colma di rugiada e gradevole frescura. Tre anni erano trascorsi tra il timore e l'attesa fiduciosa, tra la morte e la speranza. Erano trascorsi narrando racconti, grazie ai quali per Shahrazàd l'ora della morte si era allontanata per tre anni. Purtroppo i racconti, come tutte le cose, hanno una fine, erano terminati il giorno precedente. E ora quale destino ti attenderà, mia figlia amata?
Entrò nel palazzo arroccato in cima al monte. Il ciambellano lo condusse su un balcone che s'affacciava sul retro, su un immenso giardino. Shahriyàr apparve seduto, illuminato da un unico candelabro. Sul suo capo splendeva la chioma folta e scura; sul viso allungato brillavano gli occhi; sul petto gli scendeva una barba lunghissima. Giunto al suo cospetto, Dandàn baciò il pavimento e venne colto - nonostante si conoscessero da molto tempo - dal terrore per un uomo la cui esistenza era trascorsa all'insegna dell'intransigenza, della severità e dello spargimento di sangue innocente. Il sultano face cenno di spegnere l'unico candelabro acceso. Calarono le tenebre. Si distinguevano solo i contorni degli alberi che emanavano un intenso profumo.

© 1997, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

L'autore
Nagib Mahfuz nasce nel 1911 nel quartiere cairota di Gamaliyyah. Nel 1939 pubblica il suo primo romanzo, ambientato nell'Egitto faraonico, e da quel momento compone più di sessanta opere, molte delle quali adattate per il grande schermo. Considerato dalla critica uno dei migliori scrittori arabi di tutti i tempi, a seguito del conseguimento del premio Nobel nel 1988, Mahfuz è ormai apprezzato e amato dai lettori occidentali. Sebbene nel 1994 sia stato vittima di un attentato da parte di alcuni fondamentalisti islamici, continua a scrivere.



Álvaro Mutis
Un bel morir

In versione tascabile il nuovo capitolo dei disperati vagabondaggi di Maqroll il Gabbiere, in sosta provvisoria sulle sponde di un fiume innominato.

"Un bel morir tutta una vita onora" (Francesco Petrarca)

Con questo volume Álvaro Mutis chiude la trilogia "Imprese e tribolazioni di Maqroll il Gabbiere" (gli altri due titoli sono "La neve dell'ammiraglio" e "Ilona arriva con la pioggia", ora portato sullo schermo dal regista Sergio Cabrera). E, in un breve testo posto a mo' di appendice, registra una possibile versione della sua morte solitaria: "...giaceva raggomitolato ai piedi del timone, il corpo magro, asciutto come un mucchio di radici torturate dal sole".
In realtà, nei libri che seguiranno, ritroveremo ancora Maqroll e la sua "corte" di amici, nemici, avventurieri e amanti.
Questa volta, il suo disperato e amaro vagabondaggio trova una sosta a La Plata: paese fantasma che sopravvive sulle sponde di un fiume senza nome e sul quale incombe un'atmosfera minacciosa. Qui il Gabbiere si lascia vivere, come ipnotizzato dall'inerzia di quanto gli sta attorno, fino a quando è costretto ad accettare, da un equivoco e sedicente fiammingo, un lavoro che subito si rivela una trappola. Interviene l'esercito e il Gabbiere rischia il plotone di esecuzione. Non mancano tuttavia le figure benefiche, come quella di Amparo María, amante prima interessata e poi devota che, con Ilona e Flor Estévez, va a formare una sorta di trio protettore.

Titolo originale dell'opera: Un bel morir
Curatore Ernesto Franco, traduttore Fulvia Bardelli
pag. 160, Lit. 13.000 - Edizioni Einaudi (Einaudi Tascabili. Letteratura n. 419)

