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ECONOMIA - Due economisti, due riflessioni controcorrente


Nell'articolo sono riportati alcune riflessioni di due docenti universitari: Gianfranco Pala, docente di Economia politica dell'Università "La Sapienza" di Roma sul tema di consumi, produzione e capitale; e Roberto Marchionatti, docente di Economia politica dell'Università degli Studi di Torino sui limiti della scienza economica ora egemonica e in difficoltà a confrontarsi con altre discipline.


Di Gianfranco Pala riportiamo alcuni brani tratti da un articolo apparso sul no.118 della rivista la Contraddizione, che propongono il tema che stiamo analizzando da un'ottica particolarmente interessante.


Le riflessioni di Roberto Marchionatti sono invece tratte da Gli economisti e i selvaggi. L'imperialismo della scienza economica e i suoi limiti di cui riportiamo l'Introduzione che introduce in modo esaustivo il tema su cui verte il saggio.


Brani tratti da:


CREPA CAVALLO ...
... ché l’erba decresce negli “ultimi giorni dell’umanità”

Gianfranco Pala


Dopo il 2000° anno-del-signore [...] La maggior parte delle recenti tesi ambientalistiche, […] non fa altro che ripercorrere l’astratto ideologismo ottocentesco riferentesi a un’universalità muta che legherebbe solo pseudo-naturalmente tra loro gli individui della “specie” umana. Ponendo questo aspetto che ha solo la parvenza di “natura” al di sopra delle relazioni sociali storicamente determinate, ogni riferimento alle classi sociali, alla loro lotta e ai rapporti di proprietà che le innervano e diversificano via via nel corso della storia, è vanificato; quanto meno esso è derubricato a idolatria, appunto, e reso praticamente inoperante, essendo ammesso astrattamente “in eterno”. La storia e la società dileguano sullo sfondo di una descrizione inutilizzabile anche per quanto di vero essa contenga; non si tratta cioè, come sopra detto, di chiudere gli occhi davanti a eventi spaventevoli ma di ricercarne le cause causanti per agire.

Il “ricambio organico con la natura”, questione ricordata all’inizio, pone la riflessione teoretica in termini reali e crudamente attuali. Anzitutto, siffatto ricambio naturale concerne le forme in cui la natura stessa appare non in quanto tale in un mistico senso primordiale ma come si presenta realmente nella storia al variare dei rapporti sociali di proprietà: con il capitale, epperò dopo e contro di esso (se si fa in tempo). Occorre, perciò considerare sùbito quali siano gli elementi pertinenti il globo terracqueo e atmosferico in sé, ancorché essi sono conosciuti o modificati solo gradualmente nel corso del tempo, e non quelli prodotti affatto artificialmente dall’ingegno umano (ovviamente sempre a partire comunque da risorse materiali preesistenti in natura). Gli elementi della (per così dire) prima natura rappresentano i valori d'uso essenziali, comunque trasformati e fruiti, per la riproduzione di ogni modo di vita della specie umana allo stadio raggiunto dall'evoluzione interna a quella natura. [...]


I primi valori d’uso, cioè, in quanto rispondenti a bisogni concettualmente essenziali – anche se la forma storica del loro apparire può essere ed è assai diversa nelle successive epoche storiche in séguito a scoperte, invenzioni e innovazioni – costituiscono quell’insieme di oggetti o di ricchezza spirituale che spetta a tutta la collettività umana. “Il processo lavorativo nei suoi movimenti semplici e astratti è attività finalistica per la produzione di valori d’uso; appropriazione degli elementi naturali per i bisogni umani; condizione generale del ricambio organico fra uomo e natura; condizione naturale eterna della vita umana; quindi è indipendente da ogni forma di tale vita, e anzi è comune egualmente a tutte le forme di società della vita umana” [Karl Marx, Il Capitale, I.5]. A questo fine – nel rapporto uomo-natura – è sufficiente considerare “l’attività produttiva dell’uomo in generale, per mezzo della quale egli rende possibile il ricambio organico con la natura, spogliata non soltanto di ogni forma sociale e di ogni carattere determinato, ma perfino della sua semplice esistenza naturale indipendente dalla società, elevata sopra tutte le società e in quanto manifestazione e affermazione della vita” [C, III.48].
I secondi, viceversa, essendo formati ex novo già entro un modo di produzione storicamente sviluppato, portano impresso il segno dell’epoca; essendo bisogni prodotti, essi possono anche corrispondere a bisogni divenuti quasi fondamentali da soddisfare, ma per i motivi della loro stessa nascita è teoricamente più difficile sottrarli all’appropriazione “privata” – ovverosia all’espropriazione della massa dell’umanità che li ha prodotti. La distinzione tra i due tipi di valori d’uso è però sempre più difficile da farsi, tanto che l’assimilazione dei secondi ai primi verte piuttosto sulla finalità dell’uso (ossia sulle pubbliche utilità) necessario alla collettività in quanto tale. [...]


