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Appunti scuola

Intervista a Yasmina Melouah: la voce italiana di Pennac

Wuz ha intervistato Yasmina Melaouah, traduttrice dal francese nota soprattutto per essere la “voce italiana” di Daniel Pennac


Molti alla domanda “come ha iniziato a tradurre?” rispondono “per caso”. È stato così anche per lei? Qual è stata la sua formazione?

Non ho avuto una formazione particolare, nel senso che quando mi sono laureata non c’erano ancora le scuole di traduzione; mi sono laureata in letteratura francese contemporanea e mi interessava lavorare nell’editoria, genericamente, per cui io in verità ho cominciato facendo delle letture di narrativa straniera, di narrativa francese in particolare e da quelle poi mi è stato proposto di fare una traduzione, per cui non avevo pensato di fare in maniera specifica la traduttrice, mi interessava solo lavorare nell’editoria.


Che autori traduce e qual è il rapporto che ha con loro? C’è qualche amicizia o si tratta solo dell’ultima risorsa a cui fare qualche domanda in caso di necessità?

In alcuni casi ci sono dei rapporti di amicizia come con Daniel Pennac; ci sono altri casi in cui ci sono dei rapporti di conoscenza cordiale, ma per la stragrande maggioranza dei casi in realtà non esiste nessun rapporto con l’autore se non quello mediato dalla casa editrice per risolvere dei dubbi inerenti la traduzione.


E Pennac rilegge le sue traduzioni? È mai capitato che non gli piacesse qualcosa della sua traduzione? No, lui non le legge perché non capisce l’italiano, però è capitato che discutessimo su alcuni punti perché magari qualcuno dei suoi amici che conosce l’italiano gli segnalava qualcosa; ma diciamo che nel 99% dei casi lui era contento di quello che aveva letto. Poi è capitato che facesse  due osservazioni, ma sull’uso di una parola che io avevo scelto in italiano ed era difficile discutere con lui perché appunto non conosce l’italiano, per cui sentiva semplicemente che la parola che avevo scelto non era il primo traducente e io dovevo spiegargli che non potevo utilizzare quello per altri motivi. Ma in linea di massima lui non legge le traduzioni.

Lei affianca il lavoro di traduzione all’insegnamento, pensa che si possa vivere solo di traduzione? No, io non credo che si possa vivere solo di traduzione né dal punto di  vista economico, perché non si guadagna a sufficienza per poter “campare” e lavorare bene. Purtroppo per fare delle buone traduzioni ci vuole tempo, bisogna rileggerle almeno due o tre volte, bisogna dedicare tanto tempo alla ricerca lessicale, e a tutto il mondo extralinguistico che si trova sulla pagina; ci vuole tempo, le traduzioni sono pagate molto poco e quindi non ci si può mantenere, inoltre è psicologicamente destabilizzante come mestiere, pertanto è auspicabile, dal mio punto di vista, alternarlo con un lavoro magari a metà tempo. L’ideale sarebbe tradurre mezza giornata il resto del giorno fare qualcos’altro, sia per portarsi a casa uno stipendio che per avere una vita di relazione, uscire di casa.

Per quanto riguarda le condizioni del traduttore in Italia, anche a livello di riconoscimenti, quale sarebbe la prima cosa da fare? In questo, come in altri ambiti, noi ci dobbiamo vergognare, quando ci dobbiamo confrontare con gli stranieri, anche con gli europei. Per quanto riguarda la traduzione il primo elemento di vergogna è il fatto che in Italia il traduttore non percepisce i diritti d’autore, mentre in quasi tutti i paesi europei ai traduttori spetta una piccola percentuale di diritti d’autore sulle copie vendute. Quindi questo sarebbe il primo passo: concedere al traduttore i diritti giacché si tratta di opera dell’ingegno, ma c’è una clausola nel contratto per cui il traduttore cede i diritti all’editore e si tratta di una trovata molto astuta. Lasciamo stare i compensi che sono molto bassi rispetto alla Francia ma, per esempio, non c’è previdenza sociale. La cosa più vistosa è però il mancato riconoscimenti dei diritti d’autore, tanto che Pennac quando ha saputo che in Italia non vengono dati è cascato dalle nuvole e io ho la fortuna di riceverli da lui, di tasca sua, però dovrebbe essere l’editore italiano...

E che rapporto ha con il suo editor? È conflittuale come vuole il mito?