Le prime righe
Tutto ebbe inizio quando Maqroll non si mosse più dal porto di La Plata e rimandò per un tempo indefinito la decisione di proseguire il suo viaggio di risalita lungo il fiume. Si trattava, in questa navigazione alle sorgenti del grande fiume, di trovare qualche traccia di coloro che avevano condiviso, anni addietro, alcune delle sue mirabili imprese. Scoraggiato dall'assenza della più piccola notizia intorno ai suoi antichi compagni e con un amaro sapore nell'anima al vedere come si esaurissero le ultime sorgenti che alimentavano quella nostalgia che lo aveva portato lì da tanto lontano, concluse che per lui non faceva differenza restare lì, in quel povero villaggio, o continuare a risalire la corrente senza più alcun motivo che lo spingesse a farlo.
Cercando alloggio a La Plata trovò una camera disponibile in casa di una donna cieca, molto stimata nel luogo. Tutti la conoscevano come donna Empera. Dopo aver concordato il prezzo dell'ospitalità e di altri servizi, come i pasti e la pulizia del suo ridotto vestiario, scelse una stanza la cui ubicazione era quantomeno sorprendente. Per guadagnare spazio, la padrona aveva fatto costruire due camere che sporgevano sulla corrente del fiume e si reggevano su rotaie di ferrovia piantate obliquamente sulla sponda. La costruzione si manteneva in piedi per uno di quei miracoli d'equilibrio ottenuti in queste terre da coloro che sanno sfruttare tutte le possibilità del grosso bambú conosciuto come "guadua", la cui leggerezza e versatilità, nel servire ai fini della costruzione, giungono a essere insuperabili. Le pareti, alzate con lo stesso materiale, si completano e si consolidano con un'argilla di colore rossiccio reperibile lungo i dirupi scavati dal fiume, nei punti in cui il suo letto si fa più stretto.
La stanza sembrava una gabbia sospesa sul carezzevole borbottío delle acque color tabacco, dalle quali saliva un tonificante aroma di fango fresco e di vegetali macerati dalla sempre capricciosa e imprevedibile corrente del fiume. Le altre camere venivano affittate da donna Empera a coppie di passaggio da cui pretendeva soltanto il pagamento anticipato per i giorni di permanenza e l'osservanza di un ordine strettissimo per quanto riguardava gli effetti personali. Lei stessa si incaricava di riordinare le camere e, nella maniera più gentile ma con fermezza, chiedeva ai suoi clienti che, sin dal primo giorno, le indicassero il luogo scelto per ciascun oggetto. In tal modo poteva rigovernare le stanze seguendo sempre lo stesso ordine.

© 1992 e 1997, Giulio Einaudi editore s.p.a.

L'autore
Álvaro Mutis, nato a Bogotá nel 1923, vive in Messico. È considerato uno dei maestri della letteratura latinoamericana. Nel 1989 ha vinto il Premio Médicis, nel 1991 il Premio Nonino e nel 1992 il Premio I.I.L.A. Oltre ai romanzi del ciclo di Maqroll, editi da Einaudi, di recente è uscito anche Abdul Bashur, sognatore di navi (Einaudi, 1996), che ha per protagonista l'alter ego del Gabbiere. Una sua poesia ha ispirato a Fabrizio De André la canzone compresa nel nuovo CD del cantautore genovese, "Anime salve".



Rasupuram Krishnaswami Narayan
Una tigre per Malgudi

"La mia storia comincia con una tigre anziana che sta in gabbia, e rimugina sul suo passato, da quando era giovane e libera nella giungla a quando, in cattività, diventa una star del circo."

Quale sarà stata, nell'esistenza precedente, l'identità di Raja, un magnifico esemplare di tigre, che Narayan ha scelto come protagonista e voce narrante di questo romanzo? Non lo sappiamo, ma certo, qualunque creatura fosse, essa deve aver avuto qualche influenza sulla sua vicenda, davvero straordinaria. Raja è stato - giovane maschio spavaldo e crudele - l'incontestato sovrano della giungla. Poi, perduta la femmina e i piccoli, è diventato il terrore dei villaggi, lo sterminatore di greggi, il fantasma terribile di ogni notte. Finché, catturato, è stato introdotto a una nuova fase dell'esistenza, e a un nuovo ruolo: quello di attrazione in un circo. Raja, qui, sperimenterà molti, sorprendenti fenomeni; ma soprattutto conoscerà la violenza degli uomini, quella specialissima violenza - fredda, progettata, compiaciuta, inflessibile - che è tanto diversa, e tanto più "inumana", della sua. Il successivo passaggio ad un set cinematografico sarà per la tigre l'incontro con una nuova, mirabile categoria, la modernità: una "gabbia" non meno orribile e non meno grottesca delle altre. Sarà una sanguinosa evasione a liberarlo; ma solo per condurlo a nuove avventure in quel mondo del tutto assurdo che è il mondo degli umani. Lo scrittore indiano, riserva al suo protagonista una sorte inattesa e fortunata: Raja, strepitoso io narrante del romanzo, sarà raccolto da un sannyasi, un eremita, uno di quei "maestri" che conducono una vita vagabonda e ascetica, e diventerà il suo mite compagno e allievo nella foresta. Con straordinaria naturalezza, e con un umorismo felice cui si alternano pagine di commossa riflessione, Narayan ha creato una convincente voce narrativa, un'imprevedibile, efficacissimo punto di vista, un personaggio davvero indimenticabile.