Del crollo degli investimenti internazionali, seguito alle ripetute bolle speculative dovute alla “sovraproduzione che ha saturato il mercato mondiale” dei capitali, ne ha parlato perfino il capo economista del Fmi, Raghuram Rajan, sicuramente al-di-sopra-di-ogni-sospetto. Si è trattato, ancora e sempre, di un eccesso di capacità produttiva mondiale seguita da investimenti non produttivi o, appunto, di “rifugio” del capitale verso i monopoli pseudo-naturali delle “pubbliche utilità” con conseguente crollo della crescita del pil mondiale (l’Europa con una crescita media inferiore a 1,5%). Ma questo crollo in Ue e Usa soprattutto è legato all’ossessiva crescita cinese. Ho-Fung Hung [in Rise of China and the global overaccumulation crisis (Ascesa della Cina e crisi di sovraccumulazione mondiale), Society for the study of social problems, Montreal, agosto 2005] vede perciò quest’ultima crescita come causa centrale della crisi da sovrapproduzione del capitalismo mondiale. Da questo punto di vista, gli investimenti in Cina non sono solo l’effetto inverso del calo di investimenti avvenuto altrove (perdita di lavoro in tutto il mondo); infatti, la Cina ha nel frattempo rafforzato la sua capacità industriale e non ha semplicemente assorbito la capacità produttiva eliminata altrove.
L’importazione cinese ha fatto sì finire la lunga stagnazione economica giapponese, richiedendo capitale e alta tecnologia; tramite essa le esportazioni giapponesi hanno raggiunto i 60 mrd $ e le esportazioni asiatiche in genere verso la Cina stessa trascinano anche la crescita di Taiwan, Filippine, Corea del sud, Malesia e Australia. Ma mentre la Cina appare così come ultima frontiera per gli investimenti delle transnazionali in un mercato mondiale saturo, le transnazionali stesse hanno dovuto sovrainvestire, e non solo esternalizzare alcune fasi del loro ciclo industriale, formando una base produttiva con capacità assai maggiore di quanto la Cina e il mondo intero possano oggi assorbire. Si stima che i ¾ delle industrie cinesi abbiano un eccesso di capacità produttiva: basti pensare che si ipotizza che tra un paio di anni si produrranno più automobili di quante il mercato ne richieda, mentre il tasso di crescita dei profitti si è dimezzato e le aziende in perdita hanno visto crescere il loro disavanzo di oltre il 50%. Il mercato interno cinese stesso ha mostrato i suoi attuali limiti, puntando sull’efficacia della concorrenza, interna e internazionale, ma la sovraproduzione è sempre in agguato.
L’alternativa cinese ha optato per una continua espansione sul mercato mondiale a salari bassi (400 mln di contadini poveri sbarcano il lunario con meno di un dollaro al giorno) anziché per la riduzione delle disuguaglianze con aumento dei salari e contenimento del tasso di crescita. Lo yuan non è stato rivalutato quanto gli Usa aspettavano e pertanto Bernanke è tornato recentemente in Cina a richiederlo insistentemente senza successo. È la politica del denaro facile e dei bassi tassi di interesse accompagnano, insieme ai bassi salari, la grande espansione cinese. Ma per l’american way of life tutto ciò sembra ancora essere solo questione di prosecuzione nell’agio. Si può dire [cfr. Walden Bello, Economia delle chain gang: la strana relazione economica tra Cina e Usa, in Focus, novembre 2006] che tra Cina e Usa vi sia una sorta di simbiosi, come due “galeotti incatenati insieme”. La stretta relazione tra le due economie, tuttavia, potrebbe essere un indicatore di crisi anziché segno di crescita e di ripresa. Infatti, l’acquisto da parte degli Usa delle merci cinesi dipende molto anche dagli enormi prestiti – 1 mlnmrd $ – che la Cina stessa fa agli Usa, in un circolo vizioso della serie: <fai produrre in Cina le merci che poi, come se fossero made in Usa, riacquisterai coi dollari prestati dalla Cina, per venderle alla piccola e media borghesia yankee>!