No, io forse ho avuto fortuna. Prima di tutto ho avuto dei rapporti con l’editor, cosa che non è così frequente perché capita spesso che le traduzioni vengano affidate dalla segretaria dell’editor o da qualcuno della redazione e l’editor non sa nemmeno chi stia lavorando sui romanzi. Io invece ho sempre avuto dei rapporti positivi, sono nate addirittura delle amicizie con gli editor con cui ho lavorato ed è una cosa molto importante, non solo per il traduttore perché si sente più coinvolto nel processo di costruzione di un libro che significa non soltanto la traduzione ma anche altre fasi; ma la cosa di cui si dovrebbero accorgere gli editor è che questo coinvolgimento va a tutto vantaggio della casa editrice stessa che vede un collaboratore così importante partecipare a questo processo e contribuire in maniera più attenta che non semplicemente facendo un lavoro "a cottimo" a casa,  consegnare la traduzione a qualcuno che non ha mai visto in faccia.


Perciò il traduttore dovrebbe essere un “tassello” più importante nella filiera del libro?

Io non credo che si debba dare tantissima enfasi alla traduzione, benché la ritenga molto importante: è una tappa della costruzione di un libro. Se ognuna di queste tappe è concepita all’interno di un sistema in cui tutte le fasi comunicano fra loro, penso che alla fine il prodotto – se vogliamo parlare in questi termini – risulti migliore.


Quale libro, genere o autore di narrativa non vorrebbe mai tradurre anche se le venisse proposto?

Io penso che nessun traduttore vorrebbe mai tradurre dei testi scritti male,  la sciatteria linguistica è la peggior disgrazia che possa capitare a un traduttore. Non è tanto un genere, io tradurrei qualsiasi cosa di narrativa purché ci sia una cura sul piano della scrittura, dell’espressione, quindi che sia un testo compiuto dal punto di vista stilistico.


Quali sono le scuole, i corsi o le attività che consiglierebbe a un aspirante traduttore che volesse intraprendere questa carriera?

È una domanda imbarazzante, perché io insegno all’Istituto Interpreti e Traduttori. Se devo parlare schiettamente, penso che la primissima cosa, dando per scontato che uno conosca bene la lingua da cui vuole tradurre, è l'avere un’ottima conoscenza dell’italiano e un’immensa cultura. Io credo che i corsi universitari di traduzione siano utilissimi perché danno davvero i ferri del mestiere, però i ferri non bastano; se a un falegname si danno solo i ferri ma non sa cosa farsene e non ha una competenza alle spalle, può fare solo dei danni. Per cui è necessaria una preparazione culturale molto solida e poi una scuola di traduzione in cui si mettano le mani in pasta sulle tecniche del lavoro, ci si eserciti con dei professionisti  poi - cosa che è data per scontata ma che purtroppo non lo è – la dimestichezza, la frequentazione della lettura, un traduttore è un lettore forte, è inutile cercare la miglior scuola di traduzione se uno non ha consuetudine con la lettura. Negli anni mi è capitato di fare delle selezioni nelle scuole di traduzione di persone che arrivavano da chissà dove e poi alla domanda “cosa legge? quali romanzi le interessano?” vedevo l’occhio sgranato di chi si chiedeva quale fosse la pertinenza della domanda. Questa è una crepa che non si sana più perché per misurarsi con la lingua, con la scrittura, bisogna padroneggiarla e per padroneggiare la scrittura non c’è che la lettura.


Quando legge libri tradotti riesce ad abbandonarsi alla lettura fine a se stessa o c’è sempre dietro l’occhio critico del traduttore?

Il problema mi capita con i libri francesi, anche se leggo raramente traduzioni, preferisco leggerli in francese se posso, ma se mi capita non riesco ad abbandonare i panni, mi sento una maestrina sempre lì con la penna rossa e blu a vedere se salta fuori il calco, dove si sente troppo il testo originale o se sa troppo di traduzione.


A volte il lettore immagina dove un autore abbia scritto quel bel libro, quella bella frase. Ma il traduttore dove traduce? Qual è il suo ambiente ideale per tradurre?

Anche qui c’è un bel dilemma. Il mio ambiente ideale è casa mia, ovviamente, dove ho il mio angoletto, le mie cose, i miei libri, i miei dizionari, mi faccio il tè, ho la finestra davanti da cui posso vedere un pezzettino di cielo quando alzo gli occhi per pensare. Tutto ciò però, rispetto a come dicevamo prima sulla condizione del traduttore, è anche una prigione, una specie di cuccia molto rassicurante con le pantofole, la tisana e l’angolino di cielo, ma che ogni tanto diventa un po’ soffocante. Quello è il luogo ideale, però alle volte viene voglia di prendere il portatile e andare a lavorare in una biblioteca o in un bar per stare un po’ in mezzo alle persone.


