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Appunti scuola

MODA - Dietro la sfilata di moda... cultura, arte e storia

Flash, sorrisi, bellissime donne, ricchi acquirenti, affannati organizzatori, ansiosi stilisti... dietro una sfilata di moda c'è moltissimo. C'è la questione economica, c'è la tendenza del gusto, c'è il glamour, c'è il lavoro di tantissimi professionisti, ma c'è anche la storia di un modo di presentare gli abiti che ha radici antiche, poco conosciute e tutte da scoprire.

Ne parliamo in occasione della settimana della moda milanese, ma anche in concomitanza con l'uscita di un bel saggio da non perdere:
Alla corte di re Moda di Daniela Fedi e Lucia Serlenga >>>
La moda è sfilate ma anche mostre: eccole >>>
-  Infine uno sguardo sul documentario Valentino, l'ultimo Imperatore >>>



Una delle sfilate più straordinarie e costose della storia: La casa di moda Fendi sfila in Cina sulla grande muraglia 19 ottobre 2007


Lunedì 20 settembre 1982 al Metropolitan Museum of Art di New York, tempio sacro dell'arte mondiale, sfila la 46.ma collezione di Alta Moda del sarto italiano Valentino. Quarantotto ore dopo la manifestazione è trasmessa via satellite e tutti (anche gli italiani) possono seguirla come un migliaio circa di sceltissimi invitati hanno fatto due giorni prima. Ha raggiunto così l'apice, non a caso in tempi di post-modernismo, una tra le più originali manifestazioni spettacolari contemporanee: la sfilata di moda.
Organizzatrice della presentazione della collezione di Valentino dei saloni del Metropolitan è la mitica Diana Vreeland, ex direttrice del mensile Vogue e poi consulente speciale per la sezione dedicata al costume del museo di New York, che ne trasforma un dipartimento del secondo piano nel punto di riferimento più importante e prestigioso per studiosi di moda, stilisti, designers...


LA SFILATA COME SPETTACOLO

Difficile trovare una definizione adatta a raccontare ciò che accade quando le luci si spengono, la gente intorno tace, i fotografi si preparano circondando la pedana e inizia la musica avvolgendo in un abbraccio tutti gli spettatori. 
È un dramma fatto tutto e solo di indizi, possibilità narrative, di accenni poi sviati, di atmosfere create e subito disfatte. 
Si inventano personaggi e si raccontano ad uno ad uno facendoli sfilare in una nicchia invisibile, ma visibilissima dagli spettatori. Sappiamo benissino chi è e cosa accadrà alla ragazza che avanza con un abito luminescente e altrettanto bene si può andare avanti con la trama quando, fatto un gran buio e silenzio, la musica attacca e una modella nera, con una grande tunica preziosissima, allarga le braccia, in preghiera o in comando, immobile, affascinante e cattivissima. 
Ogni abito è una donna, ogni donna una trama e la somma delle trame un affascinante plot.


La sfilata di Fendi in Cina

La folla che assiste a questo spettacolo è la stessa, da sempre.
Brunetta ne Il vizio del vestire (pubblicato nel 1981 dalle Edizioni delle donne con una Prefazione di Natalia Aspesi, purtroppo reperibile solo in biblioteca, speriamo sia presto edito nuovamente) già scriveva:
"La folla che assiste a questo spettacolo è eccitata, rumorosa, esibizionista, nervosa e all'erta, gente della moda che si bacia e abbraccia e dice sei terrific, sei stupenda, ci vediamo stasera, donne un po' adunche nella rapacità di mostrarsi, ragazze militaresche nel prendere appunti, una montagna di fotografi vocianti e spintonanti, uomini eleganti e sempre sorridenti per professione".
Passano i decenni ma nulla è cambiato.


La tensione e la precisione della passerella equivalgono a quelle di una prima teatrale.
Lo stilista con tutta l'equipe, indossatori, indossatrici, parrucchieri, truccatori, collaboratori di sartoria, tecnico del suono, tecnico delle luci e regista sono uniti in un solo sforzo creativo per "centrare" l'idea-base di ogni sfilata.
Walter Albini, uno dei nostri migliori stilisti scomparsio prematuramente, ma anche troppo presto dimenticato, definiva così il ruolo del vestito in passerella:
"Per me ogni vestito ha una storia: d'amore, di rabbia, di violenza.
Ogni vestito ha il suo ruolo, come in teatro. Per cambiare vestito bisogna cambiare attitudine e spirito ed entrare in una nuova 'parte'. Ogni volta, ogni stagione, ogni collezione..." (da un'intervista di Anna Piaggi intitolata Stilisti oggi, Vogue Italia n.334 dicembre 1978)


Troppo ampio e troppo importante sarebbe un discorso sulla "moda" nel suo insieme. Un approfondimento impossibile da fare in quest'ambito.
Proviamo invece a raccontare la storia di questo "effetto collaterale" della moda che è la sfilata.