Da una tale congerie di elementi contraddittori non è per niente facile trarre qualche considerazione finale. Il caso degli idrocarburi e dell’intensità di una loro utilizzazione è un reale sintomo delle contraddizioni mondiali e perciò è molto di più che un semplice esempio. La grave crisi energetica – attuale e più ancora in una prospettiva prossima futura – si situa in questi “tempi bui” nella cronaca all’acme delle contraddizioni planetarie, così come seguono “a ruota” la crisi idrica, le traversie che si palesano come atmosferiche (effetto serra, regime delle acque, desertificazione, “buco” dell’ozono, ecc.), l’impoverimento assoluto di quasi metà della popolazione mondiale, la loro sete e la loro fame fino all’inedia e alla morte, la tragedia delle malattie e dei farmaci ... “essenziali” indisponibili per circa il 30% del pianeta.

Il pauroso degrado del pianeta rappresenta pallidamente la situazione in cui quelli appena elencati sono soltanto gli aspetti più clamorosi di tale condizione, per cui le generose proposte e le sparute azioni eminentemente volontarie sembrano essere una goccia nell’enorme mare dei problemi. Il più delle volte male non fanno, ma al più vengono incontro a sensazioni e disagi personali, lungi da risolvere questi ultimi e tanto meno idonei ad affrontare lo sfacelo del pianeta. Ma sovente si rovesciano in un’inintenzionale nocività, per l’irrealismo delle opinioni prospettate, soprattutto quelle formulate in base a congetture teoretiche astratte prive di alcun fondamento scientifico. Il detto popolare recita che “di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno”. E le buone intenzioni sono quelle in base alle quali non si ipotizza un rovesciamento del capitalismo poiché si auspica sempre l’esistenza possibile di un capitalismo-buono-dal-vólto-umano.
Engels e Marx nel loro Manifesto notavano che “i borghesi socialisti vogliono le condizioni di vita della società moderna senza gli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono, la borghesia senza il proletariato”; i benpensanti “progressisti-conservatori” chiedono a quest’ultimo “di restare nella società presente, ma di rinunciare alla odiosa rappresentazione che si fa di essa”. Hanno cercato di dimostrare che al proletariato “può giovare non questo o quel cambiamento politico, ma soltanto un cambiamento delle condizioni materiali di vita, dei rapporti economici. Questo socialismo però non intende minimamente per cambiamento delle condizioni materiali di vita l’abolizione dei rapporti di produzione borghesi, ma dei miglioramenti che non cambino affatto il rapporto tra capitale e lavoro salariato, ma che, nel migliore dei casi, riducano alla borghesia le spese del suo dominio e semplifichino l’assetto della sua finanza statale”.
Senonché si è già ampiamente mostrato come in una società, qualsiasi società, divisa in classi (antiche o moderne) la contraddizione è tale per cui è nel concetto e nel carattere stesso che definisce le classi sociali che è necessario che ci siano disuguaglianze, che non tutti possano svilupparsi con le medesime potenzialità entro le diversità individuali. Ossia, alla proprietà di alcuni deve di necessità corrispondere dialetticamente l’espropriazione di tutti gli altri, al capitale il lavoro salariato, alla borghesia il proletariato, ai nababbi miliardari i morti di sete e di fame. La soluzione di questa contraddizione non può che stare nella piena conoscenza di essa, una coscienza dell’impossibilità di tenere insieme in un unico sistema la disparità dei rapporti di proprietà con la pretesa di pariteticità tra tutti i membri della società.
Un sistema fatto come l’attuale – qui basta parlare del modo di produzione capitalistico senza che occorra riandare indietro in tempi remoti e anche, se possibile, più devastanti e arbitrari – non può che subordinare l’uso della ricchezza materiale e spirituale, prodotta dalla collettività, alla produzione per lo scambio finalizzato al profitto, per l’autovalorizzazione della ricchezza monetaria astratta. Soltanto una pianificazione cosciente e autoregolata della produzione sociale finalizzata ai diversi usi necessari e possibili è in grado di mantenere e sviluppare la società stessa tutta intera: ma una tale coscienza di “pianificazione” è concettualmente incompatibile con il modo di produzione capitalistico in quanto tale, animato e dominato com’è da una mentalità individualistica (il cosiddetto “individualismo metodologico”) senza regole. [...]