Nel 2007 ha vinto il premio Ecstra per la traduzione, lo stesso che quest’anno ha vinto Daniel Pennac. Cosa pensa di questa coincidenza, si può dire che siate “un’accoppiata vincente”?

No, lui è una persona speciale, non so se vincente, ma mi rendo conto che è una questione che va oltre il premio, non per sminuire la qualità del mio lavoro a cui do davvero tanto, per cui se ogni tanto vengono fuori dei buoni risultati non è perché cadono dal cielo, ma sono frutto di lacrime, sudore e sangue. Alle volte ho la sensazione di aver ricevuto dei riconoscimenti e spesso mi è stato detto “ah, ma tu sei la traduttrice di Pennac”, e non è perché le mie traduzioni valgano più di quelle di altri, ma piuttosto perché lui non ha mai mancato di sottolineare il ruolo della mia traduzione e lo fa con molti dei suoi traduttori. Sì, saremo anche un’accoppiata vincente, ma è perché lui è una persona speciale, molto attenta alle relazioni; quando Pennac fa la presentazione di un libro ringrazia me e poi ringrazia, chiamandola per nome e cognome, l’interprete che ha fatto la simultanea che spesso – come il traduttore – è come una creatura invisibile. Questi ringraziamenti rientrano nella suo modo di essere, così come la faccenda dei diritti d’autore; tutti gli autori si scandalizzano, ma nessuno ha fatto il passo passando dallo scandalizzarsi a dire "ok, te li do di tasca mia".
Conoscendolo, in lui  c’è una qualità umana e una coerenza che fanno sì che io sia nel cono di luce di questa persona e così io, sin dall’inizio dei Malaussène, sono entrata subito nei personaggi, mi sono divertita molto e ho trovato un grandissimo piacere nel tradurre perché forse ho trovato una chiave per comprenderli; ero abbastanza in sintonia con lo spirito, con l’uso creativo della lingua. Io sono veramente grata a lui più che all'idea di essere un’accoppiata vincente, però va bene… mi piace l’idea di esserlo.


Qual è il libro che ha preferito tradurre? Quale pensa che sia la sua miglior traduzione?

Verrebbe sempre da dire l’ultimo o il penultimo, ma forse effettivamente è così, perché ci ho lavorato due anni, ho cercato di dare il massimo, era difficile, anche se non è di Pennac, ma di Anne-Marie Garat, Il quaderno ungherese, uscito per Il Saggiatore. È un grande romanzo di quasi mille pagine ambientato in Francia nel 1913, è una bellissima storia costruita con una lingua elegante e dal sapore molto antico, molto curato ed è stata una grande fatica restituire proprio questo sapore quasi desueto della lingua. È stato un lavoro faticoso ma ne sono anche molto soddisfatta.


Al traduttore spesso si chiede di trovare una parola, quella specifica parola. Se le chiedessi di descrivere proprio in una sola parola la sua passione per la traduzione?

Mi verrebbe da dire ambivalente, ma non è bello. Ci vorrebbe una parola che significhi che c’è il bianco e il nero. È un mestiere che ha due facce. Direi che è psicocompatibile per la analiticità, per la dimensione ossessiva, ma anche per le gioie che dà, per il senso del ritmo, per quanto fa viaggiare, perché in ogni libro vai via e ti cali dentro un testo… è assolutamente compatibile con la mia struttura psichica. Psicocompatibile, sì mi piace.  



Yasmina Melaouah

Nata a Tunisi e laureata in lingue e letterature straniere, è la traduttrice italiana di tutte le opere di Daniel Pennac, pubblicate da Feltrinelli (Il paradiso degli orchi, La prosivendola, La fata carabina, Come un romanzo, Signor Malaussène, Signori bambini, Diario di scuola).
Tra gli altri autori tradotti si ricordano Colette, Jean Genet, Patrick Chamoiseau, Fred Vargas, Tahar Ben Jelloun, Andrei Makine. È insegnante di traduzione francese alla "Scuola superiore di interpreti e traduttori" e alla Statale di Milano. Nel 1990 ha collaborato al progetto di aggiornamento dell'Enciclopedia Europea Garzanti in qualità di francesista, è stata redattrice per la realizzazione de Il Nuovo Dizionario Garzanti di Francese, apparso nel 1992 e ha collaborato, fra le altre, con le case editrici Bruno Mondadori e Hoepli per la cura editoriale di testi di grammatica francese. Nel 2007 ha ricevuto il Premio Ecstra per la Traduzione del Centro Europeo per l’Editoria.


12 marzo 2010 Di Paola Pedrinazzi

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