Titolo originale: A Tiger for Malgudi
Traduzione di Giuseppe Bernardi. Introduzione dell'autore
pag. 169, Lit. 24.000 - Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)

Le prime righe
Non ho idea di quanto sia vasto questo zoo. Conosco solo il mio angolo e quel che mi passa davanti. Il giorno che mi hanno portato qui, ho notato solo un cancello aperto perché entrassi. Quando mi sono alzato, ho colto con l'occhio alcune gabbie che c'erano più avanti, e ho sentito la voce di un leone. L'uomo che mi ha trasferito qui dalla foresta è sceso dalla jeep e, dopo aver dato un'occhiata nella mia direzione, ha detto: "Sì, mi pare che stia bene. È proprio un bel maschio di tigre. Ora correte a vedere se la gabbia in fondo è pronta. Questa bestia è abituata a stare in mezzo alla gente, e ad avere grande libertà di movimento. Dobbiamo tenerla dove passano i visitatori. Bisogna anche metterle a disposizione la recinzione a cielo aperto, quando non son fuori gli altri. Vedete un po'".
Mi hanno mostrato una particolare considerazione, grazie al mio Maestro, che potrei anche non rivedere più. Comunque, adagiato qui sul pavimento freddo, io spero ardentemente che un giorno il Maestro esca a un tratto dalla folla, apra la porta della mia gabbia e mi ordini: "Vieni fuori, andiamo". Il mio sogno è questo. Continuo a scrutare le facce, ma mi sembrano tutte facce grigie e monotone, nessuna è radiosa come la sua. Uomini, donne e bambini guardano fra le sbarre, e a volte c'è qualcuno che esclama: "Ah, guarda la tigre. Che bestia feroce!", e fanno dei versacci perché mi alzi, buttano magari un sassetto se non c'è il guardiano nei paraggi, e poi proseguono facendo simili apprezzamenti sull'occupante della gabbia successiva. Voi probabilmente non sapete che io sono diverso dalla tigre qui accanto, che posseggo un'anima dietro questo minaccioso aspetto esteriore. Posso pensare, analizzare, giudicare, ricordare e fare tutto quello che fate voi, forse con maggiore senno e sottigliezza. Mi manca solo la parola.
Ma, se riusciste a leggere i miei pensieri, vi inviterei volentieri a entrare per farvi ascoltare la storia della mia vita. Potreste infilare il braccio fra le sbarre e toccarmi, e io allungherei la zampa per salutarvi, dopo aver ritratto gli artigli, naturalmente. Siete sviati dalle apparenze - gli artigli, le zanne, i miei occhi di fuoco, è chiaro, vi spaventano. Non vi biasimo. Non so perché Dio abbia voluto darci questo aspetto fiero, lo stesso Dio che ha creato il pappagallo, il pavone e il cervo, che tanto ispirano poeti e scrittori. Non vi biasimo quindi se vi tenete a distanza; anche a me sono venuti i brividi nel vedermi riflesso, una volta che mi ero accucciato sulla riva di uno stagno per prendere una sorsata d'acqua - non certo quando ero una bestia selvaggia, ma in seguito, dopo che ho ricevuto l'insegnamento del mio Maestro, e ho imparato a chiedermi: "Chi sono io?" Non ridete nel sentirmi parlare in questo modo. Presto vi dirò del mio Maestro.

© 1997, Ugo Guanda Editore S.p.A.

L'autore
Rasupuram Krishnaswami Narayan, nato a Madras nel 1906, è uno dei maggiori scrittori indiani. Fra i suoi libri ricordiamo: Talkative Man, Swami and His Friends: a Novel of Malgudi, The Bachelor of Arts, The Dark Room, The English Teacher, Mr Sampath, Waiting for the Mahatma, The Man-Eater of Malgudi e The Painter of Signs.



Fabrizio Rondolino
Un così bel posto

"Maddalena s'innamora dall'orlo e dal bordo, e s'innamora di un amore violento e affranto: è l'amore del giorno della creazione, è l'amore senza scelta di Adamo ed Eva. L'amore di Maddalena è così, senza scelta e senza rimedio: è il più grande"