Ecco perché il ricambio organico con la natura è continuamente falsato sotto il dominio del modo di produzione capitalistico. I vari e successivi “protocolli” internazionali per la salvaguardia del pianeta (da Kyoto in poi) propongono iniziative – spesso risultanti in sole parole – che sono incompatibili con l’infinità di crescita insita soltanto nel capitalismo stesso. Non sono mai esistiti al mondo, e mai esisteranno, altri sistemi sociali finalizzati alla massima crescita possibile delle merci da scambiare con profitto. Pertanto è vano cercare di “convincere” i singoli individui, uno dopo l’altro, a consumare meno mentre la produzione capitalistica ha la potenza dell’“infinità” ed è agìta da colossali gruppi monopolistici transnazionali, anche di quelli camuffati sotto un’illusoria veste “naturale”. L’errore economicistico di partire dal consumo, pensando che anche nel capitalismo la produzione sia subordinata a esso, è un granitico pregiudizio di classe; ed esso si ripresenta con tutta la sua erroneità e virulenza nelle più svariate maschere politiche.
Questo sistema non può guardare più alla produzione per l’uso della ricchezza, che in un apparente paradosso era invece centrale perfino nell’accaparramento signorile o nobiliare, dall’antichità padronale al feudalesimo, di contro alla miseria di schiavi e servi. L’accumulazione sempre crescente di ricchezza “astratta” (in definitiva monetaria, tanto che l’accantonamento sfrenato dell’oro, oggi di ordinaria amministrazione fu un tempo oggetto soltanto di miti simbolici e metaforici). Finché il sistema è tale da dover proseguire nell’incessante corsa al profitto fine a se stesso – o meglio, rivolto all’accrescimento infinito della valorizzazione – non possono trovarsi soluzioni entro di esso.


Negli “ultimi giorni dell’umanità”, come li chiama Karl Kraus, e se di ciò si trattasse veramente, non si potrebbe capire che senso possa avere fare congetture sul futuro del pianeta nell’ambito della società capitalistica. Una società che vorrebbe trasformare in oro tutto ciò che tocca e che pur di vendere per far profitto induce produttori e consumatori ad aumentare a dismisura le loro spese, come potrebbe fare marcia indietro e restringere le spese dei compratori (capitalisti e consumatori finali), persuadere tutti quegli acquirenti a ridurre i propri consumi (produttivi o improduttivi) o, come alcuni oggi amano dire, a imboccare la strada di una sistematica “decrescita”? Insomma “predicare” per persuadere intere popolazioni a cambiare drasticamente inveterate abitudini di vita, peraltro dettate e guidate dall’esigenza dell’accumulazione di capitale – dal dominio del valore.
In primo luogo occorre vedere su quali popolazioni si vorrebbe intervenire in simile maniera. La maggior parte degli abitanti dei paesi dominanti, nelle aree imperialistiche (Usa, Ue, Giappone, e pochi altri stati) – consumatori poveri a parte, ché ci sono ovunque – ha livelli personali di vita, di spreco, di lusso, inammissibili ... si pensi al cosiddetto american way of life. La struttura produttiva di quei paesi, poi, supera ogni immaginazione (si è ricordato, a es., che il consumo energetico complessivo degli Usa è superiore ai 2/3? di quello del mondo intero!). Per far recedere quei milioni di persone dal loro modo di vita è necessaria la coercizione, non bastano le buone parole; e pure ci si impiegherebbero anni e anni, parecchi decenni. O meglio, ci vorrebbe una rivoluzione, che molto probabilmente in prima battuta non basterebbe nemmeno e che in ogni caso richiederebbe – oltre a una grande coscienza e a una valida direzione – anche una rilevante coercizione.
Ma le popolazioni di quei paesi (includendo in esse anche i loro “poveri” ufficialmente riconosciuti) non assommano complessivamente a un miliardo di persone, al massimo un sesto della popolazione mondiale. Come stiano gli altri 5 miliardi è facilissimamente verificabile da fonti ufficiali: 3 miliardi, la metà della popolazione mondiale, sta a livelli di indigenza assoluta, di cui più di un miliardo soffre sete, fame e malattie spesso in prossimità della morte (a cui vanno aggiunti i disastrati negli stati imperialisti). È stato detto che per portare tutto il mondo al livello di ricchezza dei paesi dominanti bisognerebbe produrre 80 volte più di adesso, ma anche limitandosi solo a raddoppiare l’attuale produzione, senza migliorare praticamente per nulla i livelli di vita di quelle masse diseredate, l’equilibrio planetario arriverebbe a un passo dal tracrollo.

