Kaye Gibbons
A occhi chiusi

Un romanzo intenso ed emozionante in cui la malattia e la nevrosi sono viste come parte della vita familiare, nell'ambito del complesso rapporto madre-figlia.

"La Barnes, quella piena di problemi": è così che la piccola Hattie sente chiamare sua madre, per quanto in famiglia si cerchi di non "spargere la voce ai quattro venti". In una cittadina del North Carolina, nello stesso periodo in cui "quel comunista di Martin Luther King non sa stare al proprio posto", Maggie Barnes attraversa come un turbine la sonnolenta routine e il gretto conformismo di una società convinta di essere immutabile. Tra profonda depressione e incrollabile euforia, tendenze suicide e vortici di iniziative subito piantate a metà, Maggie mette in crisi un intero sistema economico, familiare e sessuale, faticosamente inseguita da un marito innamorato e paziente e da un suocero rigido e duro con tutti, ma cedevole ai suoi capricci. Il tutto sotto gli occhi attoniti di una figlia costretta a crescere troppo in fretta, anche se continua a sognare una mamma che, come nei film, le venga a rimboccare le coperte raccontandole una favola.
Tra i riti della cucina e quelli dello shopping di un'America sospesa tra passato e presente, Kaye Gibbons scava nella memoria con una lucidità disincantata e senza compromessi, che non cede mai né al rancore né al sentimentalismo. La malattia, la nevrosi, viste come parte della vita familiare, senza angoscia, con piena consapevolezza di una stranezza che il resto del mondo non può capire e che quindi va, per quanto possibile, tenuta nascosta.
A occhi chiusi, col suo duplice ritratto di madre e figlia, è forse il romanzo più intenso ed emozionante di Kaye Gibbons

Titolo originale dell'opera: Sights Unseen
Traduzione dall'americano di Edmonda Bruscella
pag. 186, Lit. 22.000 - Edizioni Baldini & Castoldi - (Romanzi e Racconti, 78)

Le prime righe
Se avessi saputo che per otto lunedì consecutivi mia madre era stata sottoposta a elettroshock mentre mi vestivo per andare a scuola, non credo che sarei riuscita ad abbottonarmi la camicetta, ad allacciarmi le scarpe o a ritrovare i quaderni. Mi immagino intenta ad armeggiare con il bottone automatico della gonna, nel tentativo di unire le due parti, girando su me stessa come un gatto che si morde la coda. Avevo dodici anni, ritenuta troppo giovane per essere informata di quanto le accadeva, e in effetti troppo ingenua per nutrire il minimo sospetto.
C'era una strana forza nella sua guarigione che da bambina non riuscivo a comprendere, proprio come oggi, da adulta, non sono in grado di afferrare la vastità dell'universo, il numero di stelle che lo compongono, il calore del sole o la velocità della luce. Non arrivavo a immaginare come una donna così gravemente malata potesse ristabilirsi. A meno che i dottori non stessero operando su di lei una specie di magia terapeutica, non capivo come un nuovo farmaco e un ambiente diverso potessero avere effetto laddove l'amore dei familiari aveva fallito. In realtà, credo fossi gelosa dell'ospedale e dei dottori che la curavano. A casa, mia madre si era limitata a sopportare la propria esistenza. In ospedale era rifiorita. Al suo ritorno era diventata una donna indipendente.
Ero turbata dalla scarsa influenza che esercitavo sulla sua vita. Se avessi una bambina, pensavo tra me, mi basterebbe guardarla per scoprire il modo di guarire, per trovare in lei lo stimolo necessario a liberarmi dal groviglio che mi avvolge e raggiungere una radura, dove un marito e due figli possano vedermi chiaramente e accogliermi a braccia aperte. Se avessi una bambina bisognosa del mio amore, com'ero io a quel tempo, pensavo, mi sforzerei di guarire per il suo bene. Mia madre, però, non trovava in me tale ispirazione.
© 1997, Baldini & Castoldi s.r.l.