Maddalena Delani è una giovane cantante lirica di Buenos Aires. Lui si chiama Sonnabend, professor Sonnabend, di Chicago, e ha di recente vinto la cattedra di Neurofisiologia della Memoria all'Università di Evanston, Illinois. Maddalena e il professor Sonnabend si incontrano in un riservato albergo nella foresta argentina, più o meno tra gli anni Trenta e Quaranta: si incontrano e si innamorano. È la prima volta nella sua vita che Sonnabend corteggia una signora: ogni mattina la invita a passeggiare. Lei acconsente e si fa complice del gioco malizioso della conversazione, che ogni mattina riprende identico, immutabile, ripetitivo. Sì, perché Maddalena ha la memoria malata: il tempo le scivola via rapidissimamente, senza lasciare traccia. Ogni incontro mattutino con Sonnabend è sempre il primo; ogni mattina Maddalena si innamora e le emozioni di quelle ore sono destinate a essere presto scordate. Sperando di poterla guarire, Sonnabend porta con sé quella donna e vive con lei quell'amore che inizia ogni mattina. Staranno insieme per dieci anni e la loro vita, fatta di un unico insuperabile presente, sarà lieve come un innamoramento...
Ma il romanzo di un amore che non diventa storia non può avere un lieto fine, perché gli uomini e le donne non possono rinunciare al loro passato e, soprattutto, alle illusioni del futuro. Maddalena e Sonnabend torneranno all'albergo nella foresta dove si erano incontrati: lui ha prenotato le medesime stanze e tutto è rimasto come allora. Per un attimo sembra quasi che la donna riconosca il luogo, e non è solo un'impressione: il loro sarà un semplice addio.

Un così bel posto di Fabrizio Rondolino
pag. 180 - Lit. 24.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)

Le prime righe
La voce di Maddalena Delani era una voce trasparente e profonda. Sembrava venisse da un'estrema lontananza e sembrava creata dal nulla. Quella voce per molti era un mistero; per qualcuno, una curiosità.
Una voce così - erano in tanti a dirlo - non s'era mai sentita. Raccontarla pareva a tutti impossibile. C'era chi ricorreva a questa o a quella immagine, e qualche volta l'immagine riusciva a spingersi fin nei pressi di quella voce, fin sulla soglia di quel suono. C'era chi ne parlava per ore, chi ne discuteva con passione, chi tentava di descriverla.
Descrivere però non è ascoltare. E nessuna descrizione riusciva ad afferrarla, a renderle giustizia, a darne un'immagine meno che vaga. Nessuno riusciva a farla risuonare ancora dopo che s'era spenta.
Una voce così non s'era mai sentita.
I critici musicali, alcuni dei quali avevano seguito la carriera di Maddalena Delani fin dal principio, fin dai primi concerti in una sala di periferia, con un pubblico rumoroso e un pianoforte verticale, dicevano che quella voce toccava vette inesplorate. Dicevano che sentire quella voce era come respirare l'aria purissima di una montagna sempre coperta di neve, una montagna dove nessun uomo era mai salito, e l'unico modo per salirci era sentire quella voce, e non ce n'erano altri. Dicevano che era una voce trasparente e profonda, e sebbene non fosse del tutto chiaro che cosa significasse cantare con una voce trasparente e profonda, pure molti di quelli che l'avevano sentita si ritrovavano d'accordo, e facevano di sì col capo, ed erano contenti perché sembrava loro di aver quella voce ancora vicina.
Una voce che non si può descrivere è una voce che non si è mai sentita.
Dicevano naturalmente che era bellissima, e avevano ragione. Però, intendiamoci, non significa poi molto dire che era bellissima: di voci belle, e anche bellissime, in fin dei conti ce ne sono tante. Quella di Maddalena Delani era però la sola, l'unica.
Il canto di Maddalena Delani aveva questo di particolare: che sembrava giungere da lontano, da una grande profondità o, come pure si diceva, da una vetta inesplorata: e in questo lento e forse faticoso risalire su su fino alla superficie, fin dove ci siamo noi che l'ascoltiamo, o in questo precipitoso e lieve discendere, giù giù fino ad incontrarci, il canto di Maddalena Delani portava con sé non i detriti e le scorie e le tracce della fatica, non la precipitazione e l'affanno, ma una specie di spessore, ecco, uno spessore solido e compatto e inscalfibile come un cristallo, perfetto nelle forme e lucido, levigato, luminoso, che sgomenta e anche un po' fa paura.

© 1997, RCS Libri & Grandi Opere S.p.A.

L'autore
Fabrizio Rondolino è nato a Roma nel 1960. Vive a Roma, dove svolge la funzione di portavoce dell'onorevole Massimo D'Alema.