the five Marx brothers
groucho, moro, chico, harpo, zeppo


Allora, ci vuole una bella faccia tosta per andare a parlare di “decrescita” a popolazioni che non hanno, come si suol dire, “nemmeno gli occhi per piangere”; a meno che quelle popolazioni non si rendano finalmente conto dell’affronto che subiscono ogni giorno da millenni e tanto per cominciare impediscano che i propagandisti-della-decrescita se ne tornino indenni nelle loro case accoglienti! Cionondimeno chi vorrebbe bloccare la crescita sa bene che, essendo impensabile e rischiosissimo proporre ai “lazzari” del mondo questa seconda opzione, si rifugia entro la prima molto maldestramente; quegli utopisti fuori tempo fanno voti speranzosi che entro i paesi imperialisti ci si possa affidare alla filantropia dei padroni (capitalisti, loro stati e organismi sovrastatuali) e al buon cuore della piccola borghesia “parvenue dell’altro ieri”, la chiamava Marx. Questa sarebbe sempre pronta, a loro dire, a mettere-la testa-a-posto come essi stessi, per limitare il consumo opulento.
Senonché, come si sa, il solo consumo finale dei parvenus inebetiti dalla pubblicità, anche se assurdamente colpisse nel segno, è relativamente ben poca cosa se non si guarda preliminarmente alla straripante attività produttiva del capitale. Questo, non soltanto incidentalmente, punta proprio sui nuovi “mercati della povertà” per trovare l’ultima fonte ancora quasi inesplorata da cui trarre profitti facendo leva sulla miseria! Ed è proprio quella produzione imperialistica del capitale che per definizione non può recedere dall’espandersi all’infinito. C’è storicamente una sola circostanza e un solo momento, per adesso ancora soltanto ricorrente, in cui è il capitale stesso che, molto parzialmente e disordinatamente, è costretto a bloccare la crescita: è la sovraproduzione che ecceda il plusvalore realizzabile e che perciò origini le crisi e la distruzione di capitale e ricchezza. Le più o meno lunghe e mal ripartite crisi del mercato mondiale sono quindi la sola effettiva irrilevante “decrescita” planetaria attualmente possibile laddove predomina il modo di produzione capitalistico. [...]



Ecco ora l'analisi di Marchionatti sul pregiudizio che vede l'economia come scienza "principe"


                                                         Gli economisti e i selvaggi
                                                                    Introduzione


L'imperialismo della scienza economica

Nel 2000, Edward P. Lazear, noto economista americano e consigliere economico del presidente Bush, pubblicò sul "Quarterly Journal of Economics ", una delle più importanti riviste al mondo nella disciplina, l'articolo Economic lmperialism che esordiva affermando che negli ultimi quarantenni «la scienza economica ha allargato il suo campo di indagine e la sua sfera di influenza». Quest'ascesa, scrive Lazear, è dovuta al fatto che la nostra disciplina possiede un linguaggio rigoroso che permette di trattare concetti complicati in termini relativamente semplici e astratti. Tale linguaggio permette agli economisti di eliminare la complessità. La complessità può aggiungere ricchezza alla descrizione ma essa impedisce all'analista di cogliere quel che è essenziale. Questo «linguaggio rigoroso» che sarebbe dunque capace di ridurre la complessità dei fenomeni alla loro «essenza» trova il suo primo e fondamentale utilizzo nell'ipotesi che l'autore considera il punto di partenza dell'economista, l'assunzione, o meglio sarebbe dire l'assioma, che gli individui hanno un comportamento razionale massimizzante. Egli scrive: II punto di partenza della teoria economica è che gli individui o le imprese massimizzano qualcosa, normalmente l'utilità o il profitto [...].