L'autrice
Kaye Gibbons è nata nel 1960 nella contea di Nash, nel North Carolina. Vive a Raleigh col marito e tre figli.
Il suo primo romanzo, Ellen Forster, ha ricevuto il premio della American Academy of Arts and Letters, e una menzione speciale della Ernest Hemingway Foundation.



Pär Lagerkvist
Il boia

Un libro scritto nel 1933, anno cruciale della salita al potere di Hitler, e definito dall'autore stesso "un libro di battaglia", incentrato sul problema del male.

Il breve romanzo si articola in due differenti momenti storici e luoghi. Nell'intero suo svolgersi compare la figura del Boia, muto, seduto in disparte al suo tavolo. Nella prima parte lo troviamo in un'osteria medievale, nella seconda, senza interruzione, in un affollato locale nella Germania degli anni Trenta. Proprio quell'originale giustapposizione dei due scenari costituisce il fascino de "Il Boia" e stimola diverse possibilità di interpretazione. Nella cupa taverna medioevale avventori anonimi parlano di esecuzioni, raccontano macabre vicende ed episodi straordinari che confermano il potere prodigioso attribuito al sangue dei giustiziati. L'attrazione per il demoniaco e la superstizione convivono con uno stupore ingenuo, la crudeltà con la compassione, verso il Boia c'è il rispetto e il timore che ispira la sua vicinanza al male. Si aprono squarci di amicizia, amore e compassione, "è come se nel male ci fosse anche del bene", commenta a un certo punto uno degli astanti. La seconda parte del romanzo è implacabile, Lagerkvist coglie l'essenza delle nuove barbarie ideologiche: l'annullamento dell'individuo nella Totalità, il falso mito della società senza classi, la violenza, il razzismo, l'imperativo della guerra, la voglia di dominio e di sterminio di tutti i diversi, la perdita di ogni senso umano, la profonda stupidità. Non esistono più i momenti di umanità che caratterizzano la prima parte: umane possono essere le vittime. E il Boia non è più temuto, bensì riverito e adulato, guardato con interesse e ammirazione finché, dopo una rissa, viene acclamato capo, colui che inaugurerà una nuova era. Sarà il suo monologo finale - terza parte dell'opera e suo culmine - a lanciare il definitivo, doloroso atto d'accusa nei confronti dell'umanità, che non smette di chiedergli lacrime e sangue. Il Boia porta sulle spalle il peso di tutto il male dell'umanità. Nel pessimismo resta tuttavia un barlume di speranza: l'affetto di una donna pronta a tergere il sangue con il suo amore.

Il Boia, di Pär Lagerkvist
Titolo originale: Bödeln

Traduzione e introduzione di Massimo Ciaravolo
pag. 82, Lit. 14.000 - Edizioni Iperborea

Le prime righe
Il boia era seduto a bere a un tavolo in penombra in fondo alla taverna. Alla luce dell'unica, fumosa candela di sego fornita dall'oste, incombeva grande e imponente sopra al tavolo nel suo vestito rosso sangue, la mano sulla fronte, dove era impresso a fuoco il marchio del carnefice. Alcuni artigiani e garzoni del quartiere vociavano semiubriachi sopra i boccali, qualche posto più in là; nessuno gli sedeva accanto. La ragazza scivolava a passi silenziosi sul pavimento di pietra, e la mano le tremava quando gli riempiva la caraffa. Un giovane apprendista che era entrato inosservato si teneva in disparte nell'oscurità e lo divorava con gli occhi lucidi.
- Buona la birra, eh, mastro boia? gridò uno dei garzoni. È che l'ostessa è salita sul patibolo e ti ha soffiato il dito di un ladro, per calarlo nella botte appesa a un filo. Lo sai, eh? Non permette a nessuno di avere una birra migliore della sua e farebbe qualsiasi cosa per i suoi clienti. Non c'è niente che dia più sapore alla birra di un dito d'impiccato, sai!
- Sì, sì, tutto quanto viene dalla forca è stupefacente, disse un vecchio ciabattino piccolo e dalla bocca storta, tergendosi pensoso la birra dalla barba vizza. Ha un potere straordinario.
- Lo credo! Ricordo che c'ero anch'io una volta che hanno impiccato un contadino dalle mie parti per bracconaggio, e sì che lui diceva che era innocente. Quando il boia ha spinto via la scala con un calcio e il cappio si è teso, lui ha mollato un peto che ha infestato tutto il colle del patibolo; i fiori si sono afflosciati e il prato verso oriente pareva come avvizzito e seccato di colpo, perché, va detto, soffiava vento da ovest, e quell'estate da quelle parti il raccolto fu cattivo.
Scoppiarono a ridere, alzandosi un po' dal tavolo.
© 1997, Iperborea s.r.l.