PRIMA DELLE INDOSSATRICI FURONO LE BAMBOLE

pupa inglese - 1690 circa

La parola "moda" viene introdotta in Italia verso la metà del Seicento. Il termine deriva direttamente dal francese 'mode', sebbene la sua radice sia latina (modus). 
Ma ancora prima che il vocabolo entrasse nel linguaggio comune, pur nelle sue varie accezioni, non si può dire che non esistesse un processo costante di cambiamento di fogge, sebbene molto lento.
Le antenate dell'indossatrice si possono considerare alcune figurine policrome di terracotta (alte da 8 a 25 cm.) che gli antichi romani mandavano nelle province per illustrare meglio le loro creazioni. 
Molti secoli dopo anche i francesi, per esibire l'ultima moda parigina nelle corti di Vienna e Madrid, San Pietroburgo e Berlino, si servivano di bambole dello stesso tipo ma più grandi.
Infatti, per molti secoli, le case di moda e le sarte, più o meno famose, inviavano alle loro clienti abituali, facevano 'sfilare' nelle loro botteghe o nei salotti aristocratici, o usavano esporre al pubblico, delle bambole con un guardaroba completo.

"L'epoca d'oro della bambola-manichino fu il Settecento, secolo in cui era più facile viaggiare per l'Europa e in cui numerose erano le richieste di abiti sontuosi da parte delle dame delle tante piccole corti" (da Antonia Fraser, Bambole, Mursia 1964)


Il declino delle pupe (così erano chiamate queste bambole spesso realizzate a grandezza naturale) è segnato già dal primo Ottocento, quando si reallizza il passaggio dalla sartoria interamente artigianale, con un ristretto numero di lavoranti per una selezionata élite, a quella più organizzata e grandiosa che si rivolgeva ad un pubblico sia artistocratico che alto e medio borghese.

Una curiosità: recentemente sono rinate a nuova vita le bambole-mannequins. Vedere per credere sul sito Fashion Doll Agency


LA NASCITA DELLE MANNEQUINS

Con il XIX secolo le esigenze di una sempre più grande distribuzione si fanno pressanti e, con l'ingrandirsi degli ateliers, nascono nuove necessità a cui si deve far fronte con brillanti idee. 
Una di queste è del sarto parigino Charles Worth, re della moda nella seconda metà dell'Ottocento, fornitore di regine, gran dame e attrici fra le più note. Proprio a una sfilata di Worth compaiono per la prima volta le mannequins (dal fiammingo 'maeneken' - ometto). Nei primi anni dopo la fondazione della casa i modelli erano stati presentati spesso, e con successo, dalla moglie del sarto.
Questa novità di carattere pratico nasce quasi parallelamente ad una serie di teorie e realizzazioni più prettamente artistiche che saranno generatrici della grande performance della passerella che conosicamo ora.


la Belle Otero

Con il volgere del secolo, in quella che si può considerare come una vera rivoluzione, il fenomeno moda investe ormai, seppure con forme differenziate, l'intero corpo sociale.
Presso gli ateliers francesi approdano gli astri nascenti del nuovo cinema, le muse del teatro e del balletto, che diventano le modelle ideali dei grandi sarti. 
Una delle figure più importanti della sartoria francese del periodo fra Ottocento e Novecento, madame Jeanne Paquin, annovera, ad esempio, fra le sue clienti, la celebre Belle Otero. Quest'ultima durante le corse di Longchamp, con una dozzina di bellissime indossatrici, diviene essa stessa mannequin, sfilando con gli abiti di questa regina della haute couture.


Denise Poiret indossa una creazione del marito Paul Poiret, 1919
Dove arte, letteratura, teatro vivono in un continuo scambio momenti di eccezionale vitalità, anche la moda è partecipe di questo clima.
Nel settembre 1903 apre il suo salone in rue Auber, dopo aver lavorato per Worth e Doucet, il primo grande innovatore del Novecento: Paul Poiret
Quest'uomo stravagante, le sui creazioni mantenevano sempre un aspetto teatrale, cambiò la linea della moda ispirandosi ai costumi dei ballerini del famoso Balletto Russo di Sergej Djaghilev, un giovane mecenate che li organizzava e li dirigeva a partire dal 1909 al teatro dello Châtelet.
Creatore ma anche avveduto uomo d'affari, Poiret diviene il padre della sfilata-spettacolo. Per anni fu ricordata la tournée che organizzò nel 1912 nelle capitali europee (in particolare Mosca e Pietroburgo), presentando sfilate dei suoi modelli con una schiera di splendide indossatrici francesi.


Il lavoro delle 'sue' indossatrici, Poiret lo chiamava 'sacerdozio', ed è logico pensare che le prescelte da un così raffinato creatore fossero realmente 'votate' ad una serissima professionalità. 
Dopo il successo del tour del 1912, l'anno successivo ne venne organizzato uno analogo in America, portando così la sfilata, con lo charme delle mannequins europee in un mondo in parte da colonizzare sotto questo punto di vista.