La maggior parte delle analisi empiriche cercano di testare modelli che sono basati sul comportamento massimizzante. Se si ottengono risultati che sembrano non coerenti con ciò che appare razionale dal punto di vista individuale, si riesaminano i dati o si riesamina la teoria. Ma le revisioni teoriche non abbandonano quasi mai l'assunzione che gli individui stanno massimizzando qualcosa, anche se quel qualcosa è poco "ortodosso". Si può concedere a fattori quali l'informazione imperfetta o i costi di transazione di confondere un po' le cose (to muddy the waters), ma non si considera mai il comportamento come se fosse determinato da forze che stanno fuori del controllo dell'individuo. 

Rigore, scientificità, capacità di astrazione, «che permette all'economista di rispondere a domande relative a un mondo complicato»: qui sta «il potere della scienza economica» e il suo vantaggio comparato nei confronti delle altre scienze sociali. Ruolo e compito di queste ultime sarebbe «identificare i problemi», quello della scienza economica dare risposte «ben ragionate». Queste caratteristiche spiegano perché la scienza economica sia imperialista, scrive Lazear. L'imperialismo economico è definito come: 

l'estensione dell'economia ad argomenti che vanno al di là di quelli classici - scelta del consumatore, teoria dell'impresa, teoria dei mercati, attività macroeconomica, e tutti quei campi generati da queste aree base. Gli imperialisti economici [...] hanno per obiettivo spiegare ogni comportamento sociale usando gli strumenti dell'economia. 

Il successo di questo imperialismo disciplinare, prosegue Lazear, è confermato dal fatto che altri scienziati sociali hanno adottato l'approccio economico per esaminare questioni che tradizionalmente non sono state considerate parte della scienza economica.

L'uso del termine «imperialismo economico» era stato introdotto a metà degli anni ottanta dal filosofo della scienza e dell'economia Gerard Radnitzky e dall'economista Peter Bernholz in un libro che per primo offriva una panoramica dell'applicazione del paradigma microeconomico a un'ampia varietà di campi sociali (dalla politica alla legge, dalla storia alla sociologia). Radnitzky è stato uno dei più convinti sostenitori dell'opinione che la scienza economica offra un approccio universalmente valido a tutti i fenomeni sociali. In un volume successivo, egli conia il termine «scienza economica universale» (universal economics) e così legittima l'imperialismo della scienza economica:

Ciò che dà all'economia questo potere imperialista, è il fatto che i concetti chiave sono universali nella loro applicabilità [...]. I concetti base della teoria economica, ottimizzazione ed equilibrio, sono applicabili a pressoché tutti i fenomeni sociali. 

II concetto di «imperialismo economico» è fatto risalire da Radnitzky e da Lazear a Gary Becker," premio Nobel per l'economia nel 1992 e noto esponente della scuola di Chicago. Egli ha sviluppato un programma di applicazione della teoria economica a temi quali il capitale umano, l'organizzazione familiare, la discriminazione razziale, il comportamento criminale, la dipendenza dalla droga, per mostrare come i fattori economici spieghino processi decisionali prima considerati dominati da comportamenti abituali e spesso irrazionali. Le radici dell'imperialismo economico sono, però, nella rivoluzione metodologica compiuta tra gli anni venti e trenta del Novecento da due economisti neoclassici anglosassoni: l'americano Frank Knight, uno dei padri della Chicago School, e l'inglese Lionel Robbins della London School of Economics, canonizzata nel libro di Robbins The Nature and Significance of Economie Science. Da allora venne affermandosi, diventando dominante del dopoguerra, una definizione formale dell'economia come «scienza che studia il comportamento umano come una relazione tra fini e mezzi scarsi che hanno usi alternativi». Da qui la possibilità di includere tra i temi dell'economia argomenti che andavano oltre la consueta questione di come procurarsi "il pane e il burro". Gary Becker è certamente colui che più di ogni altro ha fatto suo questo programma e ha contribuito fortemente alla conquista da parte della scienza economica di nuovi spazi oltre quelli tradizionalmente occupati. Egli ha offerto una prospettiva in cui la teoria economica cerca di dare alle scienze sociali un linguaggio comune in grado di "unificare" il pensiero e comprendere una grande varietà di fenomeni. In altri termini, trovare senso a quel che senso non ha - ovviamente per l'economista che assuma di possedere il punto di vista razionale par excellence, in quanto rigoroso e scientifico.
Nel 1985 l'economista americano Jack Hirshleifer ha pubblicato un importante articolo sul tema della capacità egemonica della teoria economica, che si differenzia però da articoli analoghi per il maggior senso critico. Hirshleifer condivide la visione imperialista della disciplina:


È impossibile ricavare un territorio distinto per l'economia, confinante ma separato da altre discipline sociali. L'economia le compenetra tutte, e viceversa. C'è una sola scienza sociale. 

Con tale affermazione egli si contrapponeva all'idea che il territorio dell'economia sia «confinante ma separato» dalle altre discipline sociali; opzione metodologica, quest'ultima, che impedisce il carattere imperialista della scienza economica, e che viene sostenuta da un altro importante esponente della scuola di Chicago, premio Nobel dell'economia nel 1991, Ronald Coase. Hirshleifer precisa poi il significato della sua affermazione con un'argomentazione che è una variazione di quelle sopra ricordate:

Ciò che dà all'economia il suo potere invasivo e imperialistico è che le nostre categorie - scarsità, costi, preferenze, ecc. - sono davvero universali nella loro applicabilità. Ancor più importante è l'organizzazione strutturata di questi concetti nei processi distinti ma interconnessi di ottimizzazione, a livello di decisioni individuali, e equilibrio, a livello sociale. L'economia costituisce la grammatica universale della scienza sociale. 

Ma se da una parte, come l'autore riconosce, «il lavoro scientifico in antropologia, sociologia e scienza politica diventa in modo crescente indistinguibile dall'economia», dall'altra gli economisti devono diventare consapevoli di quanto limitante è stata la loro visione miope della natura dell'uomo e delle interazioni sociali. Una buona scienza economica deve anche essere una buona antropologia, sociologia, scienza politica e psicologia.


Per Hirshleifer l'ipotesi di homo oeconomicus - ovvero di un soggetto caratterizzato da fini egoistici e scelta razionale dei mezzi - è stata oggetto di motivate osservazioni critiche: «dopo tutto, uomini e donne talvolta operano per il benessere altrui e talvolta sono portati a smarrirsi per avventatezza e confusione». Egli indica due possibili risposte a queste osservazioni, entrambe utilizzate dagli economisti: 

1) un tipo di risposta, che non mi convince, è usare il trucco verbale di ridefinire tutti i fini come egoistici e tutte le scelte come razionali; 2) più ragionevolmente si può ammettere che i fini non egoistici e le scelte non razionali siano "non economici". Gli economisti potrebbero così modestamente affermare che l'ipotesi di uomo egoista e razionale, sebbene non accurata, ha mostrato di avere un grande potere esplicativo nelle aree in cui è stata applicata. 

Ma questo atteggiamento "modesto" non si confà all'economista. Dopotutto, nota Hirshleifer, «la storia dell'economia imperialista mostra che il modello dell'uomo economico è stato effettivamente produttivo», anche se tale produttività di applicazione si è mostrata soltanto «fino a un certo punto»: 

nei nuovi territori parzialmente conquistati, persistono fenomeni non esaminabili con gli strumenti economici, difficili da combinare con il postulato del comportamento egoista e razionale. 

La via suggerita da Heishleifer per superare questi limiti è approfondire la relazione tra economia e biologia, considerando la biologia come «un aspetto di una più ampia economia biologica della natura». Egli nota che, mentre la scienza economica si è sviluppata in modo orizzontale tra le scienze sociali, la biologia evoluzionista (e qui cita il controverso contributo di Edward O. Wilson alla sociobiologia) ha invaso il campo in modo verticale, ponendosi a fondamento delle scienze sociali, uno sviluppo che, a parere di Hirshleifer, «non dovrebbe preoccupare l'economista»: 

L'influenza di Malthus e Adam Smith su Charles Darwin è ben nota. E se Alfred Marshall dichiarava che l'economia è una branca della biologia, il biologo Michael Ghiselin vorrebbe fare dell'economia universale la più generale delle discipline. Sotto quest'ampia cornice, i biologi possono essere considerati quelli che studiano l'economia naturale mentre il comportamento socialmente regolato degli umani costituisce l'economia politica. 