L'autore
Pär Lagerkvist (1891-1974) è uno dei grandi classici della letteratura svedese. Poeta, scrittore di romanzi e di opere teatrali, fu Premio Nobel nel 1951. Le sue opere sono dettate dalla necessità di affermare i valori fondamentali della vita e dalla costante ricerca di un ateo che, pur non riuscendo a credere, non giunge però a superare il bisogno di una trascendenza e il vuoto lasciato da una fede perduta. Tra i titoli delle sue opere: Barabba, Pellegrino sul mare, Il sorriso eterno, Mariamne.



Alberto Ronchey
Atlante italiano
Per orientarsi tra servizi e disservizi, giubilei e assurdità, bit generation e quarta età

A volte con ironia o con feroce verve polemica, altre volte distillando dati e libri, la serie di spot positivi e negativi raccolti in questo Atlante italiano ci aiuta ad affrontare la sfida più difficile: scegliere, nella realtà del momento, quello che dobbiamo di volta in volta rifiutare o accettare.

Il motto di un nostro capo di governo, caduto in penose disgrazie giudiziarie, recitava: "Prima o poi in Italia tutto s'aggiusta". Ma è proprio vero? E, tra i mille mali di cui tutti soffriamo, quali cominciare ad "aggiustare"?
Non si corre il rischio che l'Italia sia come "un palazzo storico ristrutturato solo per metà"?
Ancora, come affrontare l'avvento contemporaneo della "bit generation" e quello della quarta età, la globalizzazione dei mercati e Maastricht? Come reagire alla costosa e affannosa preparazione per il Giubileo del Duemila, o alle ansie secessioniste?
Come evitare che non valga davvero la confidenza fatta all'autore da un illustre personaggio: "Questa è l'unica società capace di pensare che il XX secolo sarà prorogato"?
Sicuramente adeguata alla situazione attuale e alla sua personalità è la citazione che Ronchey fa di Foscolo, datata 1797: "Ho veduto gli uomini sempre di tre sorta, i pochi che comandano, l'universalità che serve, e i molti che brigano. Noi non possiam comandare né forse siam tanto scaltri, noi non siam ciechi né vogliamo ubbidire, noi non ci degniamo di brigare".
Quello di Alberto Ronchey (secondo Indro Montanelli "il giornalista europeo che più a fondo ha scavato nei problemi del mondo, che meno ha concesso al sensazionalismo e al colore") è prima di tutto un tentativo di mettere in ordine i fatti, e dunque d'interpretarli, osservando l'Italia nello scenario internazionale del nostro tempo.
"Forse, scrive Ronchey, nei prossimi anni l'Italia, fra emarginazione dall'Europa e germanizzazione dell'Europa, dovrà cercarsi qualche variante più o meno praticabile".