Una mannequin d'eccezione per le Sorelle Fontana: Marella Caracciolo, 1951
Paul White, amico e collaboratore, descrive nella sua biografia di Poiret, lo scenario, studiato e teatrale, in cui si svolgevano le sfilate:
"Mostrava le collezioni in tre saloni concomitanti con tappeti e tende in colori brillanti, decorati con enormi specchi e aperti sullo scenario sereno della verdi piante del giardino. Una scalinata grande, cerimoniosa, con un'ampia curva, discendeva dalla sala di prove al salone centrale; ma per produrre lo sciossante effetto di una apparizione repentina, Poiret faceva entrare le mannequins nel primo salone direttamente da una piccola porta".

A questo punto potremmo citare decine di altri protagonisti della moda del primo Novecento, da Erté a Coco Chanel, che hanno contribuito a perfezionare in vari modi lo spettacolo sfilata. 
Anche l'Italia aveva i suoi pionieri: Rosa Genoni, Giuseppe Visconti di Modrone, Fortunato Albanese, Lydia de Liguoro, ma le sfilate degli anni Venti e Trenta in Italia, ancorate ad un irremovibile gusto tradizionale, si organizzavano con i medesimi canoni, privi di slanci artistici. Il conformismo imperante (ed imposto) non favoriva nuove idee e spunti originali e inghiottiva sarti e mannequins, spettatori e operatori del settore.
Bisogna arrivare al secondo dopoguerra per vedere la nascita ufficiale dell'Alta moda italiana, datata 12 febbraio 1951. I compratori americani invitati a una cena in una villa dell'antica aristocrazia toscana, assistono ad una semplice sfilata di modelli, si entusiasmano, comprano tutto.


IL BOOM DELLA PASSERELLA


La rinascita della moda nel dopoguerra, che vede anche lo sviluppo di una vera moda nazionale, intelligente e creativa, vede però una stasi nelle ricerche di nuove idee per le sfilate e qualche carenza di professionalità negli organizzatori, che perdurerà per decenni.
Dobbiamo arrivare oltre la metà degli anni Settanta per vedere un vero boom delle passerelle.
Diavolesse, donne-rettile, creature frantascientifiche uscite della penna di Asimov, saltellanti Topoline alla Walt Disney, orsette, bambole di panno, astrazioni geometriche dal vago sentore cubista: sono alcune delle molte 'follies de la mode' che, accompagnate da musiche assordanti, effetti psichedelici e fumo, hanno trasformato le passerelle a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta in autentiche pedane da circo. E in Francia, non a caso, le sfilate si svolgono sotto tendoni da circo del Forum des Halles, che contengono sino a duemila persone. Spesso non si fa della moda ma del teatro, fino al paradosso (che scorre lungo tutto il Novecento) di produrre una collezione per la passerella e un'altra (normalizzata) per la vendita.


Sfilata della Maison Chanel - Parigi Grand Palais 2008

"Qualcuno ricorda che nessuno ha inventato niente, che già nei primi anni Sessanta si presentavano i modelli al Bagaglino, che le sfilate al circo datano dalla fine degli anni Sessanta, ecc. Considerazioni esatte, ma senza senso. Perché allora forse si utilizzavano gli strumenti della teatralità per mostrare la moda, ora invece si usa la moda per fare spettacolo". (Marina Cosi in: Valentino che veste di nuovo, Camunia 1984).

Negli ultimi anni la sfilata ha abbandonato in parte gli eccessi, è tornata nei ranghi, ha ripreso la sua strada meno teatrale e più commerciale. 
Dagli anni Novanta però è uscita ancora di più dai luoghi deputati, invadendo fabbriche e capannoni dismessi, cortili, piazze, locali trendy, teatri. È lo spirito after hours che ha invaso le città a riflettersi sulle scelte dei luoghi, delle luci, dei tempi. Ma è anche una caratteristica costante della post-modernità che tanto ha influenzato la moda. La scelta dell'off, la fuga dagli spazi tradizionali, la ricerca di una dimensione spaziale nuova, intersecabile con quella della realtà quotidiana più avanzata.


Pat Cleveland, la regina delle passerelle anni '70 e '80 in una recente sfilata per Stephen Burrows
Rimane il fatto che il coinvolgimento della "gente dello spettacolo", registi, scenografi, esperti musicali, attori, hanno costretto gli addetti ai lavori tardizionali a perfezionare la propria professionalità. Le indossatrici da tempo non avanzano più reggendo in mano il numerino corrispondente al capo indossato, ma incedono, corrono, girano intorno, 'tengono' la pedana come fosse un palcoscenico e appaiono tanto diverse quanto omogenee, come i personaggi della commedia dell'arte che vanno a rappresentare.

Il discorso sulle modelle sarebbe lungo e pieno di riferimenti socio-culturali. Troppo lungo e al tempo stesso troppo comune.
Mi piace chiudere con una frase di Ottiero Ottieri tratta da un'intervista apparsa sul mensile Donna nel 1984, una frase che non ha tempo, che rimane perfettamente valida anche ai tempi di Naomi Campbell:


"Le modelle sono... intercambiabili: senza di loro non si può fare nulla, ma senza una di loro si può fare tutto, se ne cerca un'altra senza problemi."


BIBLIOGRAFIE & C.





24 settembre 2008 Di Giulia Mozzato

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