Marita van der Vyver
In compagnia degli angeli

"E così non mi sono suicidata. Ho passato il resto della serata a pulire il forno. Veramente sono rimasta quasi soffocata dalle esalazioni"

Griet si è smarrita. Dopo sette anni di matrimonio, suo marito George l'ha cacciata di casa, da un giorno all'altro. Ha perso il suo bambino. A un certo punto, si è perfino trovata con la testa nel forno - in un forno molto sporco. Per fortuna le è rimasto tutto il suo travolgente senso dell'umorismo. In ogni caso, non è facile ricominciare una nuova vita, neppure per Griet, malgrado l'aiuto degli amici e dei familiari, a cominciare da uno scatenato quartetto di fratelli e sorelle. Così questa giovane donna adorabile e coraggiosa cerca aiuto nei miti, nelle fiabe e nelle leggende che sentiva raccontare dai nonni. Inventa storie per guadagnarsi da vivere, ma anche per cercare di capire quello che le sta succedendo. E tuttavia le rimane dentro uno di quei sentimenti che ogni donna conosce bene: la paura di restare sola. Finché un giorno (o meglio, una notte) un angelo bussa alla sua porta. Insomma, non si tratta di un vero angelo: però Adam è molto bello (sembra proprio un angelo), non ha inibizioni e sa far l'amore come un dio...
Ambientato nel Sudafrica che sta superando l'apartheid, In compagnia degli angeli è un romanzo insieme frivolo e profondo, che riesce a raccontare i sentimenti e la sensualità femminili con assoluta franchezza. Griet, la protagonista, è una giovane donna intelligente e sexy, che sa ridere anche delle proprie insicurezze: il suo cammino alla ricerca di se stessa è una fiaba contemporanea che insegna a ritrovare l'amore.

In compagnia degli angeli di Marita van der Vyver
Titolo originale dell'opera: Entertaining Angels
Traduzione di Maria Vittoria Da Casto
pag. 251, Lit. 29.000 - Edizioni Garzanti (Narratori moderni)

Le prime righe
1. Biancaneve e la mela avvelenata
Sylvia Plath lo fece in un forno, Virginia Woolf in un fiume ed Ernest Hemingway con una pistola. O forse era un fucile? Qualcosa di fallico, comunque.
Davvero piuttosto ridicolo, pensò Griet. Quando lo fanno le donne, è chiaro che sono spinte dal desiderio di ritornare nel ventre materno. Il calore di un forno, le acque di un fiume, il torpore lento e ovattato delle pillole, come quando ci si addormenta.
Invece gli uomini si suicidano proprio come cucinano: drammaticamente e con un gran casino. Facendosi saltare le cervella, buttandosi giù da un grattacielo, tagliandosi le vene. Spargendo dappertutto sangue e intestini. Sicuramente perché sanno che poi non toccherà a loro pulire. Ci sarà sempre qualche donna a farlo.
Anna Karenina si è buttata sotto un treno, ricordò Griet. E quello riuscì a essere uno spettacolo assai sgradevole. Ma a farglielo fare fu uno scrittore uomo. Ovviamente Shakespeare capiva le donne meglio di Tolstoj. La povera Ofelia non si è infilzata con una spada come Amleto, ma si è lasciata portar via dalla corrente del fiume. E Giulietta avrebbe preferito il veleno, se Romeo gliene avesse lasciato un po'. (Shakespeare sembra avere capito anche gli uomini meglio di molti altri scrittori.) Così Giulietta non ebbe altra scelta: fu costretta a dissanguarsi. In realtà le donne non amano il sangue. Anche gli uomini potrebbero essere meno propensi a spargerlo se ogni mese dovessero eliminarlo dalla biancheria intima, meditò Griet. Perfino l'orrenda matrigna di Biancaneve scelse un metodo incruento per eliminare la bellissima figlia di suo marito - sebbene nel suo stile sia evidente una serie di valori maschili. Nella religione occidentale, la mela simboleggia quasi sempre la sessualità femminile. "Quel meraviglioso, seducente frutto", che il buon Adamo assaggiò, "contro ogni sua migliore conoscenza, non ingannato da lei, ma certo ingenuamente sopraffatto dalla sua grazia femminile".
Biancaneve fu punita per le colpe di Eva. E, come Eva, alla fine venne riscattata dal coraggio di un uomo. Per Biancaneve si trattò di un principe bellissimo su di un cavallo bianco, per Eva di un dio potente su di un trono d'oro.

© 1997, Garzanti editore s.p.a.

L'autrice
Marita van der Vyver, scrittrice e giornalista, vive in Sudafrica. È autrice di numerosi libri per bambini. In compagnia degli angeli, il suo primo romanzo destinato a un pubblico adulto, ha vinto il prestigioso premio letterario del suo paese, lo M. Net Book Prize.



28 febbraio 1997
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