Atlante Italiano, di Alberto Ronchey
pag. 159, Lit. 25.000 - Garzanti, (Saggi blu)

Le prime righe
Lo stato dello Stato
"Dovresti 'pensare positivo', perché il pessimismo affligge, deresponsabilizza, dunque distrugge".
"Anche l'ottimismo deresponsabilizza, perché illude".
"Ma il pessimismo è impopolare, non può avere ascolto sulla lunghezza d'onda media".
"E allora, né pessimismo né ottimismo, solo provocazione. Sicuramente, non sarà facile raccogliere consensi su questo modo molesto di vedere le cose. Ma ricordo d'aver letto che una sprezzante signora, dinanzi a un dipinto di Whistler, gli dichiarò: 'Non vedo le cose come lei'. Al che, la risposta fu: 'No, signora, ma non vorrebbe neanche tentare?'".
***
"Tutto s'aggiusta in Italia", recitavano fino a pochi anni fa secondo il motto d'un capo di governo poi caduto in penose disgrazie giudiziarie. Ma oggi? Riepilogo degli ultimi guasti o infortuni, secondo un ordine prioritario non fisso e anzi variabile per gravità di fatti e circostanze.
Quasi ferma l'economia, con il debito pubblico a oltre due milioni di miliardi. Nordisti accaniti contro sudisti risentiti, o federalisti contro centralisti. Facinorosa conflittualità nei grandi servizi collettivi, come nel caso di quegli autoferrotranvieri che lasciano gli utenti a piedi nelle zone alluvionate, o nel caso di quegli aeroportuali che occupano a Milano le piste di Linate mentre a Roma impongono ai viaggiatori stranieri e italiani di spingere sulle piste di Fiumicino aerei per Bruxelles o Londra. E poi malumori, o malintesi, tra classe politica e magistratura penale inquirente. E poi ancora contese latenti o palesi nei "corpi dello Stato" civili e militari, procure, guardie di finanza, carabinieri, prefetture di polizia, burocrazie ministeriali, servizi segreti. E infine, mentre rimane delegittimato e controverso l'assetto costituzionale, stallo a prospettiva rovinosa tra i magmatici e fragili schieramenti parlamentari.
Davvero "tutto s'aggiusta"? Qualcuno risponde: "La sola certezza è l'assoluta incertezza". Con il sentore d'un qualche avventuroso e prossimo incidente dinanzi alla decomposizione del potere, benché persino le tentazioni autoritarie siano frustrate dall'inefficienza nazionale.
© 1997, Garzanti editore s.p.a.

L'autore
Alberto Ronchey (Roma 1926), giornalista e scrittore, ha collaborato tra l'altro con "Il Mondo", "Il Resto del Carlino", "Il Corriere della Sera", "La Stampa" (di cui è stato direttore dal '68 al '73), "la Repubblica", "l'Espresso", "Panorama". È stato ministro dei Beni Culturali dal giugno '92 al maggio '94, con i governi Amato e Ciampi. Dal 4 ottobre 1994 è presidente della RCS-Rizzoli Corriere della Sera. Tra i suoi volumi di grande successo, si ricordano Atlante ideologico (1973), Accadde in Italia (1977), Usa-Urss, i giganti malati (1981), Chi vincera in Italia? (1982), I limiti del capitalismo (1991) e Fin di secolo in fax minore (1995).



Boris Vian
Blues per un gatto nero

Una nuova scelta di racconti, teneri e crudi, umani e inverosimili, amorosi e macabri del grande scrittore patafisico francese, in cui generi e codici si avvicendano e si mischiano fino all'acrobazia dell'immagine e del linguaggio.