L'affermazione è sostenuta sia sottolineando i concetti comuni tra le due scienze - come concorrenza e specializzazione, mutazione/innovazione, evoluzione/progresso -, sia mostrando come siano formulabili sistemi di equazioni paralleli capaci di descrivere gli stadi di equilibrio e i sentieri di cambiamento, ma anche e soprattutto evidenziando che taluni paradossi, ad esempio il comportamento altruistico di soggetti egoisti, sembrano risolvibili facendo ricorso a concetti biologici, come gene e organismo. Sono ovviamente riferimenti metaforici, non diversi da quelli degli economisti di fine Ottocento, quando guardavano all'alleanza con la fisica classica. Quel che ci preme qui sottolineare è che l'attenzione critica predicata da Hirshleifer è stata poco praticata in anni recenti nella comunità degli economisti, oscurata dall'entusiasmo degli imperialisti puri, come l'articolo di Lazear mostra. Ciò è accaduto anche se l'egemonia della visione della corrente economica neoclassica dominante nel dopoguerra fino agli anni ottanta è stata a poco a poco messa in discussione, e dai recenti sviluppi della microeconomia - in particolare quelli legati all'introduzione del concetto di razionalità limitata -, e da una nuova prospettiva teorica che ha recuperato positivamente la "complessità" dei fenomeni economici e sociali: essa ha guadagnato terreno nello stesso mainstream della teoria economica, pur essendo ancora oggetto di dispute epistemologiche sul suo effettivo apporto alla costruzione di una nuova scienza economica.


Scienza economica e società primitive 

Uno dei campi nei quali l'approccio economico incontra maggiori difficoltà nell'interpretare in modo convincente l'oggetto cui è applicato è quello antropologico: in primo luogo, nel dar ragione dell'organizzazione economica delle società primitive - il che non ha a che vedere con l'imperialismo economico nel senso stretto prima indicato, ma appartiene alla scienza economica nelle sue varie formulazioni storiche; in secondo luogo, nello spiegare l'intera organizzazione sociale primitiva, obiettivo che nasce a partire dalla definizione robbinsiana di scienza economica.
Nei capitoli del libro esporremo le diverse linee di approccio degli economisti e degli antropologi economici al tema delle società primitive, o selvagge - per usare l'antico termine con cui gli europei chiamavano le popolazioni extra-europee -, a partire, con Adam Smith, dagli albori della nuova scienza fino ai tentativi recenti che utilizzano nuove categorie, quali costi di transazione e informazione limitata, attraverso le riflessioni di Karl Marx, i classici contributi di grandi antropologi quali Franz Boas e Bronislaw Malinowski riletti nell'Essai sur le don di Marcel Mauss, e i lavori degli antropologi formalisti, di ispirazione neoclassica, quali Firth e Herskovits, e dei sostanzialisti, in particolare Karl Polanyi e Marshall Sahlins.
Il libro è in primo luogo un saggio di storia delle idee intorno a un tema, quello delle società primitive, le società "altre", che ha sempre affascinato il pensiero occidentale e che gli economisti hanno affrontato in modo peculiare, cercando di inglobare le società primitive dentro le proprie categorie interpretative. La tesi del libro è duplice: in primo luogo, questo tentativo ha dato risultati altamente insoddisfacenti; in secondo luogo, l'analisi antropologica offre materiale per una rappresentazione diversa, che sovente dimostra l'inconsistenza delle categorie economiche quando applicate a quelle società, conclusioni che, se vere, non possono non avere implicazioni su ciò che gli economisti pensano della propria scienza e della sua capacità egemonica nell'ambito delle scienze sociali. Ne discende che il saggio è anche un invito ai miei colleghi economisti a riesaminare criticamente gli assunti della teoria economica, e un modesto contributo a trovare luoghi di incontro e cooperazione effettiva con le altre scienze sociali.


© 2008, Paravia Bruno Mondadori

Gli economisti e i selvaggi – Bruno Marchionatti
180 pag., 18 € – Edizioni Bruno Mondadori 2008 (Sintesi)
ISBN 978-88-61-59121-9


23 settembre 2008 Di G. C.

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