Una strana pagina di guerra, un racconto in prima persona di un soldato circondato da pallottole, carri armati, brandelli di carne umana... Ferito dal mortaio che sta sistemando in una carrozzina per lanciarlo contro il nemico (ma che in realtà riesce solo a far esplodere il pianoforte del capitano) si sente ormai accerchiato e perso. Seppelliti un po' di compagni morti e contati il numero di denti persi in questa attesa di combattimento, arriva alla conclusione che "questa guerra non è un gran che per i denti". Un po' di divertimento però non manca: un ballo al Centro della Croce Rossa, del cognac, qualche donna. Ci si avvicina al fronte e si può finire con una mina sotto un piede, e si sa che scoppierà quando si tira via il piede...
Un gatto nero cade in un tombino, dopo una rissa con un gallo impertinente, creando capannelli di gente volonterosa: passanti anonimi, prostitute lacrimose, americani ubriachi e mamme di gatti... in un turbinio di argot, slang americano, giochi di parole inediti.
Nella surreale steppa russa, lo scompartimento di un treno fa da sfondo alle crudeltà commesse contro un placido viaggiatore, colpevole di essere restio alla conversazione.
Un idraulico troppo ligio al dovere smantella senza ragione apparente (ma il finale a sorpresa sfiora la catastrofe) il bagno di un fantomatico appartamento abitato da strane entità... proiezioni mentali e ossessioni del narratore protagonista?
Un ragazzo, prossimo a sposarsi, al termine degli studi di marmista funerario, è in viaggio verso la scuola con la sua bella pietra tombale sotto il braccio. Le lezioni si interrompono a mezzanotte e c'è un'ora di intervallo. Così si può pensare alla fidanzata, a Noemi, che ogni tanto viene a fargli compagnia durante l'intervallo... Il giorno dopo si seguono un po' i preparativi per la festa di addio al celibato del ragazzo, e anche la giornata di Noemi, tutto bene, fino a quando un camion non la travolge, la si porta all'ospedale, la si opera, tutto bene, l'operazione riesce, però, peccato, Noemi muore.
In un crescendo continuo, il tono e lo stile non hanno nulla da invidiare alla produzione più "laureata" di Boris Vian.

Titolo originale dell'opera: Les Fourmis
Traduzione dal francese di Giulia Colace
pag. 92, Lit. 16.000 - Edizioni Marcos y Marcos - (Le foglie, n. 55)

Le prime righe
Le formiche
Siamo arrivati stamattina e non siamo stati accolti molto bene, dato che sulla spiaggia non c'era altro che cumuli di tipi morti o cumuli di brandelli di tipi, di carri armati e di camion demoliti. Arrivavano pallottole un po' dappertutto e a me non piace il disordine per il puro diletto. Siamo balzati in acqua, ma era più profonda di quanto sembrasse e sono scivolato su una scatola di conserva. Il tizio che era appena dietro di me ha avuto i tre quarti del volto spazzati via dall'ananas che arrivava, e io mi sono tenuto la scatola di conserva in ricordo. Ho messo i brandelli del volto nel mio elmetto e glieli ho dati, lui se ne è ripartito per farsi curare, ma mi sa tanto che non abbia imbroccato la strada giusta, perché è entrato in acqua fino a dove non toccava e io non credo che ci veda abbastanza bene sul fondo per non perdersi.
Poi mi sono messo a correre dalla parte giusta e sono arrivato puntualmente per ricevere una gamba in pieno volto. Ho cercato di insultare il tipo, ma la mina aveva lasciato soltanto dei brandelli per niente pratici da maneggiare, allora ho ignorato il suo gesto, e ho proseguito.
Dieci metri più in là ho raggiunto tre altri tizi che stavano dietro un blocco di cemento e che sparavano verso l'angolo di un muro, in alto. Erano tutti sudati e inzuppati d'acqua e io dovevo essere come loro, allora mi sono inginocchiato e anch'io mi sono messo a sparare. Il luogotenente è tornato, si teneva con entrambe le mani la testa e gli colava del rosso dalla bocca. Non aveva un'aria felice ed è andato a stendersi alla svelta sulla sabbia, con la bocca aperta e le braccia in avanti. Ha dovuto sporcare la sabbia non poco. Uno dei pochissimi angoli rimasti puliti.
© 1997, Marcos y Marcos

L'autore
Boris Vian (Ville d'Avray 1920 - Parigi 1959) fu ingegnere, poeta, trombettista jazz, attore, traduttore, esperto di fantascienza e altro ancora. Insieme a Duchamp, Queneau e Max Ernst fu animatore dei circoli di Patafisica e frequentatore assiduo della vita notturna parigina. Fra i suoi libri ricordiamo almeno La schiuma dei giorni (1946) e Lo strappacuore (1949), pubblicati da Marcos y Marcos.



21 febbraio 1997
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